Archive pour octobre, 2010

Papa Benedetto: San Francesco d’Assisi (27 gennaio 2010)

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2010/documents/hf_ben-xvi_aud_20100127_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 27 gennaio 2010  

San Francesco d’Assisi

Cari fratelli e sorelle,

in una recente catechesi, ho già illustrato il ruolo provvidenziale che l’Ordine dei Frati Minori e l’Ordine dei Frati Predicatori, fondati rispettivamente da san Francesco d’Assisi e da san Domenico da Guzman, ebbero nel rinnovamento della Chiesa del loro tempo. Oggi vorrei presentarvi la figura di Francesco, un autentico “gigante” della santità, che continua ad affascinare moltissime persone di ogni età e di ogni religione.

“Nacque al mondo un sole”. Con queste parole, nella Divina Commedia (Paradiso, Canto XI), il sommo poeta italiano Dante Alighieri allude alla nascita di Francesco, avvenuta alla fine del 1181 o agli inizi del 1182, ad Assisi. Appartenente a una ricca famiglia – il padre era commerciante di stoffe –, Francesco trascorse un’adolescenza e una giovinezza spensierate, coltivando gli ideali cavallereschi del tempo. A vent’anni prese parte ad una campagna militare, e fu fatto prigioniero. Si ammalò e fu liberato. Dopo il ritorno ad Assisi, cominciò in lui un lento processo di conversione spirituale, che lo portò ad abbandonare gradualmente lo stile di vita mondano, che aveva praticato fino ad allora. Risalgono a questo periodo i celebri episodi dell’incontro con il lebbroso, a cui Francesco, sceso da cavallo, donò il bacio della pace, e del messaggio del Crocifisso nella chiesetta di San Damiano. Per tre volte il Cristo in croce si animò, e gli disse: “Va’, Francesco, e ripara la mia Chiesa in rovina”. Questo semplice avvenimento della parola del Signore udita nella chiesa di S. Damiano nasconde un simbolismo profondo. Immediatamente san Francesco è chiamato a riparare questa chiesetta, ma lo stato rovinoso di questo edificio è simbolo della situazione drammatica e inquietante della Chiesa stessa in quel tempo, con una fede superficiale che non forma e non trasforma la vita, con un clero poco zelante, con il raffreddarsi dell’amore; una distruzione interiore della Chiesa che comporta anche una decomposizione dell’unità, con la nascita di movimenti ereticali. Tuttavia, in questa Chiesa in rovina sta nel centro il Crocifisso e parla: chiama al rinnovamento, chiama Francesco ad un lavoro manuale per riparare concretamente la chiesetta di san Damiano, simbolo della chiamata più profonda a rinnovare la Chiesa stessa di Cristo, con la sua radicalità di fede e con il suo entusiasmo di amore per Cristo. Questo avvenimento, accaduto probabilmente nel 1205, fa pensare ad un altro avvenimento simile verificatosi nel 1207: il sogno del Papa Innocenzo III. Questi vede in sogno che la Basilica di San Giovanni in Laterano, la chiesa madre di tutte le chiese, sta crollando e un religioso piccolo e insignificante puntella con le sue spalle la chiesa affinché non cada. E’ interessante notare, da una parte, che non è il Papa che dà l’aiuto affinché la chiesa non crolli, ma un piccolo e insignificante religioso, che il Papa riconosce in Francesco che Gli fa visita. Innocenzo III era un Papa potente, di grande cultura teologica, come pure di grande potere politico, tuttavia non è lui a rinnovare la Chiesa, ma il piccolo e insignificante religioso: è san Francesco, chiamato da Dio. Dall’altra parte, però, è importante notare che san Francesco non rinnova la Chiesa senza o contro il Papa, ma solo in comunione con lui. Le due realtà vanno insieme: il Successore di Pietro, i Vescovi, la Chiesa fondata sulla successione degli Apostoli e il carisma nuovo che lo Spirito Santo crea in questo momento per rinnovare la Chiesa. Insieme cresce il vero rinnovamento.

Ritorniamo alla vita di san Francesco. Poiché il padre Bernardone gli rimproverava troppa generosità verso i poveri, Francesco, dinanzi al Vescovo di Assisi, con un gesto simbolico si spogliò dei suoi abiti, intendendo così rinunciare all’eredità paterna: come nel momento della creazione, Francesco non ha niente, ma solo la vita che gli ha donato Dio, alle cui mani egli si consegna. Poi visse come un eremita, fino a quando, nel 1208, ebbe luogo un altro avvenimento fondamentale nell’itinerario della sua conversione. Ascoltando un brano del Vangelo di Matteo – il discorso di Gesù agli apostoli inviati in missione –, Francesco si sentì chiamato a vivere nella povertà e a dedicarsi alla predicazione. Altri compagni si associarono a lui, e nel 1209 si recò a Roma, per sottoporre al Papa Innocenzo III il progetto di una nuova forma di vita cristiana. Ricevette un’accoglienza paterna da quel grande Pontefice, che, illuminato dal Signore, intuì l’origine divina del movimento suscitato da Francesco. Il Poverello di Assisi aveva compreso che ogni carisma donato dallo Spirito Santo va posto a servizio del Corpo di Cristo, che è la Chiesa; pertanto agì sempre in piena comunione con l’autorità ecclesiastica. Nella vita dei santi non c’è contrasto tra carisma profetico e carisma di governo e, se qualche tensione viene a crearsi, essi sanno attendere con pazienza i tempi dello Spirito Santo.

In realtà, alcuni storici nell’Ottocento e anche nel secolo scorso hanno cercato di creare dietro il Francesco della tradizione, un cosiddetto Francesco storico, così come si cerca di creare dietro il Gesù dei Vangeli, un cosiddetto Gesù storico. Tale Francesco storico non sarebbe stato un uomo di Chiesa, ma un uomo collegato immediatamente solo a Cristo, un uomo che voleva creare un rinnovamento del popolo di Dio, senza forme canoniche e senza gerarchia. La verità è che san Francesco ha avuto realmente una relazione immediatissima con Gesù e con la parola di Dio, che voleva seguire sine glossa, così com’è, in tutta la sua radicalità e verità. E’ anche vero che inizialmente non aveva l’intenzione di creare un Ordine con le forme canoniche necessarie, ma, semplicemente, con la parola di Dio e la presenza del Signore, egli voleva rinnovare il popolo di Dio, convocarlo di nuovo all’ascolto della parola e all’obbedienza verbale con Cristo. Inoltre, sapeva che Cristo non è mai “mio”, ma è sempre “nostro”, che il Cristo non posso averlo “io” e ricostruire “io” contro la Chiesa, la sua volontà e il suo insegnamento, ma solo nella comunione della Chiesa costruita sulla successione degli Apostoli si rinnova anche l’obbedienza alla parola di Dio.

E’ anche vero che non aveva intenzione di creare un nuovo ordine, ma solamente rinnovare il popolo di Dio per il Signore che viene. Ma capì con sofferenza e con dolore che tutto deve avere il suo ordine, che anche il diritto della Chiesa è necessario per dar forma al rinnovamento e così realmente si inserì in modo totale, col cuore, nella comunione della Chiesa, con il Papa e con i Vescovi. Sapeva sempre che il centro della Chiesa è l’Eucaristia, dove il Corpo di Cristo e il suo Sangue diventano presenti. Tramite il Sacerdozio, l’Eucaristia è la Chiesa. Dove Sacerdozio e Cristo e comunione della Chiesa vanno insieme, solo qui abita anche la parola di Dio. Il vero Francesco storico è il Francesco della Chiesa e proprio in questo modo parla anche ai non credenti, ai credenti di altre confessioni e religioni.

Francesco e i suoi frati, sempre più numerosi, si stabilirono alla Porziuncola, o chiesa di Santa Maria degli Angeli, luogo sacro per eccellenza della spiritualità francescana. Anche Chiara, una giovane donna di Assisi, di nobile famiglia, si mise alla scuola di Francesco. Ebbe così origine il Secondo Ordine francescano, quello delle Clarisse, un’altra esperienza destinata a produrre frutti insigni di santità nella Chiesa.      

Anche il successore di Innocenzo III, il Papa Onorio III, con la sua bolla Cum dilecti del 1218 sostenne il singolare sviluppo dei primi Frati Minori, che andavano aprendo le loro missioni in diversi paesi dell’Europa, e persino in Marocco. Nel 1219 Francesco ottenne il permesso di recarsi a parlare, in Egitto, con il sultano musulmano Melek-el-Kâmel, per predicare anche lì il Vangelo di Gesù. Desidero sottolineare questo episodio della vita di san Francesco, che ha una grande attualità. In un’epoca in cui era in atto uno scontro tra il Cristianesimo e l’Islam, Francesco, armato volutamente solo della sua fede e della sua mitezza personale, percorse con efficacia la via del dialogo. Le cronache ci parlano di un’accoglienza benevola e cordiale ricevuta dal sultano musulmano. È un modello al quale anche oggi dovrebbero ispirarsi i rapporti tra cristiani e musulmani: promuovere un dialogo nella verità, nel rispetto reciproco e nella mutua comprensione (cfr Nostra Aetate, 3). Sembra poi che nel 1220 Francesco abbia visitato la Terra Santa, gettando così un seme, che avrebbe portato molto frutto: i suoi figli spirituali, infatti, fecero dei Luoghi in cui visse Gesù un ambito privilegiato della loro missione. Con gratitudine penso oggi ai grandi meriti della Custodia francescana di Terra Santa.

Rientrato in Italia, Francesco consegnò il governo dell’Ordine al suo vicario, fra Pietro Cattani, mentre il Papa affidò alla protezione del Cardinal Ugolino, il futuro Sommo Pontefice Gregorio IX, l’Ordine, che raccoglieva sempre più aderenti. Da parte sua il Fondatore, tutto dedito alla predicazione che svolgeva con grande successo, redasse una Regola, poi approvata dal Papa.

Nel 1224, nell’eremo della Verna, Francesco vede il Crocifisso nella forma di un serafino e dall’incontro con il serafino crocifisso, ricevette le stimmate; egli diventa così uno col Cristo crocifisso: un dono, quindi, che esprime la sua intima identificazione col Signore.

La morte di Francesco – il suo transitus – avvenne la sera del 3 ottobre 1226, alla Porziuncola. Dopo aver benedetto i suoi figli spirituali, egli morì, disteso sulla nuda terra. Due anni più tardi il Papa Gregorio IX lo iscrisse nell’albo dei santi. Poco tempo dopo, una grande basilica in suo onore veniva innalzata ad Assisi, meta ancor oggi di moltissimi pellegrini, che possono venerare la tomba del santo e godere la visione degli affreschi di Giotto, pittore che ha illustrato in modo magnifico la vita di Francesco.

È stato detto che Francesco rappresenta un alter Christus, era veramente un’icona viva di Cristo. Egli fu chiamato anche “il fratello di Gesù”. In effetti, questo era il suo ideale: essere come Gesù; contemplare il Cristo del Vangelo, amarlo intensamente, imitarne le virtù. In particolare, egli ha voluto dare un valore fondamentale alla povertà interiore ed esteriore, insegnandola anche ai suoi figli spirituali. La prima beatitudine del Discorso della Montagna – Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli (Mt 5,3) – ha trovato una luminosa realizzazione nella vita e nelle parole di san Francesco. Davvero, cari amici, i santi sono i migliori interpreti della Bibbia; essi, incarnando nella loro vita la Parola di Dio, la rendono più che mai attraente, così che parla realmente con noi. La testimonianza di Francesco, che ha amato la povertà per seguire Cristo con dedizione e libertà totali, continua ad essere anche per noi un invito a coltivare la povertà interiore per crescere nella fiducia in Dio, unendo anche uno stile di vita sobrio e un distacco dai beni materiali.

In Francesco l’amore per Cristo si espresse in modo speciale nell’adorazione del Santissimo Sacramento dell’Eucaristia. Nelle Fonti francescane si leggono espressioni commoventi, come questa: “Tutta l’umanità tema, l’universo intero tremi e il cielo esulti, quando sull’altare, nella mano del sacerdote, vi è Cristo, il Figlio del Dio vivente. O favore stupendo! O sublimità umile, che il Signore dell’universo, Dio e Figlio di Dio, così si umili da nascondersi per la nostra salvezza, sotto una modica forma di pane” (Francesco di Assisi, Scritti, Editrici Francescane, Padova 2002, 401).

In quest’anno sacerdotale, mi piace pure ricordare una raccomandazione rivolta da Francesco ai sacerdoti: “Quando vorranno celebrare la Messa, puri in modo puro, facciano con riverenza il vero sacrificio del santissimo Corpo e Sangue del Signore nostro Gesù Cristo” (Francesco di Assisi, Scritti, 399). Francesco mostrava sempre una grande deferenza verso i sacerdoti, e raccomandava di rispettarli sempre, anche nel caso in cui fossero personalmente poco degni. Portava come motivazione di questo profondo rispetto il fatto che essi hanno ricevuto il dono di consacrare l’Eucaristia. Cari fratelli nel sacerdozio, non dimentichiamo mai questo insegnamento: la santità dell’Eucaristia ci chiede di essere puri, di vivere in modo coerente con il Mistero che celebriamo.

Dall’amore per Cristo nasce l’amore verso le persone e anche verso tutte le creature di Dio. Ecco un altro tratto caratteristico della spiritualità di Francesco: il senso della fraternità universale e l’amore per il creato, che gli ispirò il celebre Cantico delle creature. È un messaggio molto attuale. Come ho ricordato nella mia recente Enciclica Caritas in veritate, è sostenibile solo uno sviluppo che rispetti la creazione e che non danneggi l’ambiente (cfr nn. 48-52), e nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace di quest’anno ho sottolineato che anche la costruzione di una pace solida è legata al rispetto del creato. Francesco ci ricorda che nella creazione si dispiega la sapienza e la benevolenza del Creatore. La natura è da lui intesa proprio come un linguaggio nel quale Dio parla con noi, nel quale la realtà diventa trasparente e possiamo noi parlare di Dio e con Dio.

Cari amici, Francesco è stato un grande santo e un uomo gioioso. La sua semplicità, la sua umiltà, la sua fede, il suo amore per Cristo, la sua bontà verso ogni uomo e ogni donna l’hanno reso lieto in ogni situazione. Infatti, tra la santità e la gioia sussiste un intimo e indissolubile rapporto. Uno scrittore francese ha detto che al mondo vi è una sola tristezza: quella di non essere santi, cioè di non essere vicini a Dio. Guardando alla testimonianza di san Francesco, comprendiamo che è questo il segreto della vera felicità: diventare santi, vicini a Dio!

Ci ottenga la Vergine, teneramente amata da Francesco, questo dono. Ci affidiamo a Lei con le parole stesse del Poverello di Assisi: “Santa Maria Vergine, non vi è alcuna simile a te nata nel mondo tra le donne, figlia e ancella dell’altissimo Re e Padre celeste, Madre del santissimo Signor nostro Gesù Cristo, sposa dello Spirito Santo: prega per noi… presso il tuo santissimo diletto Figlio, Signore e Maestro” (Francesco di Assisi, Scritti, 163).

buona notte e buona domenica

buona notte e buona domenica dans immagini buon...notte, giorno paeonia_peregrina_414

Peony

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Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 3 octobre, 2010 |Pas de commentaires »

Vangelo di domenica 3 ottobre 2010

Vangelo di domenica 3 ottobre 2010 dans immagini sacre mustard_seed-1

“….if you have faith the size of a mustard seed, you will say to this mountain, ‘Move from here to there,’ and it will move;”  Matthew 17,20

http://www.clamlynch.com/blog/2007/03/

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Il beato transito di San Francesco d’Assisi: perennità del suo messaggio

dal sito:

http://www.suorefrancescaneimmacolatine.it/index_file/barbarito9.pdf

Il beato transito di San Francesco d’Assisi: perennità del suo messaggio

Nel commemorare il beato transito di San Francesco d’Assisi al Cielo la Chiesa così canta: “Francesco Poverello, rivestito di grazia ,ascende lieto in gloria nel regno dei beati”. L’agonia e la morte nella chiesetta della Porziuncola furono coerenti con tutta la sua vita evangelica. Volle essere deposto nudo sulla terra perché voleva morire come il Signore Gesù Cristo, nudo sulla croce. Rimase in tal modo fedele fino all’ultimo instante della vita alla sua sposa “Madonna Povertà”, che egli aveva inanellata con vincolo indissolubile ad imitazione di Cristo. Sta qui tutta la grandezza e il fascino della vita di Francesco d’Assisi e della sua morte.: il Vangelo puro, senza commenti, riduzioni interessate o compromessi.
Gesù, venuto in carne mortale e rivelarci l’amore di Dio padre misericordioso, racchiuse l’essenza e l’originalità del suo messaggio nel comandamento dell’amore a Dio e ai fratelli. Ma per amare veramente e totalmente bisogna essere distaccati. Bisogna prima rinnegare sé stessi, l’egoismo, le proprie passioni e soprattutto l’attaccamento sfrenato a quei beni materiali e alle persone, dateci in dono, ma che spesso trasformiamo in oggetti ossessionanti di desiderio e di adorazione. Non si può servire a due padroni, disse Gesù, a Dio e al danaro. Dalla scelta dipende la nostra salvezza e non solo quella spirituale, perché come ammoniva San Giacomo, dalla cupidigia hanno origine i litigi, gli odi, la violenza e le guerre.
Francesco, , superata la ricerca interiore , i dubbi e le incertezze, decise di consacrarsi al Signore che lo chiamava a seguirlo nella povertà e nella predicazione, affidandogli l’opera di restaurare non solo la fatiscente chiesetta di San Damiano, ma anche l’edificio spirituale della sua Chiesa in pericolo di crollare per la cupidigia di potere e di onori dei pastori e le devianze del gregge. Egli non esitò di fare la scelta radicale. Si spogliò di tutto anche degli indumenti personali che restituì al padre inferocito, per seguire Cristo povero e umile. Il gesto protettivo del vescovo di Assisi, che ne coprì le nudità col suo mantello, significò bene che la Chiesa dei credenti e degli umili aveva compreso la santa radicalità innovatrice di quella totale rinunzia. Agli occhi del mondo sembrò follia, ma agli occhi di Dio era l’inizio di un profondo rinnovamento morale e spirituale, del quale trasse beneficio non solo la Chiesa , ma l’intera società cristiana emergente dalla confusione e violenza dell’alto medioevo. Come Cristo, divenuto suo modello di vita, si era fatto povero per arricchire tutti noi della sua grazia salvifica e non aveva dove poggiare il capo,così Francesco, figlio del ricco mercante Pietro
Bernardone, scelse di vivere povero, di dormire sulla nuda terra avendo per tetto il cielo dove contemplava le stelle “ clarite, preziose e belle”.
Messosi alla sequela dell’umanato Figlio di Dio, unì alla rinunzia dei beni materiali la volontà di abbandonarsi totalmente alla volontà di Dio, padre provvido e generoso, osservando l’umiltà del sentire e l’amore per tutti gli uomini e le creature, che ne riflettono il volto e la bontà. Nella recuperata innocenza battesimale, Francesco scoprì e rivisse la originaria relazione dell’uomo innocente con tutto il creato. Il Cantico delle Creature diventa il documento e l’attestato di questo ritrovato rapporto di appartenenza e di comunicazione. Uscito dal suo cuore ardente di amore esso si trasforma in poesia pura, in canto di gioia e di ringraziamento, che ridona a tutte le creature dignità e bellezza, riconoscendone la funzione di strumento di elevazione a Dio creatore e padre. Il suo atteggiamento verso la natura non è soltanto di ammirazione e di lode, ma anche di rispetto. Saluta il sole col titolo di “messere” “il signore”,quasi a segnalarne l’azione possente di donatore e alimentatore della vita sulla terra. Tutte le altre creature sono chiamate “fratelli e sorelle”, con senso di rispetto e di tenerezza. Il Cantico delle Creature può essere considerato l’inno dell’uomo redento in Cristo, che rivive la gioia e l’innocenza dell’Eden riconquistato. Per questo motivo la figura di Francesco d’Assisi affascina credenti e non credenti. Egli si presenta modello da imitare nell’amore e nel rispetto alla natura, che rimane il libro aperto dove possiamo scoprire il suo Autore, ammirarne la sapienza e la bellezza, e ringraziarlo per i mezzi che in essa ci offre per il sostentamento e la crescita dell’uomo e di tutti gli altri esseri viventi. Di fronte allo scempio sistematico che la società industrializzata e consumistica compie ogni giorno delle risorse della natura, l’esempio e la parola di San Francesco ci invitano ad usare dei beni del creato con parsimonia e saggezza per il bene nostro e delle future generazioni.
Ma l’amore di San Francesco risplendette in modo più perfetto nei suoi rapporti con gli uomini.
Mons. Luigi Barbarito

Publié dans:San Francesco d'Assisi |on 2 octobre, 2010 |Pas de commentaires »

Omelia (03-10-2010)

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/19505.html

Omelia (03-10-2010) 
Monastero Domenicano Matris Domini

Contesto
Siamo nei versetti finali della sezione 16-17,10 dove trovano posto alcuni detti di Gesù e una piccola parabola, forma non inconsueta in Luca (vedi anche 12,13-21; 13,1-9; 16,14-18.19-31). Il nostro testo si situa appena prima della menzione del viaggio di Gesù verso Gerusalemme (17,11) e dell’inizio di una nuova sezione che si concluderà in 19,28 (le precedenti menzioni del viaggio si trovano in 9,51 e 13,22). Il collegamento tra il loghion di Cristo (la liturgia riposta solo uno dei tre che costituiscono la piccola pericope 17,1-10) e la parabola può forse essere il fatto che tale insegnamento, relativo la vita di fede, è qui rivolto specificamente agli apostoli.

Gli apostoli dissero al Signore: « Accresci in noi la fede! ». Il Signore rispose: « Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: « Sradicati e vai a piantarti nel mare », ed esso vi obbedirebbe.
La prima cosa da notare è l’indicazione apostoli (molto usata da Luca e riferita sempre ai Dodici): si tratta di un insegnamento solo per loro o specialmente per loro? Per Luca gli apostoli hanno già la fede, ma chiedono che essa diventi più grande; la fede appare come un dono che solo il Signore può dare.
Anche l’uso del termine Signore (per indicare Gesù durante il suo ministero storico) è proprio di Luca.
Il loghion o detto di Gesù ha un parallelo negli altri sinottici (cfr. Mc 11,23 e Mt 21,21) inserito in contesti molto diversi; un riferimento è pure in 1Cor 13,2 (dove però è riferita all’amore), questo ci fa pensare che sia riferito alla vita di fede e in particolare alla preghiera.
La risposta di Gesù mette in campo un’immagine paradossale tesa a sottolineare come la fede se autentica è sempre efficace e capace di grandi cose, anche se è piccola come un granello di senape. Notiamo che il gelso era considerato un albero molto difficile da sradicare, per la forza delle sue radici.
Chi ha fede è aperto a Dio, ha una fiducia totale in Lui ed Egli può manifestare in lui la sua forza; per questo soprattutto i responsabili della comunità devono avere una fede così (sul tema Luca ritorna anche in 12,41s e 22,24ss).

Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: « Vieni subito e mettiti a tavola »? Non gli dirà piuttosto: « Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu »? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Ed ecco la parabola conclusiva, che invita all’umiltà. Rivolgendosi ai suoi ascoltatori Gesù pone una domanda retorica seguita da una ripresa altrettanto scontata: Egli parte da un esempio della vita sociale per reagire contro un atteggiamento umano che tende ad avanzare pretese dinanzi a Dio, critica una mentalità commerciale nel rapporto uomo-Dio. O reagisce forse alla mentalità del suo tempo (farisaica?) che avanzava pretese nei confronti di Dio.
Il v. 9 parlando di gratitudine indica che Gesù pensa in termini personali e non giuridici il rapporto tra il servo e il suo padrone.
Nel testo emerge con forza il senso della sovranità di Dio proprio della predicazione di Gesù nel vangelo di Luca, ma non si intende ovviamente dire che il rapporto con Dio è come quello con un padrone!
Notiamo alcuni paralleli letterali con Lc 12,37 dove però è il padrone che poi si mette a servire il suo servo; questo testo ci aiuta nella comprensione della parabola.

Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: « Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare ».
Il v. 10 fa passare l’ascoltatore dalla parte del servo ed è l’applicazione finale, costruita per altro con un chiasmo (avrete fatto tutto – servi inutili – abbiamo fatto) che mette al centro un’affermazione paradossale: – siamo servi inutili. L’aggettivo achreios (inutili) non sembra ben scelto, visto che il servo non è stato inutile, ma proprio il suo senso paradossale mette l’accento sul messaggio di Luca: è importante capire e vivere un atteggiamento di umile obbedienza dinnanzi a Dio e svolgere con modestia il compito che ci è affidato. E si capisce che questo è tanto più difficile quanto più è importante il compito che ci è affidato, come è quello di guida, in particolare nella comunità cristiana.

Meditiamo
1) Prego il Signore perché accresca e renda autentica la mia fede?
2) Confrontare i testi paralleli di Marco e Matteo (Mc 11,23 e Mt 21,21; come pure 1Cor 13,2) per approfondire il senso del detto di Gesù.
3) Come vivo il rapporto con Dio, mi sento in credito con Lui se mi sforzo di essere un buon cristiano?

Preghiamo
Salmo Responsoriale (dal Salmo 94)

Ascoltate oggi la voce del Signore.
Venite, cantiamo al Signore,
acclamiamo la roccia della nostra salvezza.
Accostiamoci a lui per rendergli grazie,
a lui acclamiamo con canti di gioia.

Entrate: prostrati, adoriamo,
in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti.
È lui il nostro Dio
e noi il popolo del suo pascolo,
il gregge che egli conduce.

Se ascoltaste oggi la sua voce!
«Non indurite il cuore come a Merìba,
come nel giorno di Massa nel deserto,
dove mi tentarono i vostri padri:
mi misero alla prova
pur avendo visto le mie opere».

Colletta
O Padre, che ci ascolti se abbiamo fede quanto un granello di senapa, donaci l’umiltà del cuore, perché cooperando con tutte le nostre forze alla crescita del tuo regno, ci riconosciamo servi inutili, che tu hai chiamato a rivelare le meraviglie del tuo amore. Per il nostro Signore Gesù Cristo… 

Gli angeli

Gli angeli dans immagini sacre

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Omelia (02-10-2010) : loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/19458.html

Omelia (02-10-2010) 
Monaci Benedettini Silvestrini

I loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli

Stupendo questo piccolo brano del Vangelo, in una settimana liturgica nella quale lo stesso Gesù ci parla spesso dei piccoli e dei semplici. L’invito all’umiltà nel servizio verso i fratelli non è solo una norma di comportamento; nella festa degli angeli assume un significato ben preciso. L’invito della liturgia odierna è nell’immergerci da adesso nella contemplazione beata del Volto del Signore. E’ la contemplazione alla quale tutti noi siamo chiamati, quando apparteremo alla schiera dei santi. Siamo chiamati alla contemplazione del Volto del Signore, che significa albergare nel suo Cuore e vivere nel suo e perenne Amore. La contemplazione è una realtà che ci distingue come veri figli di Dio; Gesù ci mostra la nostra meta in quella contemplazione che è ora dei santi e degli angeli. Gli angeli, i messaggeri di Dio, sono i nostri custodi perché la nostra vita sia costantemente orientata verso il Signore. Gli angeli, creature spirituali, ci indicano il Regno dei Cieli al quale apparterremo nella resurrezione finale dei corpi. Oggi noi possiamo intuire cosa Gesù voglia dirci con questo invito alla contemplazione del Volto del Signore. Lo afferriamo proprio per questo invito a diventare piccoli: significa scoprire nel nostro prossimo il Volto di Cristo perché la nostra vocazione alla santità si incarna e si realizza nella carità e nell’amore. Contemplare il Volto del Signore significa il destino di gloria ma è anche il percorso che ci porta, sulla terra a questa grande meta che oggi appartiene agli angeli. La chiamata alla santità non è una meta ideale, raggiungibile solo per alcuni eletti ma è proprio la costante e continua risposta per conversione vera dei cuori nel riconoscere nel fratello da assistere l’anticipo della gloria che ci attende. 

CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA – GLI ANGELI

dal sito:

http://www.vatican.va/archive/catechism_it/p1s2c1p5_it.htm

CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA

PARTE PRIMA
LA PROFESSIONE DELLA FEDE

I. Gli angeli

L’esistenza degli angeli – una verità di fede

328 L’esistenza degli esseri spirituali, incorporei, che la Sacra Scrittura chiama abitualmente angeli, è una verità di fede. La testimonianza della Scrittura è tanto chiara quanto l’unanimità della Tradizione.

Chi sono?

329 Sant’Agostino dice a loro riguardo: « « Angelus » officii nomen est, [...] non naturae. Quaeris nomen huius naturae, spiritus est; quaeris officium, angelus est: ex eo quod est, spiritus est, ex eo quod agit, angelus – La parola « angelo » designa l’ufficio, non la natura. Se si chiede il nome di questa natura, si risponde che è spirito; se si chiede l’ufficio, si risponde che è angelo: è spirito per quello che è, mentre per quello che compie è angelo ». 411 In tutto il loro essere, gli angeli sono servitori e messaggeri di Dio. Per il fatto che « vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli » (Mt 18,10), essi sono « potenti esecutori dei suoi comandi, pronti alla voce della sua parola » (Sal 103,20).

330 In quanto creature puramente spirituali, essi hanno intelligenza e volontà: sono creature personali 412 e immortali. 413 Superano in perfezione tutte le creature visibili. Lo testimonia il fulgore della loro gloria. 414

Cristo «con tutti i suoi angeli»

331 Cristo è il centro del mondo angelico. Essi sono i suoi angeli: « Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli [...] » (Mt 25,31). Sono suoi perché creati per mezzo di lui e in vista di lui: « Poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: troni, dominazioni, principati e potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui » (Col 1,16). Sono suoi ancor più perché li ha fatti messaggeri del suo disegno di salvezza: « Non sono essi tutti spiriti incaricati di un ministero, inviati per servire coloro che devono ereditare la salvezza? » (Eb 1,14).

332 Essi, fin dalla creazione 415 e lungo tutta la storia della salvezza, annunciano da lontano o da vicino questa salvezza e servono la realizzazione del disegno salvifico di Dio: chiudono il paradiso terrestre, 416 proteggono Lot, 417 salvano Agar e il suo bambino, 418 trattengono la mano di Abramo; 419 la Legge viene comunicata mediante il ministero degli angeli, 420 essi guidano il popolo di Dio, 421 annunziano nascite 422 e vocazioni, 423 assistono i profeti, 424 per citare soltanto alcuni esempi. Infine, è l’angelo Gabriele che annunzia la nascita del Precursore e quella dello stesso Gesù.425

333 Dall’incarnazione all’ascensione, la vita del Verbo incarnato è circondata dall’adorazione e dal servizio degli angeli. Quando Dio « introduce il Primogenito nel mondo, dice: lo adorino tutti gli angeli di Dio » (Eb 1,6). Il loro canto di lode alla nascita di Cristo non ha cessato di risuonare nella lode della Chiesa: « Gloria a Dio… » (Lc 2,14). Essi proteggono l’infanzia di Gesù, 426 servono Gesù nel deserto, 427 lo confortano durante l’agonia, 428 quando egli avrebbe potuto da loro essere salvato dalla mano dei nemici 429 come un tempo Israele. 430 Sono ancora gli angeli che evangelizzano 431 la Buona Novella dell’incarnazione 432 e della risurrezione 433 di Cristo. Al ritorno di Cristo, che essi annunziano, 434 saranno là, al servizio del suo giudizio. 435

Gli angeli nella vita della Chiesa

334 Allo stesso modo tutta la vita della Chiesa beneficia dell’aiuto misterioso e potente degli angeli.436

335 Nella liturgia, la Chiesa si unisce agli angeli per adorare il Dio tre volte santo; 437 invoca la loro assistenza (così nell’In paradisum deducant te angeli… – In paradiso ti accompagnino gli angeli – nella liturgia dei defunti, 438 o ancora nell’« Inno dei cherubini » della liturgia bizantina 439), e celebra la memoria di alcuni angeli in particolare (san Michele, san Gabriele, san Raffaele, gli angeli custodi).

336 Dal suo inizio 440 fino all’ora della morte 441 la vita umana è circondata dalla loro protezione 442 e dalla loro intercessione. 443 « Ogni fedele ha al proprio fianco un angelo come protettore e pastore, per condurlo alla vita ». 444 Fin da quaggiù, la vita cristiana partecipa, nella fede, alla beata comunità degli angeli e degli uomini, uniti in Dio.

II. Il mondo visibile

337 È Dio che ha creato il mondo visibile in tutta la sua ricchezza, la sua varietà e il suo ordine. La Scrittura presenta simbolicamente l’opera del Creatore come un susseguirsi di sei giorni di «lavoro» divino, che terminano nel « riposo » del settimo giorno. 445 Il testo sacro, riguardo alla creazione, insegna verità rivelate da Dio per la nostra salvezza, 446 che consentono di « riconoscere la natura intima di tutta la creazione, il suo valore e la sua ordinazione alla lode di Dio ». 447

338 Non esiste nulla che non debba la propria esistenza a Dio Creatore. Il mondo ha avuto inizio quando è stato tratto dal nulla dalla Parola di Dio; tutti gli esseri esistenti, tutta la natura, tutta la storia umana si radicano in questo evento primordiale: è la genesi della formazione del mondo e dell’inizio del tempo. 448

339 Ogni creatura ha la sua propria bontà e la sua propria perfezione. Per ognuna delle opere dei « sei giorni » è detto: « E Dio vide che ciò era buono ». « È dalla loro stessa condizione di creature che le cose tutte ricevono la loro propria consistenza, verità, bontà, le loro leggi proprie e il loro ordine ». 449 Le varie creature, volute nel loro proprio essere, riflettono, ognuna a suo modo, un raggio dell’infinita sapienza e bontà di Dio. Per questo l’uomo deve rispettare la bontà propria di ogni creatura, per evitare un uso disordinato delle cose, che disprezza il Creatore e comporta conseguenze nefaste per gli uomini e per il loro ambiente.

340 L’interdipendenza delle creature è voluta da Dio. Il sole e la luna, il cedro e il piccolo fiore, l’aquila e il passero: le innumerevoli diversità e disuguaglianze stanno a significare che nessuna creatura basta a se stessa, che esse esistono solo in dipendenza le une dalle altre, per completarsi vicendevolmente, al servizio le une delle altre.

341 La bellezza dell’universo. L’ordine e l’armonia del mondo creato risultano dalla diversità degli esseri e dalle relazioni esistenti tra loro. L’uomo li scopre progressivamente come leggi della natura. Essi sono oggetto dell’ammirazione degli scienziati. La bellezza della creazione riflette la bellezza infinita del Creatore. Deve ispirare il rispetto e la sottomissione dell’intelligenza e della volontà dell’uomo.

342 La gerarchia delle creature è espressa dall’ordine dei « sei giorni », che va dal meno perfetto al più perfetto. Dio ama tutte le sue creature, 450 si prende cura di ognuna, perfino dei passeri. Tuttavia, Gesù dice: « Voi valete più di molti passeri » (Lc 12,7), o ancora: « Quanto è più prezioso un uomo di una pecora! » (Mt 12,12).

343 L’uomo è il vertice dell’opera della creazione. Il racconto ispirato lo esprime distinguendo nettamente la creazione dell’uomo da quella delle altre creature. 451

344 Esiste una solidarietà fra tutte le creature per il fatto che tutte hanno il medesimo Creatore e tutte sono ordinate alla sua gloria:

« Laudato si’, mi’ Signore, cum tucte le tue creature,
spetialmente messer lo frate sole,
lo qual è iorno; et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de te, Altissimo, porta significatione…

Laudato si’, mi’ Signore, per sora acqua,
la quale è molto utile et humile et pretiosa et casta…

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti fiori et herba…

Laudate e benedicete mi’ Signore et rengratiate
et servitelo cum grande humilitate ». 452

345 Il Sabato – fine dell’opera dei « sei giorni ». Il testo sacro dice che « Dio nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto » e così « furono portati a compimento il cielo e la terra »; Dio « cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro », « benedisse il settimo giorno e lo consacrò » (Gn 2,1-3). Queste parole ispirate sono ricche di insegnamenti salutari.

346 Nella creazione Dio ha posto un fondamento e leggi che restano stabili, 453 sulle quali il credente potrà appoggiarsi con fiducia, e che saranno per lui il segno e il pegno della incrollabile fedeltà dell’alleanza di Dio. 454 Da parte sua, l’uomo dovrà rimanere fedele a questo fondamento e rispettare le leggi che il Creatore vi ha inscritte.

347 La creazione è fatta in vista del sabato e quindi del culto e dell’adorazione di Dio. Il culto è inscritto nell’ordine della creazione. 455 « Operi Dei nihil praeponatur » – « Nulla si anteponga all’opera di Dio », dice la Regola di san Benedetto, 456 indicando in tal modo il giusto ordine delle preoccupazioni umane.

348 Il sabato è nel cuore della Legge di Israele. Osservare i comandamenti equivale a corrispondere alla sapienza e alla volontà di Dio espresse nell’opera della creazione.

349 L’ottavo giorno. Per noi, però, è sorto un giorno nuovo: quello della risurrezione di Cristo. Il settimo giorno porta a termine la prima creazione. L’ottavo giorno dà inizio alla nuova creazione. Così, l’opera della creazione culmina nell’opera più grande della redenzione. La prima creazione trova il suo senso e il suo vertice nella nuova creazione in Cristo, il cui splendore supera quello della prima. 457

In sintesi

350 Gli angeli sono creature spirituali che incessantemente glorificano Dio e servono i suoi disegni salvifici nei confronti delle altre creature: « Ad omnia bona nostra cooperantur angeli – Gli angeli cooperano ad ogni nostro bene ». 458

351 Gli angeli circondano Cristo, loro Signore. Lo servono soprattutto nel compimento della sua missione di salvezza per tutti gli uomini.

352 La Chiesa venera gli angeli che l’aiutano nel suo pellegrinaggio terreno e che proteggono ogni essere umano.

353 Dio ha voluto la diversità delle sue creature e la loro bontà propria, la loro interdipendenza, il loro ordine. Ha destinato tutte le creature materiali al bene del genere umano. L’uomo, e attraverso lui l’intera creazione, sono destinati alla gloria di Dio.

354 Rispettare le leggi inscritte nella creazione e i rapporti derivanti dalla natura delle cose, è un principio di saggezza e un fondamento della morale.

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NOTE SUL SITO

CRESCE LA DEVOZIONE PER GLI ANGELI CUSTODI

dal sito:

http://www.zenit.org/article-21311?l=italian

CRESCE LA DEVOZIONE PER GLI ANGELI CUSTODI

Intervista al fondatore dell’Associazione Milizia di San Michele Arcangelo

di Antonio Gaspari

CITTA’ DEL VATICANO, lunedì, 8 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Seppure l’esistenza, la presenza e la realtà degli angeli custodi sia espressa chiaramente nelle Sacre Scritture e nella tradizione millenaria della Chiesa, la devozione agli angeli, soprattutto nel periodo post-conciliare è stata banalizzata e addirittura respinta.
Nel mondo secolarizzato gli angeli sono addirittura diventati oggetto di spiritualismo, irenismo e la loro banalizzazione ha preso piede anche all’interno dei movimenti « new age ».
Per far conoscere la realtà angelica, il loro ruolo nella realtà, nella tradizione e nella devozione cattolica, don Marcello Stanzione, parroco dell’Abbazia di santa Maria Nova nel comune di Campagna (SA) ha rifondato l’Associazione Milizia di San Michele Arcangelo, e ogni anno organizza un convegno internazionale e pubblica libri sull’argomento.
Uno dei suoi ultimi volumi si intitola proprio « Invito alla devozione degli angeli custodi » (Edizioni Villadiseriane).
Per approfondire la conoscenza degli angeli custodi e della loro devozione, ZENIT lo ha intervistato.
Chi sono gli angeli custodi? Esistono veramente?
Don Marcello: Sono una particolare categoria di creature di Dio, spiriti incorporei che hanno il compito di proteggere singolarmente ogni individuo. Ci sono diverse categorie di angeli che hanno differenti mansioni. Per esempio gli angeli del Padre, gli angeli del Figlio, gli angeli dello Spirito Santo e gli angeli della Madonna. Vi sono poi, ad esempio, gli angeli che reggono gli elementi del cosmo. Gli angeli esistono veramente perché lo afferma Gesù Cristo, lo ribadisce il Magistero della Chiesa, tutta la Tradizione teologia e, a livello logico-razionale, sono uno degli anelli della Creazione, insieme al regno minerale, vegetale, animale ed umano.
Eppure dopo il Concilio Vaticano II, soprattutto nel Catechismo scritto dalla Chiesa olandese si negava l’esistenza degli angeli custodi. Che cosa dicono le Sacre Scritture a proposito? E la Tradizione?
Don Marcello: Come ho sempre ribadito, l’infiltrazione teologica post- conciliare di alcuni professori « del Reno » che hanno protestantizzato la teologia cattolica ha portato alla marginalizzazione, se non addirittura, all’irrisione di alcuni temi specifici del cattolicesimo come ad esempio il Purgatorio e gli angeli, sia dei buoni che dei cattivi. Quasi ogni pagina della Bibbia parla degli angeli che non sono metafore ma persone reali, dotate di anima e di intelligenza. La Tradizione che conta è quella dei santi e gli angeli sono presenti in quasi tutte le agiografie dei mistici più importanti (San Giovanni della Croce, Santa Teresa d’Avila, santa Francesca Romana, san Pio da Pietrelcina, santa Faustina Kowalska, san Josémaria Escrivà de Balaguer…).
Perché il Signore ha creato gli angeli custodi? Quali sono i loro compiti?
Don Marcello: Siccome la vita sulla terra è esposta a gravi pericoli, sia per il corpo che per l’anima, e tutte le persone importanti hanno una scorta o delle guardie del corpo, siccome noi siamo importantissimi per Dio, il Signore ci ha messo a fianco uno Spirito celeste che, come dice la famosa preghiera « Angele Dei » ci illumina, ci custodisce, ci regge e ci conduce alla salvezza del Paradiso.
Come e quando è nata la festa degli angeli custodi?
Don Marcello: Il Vescovo di Rodez François d’Estaing aveva una particolare devozione verso gli angeli custodi e, dopo molte prove, contrasti e sofferenze, riuscì a far approvare dal papa Leone X, nel 1518, la Festa degli angeli Custodi da solennizzare il 2 ottobre che, allora, era il primo giorno libero dopo la Festa di San Michele.
In che modo ogni persona può e deve riferirsi al suo angelo custode?
Don Marcello:  San Bernardo, nel XII secolo,a riguardo degli Spiriti celesti,  parla di « riverenza per la persona; devozione per la benevolenza; fiducia per la custodia ».
Può indicarci qualche gruppo o associazione cattolica promotrice della devozione agli angeli e alla pratica della pietà angelica?
Don Marcello: In Francia vi è l’Associazione dei Santi angeli Custodi, con sede centrale a Lione, ed è animata, fin dal 1891 dai Chierici regolari di San Viatore. Essa edita una rivista periodica mensile intitolata L’Angelo Custode, per averla si può scrivere a 21, montée saint.Laurent 60005 Lyon (F). vi è poi l’Opus Angelorum, fondato il 26 aprile 1949, in Austria da Gabriella Bitterlich. La sede italiana è a Roma in Via Antonio Musa, 8. Telefono 06-8968450 oppure 06-44251479. Vi è poi, la Confraternita di San Michele Arcangelo al Monte Gargano, attualmente guidata dai Padri Micaeliti polacchi. Infine, a Roma, vi è la Pia Unione di San Michele Arcangelo, che ha la propria sede presso la Collegiata di Sant’Angelo in Pescheria, al Portico di Ottavia, attualmente guidata dai Padri Caracciolini. Per chi volesse informazioni sulla Milizia di san Michele Arcangelo di cui sono l’Assistente Spirituale, può scrivere a Parrocchia Santa Maria La Nova 84022 Campagna (SA).

Publié dans:angeli |on 1 octobre, 2010 |Pas de commentaires »
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