Omelia per domenica 24 ottobre 2010: Due uomini salirono al tempio a pregare

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/19699.html

Omelia (24-10-2010) 
mons. Gianfranco Poma

Due uomini salirono al tempio a pregare

La pagina del Vangelo di Luca che leggiamo nella domenica XXX del tempo ordinario (Lc.18,9-14), la parabola del fariseo e del pubblicano, è una di quelle più note a tutti e allo stesso tempo di quelle che ci introducono nel cuore dell’esperienza cristiana con una profondità sempre nuova, come se fosse la prima volta che la ascoltiamo.
Anche in questa pagina, come in quella immediatamente precedente, Gesù parla della preghiera, ma per farci capire che la preghiera è l’espressione più intensa e più vera dell’esperienza interiore che l’uomo ha di se stesso, è la relazione più personale dell’uomo con Dio percepito come il Tu con il quale l’io dell’uomo trova pienamente se stesso, ed è la fonte da cui nasce la possibilità per l’uomo di entrare in relazione con gli altri. La preghiera è l’esperienza della liberazione da ogni ipocrisia, è la deposizione di ogni maschera, è il momento della verità interiore, La preghiera è l’esperienza più intensa dell’amore: il bisogno di amore che ogni uomo sente nel profondo di se, trova risposta nella gratuità dell’amore di Dio, Amore puro, fedele e misericordioso, e diventa relazione sincera di amore con gli altri. Certo, la preghiera è all’interno del cammino della fede, cammino mai concluso, che richiede il coraggio della spogliazione di sé per abbandonarsi nell’infinito e sempre misterioso amore di Dio. Ed è cammino personale, che si sviluppa all’interno della concretezza degli eventi della vita quotidiana.
Il brano del Vangelo che oggi leggiamo, è una mirabile pagina di pedagogia della fede e di educazione alla preghiera, che illumina la situazione attuale, nella quale noi siamo chiamati a vivere.
« Disse per alcuni che hanno fiducia solo di se stessi perché sono giusti e non considerano gli altri, questa parabola »: la traduzione letterale della frase ci invita ad una particolare attenzione. La parabola pronunciata da Gesù è rivolta a persone caratterizzate dal loro atteggiamento umano interiore e non da loro circostanze storiche. Sono persone sempre presenti nella storia: in qualche modo ciascuno di noi può ritrovarsi in esse. « Sono giusti »: non dice il Vangelo che questo sia falso, ma sottolinea che proprio questo è la radice di tutto il problema. « Sono giusti »: ma quando gli uomini sono giusti? Quali sono i criteri per ritenersi giusti? La coscienza di aver osservato le leggi? Qui, il Vangelo, dice che quando l’uomo si convince della propria autosufficienza, autostima, autoreferenzialità si crea la convinzione di essere giusto e produce la disistima degli altri. E’ interessante questa osservazione, che l’ « essere giusti » genera la presunzione di sé e il disprezzo degli altri, genera la distruzione di ogni relazione corretta: è, forse, questa, la caratteristica più specifica dell’uomo contemporaneo che, ritenendosi autosufficiente, si ritiene giusto e non è più capace di relazioni positive, belle, costruttive perché ritiene di non aver nulla da accogliere dagli altri ma di dovere soltanto difendersi, guardando agli altri con uno sguardo solo di disprezzo. L’esito di questo modo di « essere giusti » che nasce dall’autosufficienza, diventa l’autodistruzione perché l’incapacità di relazione non può non essere distruttivo alla radice della persona. Per questo Gesù presenta la preghiera come via per la realizzazione dell’autenticità della esperienza umana. Ma certo, la proposta di Gesù non è così ingenua dal ritenere la preghiera come soluzione taumaturgica del problema del senso della vita dell’uomo: anche questo è un rischio per l’uomo contemporaneo che si dibatte tra l’autosufficienza che fa a meno di Dio e diventa autodistruttiva e il buttarsi irrazionale in un religioso emozionale che deresponsabilizza l’uomo e alla fine di nuovo lo distrugge.
La proposta di Gesù è la preghiera, ma come via che l’uomo percorre nella verità, che nasce dal profondo del cuore, diventa esperienza di Dio e si apre all’amore per gli altri.
E’ questo il ruolo svolto dalla parabola: « due uomini salirono al Tempio per pregare, uno fariseo e l’altro pubblicano ». Anche qui Luca usa lo strumento delle figure contrapposte, il fariseo e il pubblicano: in realtà, attraverso gli estremi, ciò che interessa, è il cammino interiore che viene proposto a chi ascolta la parabola perché la sua preghiera diventi autentica. L’atteggiamento del fariseo più che l’appartenenza ad un gruppo, rispecchia una dimensione « antropologica »: egli si ritiene il centro del mondo; esiste lui e « il resto del mondo » (non fa nessun riferimento alla sua appartenenza farisaica), che egli disprezza. Il suo disprezzo cade sul pubblicano presente per caso nel Tempio, dietro e lontano da lui: sarebbe caduto su chiunque altro che in quel momento fosse caduto sotto il suo sguardo. La sua « preghiera » di ringraziamento non è espressione di gioia per l’intimità sperimentata con Dio, ma di compiacimento per il suo essere diverso dagli altri: elenca ciò di cui si priva (il digiuno) e ciò che dona (le decime), ma non ciò che Dio gli dona. « Il fariseo stando in piedi, rivolto verso se stesso, pregava »: è tutto rivolto verso di sé e non verso Dio. Se guarda agli altri è solo per gettare su di loro ciò che egli rifiuta di vedere dentro di sé: « Dio, ti ringrazio perché non sono come il resto degli uomini ladri, disonesti, adulteri, e neppure come questo pubblicano »: rattrappito su di sé, chiuso nella sua torre d’avorio, non vede che se stesso e non vive che per se stesso.
Il pubblicano invece, nonostante la sua posizione curva (non « voleva » neppure alzare gli occhi al cielo), è proteso verso la « pietà » di Dio. Non elenca niente, neanche i propri peccati: il suo modo di guardare dentro di sé, lo spinge a qualificarsi come peccatore, senza chiedersi se gli altri lo siano più o meno di lui. L’imperfetto « egli pregava » per il fariseo indica una preghiera che dura come atteggiamento solipsistico di autocontemplazione mentre l’imperfetto « si percuoteva il petto dicendo… », per il pubblicano significa la ripetizione insistente di una supplica che nasce dalla umile percezione della propria insufficienza e diventa implorazione rivolta a Colui che essendo solo Amore, guarda all’uomo non per condannarlo, ma per perdonarlo, non per chiedergli ciò che l’uomo non può dare, ma per donargli ciò di cui sente la necessità. Solo dall’accettazione sincera della propria povertà, può nascere la preghiera, scambio di amore tra l’uomo e Dio, l’infinita fragilità e l’infinita gratuità, scambio che libera dalla paura radicale che falsifica ogni relazione, per rigenerare l’uomo che ammettendo di non poter essere giusto da sé, ritrova la gioia di essere amato da Dio e di entrare in un reale dialogo di amore e di comunione con gli altri. 

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