Archive pour le 14 octobre, 2010

Santa Teresa d’Avila

Santa Teresa d'Avila dans immagini sacre

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Santa Teresa di Gesù e la Vergine Maria

dal sito:

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Santa Teresa di Gesù e  la Vergine Maria 

   Tutta l’esperienza mariana di Santa Teresa che troviamo disseminata nei suoi scritti si può ricomporre in un mosaico che ci dà una splendida immagine di Maria. Prendiamo tre linee principali di questa dottrina teresiana. 
a. Devozione mariana ed esperienza mistica mariana 

Fin dalla prima pagina degli scritti teresiani la Vergine appare tra i ricordi più importanti della fanciullezza di Teresa. C’è il ricordo della devozione che sua madre Beatrice le inculca e che attua con la recita del Santo Rosario (Vita 1,1.6). C’è il commovente episodio della sua orazione alla Vergine quando, all’età di 13 anni, resta orfana: « Mi portai afflitta a una immagine della Madonna e la supplicai con molte lacrime a volermi fare da madre. Mi sembra che questa preghiera, fatta con tanta semplicità, sia stata accolta favorevolmente, perché non vi fu cosa in cui mi sia raccomandata a questa Vergine sovrana senza che ne venissi subito esaudita » (Vita 1,7). La Santa attribuisce, dunque, alla Vergine, la grazia di una protezione costante e, in modo speciale, la grazia della sua conversione: « mi ha riportato a sè ». Altri testi della autobiografia ci rivelano il permanere di questa devozione mariana: quando nelle sofferenze ricorre alla Vergine (Vita, 19,5), quando celebra le feste dell’Assunta e dell’Immacolata Concezione (Ib. 5,9; 5,6), o della Sacra Famiglia (Ib. 6,8), o la onora con il Rosario (Ib. 29,7; 38,1). 

Molto presto la devozione alla Vergine passa a essere, come in altri aspetti della vita della Santa, una esperienza dei suoi misteri, allorché Dio fa entrare Teresa in contatto con il mistero di Cristo e con tutto quanto vi si riferisce. Nella esperienza mistica teresiana del mistero della Vergine c’è come una progressiva penetrazione dei momenti salienti della vita della Vergine, secondo la narrazione evangelica. Così, per esempio,Teresa ottiene un’intuizione del mistero della Vergine nell’Annunciazione (Concetti sull’amore di Dio 5,2; 6,7). Per due volte la Santa Madre ha l’esperienza mistica delle prime parole del Cantico di Maria, il « Magnificat » (Relazione 29,1; 61), cantico che secondo la testimonianza di suor Maria di San Giuseppe con molta frequenza « ripeteva sottovoce in castigliano »‘ (Cfr. B.M.C. 18, p. 491). 

Contempla con stupore il mistero dell’Incarnazione e della presenza del Signore in noi a immagine della Vergine che porta dentro di sè il Salvatore: « Volle (il Signore) entrare nel ventre della sua Santissima Madre. Dato che è Signore, porta con sè la libertà, e poiché ci ama si fa a nostra misura » (Cammino, Escorial 48,11). Contempla la Presentazione di Gesù al tempio e scopre il senso delle parole di Simeone alla Vergine (Relazione 35,1): « Quando vedi mia madre che mi tiene in braccio, non pensare che godesse di quelle gioie senza un grave tormento. Da quando Simeone le disse quelle parole, mio Padre le diede chiara luce per vedere ciò che io avrei dovuto patire » ( Cfr. anche, sulla nascita di Gesù, la poesia 14 e sulla Presentazione, Cammino 31,2). Anche la fuga in Egitto e la vita nascosta della Sacra Famiglia sono molto presenti in Teresa (Lettera a Luisa della Cerda, 27 maggio 1563, e Vita 6,8). 

Speciale è l’intuizione della Santa circa la partecipazione di Maria al mistero pasquale di suo Figlio, alla sofferenza e alla gioia dei giorni di passione-resurrezione del Signore. Teresa ama contemplare la fortezza di Maria e la sua adesione al mistero di Cristo in croce (Cammino 26,8). Nei Pensieri sull’Amore di Dio (3,11) dice della Vergine: « Ai piedi della croce, non stava già addormentata, ma soffrendo nella sua santissima anima e morendo di dura morte ». Partecipa misticamente al dolore della Vergine quando questa riceve il Signore nelle braccia « alla maniera di come si dipinge il quinto dolore della Madonna » (Relazioni spirituali 58). Nella Pasqua del 1571 a Salamanca, in una notte oscura dello spirito, Teresa esperimenta ancora la desolazione e la solitudine della Vergine ai piedi della Croce (Relazioni spirituali 15, 1.6), e sente il Signore che le dice: « Appena risorto si era mostrato a nostra Signora, perché ne aveva gran bisogno … e stette con lei molto tempo – essendo ciò necessario per consolarla » (Ib.). 

In varie occasioni Teresa ha potuto contemplare il mistero della glorificazione della Vergine nella festa della sua Assunzione gloriosa (Vita 33,15 e 39,26). Avverte che la Vergine accompgna con la sua costante intercessione la comunità quando prega, come avviene in San Giuseppe d’Avila (Vita 36,24) e dell’Incarnazione (Relazioni spirituali 25).  

Quando, in un’altissima esperienza mistica, le viene concesso di conoscere il mistero della Trinità, percepisce la vicinanza della Vergine in questo mistero e il fatto che Maria, con Cristo e lo Spirito Santo, sono un dono ineffabile del Padre: « Io ti ho dato mio Figlio, lo Spirito Santo e questa Vergine. E tu che mi puoi dare in ricambio? » (Ib.). 

Si può affermare che la Santa Madre ha avuto una profonda esperienza mistica mariana, ha goduto della presenza di Maria e questa le ha fatto rivivere i suoi misteri. Per questo è tesi della dottrina teresiana che i misteri dell’Umanità di Cristo e della Vergine Madre fanno parte della esperienza mistica dei perfetti (Cfr. Mansioni VI,7,13 e titolo del cap.; 8,6). 

b. Maria, modello e madre della vita spirituale 

Santa Teresa ci ha lasciato alcune idee dottrinali sul mistero della Vergine Maria. Avrebbe, senza dubbio, tracciato una bella sintesi se avesse commentato, secondo la sua intenzione, l’ »Ave Maria » come ha fatto con il « Padre Nostro », nella prima redazione del Cammino di Perfezione. 

Possiamo affermare che tra le virtù caratteristiche della Vergine la nostra Santa propone da imitare quella che le riassume tutte. Maria è la prima cristiana, la discepola del Signore, la seguace di Cristo fino ai piedi della Croce (Cammino 26,8). È modello di adesione totale alla Umanità di Cristo e alla comunione con Lui nei suoi misteri: Maria perciò è modello di contemplazione centrata sulla Sacratissima Umanità (Cfr. Vita 22,1; Mansioni VI,7,14). 

Tra le virtù che sono anche quelle della vita religiosa carmelitana si possono citare: la povertà che rende Maria povera con Cristo (cfr. Cammino 31,2) e l’umiltà che trasse Dio dal cielo « nelle viscere della Vergine » (Cammino 16,2) e che è perciò una delle virtù principali da imitare: « Assomigliamo in qualcosa alla grande umiltà della Vergine Santissima » (Cammino 13,3); l’atteggiamento di umile contemplazione e stupore davanti alle meraviglie di Dio (Pensieri sull’Amore di Dio, 6,7) e di totale rinuncia alla propria volontà (Ib.). 

La presenza di Maria è su tutto il nostro cammino spirituale. Ogni grazia e ogni momento cruciale della maturità nella vita cristiana e religiosa hanno relazione con la presenza attiva della Madre nel cammino delle sue figlie. La Vergine appare attivamente presente in tutta la descrizione che la Santa fa dell’itinerario della vita spirituale nel Castello Interiore. È la Vergine che intercede per i peccatori quando si raccomandano a Lei (Mansioni I, 2,12). È Maria l’esempio e il modello di tutte le virtù: la memoria dei suoi meriti e della sua bontà può servire di sollievo nell’ora della conversione definitiva (Mansioni III 1,3). È la Sposa dei Cantici (Pensieri sull’Amore di Dio, 6,7), modello delle anime perfette. È la Madre in cui tutte le virtù si riassumono nella comunione con Cristo e nel « molto patire »: « Abbiamo sempre visto che quelli che si sono avvicinati di più a nostro Signore Gesù Cristo hanno anche sofferto di più: guardiamo alle sofferenze della sua santissima Madre e dei suoi gloriosi apostoli » (Mansioni VII 4,5). Per questo la memoria di Cristo e della Vergine, nella celebrazione liturgica dei loro misteri, ci segue e ci fortifica (Cfr. Mansioni VI 7,11.13). 

c. La Vergine Maria e il Carmelo 

Teresa di Gesù con la vocazione di Carmelitana è entrata nella grande tradizione dell’Ordine. All’Incarnazione s’è potuta impregnare di tutta la ricca spiritualità mariana: quella tradizione che nel secolo XVI era espressa dalla storia, dalle leggende spirituali, dalla liturgia, dalla devozione popolare. Nei suoi scritti il nome dell ‘Ordine compare sempre insieme a quello della Vergine che è Signora, Patrona, Madre. Tutto è mariano nell’Ordine, secondo Teresa: l’abito, la Regola, le case. 

Quando nel 1571 è nominata Priora dell’Incarnazione, mette al primo posto in coro la Madonna perchè sa che in Maria c’è una convergenza di devozione, di amore e di rispetto da parte di tutte le religiose. Il gesto ha un suo simpatico epilogo mariano, con l’apparizione della Madonna (Relazione 25). In una lettera a Maria di Mendoza del 7 marzo 1572 dice affettuosamente: « La mia Priora (la Vergine Maria) fa queste meraviglie ». Accoglie con gioia il P. Graziano perchè devoto alla Madonna, come ella ricorda spesso nelle sue Lettere, e si entusiasma al conoscere le origini dell’Ordine quali erano narrate nei libri del tempo (cfr. Fondazioni, 23). Ha ben chiari i privilegi dello Scapolare così che a proposito della morte di un carmelitano dice: « Intesi che, essendo stato un frate che aveva osservato bene la sua professione, aveva goduto della Bolla dell’Ordine per non andare in purgatorio » (Vita 38,31). 

Con identico spirito mariano, in servizio di rinnovamento dell’Ordine della Madonna e dietro suo impulso, intraprende la fondazione di San Giuseppe. Già nelle prime promesse che Cristo le fa, troviamo un accenno alla presenza della Vergine nel Carmelo (Vita 32,11).  

Dopo è la stessa Vergine a promuovere la fondazione di San Giuseppe con identiche parole e promesse e con la grazia speciale per Teresa di una interiore purezza, una specie di investitura mariana per essere fondatrice (Vita 33, 14). Concludendo felicemente la fondazione di S. Giuseppe, Teresa confessa i suoi sentimenti mariani: « Per me fu come trovarmi in una gloria veder mettere il Santissimo Sacramento … e veder compiuta un’opera che avevo inteso che sarebbe stata a servizio del Signore e in onore dell’abito della sua gloriosa Madre » (Vita 36,6). E aggiunge: « Osserviamo la Regola della Madonna del Carmine … Piaccia al Signore che sia tutto a lode e gloria sua e della gloriosa Vergine Maria, di cui portiamo l’abito » (Ib. 36,26.28). Come risposta a questo servizio mariano Teresa vede Cristo che la ringrazia per « ciò che aveva fatto per sua Madre », e vede la Vergine « con grandissima gloria, col mantello bianco sotto cui pareva raccoglierci tutte »" (Ib. 36,24). 

Nella narrazione dei progressi della nuova fondazione, Teresa ha sempre cura di sottolineare la continuità dell’Ordine nel servizio fatto a nostra Signora e la speciale protezione che ella le dona in tutte le occasioni. Così per esempio nell’incontro con il P. Rossi quando ottiene il permesso di moltiplicare i monasteri nuovi: « Scrissi una lettera al nostro P. Generale … mettendogli innanzi il servizio che avrebbe reso a nostra Signora, di cui era molto devoto. Ed Ella senza dubbio dovette occuparsi della cosa » (Fondazioni 2,5). Tutto il libro delle Fondazioni pare scritto in chiave mariana poichè sono continue le allusioni di Teresa alla Vergine e al suo servizio: « Cominciando a popolarsi questi piccoli colombai della Vergine nostra Signora … » (Ib. 4,5); o quando sottolinea: « Sono agli inizi per rinnovare la Regola della Vergine sua Madre e Signora e Patrona nostra » (Ib. 14;5), come dice a proposito della fondazione di Duruelo. Quando svolge indietro lo sguardo, alla fine del libro delle Fondazioni, contempla tutto come un servizio alla Vergine e come un’opera in cui ha collaborato la stessa Regina del Carmelo: « Noi ci rallegriamo di poter in qualcosa servire la nostra Madre e Signora e Patrona … A poco a poco si vanno facendo cose in onore e a gloria di questa gloriosa Vergine e del Figlio suo … » (Ib. 29,23.28). La stessa separazione di calzati e scalzi fatta il 1581 al Capitolo di Alcalà è vista da Teresa con un riferimento alla Madre dell’Ordine che vi mette pace: « Nostro Signore ha portato a termine questa cosa così importante … a onore e gloria della sua gloriosa Madre, poichè è cosa del suo Ordine, dato che è Signora e Patrona nostra » (Ib. 29,31). 

Il ricordo della Vergine suggerisce a Teresa in diverse occasioni il senso della vocazione carmelitana ispirata a Maria. Così, per esempio, con allusione implicita alla Vergine: « Tutte noi che portiamo questo sacro abito del Carmine siamo chiamate all’orazione e alla contemplazione, perchè in ciò è la nostra origine e siamo progenie di quesi santi Padri del Monte Carmelo che in così grande solitudine e nel totale disprezzo del mondo cercavano questo tesoro, questa preziosa perla di cui parliamo » (Mansioni V,1,2). Maria appare, nel contesto, come la Madre di questa « casta di contemplativi », in forza della sua interiorità e del dono totale al Signore. Altrove Teresa 

richiama l’attenzione sulla imitazione della Vergine per aver diritto di chiamarci suoi figli: « Sorelle, piaccia a nostro Signore che noi conduciamo una vita da vere figlie della Vergine e osserviamo la nostra professione, perchè nostro Signore ci faccia la grazia che ci ha promesso » (Fondazioni 16,7). Nell’amore alla Vergine e nell’adesione alla stessa famiglia si trova per una comunità teresiana il fondamento dell’amore reciproco e della comunione dei beni, come suggeriscono questi testi: « Cosicchè, figlie mie, se tutte siamo figlie della Vergine e siamo sorelle, procuriamo d’amarci molto tra noi » (Lettera alle monache di Siviglia, 13 gennaio 1580); « Portiamo un abito per questo: perchè ci aiutiamo gli uni (monasteri) gli altri, poichè ciò che è di uno è di tutti » (Lettera a Priora e Suore di Valladolid, 31 marzo 1579).  

Queste parole dimostrano che Teresa ha vissuto integralmente la tradizione mariana del Carmelo e l’ha arricchita con la sua esperienza mistica, con la sua devozione e orientamento dottrinale dei suoi scritti. Per la carmelitana scalza la Vergine è modello di adesione a Cristo, di esperienza contemplativa del suo mistero e di servizio ecclesiale. Per ciascun monastero la Vergine è la Madre che, con la sua presenza, accresce il senso di intimità e di famiglia, sostiene nel cammino della vita spirituale, presiede l’orazione come fervente Soccorritrice presso suo Figlio.  

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15 ottobre – Santa Teresa di Gesù (d’Avila) Vergine e Dottore della Chiesa

dal sito:

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15 ottobre – Santa Teresa di Gesù (d’Avila) Vergine e Dottore della Chiesa 


Avila, Spagna, 1515 – Alba de Tormes, Spagna, 15 ottobre 1582

Nata nel 1515, fu donna di eccezionali talenti di mente e di cuore. Fuggendo da casa, entrò a vent’anni nel Carmelo di Avila, in Spagna. Faticò prima di arrivare a quella che lei chiama la sua «conversione», a 39 anni. Ma l’incontro con alcuni direttori spirituali la lanciò a grandi passi verso la perfezione. Nel Carmelo concepì e attuò la riforma che prese il suo nome. Unì alla più alta contemplazione un’intensa attività come riformatrice dell’Ordine carmelitano. Dopo il monastero di San Giuseppe in Avila, con l’autorizzazione del generale dell’Ordine si dedicò ad altre fondazioni e poté estendere la riforma anche al ramo maschile. Fedele alla Chiesa, nello spirito del Concilio di Trento, contribuì al rinnovamento dell’intera comunità ecclesiale. Morì a Alba de Tormes (Salamanca) nel 1582. Beatificata nel 1614, venne canonizzata nel 1622. Paolo VI, nel 1970, la proclamò Dottore della Chiesa. (Avvenire)

Etimologia: Teresa = cacciatrice, dal greco; oppure donna amabile e forte, dal tedesco

Emblema: Giglio

Martirologio Romano: Memoria di santa Teresa di Gesù, vergine e dottore della Chiesa: entrata ad Ávila in Spagna nell’Ordine Carmelitano e divenuta madre e maestra di una assai stretta osservanza, dispose nel suo cuore un percorso di perfezionamento spirituale sotto l’aspetto di una ascesa per gradi dell’anima a Dio; per la riforma del suo Ordine sostenne molte tribolazioni, che superò sempre con invitto animo; scrisse anche libri pervasi di alta dottrina e carichi della sua profonda esperienza. 
Santa Teresa d’Avila (1515-1582) era al Carmelo di Toledo quando il re del Portogallo, Don Sebastiano (1554-1578), fu ucciso e il suo esercito sconfitto alla grande battaglia contro i Mori ad Alcacer-Quibir, in Marocco, nel 1578. La santa ebbe una rivelazione relativa a questa disfatta. Ne fu grandemente rattristata e pianse, perché si augurava con tutte le sue forze la vittoria della Cristianità e la sconfitta dei suoi nemici.
Protestò con il Signore: “Mio Dio,come puoi permettere la disfatta del tuo popolo e la vittoria dei tuoi nemici?”. Il Signore le rispose: “Se li ho trovati pronti a comparire alla mia presenza, perché sei triste?”.
Il suo sentimento di tristezza svanì quando considerò la gloria di cui i soldati uccisi in battaglia stavano già godendo in Cielo. Ammirava questi guerrieri che Dio aveva trovato pronti per la felicità eterna, specialmente se considerava i costumi normalmente rilassati dei soldati. Immediatamente le venne il desiderio di estendere la sua riforma carmelitana al Portogallo.
Pregò ardentemente per conoscere la volontà di Dio, e nel giorno della festa dell’Assunzione la risposta venne. Il Signore le disse: “Figlia mia, non andrai in Portogallo per fondare case della tua riforma. Le tue figlie e figli lo faranno in futuro, quando porrò termine al castigo inflitto al Portogallo e mostrerò la mia misericordia a questo Paese. L’aumento del numero di buoni religiosi mi permetterà di sollevare il Portogallo dalla miseria in cui sarà caduto, di restaurarlo nella felicità di cui aveva goduto in passato, e di promettergli future glorie”.
Vediamo qui collegarsi due temi: la sconfitta di Alcacer-Quibir nel 1578 e la fondazione di conventi carmelitani in Portogallo.
In primo luogo Santa Teresa stava pregando quando Dio le rivelò che il re Don Sebastiano del Portogallo, che regnò dal 1557 al 1578, aveva patito la grande sconfitta di Alcacer-Quibir. La battaglia si rivelò decisiva da diversi punti di vista.
Se il re Don Sebastiano – un re molto pio e vergine, l’ultimo fiore del vecchio Portogallo – fosse stato vittorioso, avrebbe spezzato il potere dei musulmani. Il Portogallo avrebbe potuto fondare una prospera colonia nell’Africa del Nord, un ponte verso un’Africa interamente cattolica. Questo avrebbe portato un fiero colpo al potere dei musulmani nel mondo intero.
Gli islamici occupavano allora la penisola balcanica, la Turchia, tutta l’Asia Minore, il Nord Africa e parti dell’Africa sub-sahariana. Pertanto, se l’esercito portoghese avesse conquistato una parte del Nord Africa, altri regni come la Spagna e la Francia avrebbero profittato di questa vittoria. Il Portogallo aveva già la sua testa di ponte a Fez. Ad Alcacer-Quibir tentava di ampliare la sua posizione militare. Per queste ragioni Alcacer-Quibir fu una battaglia decisiva.
Per questa battaglia d’oltremare il re Don Sebastiano aveva allestito una grande flotta a Lagos con un ampio esercito di nobili e soldati portoghesi. Gli storici dicono che la sua tattica contro i musulmani fu imprudente. Morì in battaglia e il potere portoghese patì un duro colpo. Al contrario, il potere islamico si consolidò e prese forza.
Questo non fu solo un fatto negativo per la lotta contro l’islam, ma favorì anche i protestanti. In effetti, liberi dalla pressione cattolica in Africa, i musulmani si concentrarono sui Balcani e sull’attacco contro l’Austria-Ungheria. Per questo scopo favorirono gli Stati protestanti che erano anch’essi nemici dell’Impero Austro-Ungarico.
La catastrofe fu pure disastrosa per l’indipendenza del Portogallo. Don Sebastiano lasciò un solo erede, il cardinale Don Enrico (1512-1580) suo zio, che divenne re del Portogallo. La Santa Sede lo dispensò dal celibato ecclesiastico perché potesse continuare la dinastia degli Avis. Ma regnò solo due anni, dal 1578 al 1580, e non ebbe figli. La corona portoghese passò per diritto di successione al re Filippo II di Spagna (1527-1591). La dinastia degli Avis sparì. Così, la morte del re Don Sebastiano ad Alcacer-Quibir rappresentò un danno gravissimo per il Portogallo.
Comprendendo tutto questo, Santa Teresa divenne triste e pianse. Chiese al Signore come aveva potuto permettere la disfatta. La risposta fu che quell’esercitò era così ben preparato spiritualmente che Egli portò molti dei soldati in Cielo. Con tutto il rispetto, questa prima parte della risposta del Signore ci sembra un po’ evasiva. Ma la risposta completa viene quando il Signore spiega che la disfatta è stata una punizione e che i buoni religiosi che verranno saranno uno dei modi di sfuggire al castigo.
Potete vedere come il centro del dialogo fra Santa Teresa e il Signore è essenzialmente una preoccupazione politica e militare che riguarda il Portogallo. Questo si oppone a una certa mentalità sentimentale e dolciastra sulle vite dei santi, che non vorrebbe mai considerare questi aspetti. Tutto dev’essere spirituale nel senso più ristretto del termine. Questa falsa pietà aborre ogni riferimento agl’interessi politici e militari cattolici. Ritiene falsamente che la spiritualità sia una cosa così elevata da escludere questi aspetti. Insinua che il vero santo non si occupa di affari politici e militari. Ma questo episodio che coinvolge Santa Teresa e il Signore testimonia precisamente il contrario.
Il Signore mostra la sconfitta militare del re Sebastiano in una rivelazione mistica alla grande Santa Teresa perché è questo il tema di cui vuole intrattenersi con lei. Evidentemente Dio aveva un grande interesse per quella battaglia. Quando la causa cattolica è sconfitta in armi, le persone sante dovrebbero essere tristi. E Santa Teresa lo era. Ne segue un dialogo, dove Dio rivela il senso profondo della storia e le ragioni soprannaturali della sconfitta.
Consideriamo quanto meravigliosi sono i disegni di Dio. La sua Divina Sapienza ha un’infinità di sfaccettature, che l’intelligenza umana non potrà mai riuscire ad abbracciare. Risponde alla domanda di Santa Teresa affermando che molti soldati portoghesi erano ben preparati alla morte e così li ha portati in Cielo. Vedete come anche nel momento in cui Dio sta castigando una nazione, la sua misericordia tiene conto della situazione spirituale dei combattenti. Forse avrebbe rimandato il momento del castigo se quei soldati non fossero stati pronti a una buona morte. Vedete la sua delicatezza, la sua bontà, la sua misericordia.
In secondo luogo, lasciatemi dire una parola sull’Ordine Carmelitano. Santa Teresa aveva la speciale missione di diffondere la riforma del Carmelo. La missione dei Carmelitani era quelle di attirare tramite la preghiera e la penitenza le grazie di Dio nei Paesi dove fondavano i loro conventi. Una seconda dimensione della loro missione era di guadagnare queste grazie per tutta la Cristianità e – terza dimensione – per il mondo intero, perché tutti potessero convertirsi alla religione cattolica.
Quando Santa Teresa vide che la nazione portoghese era per molti aspetti fervente, concepì il desiderio di fondarvi un convento. Era un progetto eccellente e gradito a Dio, Ma Dio stesso chiese di rimandarne l’esecuzione. Perché? Solo la Divina Sapienza lo sa.
Ma una considerazione è che il popolo portoghese aveva bisogno di tempo per accettare la supremazia spagnola dopo che la corona del Portogallo era stata incorporate alla Spagna del re Filippo II, che l’aveva ricevuta in legittima successione dopo la morte del cardinal Don Enrico. Se le carmelitane spagnole fossero andate subito in Portogallo secondo il desiderio di Santa Teresa avrebbero potuto trovarvi una cattiva accoglienza. Un periodo di adattamento sembrava necessario. Forse fu questa una delle ragioni per cui il Signore rimandò l’arrivo delle carmelitane spagnole in Portogallo. Dopo che l’unione dei due regni fu accettata la presenza di carmelitane spagnole in Portogallo seguì naturalmente e produsse immensi frutti spirituali.
Come conclusione, possiamo vedere quanto è importante seguire gli eventi del nostro tempo nella misura in cui hanno a che fare con la salvezza delle anime, la causa cattolica, la sconfitta della Rivoluzione, la gloria e l’esaltazione della Sante Chiesa. Questo per noi è un atto di amore a Dio caratteristico della nostra vocazione contro-rivoluzionaria, che è attenta ai problemi dell’ora presente.
Chiediamo a Santa Teresa questa grazia incomparabile. 

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Omelia per il 14 ottobre 2010

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/770.html

Omelia (16-10-2003) 
padre Lino Pedron

Commento su Luca 11, 47-54

I farisei erano gli scolari docili e fedeli dei dottori della legge. Essi realizzavano nella vita ciò che questi insegnavano. I rimproveri rivolti ai farisei colpiscono dunque anche i dottori della legge. Essi si ponevano sullo stesso piano dei profeti ed esigevano di essere ascoltati come Mosè, come la legge stessa. Gesù aveva già detto: « Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno »(Mt 23,2-3).

Nel brano di oggi Gesù rivolge ai dottori della legge due rimproveri: 1) Essi costruiscono monumenti funebri ai profeti uccisi dai loro antenati perché annunciavano la parola di Dio; e intanto cercano di uccidere il più grande dei profeti, Gesù. 2) Si arrogano il diritto esclusivo di spiegare la Scrittura e di interpretare la volontà di Dio e, di conseguenza, si credono le uniche guide autorizzate che conducono alla conoscenza di Dio e alla vita eterna; e intanto rifiutano Gesù e impediscono che altri lo riconoscano e giungano tramite il suo vangelo e la sua opera, alla conoscenza di Dio e alla vita eterna. I rimproveri diretti contro i dottori della legge hanno il loro motivo più profondo nel rifiuto di Gesù. Egli è il profeta di Dio che riassume e supera la parola di tutti i profeti. Egli solo ha la chiave della conoscenza e dà la conoscenza: « Nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare » (Lc 10,22). La colpa più grave dei dottori della legge è questa: non solo non riconoscono Gesù, ma impediscono anche al popolo di riconoscerlo. Tutti i difetti e i delitti dei dottori della legge trovano la loro radice nel fatto che preferirono la loro sapienza umana alla sapienza di Dio, manifestata in Gesù.

I loro padri hanno ucciso i profeti per non convertirsi; i contemporanei di Gesù uccideranno la Parola stessa, il Cristo. La sapienza di Dio è sempre perseguitata e rifiutata, perché è la sapienza della croce, del bene che vince il male portandolo, sopportandolo e perdonandolo.

Ai contemporanei di Gesù verrà chiesto conto del sangue di tutti i giusti e di tutti i profeti, dall’inizio del mondo. Infatti il mistero dell’iniquità raggiunge il culmine nell’ora della sua passione (cfr Lc 22-23). Ma nella passione di Gesù raggiunge il culmine anche il mistero della bontà di Dio. Questo « ahimè per voi » che Gesù rivolge ai dottori della legge è la sua stessa croce, dove porta su di sé la maledizione della legge e paga il conto di ogni nostro delitto. Se il sangue di Abele, il primo giusto ucciso, grida dalla terra a Dio (Gen 4,10), quello di Gesù la lava da ogni macchia. Zaccaria, l’ultimo profeta ucciso, muore dicendo: « Il Signore ve ne chieda conto » (2Cr 24,20ss), Gesù crocifisso dirà: « Padre, perdona loro » (Lc 23,24). La giustizia della legge infatti denuncia e fa vedere il peccato davanti a Dio; la sapienza del vangelo, invece, lo perdona e se ne fa carico.

I dottori della legge tolgono la chiave della conoscenza di Dio, perché danno l’immagine di un Dio senza misericordia. Stanno lontani loro e tengono lontani anche gli altri. Ma la sapienza di Dio si servirà della loro insipienza: la croce che essi leveranno sarà l’unica, vera chiave per entrare nella conoscenza di Dio. 

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