Archive pour octobre, 2010

Angeli che adorano l’Eucarestia

Angeli che adorano l'Eucarestia dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 26 octobre, 2010 |Pas de commentaires »

«PER LORO CONSACRO ME STESSO»: LA PREGHIERA SACERDOTALE DI GESÙ (GV 17)

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«PER LORO CONSACRO ME STESSO»: LA PREGHIERA SACERDOTALE DI GESÙ (GV 17)

Cipriani S.

È veramente con commozione che rileggiamo e meditiamo queste parole, che esprimono una forma di amore quasi «viscerale» di Gesù verso i suoi discepoli, quelli presenti e anche quelli futuri. Siamo davanti a una preghiera che davvero non è esagerato definire «divina» sia per i contenuti, sia per la passione con cui è detta, sia per l’ampiezza di orizzonti ai quali è aperta: che sono poi gli orizzonti di Dio. Più comunemente viene chiamata «preghiera sacerdotale», sia per la sua collocazione all’inizio della storia della passione, sia per quanto affermato da Gesù stesso: «Per loro io consacro me stesso perché siano anch’essi consacrati nella verità» (17,19).
Tale denominazione risale a uno dei padri del luteranesimo, David Citraeus (1751-1800) che a sua volta, si è ispirato a Clemente Alessandrino (PG 74, 505). Anche se non del tutto esatta, la denominazione ne esprime abbastanza bene il contenuto, che è di offerta, di donazione radicale di se stesso a Dio e agli uomini.

Alcune premesse

Un’esegesi analitica non è possibile, data la densità dei concetti e dei problemi che tale preghiera porta con sé: ci limiteremo pertanto alle cose più importanti senza disperderci nei dettagli. Un problema di fondo si pone subito al lettore davanti a questa preghiera così alta e solenne: essa è davvero uscita dalla bocca di Gesù come oggi la possediamo, oppure è stata rielaborata dal talento letterario e teologico eccezionale dell’evangelista, come risulta da tutto il quarto Vangelo? Noi siamo del parere che Gesù sia all’origine di questa preghiera, che tuttavia l’evangelista ha rimodellato secondo i paradigmi del suo Vangelo[1].
Osserviamo poi l’«articolazione» dei concetti che vengono espressi in questa commossa e commovente preghiera di Gesù che, per un verso, si presenta come un’interpretazione di tutta la sua vita passata e, per un altro, come la «profezia» degli eventi tragici che ancora lo attendono e che daranno senso pieno alla sua vicenda storica, consumata in mezzo a noi. Le opinioni al riguardo sono diverse: personalmente preferisco la più semplice che ha anche il merito di fondarsi su indicazioni testuali abbastanza significative.
Tutto il capitolo si può dividere in tre parti, con una conclusione che può come ricapitolarle tutte:
– nella prima parte (vv. 1-8) Gesù prega il Padre per la propria «glorificazione»: «Padre, glorifica il tuo Figlio, perché il tuo Figlio glorifichi te» (v. 1);
– nella seconda parte (vv. 9-19) Gesù prega per i suoi discepoli perché siano preservati dal Maligno che opera nel mondo: «Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo» (v. 16), nel quale pur li manda per offrire a tutti occasione di salvezza;
– nella terza parte (vv. 20-23), che è tutta aperta al futuro, c’è una preghiera anche per coloro che, per l’opera degli apostoli crederanno in lui: «Non prego soltanto per questi, ma anche per coloro che crederanno in me tramite la loro parola» (v. 20);
– segue, infine, una specie di ricapitolazione (vv. 24-26) in cui, con autorevolezza, Gesù chiede al Padre la partecipazione di tutti i suoi discepoli, presenti e futuri, alla sua gloria: «Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria…» (v. 24).

Padre, è giunta l’ora

Rileviamo anzitutto l’atteggiamento «orante» di Gesù, che Giovanni mette in evidenza fin dall’inizio:
Gesù, alzati gli occhi al cielo, disse: «Padre…» (17,1).
È il medesimo atteggiamento che l’evangelista aveva descritto nel caso della risurrezione di Lazzaro, quando Gesù aveva compiuto il medesimo gesto per ringraziare Dio a motivo del miracolo:
Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre ti ringrazio che mi hai ascoltato» (11,41).
La prima parte della preghiera, come abbiamo già detto, è un’insistente richiesta a Dio della propria «glorificazione». Ma in che cosa consiste questa «glorificazione» e quale è «l’ora» alla quale allude Gesù all’inizio della preghiera? Rileggiamola:
Padre, è giunta l’ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te… Io ti ho glorificato sopra la terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare (vv. 1.4).
L’ora di cui parla Gesù è l’ora per eccellenza, quella della sua morte per la salvezza degli uomini, come risulta da tutto il quarto Vangelo. Ecco, ad esempio, come Gesù risponde ad Andrea e Filippo, che gli chiedono di rivelarsi anche ai greci:
È venuta l’ora in cui sarà glorificato il figlio dell’uomo… Ora però l’anima mia è turbata e che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora. Ma appunto per questo sono venuto in quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome (12,23.27-28).
Da questo e da altri testi che potremmo ancora citare (7,30; 8,20; 13,1), è evidente che «l’ora» di Gesù è l’ora della sua morte[2]. Ed è proprio in questa donazione radicale di Gesù alla volontà del Padre che sta la «gloria» massima del Padre e del Figlio nello stesso tempo: «Padre, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te» (v. 1).

Io prego per loro

A questo punto incomincia la seconda parte della preghiera sacerdotale, volta a propiziare la benevolenza del Padre verso i suoi apostoli (vv. 9-19), che continueranno la sua missione in mezzo agli uomini:
Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che mi hai dato, perché sono tuoi (17,9).
La prima e la seconda parte della preghiera perciò sono intimamente legate: il successo degli apostoli è lo stesso successo di Cristo, poiché la loro missione è la sua stessa missione, come si dirà al v. 18: «Come tu mi hai mandato nel mondo, anch’io li ho mandati nel mondo». Pregando pertanto per gli apostoli, Cristo continua a pregare per se stesso e per la sua «gloria» sempre più grande[3].
E che cosa domanda Gesù al Padre per i suoi apostoli? Prima di tutto «l’unità» fra di loro, dopo che egli non sarà più in questo mondo e quando potranno nascere invidie, contese, interpretazioni diverse del suo messaggio di salvezza, perfino scissioni. È quanto si esprime nel seguente versetto:
Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi (17,11).
Il paradigma che si offre per l’unità dei discepoli è la stessa unità del Padre con il Figlio: «Siano una cosa sola come noi». Una meta forse troppo alta per discepoli, spesso in lite tra di loro per sapere «chi fosse il più grande»? Eppure Gesù per questo ha pregato, coinvolgendo anche il Padre: segno che la cosa è difficile, ma pur sempre possibile!
In secondo luogo, Gesù è ben consapevole che nella sua assenza da loro, i discepoli correranno maggiori rischi a motivo dell’ostilità contro il suo vangelo: già lui presente con loro, «il mondo li ha odiati perché non sono del mondo, come io non sono del mondo» (v. 14). E proprio per questo Gesù intensifica la sua preghiera al Padre perché abbiano la forza di resistere al male:
Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal Maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo (17,15).
Qui appare la figura sinistra di Satana «il Maligno» (con l’articolo), che insidierà la missione degli apostoli, come ha fatto già con il loro Maestro.

Consacrali nella verità

Ed è proprio per questa situazione di rischio estremo che Gesù presenta al Padre l’ultima pressante richiesta:
Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu hai mandato me nel mondo, anch’io li ho mandati nel mondo; per loro consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità (17,17-19).
Per ben tre volte ricorre in questi due versetti il verbo «consacrare»a (in greco aghiàzein), che nell’uso biblico significa, per un verso, separazione da un certo ambiente profano e, per l’altro, consacrazione o deputazione a una missione sacra. La missione degli apostoli sarà precisamente quella di annunciare la «parola» che salva, che trova nel Cristo che si immola per noi il suo punto culminante:
Per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità (17,19).
È chiaro che Gesù qui tocca il vertice del sublime nella formulazione della preghiera per i suoi discepoli. La preghiera di Gesù è sempre preghiera-azione o, se si vuole, preghiera-vita. Ma appunto per questo egli può reclamare l’eroismo anche dai suoi: dietro il suo esempio e in conseguenza delle energie spirituali che sgorgheranno dal suo sacrificio, egli può porre come ultimo traguardo, per i suoi, la via del martirio[4] .

Non prego solo per questi

Ora l’orizzonte della preghiera di Gesù si allarga: egli afferma di non essere venuto solo per alcuni, ma per tutti gli uomini, di tutti i tempi, che avranno sempre bisogno di essere salvati. Perciò soprattutto per noi, e per coloro che verranno anche dopo di noi egli prega nella terza parte dell’orazione sacerdotale (vv. 20-23), che così inizia:
Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché essi siano una sola cosa (17,20-21).
Gesù esprime in questi versetti la piena consapevolezza della necessità di una «comunità» di fede che dovrà nascere nel suo nome e continuare nella storia. Nello stesso tempo prevede anche la possibilità concreta di future scissioni fra i credenti nel suo nome. È il «tempo» della Chiesa che il Cristo prevede e anticipa, con il rischio di possibili false interpretazioni del suo messaggio, e perciò anche di divisioni fra i credenti. La storia del cristianesimo, purtroppo, sta a documentare queste frequenti e drammatiche lacerazioni! E questo certamente è, in qualche maniera, un «lacerare» Cristo.
Allo scopo di evitare tali future divisioni Gesù propone, ad esempio, il modello del suo rapporto con il Padre:
Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato (17,21).
Certo, il modello è molto alto, saremmo tentati di dire impossibile: «Come tu sei in me e io in te!». Eppure se ciò avvenisse, sarebbe un miracolo tale da indurre tanti altri, addirittura il «mondo» intero, normalmente ostile, a credere in Gesù come «inviato» del Padre.

Perché siano una cosa sola

Il tema dell’unità, che Gesù ha introdotto, è troppo importante per farlo cadere, e perciò viene sviluppato nei due versetti che seguono:
E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me (17,22-23).
Di quale «gloria» qui si tratta? Per conto nostro, stando a tutto il contesto del capitolo, dove l’espressione ricorre frequentemente (vv. 1.4.5.23), dovrebbe trattarsi della «gloria» della filiazione divina del Cristo, che sarà dimostrata anche più convincentemente con gli ultimi fatti della sua vita (morte e risurrezione) e il suo ritorno al Padre. Avendoci Cristo associati alla sua vita di risorto, cioè di totale intimità con sé e con il Padre, è chiaro che i suoi discepoli non possono non vivere fraternamente fra di loro.
C’è da aggiungere che il pensiero dell’unità di fede e di amore dei suoi discepoli quasi ossessiona Gesù. Egli vuole che tale «unità» sia perseguita a tutti i costi:
Che siano perfetti nell’unità (17,23).
Un’unità vaga e superficiale, più di parole che di fatti, non realizza le esigenze dell’infinito amore di Cristo. Se «unità» vera ha da essere, questa deve essere «perfetta», cioè aperta a tutti e che prenda in carico tutti i problemi degli uomini. Se davvero tutti i credenti in Cristo, nel loro credere e nel loro agire, fossero «una cosa sola» (17,21), come Gesù insistentemente supplica il Padre, davvero sarebbe un «segno» grande di richiamo per l’umanità così divisa e conflittuale in cui ci troviamo a vivere quotidianamente.

Padre, io voglio

La preghiera sacerdotale era cominciata con l’invocazione al Padre (v. 1) e termina con la ripetizione di quel nome, evocato di fila per due volte, versetto dopo versetto, quasi a sottolineare l’urgenza della preghiera medesima e a infondere una fiducia «filiale» che essa sarà accolta:
Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io…; Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto… (17,24-25).
Anche se potrebbe sembrare, a prima vista, che qui Gesù ritorni a parlare dei suoi discepoli, credo che di fatto sia ancora presente al suo sguardo il mondo dei credenti in lui: quelli presenti e quelli futuri. A tutti egli promette l’ingresso nella sua «gloria», non a pochi soltanto, anche se quei pochi, che egli ha ora presenti, saranno i primi a entrarvi. Già precedentemente Gesù aveva detto ai suoi apostoli: «Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io» (14,2-3). Adesso la promessa vale per tutti: la loro «unità» di fede e di amore sulla terra, avrà il coronamento della perfetta armonia nella beatitudine celeste «insieme» con Cristo.
Quello che Gesù promette è la partecipazione di tutti i suoi discepoli presenti e futuri, alla sua gloria celeste:
Padre,voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato, poiché tu mi hai amato prima della creazione del mondo (17,24).
Quello che sorprende in questo versetto è la quasi imperiosità della richiesta di Cristo al Padre: «Voglio…». Parlando del Padre, Gesù gli rende onore, lo ringrazia; ora, invece, «che sta per morire e che si tratta di noi, egli adopera parole imperiose. È un’intimazione filiale: io voglio. Egli ha titolo per dirlo, poiché è il Figlio. E consentendo a questa esigenza dell’uomo-Dio, il Padre non farà altro che consentire alla propria tenerezza. È lui infatti che ha amato gli eletti, li ha dati e uniti a suo Figlio, fino al punto che una medesima vita circola nel ceppo e nei tralci; e quindi come smentire se stesso?»[5].
La preghiera si conclude con un ultimo appello al Padre, chiamato «giusto» nel senso biblico del termine, per designare la sua benevolenza verso gli uomini che accettano il suo amore, a differenza del «mondo», incapace di aprirsi a Dio:
Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto; questi sanno che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro (17,25-26).

Ho fatto conoscere loro in tuo nome

Qui Gesù rivendica a sé la funzione di «rivelatore» del Padre, non tanto e solo perché ce lo ha fatto «conoscere», come già si dice al v. 6 : «Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo», ma soprattutto perché ce lo ha rivelato come Dio «amante». E la dimostrazione più grande di questo amore sta proprio nel fatto che ci ha donato il suo stesso Figlio. È quanto leggiamo a conclusione dell’incontro di Gesù con Nicodemo : «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (3,16). E non solo ce lo ha «donato», ma addirittura lo ha «dato» alla morte per la nostra salvezza!
Risulta ora chiaro che siamo di fronte a un doppio amore che è stato donato agli uomini: l’amore di Cristo per noi fino alla morte di croce, ma più ancora l’amore del Padre che per noi ha «donato» il suo unico Figlio, perché in lui ritornassimo anche noi a essere suoi «figli», quantunque sempre indegni di tanta grazia. È sul filo di tali pensieri, che si aprono all’infinito, che si chiude la preghiera sacerdotale di Gesù:
E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro (17,26).
Di questo ultimo versetto voglio sottolineare quel futuro: «E lo farò conoscere», che sta a dire come l’opera di «illuminazione» interiore di Cristo non cesserà mai.
Le ultime parole: «E io in loro» potrebbero anche dare l’impressione di una conclusione maldestra. Si tratta, al contrario, come sottolinea un noto esegeta, di un punto culminante. Divenendo un solo essere con il Figlio, i credenti sono anch’essi «figli».
Così, in modo quasi brusco, termina il colloquio di Gesù con il Padre. È per provocare il lettore ad aprirsi? Il seguito dovrà realizzarsi in lui[6] : cioè in ciascuno di noi che andiamo rimeditando, stupefatti, queste parole, aperte come sono all’infinito.

Settimio Cipriani

[1]«La presentazione di questa preghiera esclude a priori che essa sia la riproduzione letterale di un inno recitato nella sala dove fu celebrata l’ultima cena. Ma non è neppure permesso di considerarla come una preghiera fittizia, composta dall’evangelista o da qualche altro profeta della Chiesa primitiva. Per la sua struttura come per i suoi elementi più fondamentali essa si rifà all’avvenimento storico della cena» (H. van den Bussche, Jean. Commentaire de l’évangile spirituel, Desclée De Brouwer, Bruges 1963, 446).
[2]G. Ferraro, L’«ora» di Cristo nel quarto Vangelo, Herder, Roma 1974. Su questa reciprocità di «gloria» si ritorna ancora successivamente (17,4-5). È evidente che l’ultimo versetto citato allude alla «gloria» celeste, che però viene come frutto e germinazione della «gloria» della croce. Il mistero di salvezza, che il Cristo porta con sé, lui stesso lo ha fatto «conoscere» ai suoi discepoli, che sono come un «dono» fattogli dal Padre: essi hanno accolto il suo messaggio «e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato» (17,8).
[3] Cf. S. Cipriani, La preghiera nel Nuovo Testamento, Milano 1989, 118-119.
[4]Cipriani, La preghiera, 140.
[5] Si tratta di un testo di P. Delatte, riportato da G.M. Behler, Il testamento del Signore, Milano 1965.
[6] X. Léon-Dufour, Lettura dell’evangelo secondo Giovanni, III, Ed. San Paolo, Cinisello B. 1995, 403. A ragione qualcuno ha scritto: «La teologia giovannea si riassume in queste tre parole», cioè «Io in loro» (Y. Simoens, Secondo Giovanni. Una traduzione e un’interpretazione, EDB, Bologna 2000, 644).

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Papa: Santi e martiri, antitesi all’inferno dei lager e al nichilismo contemporaneo (Papa Benedetto 9.8.2009)

dal sito:

http://www.asianews.it/notizie-it/Papa:-Santi-e-martiri,-antitesi-all%E2%80%99inferno-dei-lager-e-al-nichilismo-contemporaneo-16004.html

09/08/2009 12:16

VATICANO

Papa: Santi e martiri, antitesi all’inferno dei lager e al nichilismo contemporaneo

Edith Stein, Massimiliano Kolbe, san Ponziano, san Lorenzo, tutti martiri, sono segno del vero volto di Dio e del vero volto dell’uomo. L’uomo che si “dimentica di Dio” costruisce lager e campi di sterminio, segno “dell’inferno sulla terra”. I martiri devono essere modello per tutti, ma soprattutto per i sacerdoti in questo Anno a loro dedicato.

Castel Gandolfo (AsiaNews) – Ricordando alcuni santi la cui memoria viene festeggiata nella settimana che viene, Benedetto XVI ha affermato che essi sono testimoni di un “umanesimo cristiano” che diverge in modo profondo da un “umanesimo ateo”.

Questo santi – il papa ha citato in particolare i martiri Massimiliano Kolbe e Edith Stein – sono anzi i testimoni di “un’antitesi che attraversa tutta quanta la storia, ma che alla fine del secondo millennio, con il nichilismo contemporaneo, è giunta ad un punto cruciale, come grandi letterati e pensatori hanno percepito, e come gli avvenimenti hanno ampiamente dimostrato”.

Edith Stein – ha spiegato il pontefice – era nata “nella fede ebraica e conquistata da Cristo in età adulta, divenne monaca carmelitana e sigillò la sua esistenza con il martirio”; san Massimiliano Kolbe, è “figlio della Polonia e di san Francesco d’Assisi, grande apostolo di Maria Immacolata”. Entrambi sono martiri, uccisi nel lager di Auschwitz.

“I lager nazisti – ha aggiunto – come ogni campo di sterminio, possono essere considerati simboli estremi del male, dell’inferno che si apre sulla terra quando l’uomo dimentica Dio e a Lui si sostituisce, usurpandogli il diritto di decidere che cosa è bene e che cosa è male, di dare la vita e la morte. Purtroppo però questo triste fenomeno non è circoscritto ai lager. Essi sono piuttosto la punta culminante di una realtà ampia e diffusa, spesso dai confini sfuggenti”.

Tale realtà è appunto l’antitesi emersa con chiarezza “alla fine del secondo millennio” , l’opposizione fra umanesimo ateo e umanesimo cristiano, fra santità e nichilismo.

“Da una parte – ha continuato il papa -  ci sono filosofie e ideologie, ma sempre più anche modi di pensare e di agire, che esaltano la libertà quale unico principio dell’uomo, in alternativa a Dio, e in tal modo trasformano l’uomo in un dio, che fa dell’arbitrarietà il proprio sistema di comportamento. Dall’altra, abbiamo appunto i santi, che, praticando il Vangelo della carità, rendono ragione della loro speranza; essi mostrano il vero volto di Dio, che è Amore, e, al tempo stesso, il volto autentico dell’uomo, creato a immagine e somiglianza divina”.

Benedetto XVI ha citato anche santa Chiara e soprattutto i martiri san Ponziano papa e il diacono san Lorenzo. Come all’Angelus della settimana scorsa, egli vuole indicare questi santi e martiri “nel contesto dell’Anno Sacerdotale”, perché siano esempio ai presbiteri.

“Quali meravigliosi modelli di santità la Chiesa ci propone! Questi santi sono testimoni di quella carità che ama ‘sino alla fine’, e non tiene conto del male ricevuto, ma lo combatte con il bene (cfr 1Cor 13,4-8). Da essi possiamo apprendere, specialmente noi sacerdoti, l’eroismo evangelico che ci spinge, senza nulla temere, a dare la vita per la salvezza delle anime. L’amore vince la morte!”.

E, prima della recita della preghiera mariana, egli ha concluso: “Cari fratelli e sorelle, preghiamo la Vergine Maria, perché ci aiuti tutti – in primo luogo noi sacerdoti – ad essere santi come questi eroici testimoni della fede e della dedizione di sé sino al martirio. È questo l’unico modo per offrire alle istanze umane e spirituali, che suscita la crisi profonda del mondo contemporaneo, una risposta credibile ed esaustiva : quella della carità nella verità”.

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buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno dierama_erectum_c91

Angel’s Fishing Rod (erectum)

http://www.floralimages.co.uk/index_1.htm

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Omelia per il 26 ottobre 2010

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/5447.html

Omelia (25-10-2005) 
Eremo San Biagio

Dalla Parola del giorno
Gesù diceva: «A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo rassomiglierò? E’ simile a un granellino di senapa, che un uomo ha preso e gettato nell’orto; poi è cresciuto e diventato un arbusto, e gli uccelli del cielo si sono posati tra i suoi rami».

Come vivere questa Parola?
Nella parabola del granellino di senapa, a primo acchito, colpisce la traiettoria dell’infinitamente piccolo: il seme, che si fa via via sempre più grande fino a diventare un albero maestoso. E si dice: è figura del Regno che cresce! C’è tuttavia un aspetto che solitamente passa inosservato: quel piccolo seme è la manifestazione della grandezza di Dio. « Quale Dio è grande come il nostro Dio? » – esclama il salmista con stupore. Nessuno può competere con la sua grandezza. Eppure, allorché pone la sua tenda in mezzo a noi, assume la piccolezza del granello di senapa. Cioè il tono della semplicità fragile disarmante, tanto da essere considerato trascurabile e marginale.
Perché? Questa scelta di Dio dice che il suo Regno germoglia soltanto nella sobrietà ordinaria del nostro quoti-diano, nella terra del cuore. Qui accogliamo il seme del suo farsi carne dentro di noi perché in noi il Regno cresca fino a renderci capaci di ospitare altri all’ombra di scelte evangeliche alternative e profondamente vere.
Certo, tutto questo è possibile se ci fidiamo della Parola di Gesù, di questa sua semina che non fa notizia né suscita scalpore, fino a sembrare addirittura irrilevante.

Oggi, dunque, nel mio rientro al cuore chiedo al Signore che mi doni il gusto di una vita semplificata, sobria, ordinaria, pronta ad accogliere il seme della Parola che cresce e si sviluppa a misura della mia fiducia.

Donaci, Signore, un cuore semplice, capace di scorgere in noi e attorno a noi il seme del Regno che si muove, germoglia e cresce. Un seme, una piccola cosa, che raccoglie e custodisce ogni vera grandezza.

La voce di un pensatore cristiano
Spinto da un milione di ali di fuoco accese dall’uomo, il razzo si fa un tunnel nel cielo, e tutti acclamano.
Spinta da un solo pensiero di Dio, la piantina si fa strada con urgenza nello spessore nero, e quando ha bucato il cielo pesante del suolo e si lancia su verso gli spazi esterni, neanche uno le batte le mani.
Marcie Hans 

Presenza biblica nella poesia e cultura di Leopardi

dal sito:

http://www.gesuiti.it/moscati/Ital2/Leopardi_Bortone.html

Presenza biblica nella poesia e cultura di Leopardi

Giuseppe Bortone s.j.

[Articolo pubblicato sui nn.2 e 3 del Gesù Nuovo, 2006]

1.1 – Introduzione

Nel 1998 è stato festeggiato il bicentenario della nascita di Leopardi, il lirico, universale cantore dell’Io profondo, l’appassionato Giobbe della poesia italiana, come l’hanno definito Gioberti, De Sanctis e Carducci. Leopardi è stato studiato in tutti i suoi aspetti: la poesia, gli scritti, la personalità, ecc. In un saggio sintetico voglio delineare le varie ipotesi prospettate dagli studiosi e da me sul tipo di religiosità che si annidava nel suo animo e sulla presenza rilevante della Bibbia nella cultura, nella poesia e nella sua formazione umano-religiosa. Leopardi era un uomo esasperato dal dolore e dall’ultrarigorismo della madre, ma anche teso verso quegli « interminati spazi » in cui gli era dolce « naufragare ».
Il presente saggio, come risulta dal titolo, si compone di due parti, apparentemente slegate ma intrecciate fra loro: difatti la lettura impegnata della Bibbia, le molteplici pagine in cui si percepisce il suo legame con il Cristianesimo, prima e dopo il 1816, e insieme le svariate dichiarazioni di anticristianesimo, fanno sorgere il problema sul tipo di cristianesimo, di religiosità, presenti nella vita e nelle opere di Giacomo Leopardi.
Al di là del periodo 1798-1816, in cui vi è accordo fra pratica cristiana ed opere scritte, nel periodo successivo si nota un contrasto, a volte stridente, fra vita privata e pensiero ufficiale: si pensi alle Operette Morali, alla Ginestra, etc. Il problema sarà affrontato nella seconda parte, con il confronto tra le varie prospettive.
Purtroppo nella Critica e Saggistica italiana l’aspetto biblico è stato glissato per molto tempo, in forza della scomparsa secolare della Bibbia dal popolo cristiano e dalla cultura ufficiale italiana. Interessante a questo proposito il volume di Gigliola Fragnito, La Bibbia al rogo, edito dal Mulino, Bologna. Su un piano più divulgativo si pone l’articolo di Ranieri Polese apparso sul Corriere della Sera del 5-3-1998, dove si riferiscono alcune osservazioni del prof. Carlo Ossola, docente di Letteratura Italiana presso l’Università di Torino. Secondo Ossola l’assenza della Bibbia, dopo il Concilio Tridentino, ha prodotto « un generale impoverimento culturale » sia nella religiosità popolare sia nella stessa Letteratura italiana.
Per esempio gli stessi Promessi Sposi, alta espressione della visione cristiana, sono impregnati di Morale cattolica, di Provvidenza, di frati, di vescovi, di santi, di filosofia, di cultura classica, ma riecheggiano poco o niente la Bibbia. Un’eccezione si verifica negli Inni Sacri dello stesso Manzoni: ma lì la presenza biblica si giustifica con l’atmo-sfera liturgica in cui essi sono immersi.
Invece la diretta presenza biblica si realizza nella Letteratura novecentesca, per l’ampio sviluppo degli studi biblici di questo secolo: si pensi a Rebora, Papini, Ungaretti, Mario Luzi, Betocchi, Diego Fabbri, Testori (Interrogatorio a Maria, Factum est…), ai registi Rossellini (Gli Atti degli Apostoli), Pasolini (Il Vangelo secondo Matteo), Olmi (Genesi).
Anche nella Saggistica emerge l’interesse per la Bibbia: accanto all’impostazione sociologica di Asor Rosa (Scrittori e Popolo), si pongono volumi di ben altro taglio: Auerbach con la dottrina del « Figuralismo » derivata dalla Bibbia, Cacciari (Trattato sugli Angeli), Guido Ceronetti ed Erri De Luca con le loro traduzioni bibliche, l’esimio prof. Carlo Bo, Divo Barsotti (La Religione di Giacomo Leopardi) etc.
Ossola giunge a questa conclusione: « I lettori oggi cercano la Bibbia, perché essa presenta ragioni di vita e di morte, modi di abitare e di rifiutare il mondo; s’interroga con « Giobbe » sui grandi temi dell’esistenza ed esprime la sua sete di unione, armonia, attraverso il « Cantico dei Cantici ».
Una grande eccezione all’assenza biblica nella Letteratura dell’800 è costituita da Leopardi, che leggeva la Bibbia in ebraico e greco e la riecheggiava, sia pure a volte adulterandola, nei suoi scritti: dallo Zibaldone ai Canti, alle Operette Morali.
Ecco alcuni esempi di distorsione biblica in Leopardi: egli mutua il « Vanitas Vanitatum et omnia Vanitas » del Qohelet, ma tace sul punto fermo proclamato dall’Ecclesiaste: Dio. Invece il Kempis ha capito l’insieme dell’opera e l’ha sintetizzato nel celebre aforisma: « Vanitas Vanitatum et omnia Vanitas, praeter amare Deum et illi soli servire » (De Imitatione Christi I,1).
Ugualmente Leopardi dà continuo risalto alle domande angoscianti di Giobbe, ma riferisce poco o niente delle risposte di Dio (Giobbe 38-41) e soprattutto tace l’intervento provvidenziale di Dio, con cui si conclude il libro.
Allo stesso modo non si capisce bene il senso dato a Giovanni 3,19, posto come esergo alla Ginestra. Su questa linea va rilevato un altro abbaglio: usa l’opposizione radicale di S.Giovanni evangelista tra Cristo ed il mondo, per maledire la società, la storia civile, il mondo e gli uomini, pur sentendosi cristiano. Ma S.Giovanni usa la parola « mondo » come equivalente di « male morale, corruzione, peccato »: invece Leopardi usa « mondo » come equivalente di « società, storia, uomini » (cfr Zibaldone 112 e Pensiero LXXXIV).
Nei nn. 432-33 dello Zibaldone, stravolgendo a mio parere la narrazione genesiaca sul peccato originale, ne deduce che il Cristianesimo mortifica la ragione. Leopardi effettua un altro stravolgimento nell’interpretazione della parabola degli operai, chiamati nelle varie ore della giornata (Matteo 20,1 ss.).
Le sue riflessioni sono inesatte, perché egli non inquadra la parabola nel versetto del cap.19 (cfr Zibaldone 1201): « Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi » (Matteo 19,30). Ed ecco il brano di Leopardi: « Perché la parzialità è sempre odiosa e intollerabile, quando anche colui che favorisce o benefica alcuno più degli altri, non tolga niente agli altri del loro dovuto, […] né li disfavorisca in alcun modo? Per l’odio naturale dell’uomo verso l’uomo, inseparabile dall’amor proprio. E vedi in questo proposito la parabola del padre di famiglia e degli operai del Vangelo (Matteo 20, ss) » (1).
A volte, come osserva il Timpanaro in Classicismo e Illuminismo nell’800 italiano (p.210), Leopardi interpreta in modo irrazionalistico il Cristianesimo: cfr Zibaldone 2481-2482 e 2456-2457, dove si addebita al Cristianesimo l’abbassamento della morale umana, perché prospetta ideali troppo elevati (Giacomo Leopardi: il problema delle fonti,a cura di Frattini, p.48).
È triste che un genio così elevato emetta simili giudizi piuttosto strani; v’è però una spiegazione possibile: l’enorme valanga di dolori fisici e psicologici abbattutasi su di lui e l’incarnazione di un becero Cristianesimo ultrarigorista in sua madre (Zibaldone 353-356).
Chiusa questa necessaria digressione, « ad inceptum redeo » (Sallustio). Divo Barsotti, nel volume La religione di Leopardi (ed. Morcelliana, Brescia), dedica l’intero capitolo 14 al rapporto tra Bibbia e Leopardi, sottolineando la vasta presenza nella sua opera di Giobbe e Qohelet, attribuito da Leopardi a Salomone. Ugualmente ritorna la Genesi nella « Storia del genere umano », primo dialogo delle Operette Morali e nell’Inno ai Patriarchi del luglio 1822.
Del 1990 è il volume G.Leopardi: il problema delle fonti, ed. Coletti, a cura del prof. Frattini: qui il saggio del Casoli è dedicato alle fonti bibliche. Nel 1998 è uscito il volume di Niccoli-Salvarani: In difesa di Giobbe e Salomone. Leopardi e la Bibbia, ed. Diabasis, Reggio Emilia, recensito da Elena Loewenthal sul « Sole 24ore » del 26-6-1998.
La rivista « Humanitas », ed. Morcelliana, ha dedicato due numeri al centenario leopardiano con vari saggi: al rapporto Leopardi-Giobbe e Leopardi-Qohelet sono dedicati i due saggi del prof. Moretto e di Roberto Gatti. Del 1975 è il volume di G.Casoli: Dio in Leopardi. Ateismo o Nostalgia del divino?, ripubblicato nel 1988 da Città Nuova-Editrice.
Sulla rivista Il Regno-Attualità del 15-9-98, Alessandra Dioriti pubblica il saggio « Per questa valle », dove sfiora l’argomento. Non ne riesco a condividere la conclusione secondo cui Leopardi assumerebbe una posizione radicalmente negativa verso Dio, l’al di là e il Cristianesimo. Basterebbe leggere l’Epistolario del periodo napoletano ed i documenti sulla sua morte, per assumere posizioni più sanamente problematiche e meno assiomatiche.
Un’altra interessante e critica pubblicazione sul Cristianesimo di Leopardi ed il suo rapporto con la Bibbia è l’opera di Antimo Negri, ordinario di Storia della filosofia a Tor Vergata, Roma. L’opera s’intitola: Leopardi: un’esperienza cristiana. Qui l’ampio capitolo II è dedicato alla presenza biblica nelle prime opere, nei Canti, nelle Operette Morali, nello Zibaldone e in varie poesie giovanili, come Per il giorno delle ceneri, Per il Santo Natale, Il Diluvio Universale, Appressamento della morte del 1816; infine nel Trionfo della Verità, con richiamo al I libro dei Re, cap.18, dove si narra la vittoria di Elia sui profeti di Baal.

3. 1 – Bibbia e opere bibliche nella biblioteca di Leopardi

Leopardi tratta in vari punti dello Zibaldone il tema dell’imitazione: nei nn. 3 e 6 afferma che il diletto delle Belle Arti non è dato dal Bello ma dall’imitazione, anche se questa è difficile (n. 8); la facoltà imitativa è una delle principali dell’ingegno umano (nn. 1364-1365): tuttavia l’imitazione non deve uccidere l’originalità dell’artista che s’ispira e perciò, se questi vuol creare una nobile letteratura nazionale, il testo letto ed ammirato dev’essere incarnato, conformato al luogo, al tempo, alle persone cui l’artista imitatore s’indirizza (nn. 3463-64).
Fra le opere imitate dal Recanatese occupa un posto rilevante la Bibbia, anche se a volte è adattata al proprio pensiero, stato d’animo o ribellione interna: ma questo fa parte della sua teoria sulla libera imitazione, come si è detto.
Leopardi da giovane studia ebraico e greco, legge la Bibbia in ebraico, in greco, in latino. Nella sua biblioteca vi è la Bibbia poliglotta (Londra 1657); vi è la Bibbia latino-francese di Liegi, 1701; vi sono diverse traduzioni in ebraico della Bibbia dal secolo XVI al XVIII; vi sono varie edizioni della Vulgata con le revisioni di Sisto V e Clemente VIII. Vi sono studi sulla Bibbia: da L’istoria santa dell’Antico Testamento del Granelli (Venezia 1792) alle Regole per intendere le Sacre Scritture di Jean Guet (Padova 1738).
Si ritrovano opere letterarie ispirate alla Bibbia: Il Paradiso perduto di Milton, il Messias di Klopstock; da questi letterati impara a gustare il sapore omerico della Bibbia, che lo avrebbe indotto a scrivere nei nn. 3543 e 1028 dello Zibaldone: « Nella Bibbia bisogna considerare l’immaginazione orientale e l’immaginazione antichissima e la straordinaria forza (poetica) che sprigiona dai Salmi, dal Cantico, dai Profeti » o « La Bibbia e Omero sono i due gran fonti dello scrivere, così Dante nell’italiano » (A. Negri, op. cit. pp. 46-49).
Un esempio concreto che realizza la teoria leopardiana dell’imitazione è la poesia Imitazione, in cui il poeta traduce la nota composizione La Feuille di Antonio Arnault (cfr. Leopardi, Canti, a cura di Fubini, pp. 257-58). A questo tipo di impostazione mi sembra ispirarsi Quasimodo, nella sua traduzione dei lirici greci e latini.
Dal numero 395 al 401 Leopardi disquisisce ampiamente sui primi capitoli della Genesi e in particolare sul « Peccato Originale », affermando che esso consiste nell’uso eccessivo della ragione: l’uomo non seppe contentarsi delle cognizioni raggiungibili con la mente propria e la Rivelazione, ma volle superare ogni limite, nell’intento di apprendere tutta la scienza del bene e del male, anzi apprenderla solo con la ragione; da ciò Leopardi deriva che la ragione e la scienza sono fonti di infelicità. In questo modo egli si oppone all’Illuminismo, che riponeva una fiducia totale nella ragione e nella scienza. Come si vede Leopardi non solo legge la Bibbia, ma ne disquisisce con interessanti meditazioni.
Nei nn. 132, 881-82, 920, 1230, 1441-44, 1637, 1639, 1710-11, 2627, 3342, ragiona sugli Ebrei, sul Popolo eletto da cui nasce la Bibbia: tra l’altro sottolinea il loro spirito di casta, l’intreccio tra politica e religione e la loro frequente opposizione agli stranieri. Nel contesto di queste affermazioni generali, Leopardi annota le sue riflessioni particolari sui vari libri biblici che legge: sul piano stilistico e concettuale.
Con questo metodo nei nn. 433-35 e 2939-2941 disquisisce sulla Genesi con lo stravolgimento di cui ho parlato prima. Però fa giustamente notare che la tradizione sul peccato di origine e conseguente decadenza dell’uomo si ritrova anche presso altri popoli. Noi oggi possiamo confermare pienamente questa intuizione leopardiana, comparando la Genesi e il poema « Ghilgamesh ».
Nei nn. 507 e 3343 stila i suoi giudizi su Giobbe, rilevando il suo sfogo, quasi la sua bestemmia contro Dio, contro la propria esistenza, perché esasperato dal dolore e sottolineando l’abbandono da parte di amici e familiari, perché colpito da Dio anche nella sua persona fisica: ciò supponeva una sua colpevolezza.
Ecco il brano leopardiano: « Una malattia, un naufragio, oltre tali disgrazie provenienti più dirittamente dalla natura erano segni più che mai certi dell’odio divino. [...] Qua si deve riferire l’infamia pubblica in cui erano i lebbrosi appresso gli Ebrei… Gli amici e la moglie di Giobbe lo stimarono uno scellerato, com’ei lo videro percosso da tante disgrazie, benché testimoni dell’innocenza della passata sua vita. I Barbari dell’isola di Malta, vedendo l’apostolo Paolo naufrago… e assalito da una vipera, lo stimarono un omicida che la divina vendetta perseguitasse per ogni dove » (Atti degli Apostoli, 28, 36).
Questa era una concezione degli Ebrei ed anche della civiltà greco-romana: si pensi al Prometeo incatenato di Eschilo o all’Enea nella tempesta, come narra Virgilio nel I libro dell’Eneide. Ma soprattutto in Giobbe Leopardi adombra la propria tragedia: giustamente Carducci definì Leopardi « il Giobbe della letteratura e del pensiero italiani » (cfr. Opere-Ediz. Nazionale, vol. XX, pag. 221, ed. Zanichelli, 1937).
Questa intuizione è stata ripresa da Gioanola in Leopardi, la Malinconia, pp. 247 e 394-95. A Giobbe Leopardi ha dedicato un frammento poetico dalla data incerta e oggi riportato in Poesie e Prose, vol. 1, pag. 600, Mondadori, 1994.
Manoscritto del canto « A Silvia », con correzioni autografe.
Nei nn. 1710-11 si parla della legge giudaica; in molti paragrafi si disquisisce della lingua ebraica, della sua povertà linguistica (nn. 806, 1969, 2005-7, 2909-2913) per l’assenza dei composti ma anche della forza sinestetica insita in molte parole, per cui suscitano varietà di concetti e di emozioni. Leopardi apprende bene questa lezione e cerca di inserire parole sinestetiche nella sua poesia, attraverso un’austera ascesi del linguaggio poetico: si pensi alla redazione conclusiva di « ridenti e fuggitivi » riferiti agli occhi di Silvia o di « interminati spazi » riferiti all’Infinito.
Nei nn. 336-37 si esprimono impressioni, valutazioni negative e positive sul Nuovo Testamento, sul Cristianesimo: rilevando, tuttavia, la forza interiore del Cristianesimo, che vivificò il pensiero ormai languido della civiltà greco-romana. Vari paragrafi sono dedicati a S.Paolo: nel 3343 chiama « barbari » i Maltesi perché non seppero accogliere bene S.Paolo, naufragato sulle loro coste.
In 1443-44 si sottolinea l’intimo intreccio fra religiosità ebraica e Tempio, fra religione e nazionalismo presso gli Ebrei; interessante il n. 1849, dove Leopardi afferma che i popoli meridionali brillano nella filosofia, nell’indagine metafisica: tra questi popoli meridionali egli annovera gli Ebrei, la loro Bibbia, ed elogia due libri di profonda filosofia: l’Ecclesiaste, attribuito a Salomone, ed il Siracide.
Giusto il rilievo leopardiano: del resto, anche in Italia la maggioranza dei grandi filosofi proviene dal Meridione: da S.Tommaso d’Aquino a Vico, ai filosofi rinascimentali, sino a Gentile e Croce. Due paragrafi, 1201 e 1639, sono dedicati al Vangelo; purtroppo, come ho già detto, Leopardi prende un abbaglio sul cap. XX di Matteo: nei nn. 1639-45 il Recanatese si addentra in un ginepraio di riflessioni sulla « Legge Nuova », il comandamento dell’amore proclamato da Gesù. Dopo vari ragionamenti, colpisce la frase conclusiva, in cui Leopardi afferma che « la Religion Cristiana resta tutta in piedi… vera e necessaria: però dipendentemente dall’arbitrio (volontà) di Dio che stabilì la Natura in questa tal guisa ». Le suddette elucubrazioni furono stilate nel 1821.
Al di là delle riflessioni personali sui vari libri, Leopardi si rifà alla Bibbia anche nei suoi saggi filosofico-culturali: si ricollega ai primi capitoli della Genesi nel Saggio sopra gli errori popolari degli antichi: qui nel capitolo II viene bollato il politeismo di Omero, mentre si esalta il monoteismo biblico: monoteismo che riscontra anche in filosofi antichi, come Senofane, una cui sentenza è riportata da Clemente Alessandrino: « Unico e solo fra gli uomini e i Numi massimo è il Dio ».
Tuttavia, secondo Leopardi, una qualche traccia di politeismo potrebbe riemergere da Genesi 3, 22: « Ecce Adam quasi unus ex nobis factus est, sciens bonum et malum « . Giustamente A.Negri (op. cit. pp. 50) ed altri biblisti fanno notare che questo brano va inquadrato in Esodo XX, 3; Deuter. XIII, 2; Primo Samuele 12, 2021; Ger. 7, 6-25, dove si afferma chiaro il monoteismo: quindi l’espressione genesiaca potrebbe interpretarsi come plurale maiestatico. Indubbiamente i vari abbagli di esegesi destano stupore in un alto ingegno come Leopardi: bastava leggere il v. 23 dello stesso cap. III dove ritorna l’espressione al singolare: « Il Signore Iddio ».
Chiudo questo capitolo con un rapido accenno alla Speranza: tema ampiamente sviluppato dal Recanatese, che ne sottolinea vari aspetti positivi. Così nel n.1545 si afferma che « senza la speranza non si può assolutamente vivere »; nel n.105 si nota che nella Speranza il bene lontano è sempre maggiore del presente; nel n.85 si rileva che il tempo vero della Speranza è tra la fanciullezza e la giovinezza: perciò queste due età sono le più felici. Questa visione sostanzialmente positiva della suddetta virtù sembra riecheggiare le molte pagine bibliche dedicate ad essa.
Si pensi all’Epistola ai Romani di S.Paolo: 5, 1-5. Per altri brani biblici sulla Speranza, cfr. Bibbia di Gerusalemme, la nota lunga che si estende da p. 2425 a p. 2426. Da ricordare anche il celebre entimema leopardiano sulla Speranza che si trova nei nn. 4145-4146: « Vivo, dunque spero ».
La Speranza è insita nell’essenza della vita sia per la Bibbia, sia per Leopardi. Il poeta scrive le sue osservazioni anche su alcuni personaggi biblici, come Mosè (1639-1640), il Siracide (1176), Gesù di Nazareth, Paolo di Tarso (n° 3342 e parecchi altri). Su Gesù (nn. 1639-1640) Leopardi mette in rilievo la sua consonanza (cfr. il Decalogo) e insieme il superamento della stessa Legge Mosaica: così richiama l’amore dei nemici, elogiato come idea veramente nuova dal Recanatese (n. 1640).

Note:
1. Zibaldone, a cura di F. Flora, ed. Mondadori, n.1201.

Publié dans:letteratura |on 25 octobre, 2010 |Pas de commentaires »

buona notte

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Rock Hyrax

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Omelia per il 25 ottobre 2010

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/8395.html

Omelia (30-10-2006) 
Monaci Benedettini Silvestrini

Donna, sei libera dalla tua infermita’

Il miracolo del Vangelo di oggi, la guarigione di una donna incurvata dalla malattia da diciotto anni, è narrato solamente da Luca. Era giorno di sabato. Gesù vide la donna e la chiamò a sé, dicendole: « Donna, sei libera dalla tua infermità ». Subito, come si poteva immaginare, il capo della sinagoga si sdegnò, perché Gesù aveva operato la guarigione proprio nel giorno di sabato, giorno di festa e di assoluto riposo. E Gesù replicò: « Ipocriti, non scioglie forse, di sabato, ciascuno di voi il bue o l’asino dalla mangiatoia per condurlo a bere? E questa figlia di Abramo, malata da diciotto anni, non doveva essere sciolta solo perché è sabato? » D’altro canto la guarigione operata di sabato – Gesù volutamente in questa circostanza parte di sua iniziativa – offre l’occasione per affermare l’aspetto centrale del suo messaggio. Non è una opposizione al sabato in quanto tale – il regno di Dio c’è già ed è all’opera nel mondo – ma è una asserzione della gloria e del culto di Dio per la liberazione dell’uomo da ogni schiavitù. Se prima l’evangelista aveva riferito che la donna appena guarita da Gesù glorificava Dio, adesso conclude dicendo: « La folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute. Da quello che si può notare a prima vista, il popolo, grazie al suo istinto religioso, avverte una viva presenza di Dio più degli esperti, strettamente formalizzati sul legalismo. Questa pagina del Vangelo non è soltanto una pagina che ci permette di ammirare Cristo nella sua missione di liberazione da ogni schiavitù, e di donare a tutti la libertà dei figli di Dio, ma è soprattutto un invito ad assumere le nostre responsabilità. Siamone coscienti di quella libertà donataci per non ricadere nella propria schiavitù. Il Padre, offrendo suo Figlio, è tutto incurvato sull’uomo, e ogni uomo incurvato, per sua grazia si può raddrizzare e così riflettere la gloria del Figlio. 

buona notte e buona domenica

buona notte e buona domenica dans immagini buon...notte, giorno rhododendron_racemosum_dfd

Rhododendron (racemosum)

http://www.floralimages.co.uk/page.php?taxon=rhododendron_racemosum,1

Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 24 octobre, 2010 |Pas de commentaires »

Il fariseo ed il pubblicano

Il fariseo ed il pubblicano  dans immagini sacre 30102007

http://www.dipingilapace.it/lettere/anno%202007/pagine/Lettera%20Dal%20Borgo%20della%20Pace%20Dipingi%20La%20Pace%2030.10.07.htm

Publié dans:immagini sacre |on 23 octobre, 2010 |Pas de commentaires »
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