Teologia paolina: Conoscere la potenza della risurrezione

dal sito:

http://www.parrocchiadiarenzano.it/FileDoc/2009/LezioneFebbraio23.doc

TEOLOGIA PAOLINA – ANNO 2009 – Don Claudio Doglio
Lezione del 23/02/2009

Conoscere la potenza della risurrezione

L’esperienza profonda vissuta da Paolo è stata una esperienza di risurrezione. Ha incontrato il Risorto e ha sperimentato la potenza della Risurrezione. Ed è proprio su questo aspetto che vogliamo concentrare la nostra attenzione. La potenza del Risorto è l’energia che dentro la vita di una persona realizza il progetto di Dio e segna, trasformando, migliorando la persona stessa. E’ una forza divina che ri-suscita, ri-anima. Da morti che eravamo per i nostri peccati, Dio ci ha fatti ri-vivere in Cristo; con Lui ci ha risuscitati. Ci ha addirittura  fatti salire al cielo insieme con Lui e ci ha fatti sedere alla destra di Dio. Questo lo scrive nella lettera agli Efesini al cap 2. E’ un’espressione fondamentale dell’esperienza spirituale cristiana: da morti che eravamo, Dio ci ha fatti ri-vivere.
E’ già avvenuto in noi un elemento di trasformazione che ha ridato vita alla nostra esistenza. Prima di parlare però di questa condizione che vale per l’umanità in genere, Paolo si è presentato personalmente come un uomo trasformato da questa grazia. Leggiamo al cap 3 della Lettera ai Filippesi la sua presentazione  da questa esperienza fondamentale.
E’ una delle pagine che potremmo considerare autobiografiche, anche se non racconta particolari della vita; ci offre però una bella delineazione delle caratteristiche fondamentali della sua coscienza. I Filippesi sono gli abitanti di Filippi; sono un piccolo gruppo di cristiani che abitavano nella città di Filippi che si trova in Macedonia.
Oggi non esiste più come città: è solo un campo archeologico. Paolo aveva incontrato diverse persone che erano diventate amiche. E’ la prima tappa in Europa che ha fatto. Ricordiamo ad esempio Lidia, la signora che lo accoglie in casa, la prima battezzata da Paolo; poi il carceriere che da nemico oppressore, è diventato un amico liberato da Paolo.
A Filippi si è fermato anche Luca, quello che poi in seguito sarà l’evangelista, come responsabile della comunità.
Mentre in Galazia i cristiani di quella regione lo avevano fatto arrabbiare, perché avevano cambiato bandiera andando dietro altri predicatori, i cristiani di Filippi gli sono sempre stati fedeli e amici.
Abbiamo letto diversi passi della Lettera ai Galati in cui il tono era qualche volta acceso, polemico, contro gli stessi destinatari perché trasgressori. Invece la lettera ai Filippesi è scritta con un tono molto più dolce, cordiale. E’ scritta nello stesso anno della Lettera ai Galati, nello stesso ambiente; è la stessa persona che scrive però a comunità diverse. E’ logico che troviamo le stesse idee con qualche sfumatura differente. Il cap 3 si colloca in mezzo ad una serie di ricordi, saluti, espressioni affettive ed è un testo ricco da un punto di vista dottrinale. Inizia con una insistente raccomandazione: “ per il resto fratelli miei state lieti nel Signore, a me non pesa e a voi è utile che io vi scriva le stesse cose. Ve le ho già dette, ve le dico per iscritto; a me non pesa ripeterle e a voi fa bene sentirle di nuovo perché così ve le mettete bene in testa. Guardatevi dai cani”. Sta parlando di animali? “Guardatevi dai cattivi operai”. Di chi sta parlando? “Guardatevi da quelli che si fanno circoncidere”. Quando parla di cattivi operai, sta parlando di confratelli preti (con linguaggio nostro). Paolo aveva a che fare, anche nella prima comunità cristiana, con degli operai del vangelo, che erano cattivi con delle idee sbagliate che rischiavano di rovinare.
L’elemento di fondo è che Gesù Cristo non basta, ma ci vuole anche qualcosa di più; ad esempio la circoncisione: è necessaria per la salvezza.
In Galazia avevano fatto dei danni, allora è probabile che Paolo abbia agito di anticipo..
“Siamo infatti noi i veri circoncisi”. Noi chi?
“Noi che rendiamo il culto mossi dallo Spirito di Dio e ci gloriamo in Cristo Gesù senza avere fiducia nella carne”
La circoncisione vera è il cambiamento del cuore; l’evento non è rituale, ma esistenziale. Questo discorso deve essere fatto seriamente anche per noi: stiamo cercando di capire come essere cristiani autentici. Quindi questo discorso che Paolo fa sulla circoncisione, noi lo dobbiamo adottare ad esempio ai Sacramenti che riteniamo riti indispensabili. Il rischio è quello di considerare solo il rito come indispensabile in modo tale che produca magicamente l’effetto anche senza Cristo. L’effetto si sente e si vede; se non si sente e non si vede, l’effetto non c’è. Noi abbiamo creato una trattazione dei Sacramenti e ci siamo messi in testa delle idee sui Sacramenti che hanno qualche cosa di magico e di inconsistente
Il sacramento ricevuto fa qualche cosa, non si vede niente, non si sente niente, però il Sacramento c’è L’importante è che ci sia il cuore nuovo.
L’importante non è confessarsi spesso, ma non peccare più. Non che se uno si confessa ripetutamente è a posto; è uno strumento, non un fine. Non si è bravi cristiani perché ci si confessa spesso; si è bravi cristiani se pecchiamo poco. I protestanti usano una battuta di questo genere: “sapete la differenza tra un bambino cattolico e un bambino protestante? Il bambino protestante dice le bugie e poi….dice le bugie; il bambino cattolico, dice le bugie, si confessa e poi dice le bugie”.
La novità di Cristo non è che ci ha portato a confessarci, ma a non peccare. Noi siamo testimoni del’opera della grazia di Cristo, non perché facciamo dei riti, ma perché viviamo una vita.
I riti servono e sono importanti, ma perché ci sia questa vita. Sono strumenti finalizzati alla vita.
Il rischio continuo di ritornare alla mentalità giudaizzante è quello di accontentarci dei riti che non segnano la vita.
Se c’è l’incontro con il Signore che dona la sua misericordia, c’è un cambiamento, un segno. Questa grazia di Dio opera o non opera? Se non ci si accorge di niente come si fa a dire che opera? L’effetto si vede in noi. Come ci accorgiamo se c’è il vento? Guardando gli alberi che si muovono. Da cosa capiamo che c’è vento? Dagli effetti. Vediamo una bandiera che sventola e capiamo che c’è tanto o poco vento e capiamo che direzione ha il vento a seconda della parte dove è orientata la bandiera.
Come facciamo a capire che in noi agisce lo Spirito se non vediamo gli effetti? L’azione dello Spirito si vede dagli effetti. Se ognuno di noi si guarda bene, con attenzione alla luce di Cristo, si accorge che gli effetti ci sono.
Se viviamo bene i Sacramenti, gli effetti ci sono; se li viviamo superficialmente, in modo rituale, allora no.
Rileggiamo il versetto: “siamo noi i veri circoncisi che rendiamo il culto mossi dallo Spirito di Dio. C’è uno spirito che ci mette in comunione con Dio e ci gloriamo in Cristo Gesù”
Quest’espressione piace molto a Paolo: è entrata anche nella liturgia della Chiesa per il battesimo. Anche nel battesimo si dice: “questa è la nostra fede; questa è la fede della Chiesa e ci gloriamo di professarla in Cristo Gesù Nostro Signore”.
Noi siamo fieri di professarla. Gloriarsi è un atteggiamento abbastanza comune; ognuno di noi si gloria di qualcosa anche se in  genere adoperiamo piuttosto il verbo “vantarsi”
Ognuno di noi ha le proprie qualità e non lo neghiamo; siamo fieri di qualche cosa. La domanda che Paolo ci pone è: “di cosa sei fiero di fronte a Dio?”.
L’unica realtà di cui ci possiamo vantare è quella di avere Cristo Gesù. Io non mi vanto di me stesso, ma di Cristo Gesù che vive in me. Perché io possa essere fiero di Gesù Cristo è necessario e indispensabile che ci sia un rapporto che ci unisca. Noi ci gloriamo in Cristo, non nelle nostre carnali capacità. Davanti a Dio non mi vanto di essere capace di pregare bene; quello è vantarsi nella carne.
Paolo adopera il “noi” ma poi improvvisamente al vers 4 si passa al singolare.
“Noi non abbiamo fiducia nella carne sebbene io possa confidare anche nella carne. Se qualcuno ritiene di poter confidare nella carne, io più di lui”.
Ecco una specie di carta d’identità che l’apostolo ci presenta: “circonciso l’8° giorno, quindi 8 giorni dopo la nascita; quindi più giusto di così non può essere nessuno. Della stirpe di Israele, della Tribù di Beniamino, ebreo da ebrei. Quanto a zelo, persecutore della Chiesa. Irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge. Ma quello che poteva essere per me un guadagno l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo”.
Quello che sembrava un guadagno, avendo incontrato Cristo, ho capito che era una perdita. Qui c’è probabilmente l’allusione a quel detto di Gesù: chi vuole salvare la propria vita la perderà; ma chi perderà la propria vita per me, la salverà.
“Tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura”.
Tutto reputo una perdita, tutto ho lasciato perdere, tutto considero spazzatura.
Ha lasciato perdere tutte quelle situazioni che sembrano titoli di merito ma sono solo una zavorra pesante (spazzatura). Spazzatura è una traduzione dolce, perché in greco c’è “skubalà” che vuol dire qualcosa di leggermente diverso. Lo sterco dei cavalli si chiama “scibale”…quindi la terminologia tradotta è: “ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero stronzate!”
Ha lasciato perdere queste cose al fine di guadagnare Cristo, cioè incontrarlo, ottenerlo e di essere trovato in Lui. Ha lasciato perdere il suo vanto personale al fine di essere trovato in Gesù non con una sua giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo. Tutte le nostre pratiche cristiane possono essere ottimi strumenti di questa comunione con Cristo o possono essere solo riti superficiali che lasciano il tempo che trovano e montano la testa delle persone che le fanno creando l’orgoglio di essere giusti e non avendo niente a che fare con Cristo.
L’obbiettivo della vita cristiana è conoscere la potenza della risurrezione di Cristo.
Paolo vuole conoscere la potenza della risurrezione; vuole sperimentare che questo Cristo possa davvero guarirlo.
Paolo, conquistato da Cristo, ha passato la sua vita a corrergli dietro per raggiungerlo, visto che è stato raggiunto. E’ un’immagine di amore, di incontro di persone e di desiderio di incontro sempre maggiore.
Quel verbo che è tradotto con “mi sforzo” nell’originale greco è il verbo che talvolta si traduce anche con “perseguitare”. Paolo era un persecutore; dopo è diventato un “persecutore”…
Paolo dice: “io inseguivo i cristiani; inseguivo Cristo con un atteggiamento negativo. Persecutore è uno che per-segue; persegue un obbiettivo in senso maligno o benigno. Ha cambiato prospettiva ma sempre persecutore è!
Persegue l’obbiettivo che è Cristo e ha lo stesso zelo che aveva prima. Non è tanto lo sforzo personale, quanto l’impegno per raggiungere l’obbiettivo: l’obbiettivo è l’incontro con il Cristo

Publié dans : San Paolo |le 15 octobre, 2010 |Pas de Commentaires »

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