Archive pour le 22 octobre, 2010

Il sacrificio di Isacco

Il sacrificio di Isacco dans immagini sacre

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« Come sei bella, amata mia, come sei bella » (sintesi della relazione di Giuseppe Barbaglio)

dal sito:

http://www.finesettimana.org/pmwiki/index.php?n=Db.Sintesi?num=147

« Come sei bella, amata mia, come sei bella »

La bellezza dell’amore nel Cantico dei Cantici

sintesi della relazione di Giuseppe Barbaglio

Verbania Pallanza, 16 dicembre 2000
Possiamo assegnare il seguente sottotitolo all’incontro di oggi: La bellezza dell’amore nel Cantico dei Cantici.Il Cantico è un libretto poetico formato da otto brevi capitoli.

il Cantico nella tradizione biblica
Il Cantico ha avuto difficoltà ad entrare nella bibbia ebraica, incluso poi tra i Ketubiim (gli altri scritti), insieme ai Salmi, ai Proverbi, a Giobbe e ad altri scritti recenti. Ci sono stati contrasti e perplessità. C’era chi si opponeva e chi, come il grandi Rabbi Aqiba, che sosteneva che L’intero mondo non vale il giorno in cui il Cantico fu dato ad Israele.
Una volta stabilito nell’assemblea di Jamnia (90 d.C.) il carattere sacro del testo, questo venne accolto anche dal canone cristiano, che si rifaceva a quello ebraico. Anzi nel mondo ebraico il Cantico venne utilizzato come testo liturgico in occasione della pasqua ebraica.

le interpretazioni del Cantico
Sin dai tempi antichi ha avuto molto successo la lettura allegorica. I due innamorati del libretto raffigurano Dio e il popolo di Israele. Effettivamente in molti brani della bibbia, soprattutto nella letteratura profetica, il rapporto tra Dio e il suo popolo è rappresentato in termini sponsali (Osea, Ezechiele, Geremia). Ma mentre in questi testi profetici si dice esplicitamente che Dio è lo sposo e il popolo di Israele la sposa, nel Cantico, che è una raccolta di canti di amore erotico, carnale, non si dice assolutamente nulla, non si nomina mai Dio o il popolo di Israele.
La lettura allegorica ha avuto degli sviluppi in ambito cristiano, dove l’innamorato è Dio o Cristo e l’innamorata la chiesa, facendo riferimento ad alcuni testi del Nuovo Testamento. Nei mistici poi l’innamorata diventa l’anima. Dio è l’amante a cui aspira l’anima credente. Lutero stesso sosterrà un’interpretazione simbolica. E anche in tempi recenti alcuni studiosi hanno riproposto una lettura allegorica.
La lettura letterale del testo, il suo senso primo e ovvio ci mostra che il Cantico è costituito da canti di amore di due innamorati, in un insieme difficilmente articolabile. Difficile è stabilire con esattezza epoca e ambiente di composizione dei testi.
Allo stesso modo è difficile individuare il piano dell’opera, anche se ci sono delle costanti, dei motivi che ritornano, come il motivo della contemplazione della bellezza dell’amato e dell’amata, il motivo del desiderio dell’uno verso l’altro, il motivo dell’attrazione dell’amplesso, il motivo dell’abbandono, della ricerca, e del ritrovamento, in un contesto di natura primaverile.
Oltre ai due protagonisti c’è anche un coro, che però ha un ruolo minore rispetto a quello assegnatogli nelle tragedie greche.
La poesia del Cantico e ricca di immagini che sono espressione di canoni di bellezza un po’ lontani dalla nostra sensibilità odierna. Inoltre si fa uso frequente del travestimento. I protagonisti assumono di volta in volta abiti diversi: una volta l’innamorato è il re, poi un pastore, altre volte addirittura Salomone. Lo stesso vale per l’innamorata.

esaltazione della bellezza
Questi canti sono l’esaltazione della bellezza.Sono anzitutto esaltazione della bellezza dell’innamoramento, non dell’amore. Il tema centrale è l’innamoramento tra amanti, non legati ad alcuna istituzione. Non è l’amore sponsale procreante, ma l’amore di amanti. E’ l’esaltazione dell’innamoramento per se stesso, senza altri scopi. E’ la bellezza di un amore travolgente.
E’ una bellezza dei corpi, presentati e descritti quasi anatomicamente, anche nelle parti più intime.
Ma non è solo una bellezza statuaria delle forme esterne, ma è una bellezza interiore, che si esprime attraverso la voce e lo sguardo. Occhi e voce sono espressione dell’interiorità e grazie a loro tutto il corpo diventa espressione del mondo interiore dei due innamorati.
In questo quadro è esaltata la bellezza dell’amplesso tra i due, della loro unione estatica, attraverso le immagine ardite del pascere, del bere e del mangiare.
E’ una bellezza che coinvolge tutti i sensi. Quindi non solo la vista, ma anche l’ascolto della voce, l’odore dei profumi, il gusto dei frutti, il contatto dello stringere. La bellezza affascina e prende tutta la persona, anima e corpo.
Questa bellezza suscita e appaga il dei due che si cercano, che si ritrovano, che si uniscono. E il desiderio rinvia all’estasi gioiosa della mutua appartenenza: « io sono tua e tu sei mio ». Ma più che possesso reciproco, c’è mutua donazione. Non c’è nessuna violenza, nessun dominio, nessuna oppressione dell’uno sull’altro. I possessivi « tuo » e « mio » nel Cantico si coniugano nella reciprocità.
E’ poi la bellezza di un amore esclusivo. Alla fontana sigillata può abbeverarsi solo l’innamorato: Nel Cantico viene esaltato l’amore esclusivo, senza respingere evidentemente altre forme di rapporto.
La bellezza dell’innamoramento viene rappresentata sullo sfondo di una natura piena di vita. L’innamoramento è espressione della vitalità interpersonale.
Altra caratteristica, che sembra obsoleta nella nostra società dove tutto è ostentazione, esibizione e curiosità indiscreta, è la dimensione dell’intimità. E’ una bellezza rispettosa dell’intimità.
La bellezza dell’amore di questi innamorati conosce il dramma, le difficoltà, le incomprensioni. Non tutto è esaltazione e gioia, c’è anche distanza e separazione che spinge alla ricerca insonne.
Ma come possiamo inserire questa esaltazione della bellezza dell’innamoramento al di dentro di un’esperienza religiosa, di una credenza in Dio? Questi canti si collocano bene all’interno del quadro della creazione, del mondo che Dio ha creato e che ha fatto bella ogni cosa. La natura e le persone del Cantico fanno parte della creazione e quindi l’innamoramento, l’amore estasiante e anche drammatico tra i due, fa parte della creazione, è dono di Dio.
E’ vero che nella bibbia, soprattutto in alcuni libri sapienziali, si ritrova un approccio moralistico, che storce la bocca di fronte alla bellezza (vana est pulchritudo), poco in sintonia con lo sguardo incantato sulla bellezza del mondo creato da Dio proprio del Cantico.
Se la bellezza di cui si parla nel Cantico è la bellezza dell’innamoramento vuol dire allora che questa bellezza esaltante e beatificante riguarda solo una stagione della vita, che farà comunque sentire i suoi effetti su tutte le altre stagioni della vita, sui momenti più prosaici, quando l’amore è anche fatica, accettazione sofferta, reciproca sopportazione.
Nel Cantico troviamo la bellezza del piacere e del piacersi. Il piacere è un piacere scambiato, è un piacere condiviso, è un piacersi reciprocamente. In quanto piacere condiviso è un dono di Dio, e fa parte della creazione di Dio.
Nel Cantico al centro non c’è l’ammirazione per la bellezza di oggetti esteriori, sia oggetti della natura che oggetti prodotti dall’uomo. La bellezza si colloca all’interno dell’innamoramento, all’interno dell’esperienza del rapporto tra due persone. Non è il rapporto tra un oggetto, che può estasiarci, e noi, ma tra un tu che mi estasia e un io che estasia il tu.
Viviamo in una società delle cose, non delle persone e pertanto oggi è poco considerata la bellezza del rapporto, del piacersi l’un l’altro.
Nel Cantico c’è una carnalità, ma è una carnalità di persone: non una carnalità oggetto, ma una carnalità del tu e dell’io in relazione 

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« Magari fossero tutti profeti nel popolo! » (Numeri 11,29)

dal sito:

http://www.apostoline.it/riflessioni/riflessioni.htm

 I PROFETI  … Testimoni dell’alleanza

di LUIGI VARI, biblista

« Magari fossero tutti profeti nel popolo! » (Numeri 11,29)

Mosè risponde così a chi si mostra preoccupato per il fatto che alcuni uomini parlano in nome di Dio, senza l’autorizzazione di Mosè.

Forse si potrebbe prendere questo episodio come paradigmatico del modo di porsi di tutte le generazioni davanti alla profezia.

Da una parte ci sono quelli che non sono in grado di comprenderla nella sua funzione, e sono quelli perennemente preoccupati della presenza di una parola non controllata e non controllabile all’interno di una comunità; dall’altra ci sono quelli che, come Mosè, comprendono l’essere profeta e non solo permettono, ma auspicano la presenza non di una sola, ma di molte voci che dicano una parola imprevedibile o semplicemente nuova, alla comunità.

Stiamo parlando della parola di Dio, e allora possiamo anche dire che la differenza nasce dal modo di pensare Dio: se lo pensiamo come uno stanco burocrate che non vuole dire niente di nuovo e al quale si ricorre solo per confermare i punti fermi, abbiamo poche possibilità per capire la profezia; ma se invece, quando pensiamo a Dio, pensiamo ad uno che vuole intervenire nella nostra storia e lo fa con grande libertà e fantasia, allora il cammino dei profeti diventa non solo significativo, ma entusiasmante e diventa nostra la parola di Mosè che dice: « magari tutti fossero profeti! ».

Mosè è l’uomo che nel Deuteronomio (Dt 34,10) viene considerato come il più grande dei profeti e, al di là dei problemi di interpretazione, questo giudizio è importante e mostra un riconoscimento dato a questo uomo, il primo a permettere alla parola di Dio di entrare nella sua vita in maniera tanto determinante e significativa per un intero popolo.

Diventare voce di Dio
Può essere riconosciuto profeta chi porta le parole di Dio sulla propria bocca, chi parla con l’autorità di Dio e chi vede confermare dagli eventi quelle parole:

« È un profeta come te che io susciterò per loro in mezzo ai loro fratelli; metterò le mie parole sulla sua bocca ed egli dirà loro tutto ciò che gli ordinerò. E se qualcuno non ascolta le mie parole, quelle che il profeta avrà detto nel mio nome, allora io stesso gliene domanderò conto. Ma se il profeta ha la presunzione di dire in mio nome una parola che io non gli avrò ordinato di dire, o se parla in nome di altri dei, allora è il profeta che morrà. Forse ti domanderai: « come riconosciamo noi che non è una parola detta dal Signore? ». Se ciò che il profeta ha detto nel nome del Signore non si verifica, allora non è una parola detta dal Signore » (Dt 18,18-22).

In Mosè questo modello della profezia diventa reale. Tutta la storia di Mosè dice il desiderio di Dio di intervenire nelle vicende del suo popolo: « salvato dalle acque », « costretto alla fuga », « chiamato sul monte nel momento della vocazione ». Preparato da Dio viene chiamato ad avere il coraggio di diventare voce di Dio e perché questo avvenga deve prima di tutto allargare gli orizzonti della propria vita; non può essere profeta se non sa staccarsi dal comodo esilio che vive per ricordarsi del dolore del suo popolo. Dovrà essere custode della più importante parola che mai a nessun uomo sia  stata confidata: il nome stesso di Dio.

Con la forza che viene da quel nome Mosè dovrà affrontare il faraone, la paura della sua gente davanti alle responsabilità che nascono dalla libertà ed iniziare un cammino che è diventato modello dell’umanità che cerca sinceramente un sentiero degno d’essere percorso verso la terra promessa, qualunque essa sia.

Spazio all’imprevedibile
La libertà fondamentale che vive Mosè è, forse, quella dalla logica che spesso ci sembra inattaccabile, e cioè la logica degli eventi. Solo chi non accetta che gli eventi siano definitivi può muovere un popolo, mettendolo nel rischio concreto, in nome di una promessa e con la forza di un nome. La libertà che vive Mosè è la libertà di Dio. Tracciamo così il primo tratto del profeta, un uomo pieno della libertà di Dio che accetta di diventare una porta attraverso la quale gli eventi che spesso appaiono inattaccabili diventano discutibili e possono essere cambiati.

La profezia di Mosè, che ha come unica forza quella del nome di Dio, è una profezia di base, una profezia comune a tutti gli uomini che hanno buona volontà ed è comprensibile l’augurio di Mosè: « magari tutti fossimo profeti! ».

Per capire l’esperienza del popolo guidato da Mosè, che fa spazio all’imprevedibile per cambiare la situazione di fatto e inattaccabile, sarebbe non poco interessante rileggersi molti giornali del 1988 e 1989. Ci accorgeremmo per esempio della ironia con la quale venivano rispettosamente liquidati i protagonisti della fine dell’impero dell’Est: « c’erano i fatti… una nazione potente… motivi economici e politici… », e nessuno prevedeva il precipitare degli avvenimenti, proprio perché nessuno poteva o sapeva mettere nella dinamica della storia questa profezia di base che muove i popoli con gesti e parole che sembrano solo sogni, una profezia di base che è forte spesso solo di una promessa e della voglia di un bene negato.

Certamente l’esperienza biblica ha una portata diversa, ma può essere paradigmatica di ogni esperienza autenticamente umana.

(da « Se vuoi ») 

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buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno african-pygmy--kingfisher-05a19060

African pygmy Kingfisher
(Ispidina picta)
South Africa – November 2005

http://www.naturephoto-cz.com/birds/rollers-and-allies.html

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Omelia per il 22 ottobre 2010

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/8308.html

Omelia (22-10-2006) 
Eremo San Biagio

Dalla Parola del giorno
Diceva ancora alle folle: «Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: Viene la pioggia, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: Ci sarà caldo, e così accade. Ipocriti! Sapete giudicare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo?».

Come vivere questa Parola?
Come mai, voi che decodificate così bene le manifestazioni della natura – chiede Gesù alla folla – non sapete giudicare questo ‘tempo’ di salvezza con l’assenso della fede? In greco, i verbi giudicare, decidere e scegliere hanno la stessa radice, rivelandosi come tre diverse sfumature di un unico atteggiamento maturato con consapevolezza. Soppesare infatti la Parola del vangelo significa non solo coglierne il senso e riconoscerne il valore, ma decidersi per Cristo e fare delle scelte rispondenti, in autenticità e prontezza. In una parola, come ci esorta oggi l’apostolo Paolo, comportarsi in maniera degna della vocazione ricevuta.
Comprendiamo bene, dunque, come il prendere coscienza della propria vocazione implichi uno sguardo profondo limpido e libero sui segni che Dio ci pone dinanzi, visitandoli e accogliendoli nella fede, al di là di ogni pregiudiziale personalismo che tende a gestirsi in proprio nella miopia di se stesso.

Oggi, nella mio rientro al cuore, chiederò al Signore di trovare nella preghiera, più che nello sforzo cerebrale, la chiave giusta per comprendere il senso dei miei giorni, illuminato dalla Parola che mi aiuta a ben giudicare, decidere e scegliere.

Signore, in tempo in cui anche la fede è soggetta a privatizzazione, concedimi luce ed equilibrio perché sappia discernere ciò che piace a Te, in assoluta libertà, oltre gli astratti postulati e i slogan massificanti che il mondo mi propina.

La voce di un mistico del nostro tempo
Che cosa significa aderire a Dio al massimo, se non svolgere, nel mondo organizzato intorno al Cristo, esattamente quella funzione, umile o elevata che sia, a cui per circostanze storiche o per vocazione si è chiamati?
Teilhard de Chardin

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