Archive pour le 8 octobre, 2010

Madonna del Rosario

Madonna del Rosario dans immagini sacre

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Gioia e umorismo per una sana spiritualità

dal sito:

http://www.preticattolici.it/Teologia%20spirituale.htm

Gioia e umorismo per una sana spiritualità

di Padre Jesús Castellano Cervera, OCD, su Santa Teresa e la liturgia.

Alle carmelitane di Haifa, Padre Castellano, scomparso il 15 giugno scorso, lasciò in dono una conferenza sulla gioia. Le carmelitane l’hanno tradotta in francese ed hanno inviato all’Osservatore Romano il testo originale in lingua italiana.

Riportiamo di seguito il testo inedito

Introduzione

Sono rimasto sorpreso per l’insistenza con cui ricorre nei Vangeli dell’ultima cena l’invito alla gioia (Gv 15, 11; 16, 20-21; 22.24; 17, 13). E’ uno dei temi più presenti nei discorsi di addio dell’ultimo incontro conviviale di Gesù con i discepoli, quasi una preparazione psicologica e una pedagogia amorevole per quanto sta per accadere, e che, tuttavia, non è una fine tragica ma un passaggio doveroso. La tristezza dei discepoli, assicura Gesù, si muterà in gaudio. Nelle sue confidenze intime Gesù ci parla della sua gioia e ci assicura la nostra. E’ promessa ed è dono. E’ invito ed è superamento. E’ un invito alla pienezza. « La mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena » (1). Vale la pena riferirsi ad un maestro che parla così di sé, e promette tanto a noi.
A pensarci bene dobbiamo ammettere che la gioia è una parola chiave del lessico cristiano. Dall’Antico Testamento, con la gioia di Dio e dell’uomo nella creazione, all’Apocalisse con la promessa della gioia senza ombre, un fiume pieno di letizia percorre tutta la Bibbia, con momenti di notte e di buio, ma con la vittoria finale che tutto mette a posto e anticipa le ragioni della speranza in ogni momento. Tutto è detto nelle pagine della Bibbia. Gioia di Dio per la sua creazione, fino al punto che vedendo la bellezza del mondo e specialmente della creatura umana la pupilla di Dio, dico i rabbini, si è dilatata, fino a far fluire una lacrima di estrema gioia divina e di piacere divino per la sua creazione. La gioia quindi è insieme realtà interiore e manifestazione esteriore. Con mille ragioni per essere felici. E mille inviti a vivere così, e a manifestare questo modo di essere e di relazionarsi dei credenti dell’Antico e del Nuovo Testamento.
Tutto il Vangelo di Luca è un inno alla gioia con una intonazione da inno gioioso come accade nel saluto dell’Angelo a Maria (« Rallegrati ») e nel Magnificat, nella buona novella annunziata ai Pastori: « Vi annunzio una grande gioia », nell’annuncio di Gesù alla Sinagoga di Nazaret, nell’esultanza di Gesù nella sua preghiera, mosso dallo Spirito Santo. Possiamo dire che tutta la vita e la predicazione di Gesù sono un vero e proprio « Evangelion », una Buona e gioiosa notizia del Regno, dall’inizio fino alla fine (2).
Ragioni non mancano per essere felici. Sono settanta o centomila, quante ne vogliamo. Come tante sorgenti, ma con un’unica acqua. Forse alle volte i cristiani non se ne accorgono e non danno testimonianza di una realtà così semplice. Spesso i non credenti rimproverano ai cristiani il volto triste, come se non fosse vero che hanno una fede che è sorgente di felicità. In realtà, anche le ragioni per essere tristi, ci sono; ma sono sempre relative e non definitive, perché vi è una speranza cristiana che ha già sconfitto in precedenza le ragioni di una tristezza definitiva.

La gioia: un quarto trascendentale per l’uomo di oggi

Oggi si parla della riscoperta della bellezza come espressione di una necessaria integrazione con la verità e la bontà, due trascendentali classici. Io mi batto anche per l’introduzione di un altro trascendentale che è quello della gioia, della felicità, della beatitudine, se al pari della ricerca della verità e della bontà, oggi si afferma che la bellezza salverà il mondo. La gioia è anche desiderio intimo della persona, ricerca costante e mai appagata, promessa di qualcuno che veramente c’invita ad essere sempre nella gioia, anche in mezzo alle persecuzioni. Alla parola più recente della teologia, cioè « Dio è bellezza », occorre aggiungere: Dio è gioia. Una giovane santa carmelitana, la cilena Teresa de los Andes, ha coniato la frase: « Dio è gioia infinita ».
Occorre quindi mettersi alla riscoperta delle sorgenti e del percorso della gioia di Dio e dell’uomo per un cristianesimo che porti il timbro di questo Dio che è gioia infinita vissuta e comunicata. Del resto, il grande predicatore Gesù, figlio di Dio, ha iniziato la propaganda del suo messaggio nuovo nel Vangelo di Matteo con un invito alla felicità e una promessa, quella delle beatitudini e della beatitudine. Beati, cioè, felici, gioiosi…Certo, non a poco prezzo, ma rovesciando i valori della vera gioia secondo il mondo, con un invito a tutti coloro che ad ascoltarlo sembravano piuttosto dei poveri e degli infelici del suo tempo e di tutti i tempi.
Il Regno di Dio che Gesù annunzia con divina pedagogia, porta sempre con sé, come frutto e come lievito, l’esperienza e la promessa di una santa letizia. Gesù ha vissuto una esperienza giubilare, gioiosa, nella libertà e nella condivisione di tutto con gli altri. Ha creato una Chiesa della gioia se dei primi cristiani si metteva in luce specialmente la letizia e la semplicità nel cuore….La gioia ha un’espressione che dal cuore fiorisce nel volto. La luminosità degli occhi, la lievità aperta del volto, la forza dell’amore che si esprime in parole e in sguardi, la dilatazione del sorriso, il battito del cuore che si manifesta nello stupore di un sentimento nuovo e gratificante che fa bene anche alle arterie e porta ad illuminare tutta la persona che a sua volta illumina gli altri, sono componenti della gioia.

Qualche riflessione antropologica

Talvolta il sorriso scoppia nella risata, procurata da un colpo di ingegno da una osservazione acuta, da una uscita imprevedibile, da un rovesciamento della logica, da una presa in giro, nel senso più esatto della parola, da un rigirare le cose e la logica amara, per scoprire un altro lato della realtà, configgere una certa visione pessimista, scoprire, il senso del ridicolo di certi atteggiamenti, contestare un modo tutto razionale e serio di vedere le cose che non è l’unico, ampliare gli orizzonti del pensiero e dell’esistenza. Ed ecco il sorriso e la risata che fanno buon sangue come si dice. Ecco come gioia, sorriso ed umorismo nascono dal cuore buono, mite e profondamente umano. Come una forza creativa che nel nostro cuore non si rassegna alla tristezza e ai limiti, come uno scoppiettio della speranza che cerca altre soluzioni ed altre ragioni, semina allegrezza, perché è della natura umana, ad immagine di Dio, comunicare, donare, condividere…Ma tutto questo nella verità, altrimenti la gioia è vuota ed effimera, ingannevole e pericolosa, lascia una tristezza ancor più grande. Il sorriso e la risata chiedono la verità e la schiettezza, ma anche una certa bontà ed una bellezza un po’ arlecchina, anche quella del clown che, consapevole dei limiti propri ed altrui, strappa sorrisi ai bambini e agli adulti.
Ma attenzione! Il sorriso e la risata non devono diventare una smorfia infelice e vuota, e l’umore non deve caricare ancora le tinte per diventare quello che si chiama « humour nero », che incenerisce subito al gioia e la seppellisce in una tristezza ancor più profonda; humour superficiale o morboso che scandalizza, seminando nel cuore e nella mente tossine di malizia e di cattiveria che sconvolgono l’equilibrio personale e il rapporto con gli altri. Basterebbe questa serie di osservazioni per capire quanto importante sia la gioia, il sorriso e l’umorismo, quanto si addicano alla vocazione umana e cristiana, quanto siano un dono di Dio ed una invidiabile qualità, quanto possano contribuire a cambiare il mondo, incominciando a cambiare il volto e il cuore delle persone, i rapporti, gli incontri. E tuttavia quanto fragile è l’equilibrio e sottile la demarcazione fra la vera gioia, piena di bontà e di bellezza, che si colora di umorismo e trasfigura i volti nel sorriso, e la falsa gioia che produce smorfie e non sorrisi. « Humour nero » e non bianco, che distilla amarezza e pessimismo e non bontà ed ottimismo cristiano.
Se poi si guarda questo mondo dove c’è tanta tristezza e tanta gioia superficiale, viene da pensare che i cristiani, uomini della gioia, del sorriso e del buon umore, devono diventare apostoli di un nuovo apostolato umanistico, quello del buon umore e dell’ottimismo cristiano. La Chiesa ha bisogno di diventare insieme una casa ed una scuola di comunione nella gioia vera, tanto più umana quanto divina.

Dalla teologia all’esperienza

Ma quale posto occupa la gioia e l’umorismo in una sana spiritualità? A dir vero non è difficile trovare a livello teorico in libri e Dizionari di vita spirituale, anche recenti pagine belle e suggestive sulla gioia. Certo non è facile parlare della gioia nell’ambito della spiritualità. La parola risuona centinaia di volte con una sinfonia di parole, come è stato ricordato, nelle pagine dell’Antico e del Nuovo Testamento. Si può quindi proporre un vero e proprio trattato di teologia biblica della gioia, come è stato fatto di recente in due libri monografici del Dizionario di spiritualità biblica e patristica, uno dedicato alla Bibbia, AT e NT, un altro dedicato ai Padri della Chiesa di Oriente e di Occidente (3). Ma non vogliamo tediare con una serie infinita di citazioni bibliche sulla gioia, le sue cause, le sue fonti. Basta fare memoria, per il momento e sapere che esistono queste trattazioni sistematiche. Cerchiamo piuttosto di offrire alcuni spunti che ci permettono attraverso l’esperienza spirituale di entrare nel mondo della gioia di Dio e della gioia umana, come autentica esperienza di spiritualità

La gioia: una esperienza liturgica

Di gioia parlano tanti testi liturgici, oltre a quelli dei salmi e dei cantici, che mettono sulle labbra dei fedeli, più che parole, sentimenti che fanno commuovere il cuore nella esperienza ineffabile del canto, spesso accompagnato da felici melodie che sono chiamate « jubilus », come l’alleluia del gregoriano, un modo di gioire e far gioire con il canto che si eleva e cade, si rialza e si slancia, quasi con un desiderio di non finire mai.
« Luce gioiosa », « Phos ilaron » cioè « Ilare luce », luce che procuri la gioia, il gaudio che generi il sorriso del cuore e della labbra, è l’inizio di uno degli inni più antichi della Chiesa, rivolto a Cristo, cantato ancora oggi tutti i giorni nel vespro nella liturgia bizantina, quando scende la sera. Bisogna ascoltare quell’antica melodia cantata dai nostri fratelli ortodossi della Grecia per sperimentare la vera gioia spirituale dell’invocazione a Cristo mentre il sole tramonta e il giorno volge al termine. Canti della Chiesa antica e moderna che hanno prodotto tanta gioia nei cuori nella celebrazione della santa liturgia, come quelli che ricorda Agostino nel momento della sua conversione o Paul Claudel, più vicino a noi, nel giorno del suo battesimo a Notre Dame de Paris.
Gioia del cielo sulla terra, è il titolo di uno dei primi libri di Max Thurian, nei primi anni di monaco di Taizé, parlando della liturgia vissuta con la semplicità dei cuori puri. Una liturgia, come quella attuata dai monaci di Taizé che tanti giovani è riuscita ad attirare, dove bellezza, bontà e gioia si mescolano nei gesti e nelle luci, nelle icone e nei canti…Ma la gioia vissuta nella liturgia si porta in terra con la carità vissuta, affinché secondo la bella espressione del Crisostomo, facendo a Cristo quello che è fatto al più piccolo « la terra diventi cielo ». Un messaggio sempre attuale: portare la gioia, dono di Dio, dove c’è la tristezza per essere veicoli della gioia di Cristo nel mondo…Per questo la liturgia, specialmente la liturgia pasquale, che prende spunto dalla notte santa di Pasqua, è piena di inviti alla gioia, ad incominciare dal grane preconio pasquale, che dà il « la » di una tonalità gioiosa e pasquale alla vita cristiana: « Esulti il coro degli angeli, esulti l’assemblea celeste, sia in festa tutta la Chiesa… ». Un canto nel quale la gioia profonda e travolgente non manca dell’umorismo della sfida teologica di Agone, quando si arriva a riconoscere come « felice » la colpa di Adamo che ci ha procurato un tale Redentore. Il testo attuale dell’Exultet, canto e sfida del gaudio della Chiesa nella proclamazione della risurrezione del Signore, conserva ancora gli echi del cantico antico iniziale dell’Anonimo quartodecimano in una delle prime omelie pasquali.
Una ondata di letizia percorre i canti liturgici pasquali di Oriente e di Occidente, il saluto pasquale che si rivolgono i cristiani durante il tempo di Pasqua e con motivo della morte di un cristiano come sfida alle ragioni della tristezza e della morte: « Cristo è risorto »; « Sì è veramente risorto ». Gioia che si rinnova e si prolunga in ogni domenica. E’ nota la famosa frase della Didascalia degli apostoli: « Chi è triste nella domenica commette peccato ». Perché se l’enigma che fa piangere, ci fa essere tristi e talvolta porta a stravolgere la gioia in lutto, è paura della morte, la vittoria di Cristo rimane la ragione definitiva della gioia cristiana. Per i cristiani è emblematico il canto dell’Alleluia, che è sinonimo di gioia cantata al Signore; alleluia è il canto nuovo della Pasqua, il canto del cammino verso la patria, con quel « canta e cammina » dei pellegrini verso la patria, secondo la bella espressione di Agostino; pellegrini che condividono la stessa letizia traboccante della speranza e che si fanno coraggio nella stanchezza guardando in avanti prendendosi per mano, cantando camminando e camminando cantando (4).
Davvero un cammino gioioso è quello del cristiano. Un autore cristiano dei primi secoli, Eusebio di Seleucia, ha potuto scrivere una frase ad effetto che rivela un valore perenne della spiritualità cristiana, attinta alla gioia della pasqua: « La risurrezione di Gesù ha fatto della vita dei cristiani una festa senza fine » (5). Questa frase, letta da un monaco di Taizé afflitto da cancro e comunicata a Roger Schutz, ha dato origine a un libro che ha avuto molta risonanza presso i giovani pellegrini della comunità di Taizé: La tua festa non abbia fine (6). « Festa senza fine », una « sacra celebrazione », un giorno senza tramonto è stata definita la vita dei cristiani che credono nella Pasqua. Non è motivo di gioia e di realismo sentirsi dire dal serio « didascalo » di Alessandria, Origene, che il cristiano è il luogo della celebrazione e della festa con tutte le opere della sua vita quotidiana e che si deve ritenere sempre un tempio, abitato da Dio, anche se ti trovi nel teatro, perché sei il santuario di Dio? (7).
Forse dobbiamo ritornare alla Pasqua come ad un punto di riferimento essenziale per la gioia cristiana. La certezza della Risurrezione di Gesù è anche certezza della vittoria del bene sul male, dell’amore sulla morte, la vittoria del Padre del nostro Signore Gesù Cristo, cioè del Padre che ha risuscitato Gesù e lo ha costituito Signore. Egli è la garanzia della vittoria finale ma anche della presenza con noi e in noi di una sorgente di gioia infinita. Un autore spagnolo, J. Martin Descalzo, ha scritto un succoso libretto dal titolo Le ragioni della gioia. 70 motivi per trovare la serenità (8). Alla fine del libro sintetizza tutto il suo insegnamento con una considerazione sul tempo di Pasqua ed una serie di ragioni fondamentali che partono dalla risurrezione di Cristo come motivi essenziali e definitivi di letizia. La Pasqua è stata considerata un « laetissimum spatium », uno spazio traboccante di gioia, come afferma Tertulliano da celebrare durante cinquanta giorni, e poi ogni settimana. Non dimentichiamo la profonda affermazione di Paolo VI: « Per essenza la gioia cristiana è partecipazione alla gioia insondabile, insieme divina ed umana, che è nel cuore di Gesù Cristo glorificato ». E’ Cristo che vive in noi e gioisce in noi con la stessa esaltazione dello Spirito.

« Gaudente in Domino »: Esortazione alla gioia

Ma ecco che dobbiamo parlare di Paolo VI, il Papa che ha scritto un bel documento sulla gioia cristiana (9). Sì, abbiamo anche fra i documenti recenti del Magistero un bel trattato sulla gioia cristiana. L’ha scritto un Papa che aveva piuttosto un volo mesto, lo chiamavano alcuni maliziosamente « Paolo mesto », ma forse non avevano mai fissato gli occhi di quel Papa luminoso e non avevano mai ascoltato certe parole di fuoco dette in determinati momenti. Ecco cosa ha detto parlando dello Spirito Santo in un inno al Consolatore, in una pagina fra le più belle forse scritte sul Paraclito in tutta la storia della Chiesa: Egli è « animatore e santificatore della Chiesa, suo respiro divino, il vento delle sue vele, suo principio unificatore, sua sorgente interiore di luce e di forza, suo sostegno e suo consolatore, sua sorgente di carismi e di canti, sua pace e suo gaudio, suo pegno e preludio di vita beata ed eterna » (10). Un testo che fa gioire dal più profondo del cuore e dice che non solo la gioia è dono dello Spirito, ma che lo Spirito è la gioia e la sorgente perenne della letizia cristiana. Ecco quindi che Paolo VI, nel 1975, celebrando l’anno giubilare ha voluto donare alla Chiesa il manifesto della gioia cristiana con l’Esortazione Apostolica « Gaudente in Domino » del 9 maggio 1973. Tutto quanto si può dire a livello biblico e teologico della gioia cristiana si trova scritto lì come in una sintesi della gioia. Gioia come espressione caratteristica della natura umana; è, infatti, una delle « passioni » della persona umana, cioè di quei sentimenti ricchi di risonanza e di bellezza che sono il patrimonio antropologico più bello. Gioia non frenata e non offuscata dalle contraddizioni che la minacciano e la fanno venire meno, per i mille fenomeni che la mettono in difficoltà. Paolo VI annunzia le grandi verità della Bibbia, l’esempio dei Santi Martiri gioiosi che hanno dato testimonianza della gioia e perfino dell’umore davanti ai carnefici, come si racconta di san Lorenzo sulla graticola. Figure luminose di apologisti, testimoni e dottori della gioia come Agostino, testimoni come Francesco, Bernardo, Domenico, Ignazio, Teresa d’Avila, Giovanni della Croce e Giovanni Bosco, Teresa de Lisieux e Massimiliano Kolbe. Anche se mancano all’appello Francesco di Sales e Filippo Neri.
Non manca quindi nella Chiesa cattolica una buona teologia della gioia radicata nella stessa psicologia umana, nelle ragioni più profonde della fede, della natura e della grazia, nelle certezze che ci vengono dalla paternità di Dio, della presenza di Cristo, della nostra vita destinata alla gloria, delle mille gioie della vita, seminate lungo le strade della nostro giornata. Gioie che fanno la storia del quotidiano.

Spiritualità della gioia

Esiste una considerazione particolare della gioia nell’ambito della spiritualità? Ad essere sistematici nelle nostre considerazioni dobbiamo dire che non esiste una vita cristiana, cimentata sulle ragioni della fede, che non sia per forza piena della letizia che è uno dei frutti dello Spirito. Anche se spesso gli spirituali scientifici dimenticano di inserirla nelle loro considerazioni sistematiche, i veri spirituali la mettono al centro delle loro testimonianze. Oggi ritorna di moda il tema della gioia e della festa. In realtà è da tempo che è ritornato. Con estrema regolarità, in tempi in cui il rigorismo e la freddezza prevalgono nella vita della Chiesa, lo Spirito Santo suscita una ventata di teologia e spiritualità della gioia, un’ondata carismatica. E’ capitato anche nei decenni passati. Quando il vento di tramontana della secolarizzazione ha spazzato via tante cose nella Chiesa, lo Spirito Santo ha soffiato un po’ di scirocco di fervore e semplicità per ridare equilibrio alla sua Chiesa. Basti pensare a quanto è avvenuto nella Chiesa con le espressioni di gioia del rinnovamento carismatico. Quando, i seri teologi hanno inondato con volumi ponderosi ed interminabili la teologia, è ritornata di moda la saggezza degli apologhi, delle fiabe e dei racconti.
E’ la teologia della gioia che risplende nella spiritualità della liberazione, gioia dei poveri di Yahvè che si « abbeverano nel proprio pozzo », è la saggezza della vita che porta a festeggiare in letizia la creaturalità, la fede in Dio Padre, la speranza, la dimestichezza tutta familiare con la Vergine Maria ed i Santi, come accade nei popoli del così detto terzo mondo, veri maestri della gioia e della semplicità cristiana. Certo la gioia è un dono ed un cammino, una responsabilità ed un compito. Alcuni potrebbero ricondurre tutto ad una certa superficialità che metterebbe in pericolo la serietà della croce e il superamento ontologico del dolore e della morte con la risurrezione del Signore. Per questo non possiamo dimenticare che la gioia vera, come la Risurrezione del Signore, sorge dall’abisso del suo abbandono sulla Croce, limite di ogni limite. Ancora oggi la gioia più vera ed autentica nasce da questo abbraccio generoso del Dio Crocifisso e Risorto.
Ci sono di esempio i santi, i quali sanno distinguere alcuni processi ed alcuni momenti di questo stato luminoso e radioso della vita e del cristiano autentico. Uomo della gioia vera, provata ma autentica, comunicatore di entusiasmo e di speranza. Uomini e donne delle notti oscure e delle giornate luminose della quotidiana esperienza cristiana. Se è vero come dice il noto documento del Vaticano II dal titolo Gaudium et spes (Le gioie e le speranze) al n. 1 che nulla di quanto è umano è alieno al cuore del discepolo di Cristo, come possiamo togliere la gioia, con i suoi sentimenti più veri e le sue ragioni più umane, dal vocabolario, dalla teologia e dalla spiritualità di Colui che ci ha parlato della gioia ed è lui stesso, come dicono gli antichi inni latini dell’Ascensione è « il nostro gaudio »? Scorrendo le pagine dei mistici, come Teresa d’Avila, s’impongono alcune considerazioni basilari. Ogni incontro con il Signore lungo il cammino della vita è sorgente di felicità sempre più piena, sempre più vera, travolgente, comunitaria. E’ frutto delle prove superate, della maturità acquisita, dell’esperienza che si afferma con il procedere nel cammino di Dio. Ma ci sono due aspetti della gioia che sono quasi al vertice dell’esperienza umana e cristiana dei santi. La prima è la gioia pura che brilla come una luce attorno al buio della sofferenza, delle prove accettate e subite, quelle di Dio e quelle degli uomini. E’ la gioia non facile, contraddittoria, mistica – perché puro dono di Dio -, come quella sperimentata e cantata da Paolo in mezzo alle tribolazioni. Il sovrabbondare della gioia in mezzo al dolore fisico o morale, spirituale, è puro dono di Dio, esperienza forte e chiara della grazia. Il sorriso di un malato, gli occhi luminosi di un cristiano in mezzo alla sofferenza, l’impasto di lacrime e di sorriso che spesso vediamo in cristiani e cristiane che vivono la croce luminosa e gloriosa, sono segni vivi della presenza di un dono dello Spirito. Queste scintille di gioia che si sprigionano dagli occhi dei nostri fratelli e sorelle nel momento del dolore, sostenuto con eroismo, aiutato dalla carità della presenza e della compagnia, sono manifestazioni di risurrezione, dimostrazioni dell’esistenza di Dio, proprio come l’evidenza dell’esistenza di una logica divina, un modo nuovo di essere, una testimonianza della trascendenza, come un risalire dell’abisso. Sono segni veri e propri della risurrezione, tanto più credibili quanto più contrari alla logica del mondo.
Sorrisi di malati e carcerati, di poveri e di sofferenti, di perseguitati e di condannati ingiustamente, sono luci che accende solo lo Spirito Santo, luce dei cuori…La letteratura antica cristiana è piena di testimonianze della gioia dei martiri portati al rogo, nella compostezza delle loro risposte, nelle espressioni quasi liturgiche di un Amen o di un Alleluia, nell’umorismo con cui rispondono ai persecutori, quasi sollevando un velo sulle certezze interiori. Ricordiamo il Vescovo Policarpo che al giudice che lo esorta a rinnegare Cristo risponde che è da 85 anni che lo serve e non gli ha fatto alcun male e non può rinnegarlo ora. I martiri di Abitene ai quali il giudice dice di consegnare le Scritture che hanno letto nell’assemblea rispondono che le scritture le hanno tutte scritte nei loro cuori e affermano, quando sono rimproverati per aver celebrato il loro culto proibito dalle leggi imperiali, che i cristiani non possono vivere senza celebrare l’Eucaristia. Una gioia contagiosa si sprigiona dai martiri nel giorno della loro passione. Nel martirio di Perpetua e Felicita si afferma: « Splendette infine il giorno della vittoria e passarono dalla prigione all’anfiteatro, come se fosse in cielo, esultando, ma piene di dignità, trepidanti forse ma di gioia, non di paura » (11). E’ questa la vera letizia pasquale, dono di Dio, frutto dello Spirito, prova dell’esistenza del soprannaturale. Anche se corriamo il pericolo di idealizzare la vita dei primi cristiani essi sono sempre punto di riferimento anche per oggi. Di essi è stato scritto: « La gioia dei primi cristiani come del resto quella dei cristiani di tutti i secoli, là dove il cristianesimo è compreso nella sua essenza e vissuto nella sua radicalità, la gioia dei primi cristiani era una gioia invero nuova, mai conosciuta fino allora. Non aveva niente a che fare con l’ilarità, con il buon umore, con l’allegria…Né era semplicemente la gioia esaltante dell’esistenza e della vita – come direbbe Paolo VI – né la gioia pacificante della natura e del silenzio; né la gioia o soddisfazione per il lavoro compiuto, né solamente la gioia trasparente della purezza o dell’amore casto. Tutte gioie belle. Quella dei primi cristiani era diversa: una gioia simile a quella ebbrezza che aveva invaso i discepoli alla discesa dello Spirito Santo. Era la gioia di Gesù…E la gioia dei primi cristiani sgorgava spontanea dal fondo del loro essere, saziava completamente il loro animo. Essi avevano trovato veramente ciò di cui l’uomo di oggi, di sempre va in cerca: Dio che lo soddisfa pienamente. Avevano trovato la comunione con Dio, elemento essenziale alla loro piena realizzazione…Questa era la felicità dei primi cristiani adulti e giovani (l’unità fra l’amore di Dio e l’amore dei fratelli) che si sprigionava in liturgie festose, traboccanti di inni di lode e di ringraziamento… » (12). Una gioia che conquistava, una evangelizzazione per irradiazione che ha conquistato l’impero romano. Una lezione sempre viva per noi cristiani di oggi, doverosi testimoni della gioia in favore dell’uomo e della donna del « postmoderno », tutti attirati dalla soggettività e dal desiderio di sentire più che di pensare, che vuole fare esperienza e si convince solo con le ragioni del cuore e la riprova del sentimento, come convinzione totale.

Ascesi e mistica della gioia cristiana

Si può affermare che esiste una ascesi ed una mistica della gioia cristiana. Giovanni della Croce, profondo conoscitore delle « pneumopatologie » dell’uomo e quindi delle « pneumoterapie » dello spirito e della psiche, ha osservato per esempio che gli appetiti…o desideri disordinati, fra l’altro, « intristiscono » la persona e la tormentano a lungo andare anche se per un momento sembrano soddisfare i desideri che restando inappagati creano il disagio della non continuità del gaudio. E’ stato notato dagli « etologi » la tristezza che segue negli animali anche alla gioia dell’atto sessuale: « Post coitum omne animal triste ». Quante tristezze nel mondo vengono a rendere tristi le persone dopo le gioie disordinate! Nella sua logica Giovanni della Croce educa le persone a non porre la gioia in godimenti passeggeri e così conduce a incentrare tutte le energie nell’amore vero, distaccato e puro che diventa sorgente di gioia profonda e sicura. Dio stesso, afferma ancora Giovanni della Croce, prova le persone quasi per illuminarle dal di dentro come un legno che investito dal fuoco e purificato diventa incandescente. Ogni gioia vera è purificata, libera, pacifica. Oltre a questa gioia provata, la mistica conosce anche una vera e propria esplosione di questa « passione » umana resa divina. Due sono le forme della gioia mistica. La prima è quella tutta carismatica che rende la persona letteralmente pazza di gioia, desiderosa di cantare il suo Dio, tutta desiderosa di comunicarlo agli altri. Ci sono stati momenti di gioia carismatica, come in san Francesco di Assisi e in san Filippo Neri. Ma non solo. L’altra gioia mistica è quella che Giovanni della Croce chiama la festa dello Spirito, una specie di esplosione di carità che nel profondo dell’essere – sensi e sentimenti, psicologia e spirito -trabocca, come un anticipo della gloria celeste.

Pedagogia della gioia

Oggi vanno di moda i libri che fra la spiritualità, la psicologia e la pedagogia, con una buona dose di realismo spirituale e di sana psicologia, insegnano l’arte di essere felici. Nelle mie ricerche sull’argomento ne ho trovati due di valore. Il primo, più nella linea carismatica, è opera di un buon terapeuta, padre di famiglia, impegnato nel ministero della guarigione, Jean Pliya, Siate sempre nella gioia (13). Una specie di manuale di terapia spirituale per l’uomo di oggi. Il secondo è del celebre monaco Anselm Grun, benedettino tedesco, grande maestro del realismo cristiano per la serenità e la guarigione dei cristiani di oggi che vogliono riacquistare una sana spiritualità divino-umana, con radici evangeliche e serenità umanistica. Il titolo del libro è un programma. Ritrovare la propria gioia (14). Rimando a questi autori per chi vuole sapere di più.

Un breve decalogo esistenziale della gioia

Io, che mi ritengo una persona felice e realizzata nella mia vocazione, ho pensato di dover testimoniare quello che vivo ed offrire una specie di decalogo della mia felicità, della mia esperienza gioiosa di essere quello che sono. Ed ho compilato un piccolo decalogo della felicità con aspetti positivi e negativi.

1. La gioia della gratuità

Si tratta di vivere sempre con un senso di gratitudine e di gratuità. La prima apre il cuore al ringraziamento verso Dio. La seconda ti aiuta a donarti costantemente agli altri, senza badare troppo all’egoismo. La gratitudine sgorga dalla consapevole esperienza di quanto si deve a Dio, vissuta ogni giorno in lunghi tempi di preghiera ed in piccoli attimi di contemplazione. Essa ti allarga il cuore. La gratuità del servizio nell’amore oltre a dilatare la capacità di amare ti permette di uscire da te e di godere delle mille gioie della comunione, della relazione, della creatività. E’ il dono della vita fatto agli altri che ti fa vivere ancora più in abbondanza e ti gratifica per il dono fatto che, passando in verità dal cuore, non può non renderlo più buono.

2. Davanti a Dio nella preghiera

Alle volte anche senza volerlo sentiamo che il nostro stato d’animo, pur nella felicità sostanziale, ha zone d’ombra. Basta scendere un po’ in profondità nella propria coscienza per ritrovare le piccole radici dei dolori dell’anima, delle nostre pneumapatologie. Piccoli noduli che non lasciano scorrere la gioia. Piccoli buchi dell’anima da dove scorre e si perde la nostra energia spirituale. Il bisogno di un po’ di umiltà che è l’unguento delle nostre ferite, dice Teresa d’Avila, e la mitezza che è saper sopportare gli altri, ma specialmente sapere sopportare se stessi, è una buona pneumoterapia cristiana. Un tuffo nel realismo, nell’accettazione della realtà, nella misericordia di Dio ed ecco, per poi risalire rigenerati.

3. Superare le tentazioni contro la gioia

Ci sono momenti più prolungati in cui siamo tentati contro la gioia, è il tempo dell’accidia spirituale. Un momento di riflessione, una prolungata preghiera, un porre un ordine nella vita, ti dice subito che nell’insieme dei valori e delle funzione della buona armonia spirituale, manca l’equilibri degli aspetti. Qualche zona importante della nostra vita (affettività, preghiera, riposo, riflessione, ricreazione…) non è stata abbastanza curata. Un tocco di equilibrio ridona la gioia. Si tratta insieme di porre rimedio, di riscendere alle sorgenti della gioia vera, di inondare di luce le tenebre dello spirito.

4. La bellezza del quotidiano

La vita è seminata dalla mattina di piccole gioie e sorprese: la liturgia ben vissuta, l’incontro con i fratelli e le sorelle, il saluto gioioso, la telefonata, l’occhiata ai giornali e alla TV, il cibo, l’igiene personale ed il riposo, la riuscita di un lavoro, la certezza di una amicizia…Sana spiritualità è prendere con gratitudine queste gioie che vengono dalla fonte della gioia, con una visione non negativa ma positiva della vita spirituale. Se poi si vivono tutte queste cose in comunione la gioia si moltiplica: si dona e si riceve dagli altri.

5. La gioia dell’amicizia

Gioia spirituale è per me l’esperienza di una buona amicizia con i santi del cielo e con quelli della terra. L’amicizia è una fonte di gioia, anche se essa deve passare per doverose purificazioni. Avere amici ed amiche, anche di grande valore nella Chiesa e sentirsi apprezzati e stimati da essi, interpellati anche per lavori di collaborazione è una fonte di gioia che invita a dare un grande rilievo all’amicizia nella vita religiosa e nella Chiesa. Sono piuttosto favorevole ad una Chiesa amica e fraterna e per questo gioiosa e capace di vivere con tutti. Ma mi sento gioioso di avere una buona amicizia con Dio. Certamente con Cristo e con il Padre, ma anche e in modo tutto speciale con lo Spirito Santo, mio consolatore e difensore.

6. Nella saggezza del momento presente

Un grande segreto della gioia è la capacità di vivere il momento presente. In realtà, non possiamo vivere se non il presente, ma se diventa un’illusione che ci fa guardare indietro, corriamo il pericolo di diventare statue di sale come la moglie di Lot; e se scappiamo dal presente verso un futuro ancora inesistente, rischiamo di vivere estrapolati dal realismo del qui ed ora della vita. Vivere il presente è affidarsi a Dio ed è capacità di tenere sempre i piedi per terra, affrontare i problemi ad uno ad uno. E vincere le ansietà, una ad una, per rimanere nella gioia. Gioia è essere se stessi, credere nel Dio del momento presente e sentire che si è nel posto dove Dio vuole che siamo, facendo quello che egli vuole che facciamo. Questa è gioia vera, le altre cose sono vane illusioni, sorgenti di scontentezza.- Essere gioiosi è anche essere contenti di quello che si è e di quello che si ha…

7. La cordialità dei rapporti

E’ per me fonte di gioia la cordialità con la quale cerco di trattare gli altri e la cordialità con cui sono ripagato, perché « amore suscita amore », dice Teresa d’Avila. E seguo la norma del mio san Giovanni della Croce: « dove non c’è amore, metta amore e ricaverà amore ». Ho letto queste belle parole di Vincenzo de’ Paoli che mi hanno molto gratificato: « Se la carità fosse una mela, la cordialità sarebbe il suo colore. Ci capita di vedere a volte certe persone con un bel viso tutto rosso e colorito, che le fa belle e vive. Ora se la mela è la carità, la cordialità è il suo colore. Capite come la cordialità è una virtù con la quale si testimonia l’amore che abbiamo per il prossimo, amore che è necessario per compiere il bene verso quanti ci avvicinano? Si potrebbe anche dire che se la carità è l’albero, le foglie e i frutti sono la cordialità, e se la carità fosse il fuoco la cordialità ne sarebbe la fiamma ». C’è anche un apostolato ed una testimonianza del sorriso…

8. La felicità di essere in comunione con tutti

Mi sento contento di essere una persona universale. Di poter vivere da un punto molto concreto della terra una esperienza universale di comunione con tutti. L’uso discreto dei mezzi di comunicazione, che allarga il pensiero e ci mette in contatto con tutta l’umanità, ma specialmente la consapevolezza di essere in Dio in comunione con tutti, mi permette di sentirmi colmo del mio desiderio di avere un cuore universale che si esercita nella comunione con tutti attraverso « l’internet » della preghiera. Poi è sempre sorgente di gioia che, alla prova dei fatti, incontri e viaggi, pellegrinaggi e visite all’estero, dialoghi con persone di altre fedi e di altre religioni, siano diventate per me esperienze di grande gioia e di speranza, viste le possibilità con cui uno stile semplice di accostarci gli uni agli altri fa crollare i muri e distrugge le barriere, apre nuove vie al dialogo.

9. Il senso positivo della vita spirituale

E’ motivo di gioia nella vita spirituale costatare, attraverso l’insegnamento di Gesù, l’esempio dei santi e la testimonianza di persone veramente spirituali del nostro tempo, che non dobbiamo rinunciare a nulla di quanto è umano, buono, amabile, giusto, bello, santo purché nulla sia anteposto all’amore di Dio. E’ gioia vera sapere per esperienza che la logica del Vangelo funziona che si ha il centuplo in questa terra e che Dio non costruisce la sua gloria sulle ceneri o le rovine della nostra umanità, ma ci vuole sempre figli umanissimi e gioiosi, splendenti di simpatia per rendere amabile colui che è davvero gioia infinita. Anche questa è perfetta letizia.

10. Con un pizzico di simpatia umana e divina

E’ anche fondamento della gioia qualcosa che mi sento di avere ereditato da mio padre, un uomo che è stato sempre gioioso e ha dato gioia a tutti fino alla sua morte. Lo ha fatto con le sue poesie, le sue canzoni paesane che costituiscono un tesoro di saggezza e di simpatia gioiosa e contagiosa. Mi riferisco anche alla buona lega che nella vita cristiana, fanno la gioia e l’umorismo, quel pizzico di furbizia e di arguzia che ci serve alle volte di difesa, alle volte di pista di lancio, sempre di strumento di comunione per rendere Dio ed il cristianesimo amabili. Probabilmente la gioia si declina perfettamente con l’umorismo, come ci dimostra anche una sana spiritualità storica insieme all’esempio dei santi.

Umorismo e spiritualità

Il numero di aprile della rivista « Jesus », forse perché collocato nel tempo della gioia pasquale ci ha invitato al « risus paschalis » quest’anno con articoli, vignette ed esempi che toccano addirittura una delle realtà più sacre, la religione, Dio stesso. Religione e Dio sono spesso oggetto di barzellette a non finire. Il titolo del numero della rivista è significativo un Dossier su Satira e religione, con una frase ad effetto: Una risata ci salverà? Non è quindi solo la gioia, che occupa il posto più serio nell’ambito della spiritualità, ma la risata pura e semplice ad avere una specie di statuto teologico e salvifico: una risata ci salverà. Un invito a coltivare una opera utile e santa (15).
Dal Dossier della rivista apprendiamo parecchie cose simpatiche, che sono poi illustrate con piccanti vignette di un genere letterario insieme rispettoso e serio, tutto caustico ed umoristico, ma senza quei toni dissacranti di tutt’altra letteratura sulla religione e di tutt’altre vignette religiose. Sono vignette, scherzi, annotazioni di una vera purificazione del falso, di una giusta desacralizzazione del morboso religioso, di una gesuita presa in giro di forme di deteriore religiosità, delle quali penso ride anche il Padre eterno.
Ricordo a questo proposito quanto bene ha fatto in Spagna un bravissimo disegnatore religioso, un giovane sacerdote (Cortés), che per anni ci ha deliziato nella rivista Vida Nueva con queste scoppiettate di buon umore, un po’ Andaluso, con una vita di Gesù con vignette saporite, con una storia della Chiesa raccontata con buon umore, con una storia del padre, l’abbà in pantofole in cielo, tutto preoccupato per i figliuoli della terra. E poi una rilettura di tante vite dei Santi, raccontate così con il prezzo dell’umorismo e la creatività delle vignette, stile fumetti. Una vera e propria letteratura di grande pregio esegetico, teologico e spirituale. Alcune delle vignette e delle espressioni sono passate ad essere quasi un pensiero comune recepito dalla gente più semplice, un passaparola di buon sapore della spiritualità.
Vi è quindi nella gioia cristiana un invito a coltivare il buon umore. Sono tanti i santi che ridono e hanno fatto ridere spalancando il cuore all’umanità del nostro Dio. Ricordo ancora oggi di aver letto libri come D. Bosco che ride oppure altre raccolte di fioretti dei Santi che hanno reso umanissima e gradevole la santità. C’è una storia di santità del sorriso che ancora oggi invita tutti, in modo speciale i cristiani impegnati ad essere testimoni della gioia (16).

L’umore di Tersa d’Avila

Leggendo ad esempio l’articolo di Piero Pisarra nella Rivista « Jesus » sul modo di scherzare con Dio, mi sono ricordato spontaneamente della mia Madre santa Teresa di Gesù, la quale gaia com’era nel suo modo di parlare con le persone lo era anche nel parlare con Dio. Nel capitolo 37 della Vita ci ha dato un buon esempio di come si può vivere con una santa spiritualità della gioia, quando racconta del contrasto con cui lei si avvicinava ai confessori con una candida e gioiosa libertà di spirito mostrando « grazia », cioè simpatia, e dall’altro lato del confessionale rispondevano piuttosto seri e seccati i confessori, mostrando, essa dice, « disgrazia », pensando che la bella monaca cercava di ricattarli con un amore umano; alla sua grazia e simpatia rispondevano con toni piuttosto seri e disgustosi. La santa ci ride sopra, dicendo come lei lo faceva con grande amore e libertà, ma prendendo in giro tanta serietà ricordando come da quando ella aveva visto il volto del Signore, non c’era nessuna persona al mondo capace di accattivarla fuori del suo Signore.
Già, il suo Signore! Umano come noi, impastato con la nostra pasta, capace di compatirci perché anche lui debole come noi, divino ed umano insieme. Un Dio affidabile e trattabile, amico più di tutti gli amici. Ma scherza con questo Dio amico e lo apostrofa dicendo che qualche volta quando va a fare orazione e diventa difficile per lei trovarlo perché si nasconde, lo ricatta dicendo: « se io potessi nascondermi da voi quando mi cercate con amore, come voi vi nascondete quando io vi cerco, anche voi non sareste in grado di tollerare questo voltafaccia. Allora, Signore, state ai patti e non trattate così chi tanto vi ama ». Ma, poi, se la prende con i re e le regine che la corte e gli apparati dei signori di questo mondo che non sono come il vero re e signore, ma hanno bisogno d’apparenza e farraginoso cerimoniale per farsi passare, riconoscere e riverire come re. E scherza pure con tutte le regole della buona creanza che obbligano ad usare titoli, cerimonie e salamelecchi, dicendo che è diventato una realtà insopportabile tanta falsità per chi vuole vivere una sana libertà di spirito.
Teresa quindi scherza con Dio. Come quando dopo essersi rotta un braccio, rotolando giù dalle scale, si lamenta con il Signore che le dice: « così tratto io i miei amici ». E Teresa ribatte: « per questo ne avete così pochi ». E’ bello parlare con Dio in questo modo, quando ci si accorge, pur nella sublimità della vita mistica, che il nostro Dio è « affabile » e la conseguenza è che occorre imitarlo. Affabilità di un Dio che parla e a cui piace chiacchierare con noi, e che noi chiacchieriamo con lui, questa è l’orazione più semplice: trattare con lui come un padre, come con un amico. Come conseguenza i santi, imitatori di Dio amico, devono essere affabili, anzi affabilissimi. Siate più sante, più affabili con le persone di dentro e di fuori, consiglia Teresa. Con le prime perché ci sia sempre un clima di sana allegria, secondo il detto attribuito alla santa: « tristezza e malinconia fuori di casa mia ». Con le altre, dice ancora la santa, affinché amino il vostro modo di vivere e non si spaventino della vita cristiana; che è come dire: fate propaganda con la gioia della bellezza della vostra vita, fate ingelosire le persone della buona scelta che avete fatto nel seguire Cristo nella vita contemplativa. Si racconta di lei che in una occasione stava vicino alla porta del convento e scoppia in un grande risata. Una monaca troppo zelante disse: Madre, le persone che stanno fuori si scandalizzeranno di noi, se ridiamo così forte. Ma Teresa disse: « Meglio che ci sentano ridere che piangere ». E a una donna che si avvicinò tutta compunta a dire chi sa quale penitenze stanno facendo in questo momento le vostre suore, Teresa sbottò con queste parole: In questo momento stanno preparando una commedietta per le feste di Natale. Sono succosi esempi di come anche i santi sanno ridere con Dio e con le idee strane di Dio che vogliono subito sfatare (17).

Gioia e simpatia di Filippo Neri

Di san Filippo Neri, autentico giullare di Dio, si raccontano tante storielle succose. Forse questo santo della gioia, è un modello di come attraverso il buon umore ed un pizzico di argutezza, tutta toscana, ha potuto scherzare di se stesso e della sua santità. Sono celebri e sono passati anche all’onore dell’arte pittorica, gli incontri con san Felice da Cantalice a Campo dei Fiori, quando tutti e due scherzavano e si univano con scandalo di molti e gioia di alcuni al bel fiasco di vino che il fratello della questua portava sempre con sé. Un esempio di libertà di spirito e di buona armonia fraterna. Filippo ha scherzato perfino con Carlo Borromeo il quale ha voluto sottoporre alla sua santità e alla sua sapienza una Regola per i suoi preti di Milano. Filippo ha fatto venire fino alla casa del fratello analfabeta sul Palatino il Principe della Chiesa. Trovandolo nell’orto ha detto a Felice di esaminare attentamente lo scritto del porporato, cosa che ovviamente quel fratello non poteva fare. Il giorno dopo è andato a dire all’Arcivescovo di Milano, che secondo il parere di quel fratello, tutto era a posto nella Regola scritta con tanta fatica. Ed è nota la risposta data a Clemente VIII a proposito di una santona della Roma del tempo, celebre per le sue visioni. Inviato a visitarla per ordine del Papa ha voluto provare la sua santità chiedendo di mettere a posto le sue scarpe sozze e luride, suscitando il rifiuto e lo scandalo della grande santona. Con poche parole ha saputo dire al suo figlio spirituale il Sommo Pontefice: « Santità, poca santità ». Così, scherzando sulla sua santità, quella che molti riconoscevano e sulla sua fama, nota all’estero, non si vergognava di andare in giro attorno alla Chiesa nuova con un mazzo di ginestre o un gatto tra le braccia, o si faceva tagliare i capelli nel presbiterio, vicino all’altare. E ha scandalizzato alcuni seri personaggi polacchi venuti da lontano a trovarlo per consultarlo su gravi questioni di coscienza facendoli aspettare mentre si faceva leggere pagine poco edificanti e scherzose di un famoso prete toscano, il Pievano Arlotto. Gesti di libertà di spirito, di una santità che brilla nel saper scherzare anche con se stessi e con gli altri, purché Dio sia sempre Dio. Lezioni importanti ieri ma anche oggi…
Per questo nella tradizione di tutte le religioni vi sono sempre questi uomini della gioia, dello scherzo, della battuta brillante, positiva ed illuminante, talvolta della testimonianza sconvolgente come quella dei « pazzi di Dio » o yurodive della tradizione greca e slava, uomini e donne, veri profeti di Dio, che con i loro scherzi e le loro battute sapevano evangelizzare ed annunziare l’amore di Dio o richiamare al pentimento. Santi della gioia di Dio che, nell’estrema risorsa dell’amore pazzo di Dio, sono riusciti ad essere testimoni e predicatori della Buona Novella (18).

Conclusione

Un professore di filosofia spagnolo è stato sorpreso dall’affermazione di una professoressa dell’Università di Gerusalemme che riteneva che a differenza degli ebrei che considerano la gioia come un pilastro del loro atteggiamento di fronte alla vita, i cristiani non la coltivano (19). Anche qualche altro esponente religioso ha detto che i cristiani non dimostrano con la loro vita e il loro comportamento la gioia e la speranza di cui sono portatori per la loro fede nel Risorto. Occorre quindi reagire e testimoniare. Per questo vorrei finire con una serie di consegne semplici che vogliono essere come principi di vita spirituale e di testimonianza.
« Dio ama chi dona con gioia », (2 Cor 9,7). E’ Paolo che esorta a donare sempre con un sorriso sulle labbra, anche se nel cuore c’è la sofferenza del dono della vita. E’ la bellezza dell’ilarità e l’apostolato del sorriso. « Rallegratevi nel Signore, sempre, ve lo ripeto ancora, rallegratevi: (Fil 4, 4). E’ l’esortazione paolina, piena di umanesimo cristiano che porta a tutti il senso della presenza del Signore e della sua vittoria, con l’ottimismo ed il realismo umano-cristiano, in ogni circostanza, apprezzando tutti i valori (Cfr. Fil 4, 8-9).
« Il vostro parlare sempre sia con grazia, condito di sapienza (con sale), per saper come rispondere a ciascuno » (Col 4, 6). E’ ancora un invito di Paolo al buon parlare condito di sale, di umorismo. In lingua spagnola il parlare con questo linguaggio si chiama « salero », cioè con buon umore e arguzia.
Siamo chiamati ad essere seminatori della gioia in questo mondo. Seguendo l’esempio di Gesù, per rendere amabile la via dell’amore e il volto del Signore. Avendo sempre la gioia nel cuore, il sorriso sulle labbra e una buona parola per tutti, piena della gaia simpatia del nostro Dio. In realtà vivere nella gioia è allenarsi per l’eternità come è stato scritto da C. S. Lewis « La gioia è la vera occupazione del cielo ».
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1) G. Ferraro, La gioia di Cristo, Libreria Editrice Vaticana, 2000.
2) Cfr. il mio breve contributo Jubilate, in « Unità e carismi » n.1, 2000, pp. 2-4.
3) Roma, Editrice Borla, 2000, vol. 26 e 27.
4) Discorso 256 1-3: PL 38, 1191-1193.
5) Omelia Pasquale: PG 28, 1081.
6) Brescia, Morcelliana, 1980.
7) Carlo Lorenzo Rossetti, « Sei diventato il tempio di Dio ». Il mistero del tempio e dell’abitazione divina negli scritti di Origine, Roma, Gregoriana, 1998, pp. 143-173.
8) Gribaudi, Torino, 1992.
9) Cfr. M. Mantovani, Paolo VI, maestro e testimone della gioia, in « Unità e carismi » n.1, gennaio-febbraio 2000, pp. 23-30. Tutto il numero monografico è dedicato alla gioia.
10) Tutto il discorso pronunciato nell’Udienza del mercoledì 29 novembre 1972, in Insegnamenti di Paolo VI, X, Città del Vaticano, 1973, pp. 1210-1211.
11) Sulla gioia dei martiri cfr. i vari contributi del volume citato: Gioia-sofferenza persecuzione nei Padri della Chiesa, Roma, Borla, 2000
12) Chiara Lubich, Il dono della gioia, in « Unità e carismi » n. 1, 2000, pp. 5-8.
13) Milano, Gribaudi, 1999.
14) Brescia, Queriniana, 2000.
15) Una buona antologia di « scintille » di umorismo in P. G. Gianazza, Quando ridono gli angeli. Buon riso fa paradiso, Torino, LDC, 2001.
16) A. Dinis, Il sorriso dei religiosi, in « Unità e carismi », n. 1, 2000, pp. 9-17.
17) Sulla gioia in Teresa d’Avila cfr. J. Gicquel, I fioretti di Teresa d’Avila, Roma, Città Nuova, 1980; P. L. Canobbio, La gioia cristiana in Teresa d’Avila, Roma, Teresianum, 2002.
18) Per un profilo A. Venturosi, Il profeta della gioia, La mistica di S. Filippo Neri, Milano, Jaca Book, 1999.
19) A. Lopez Quintás, Una gioia che nessuno vi toglierà, in « Unità e carismi » n. 1, 2000, pp. 38-44.

Publié dans:spiritualità  |on 8 octobre, 2010 |Pas de commentaires »

MONS. FISICHELLA: IL “BENE COMUNE” È SCOMPARSO DALL’ORIZZONTE POLITICO

dal sito:

http://www.zenit.org/article-23952?l=italian

MONS. FISICHELLA: IL “BENE COMUNE” È SCOMPARSO DALL’ORIZZONTE POLITICO

In un incontro a Pisa sull’enciclica sociale “Caritas in Veritate” di Benedetto XVI

di Aldo Ciappi

PISA, lunedì, 4 ottobre 2010 (ZENIT.org).- La nozione di “bene comune” è scomparsa dall’orizzonte politico. E’ quanto ha detto mons. Rino Fisichella, Presidente del neo costituito Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, intervenendo il 2 ottobre, presso l’aula magna del Polo Didattico “Carmignani” dell’Università degli Studi di Pisa, a un incontro sull’enciclica sociale “Caritas in Veritate” di Benedetto XVI.
All’incontro, organizzato dall’Ufficio per la Pastorale del Lavoro dell’Arcidiocesi di Pisa, erano presenti in veste di relatori, oltre a mons. Fisichella, anche due deputati cattolici, Enrico Letta e Maurizio Lupi, impegnati in opposti schieramenti politici (PD il primo e PDL il secondo), i quali hanno parlato ad un centinaio di presenti, tra cui monsignor Giovanni Paolo Benotto, Arcivescovo di Pisa, e diverse autorità civili.
Mons. Fisichella ha sottolineato la drammaticità della crisi che riguarda l’intera società umana a cui il Papa, con questa enciclica, ha voluto indirizzare un alto messaggio con al centro l’affermazione della “verità” come presupposto imprescindibile di ogni autentica azione “caritatevole” (“solo nella verità la carità risplende”; par. 3): verità sull’uomo e sulla sua dignità; verità sul lavoro, sul mercato, sullo “sviluppo”, che deve essere “integrale”, richiamando concetti già presenti in precedenti encicliche (tra cui la Populorum Progressio di Paolo VI°) aggiornati però alla luce di recenti fenomeni come la globalizzazione delle relazioni economico-sociali e delle comunicazioni, la caduta delle ideologie con il loro tragico bilancio storico, l’enorme sviluppo delle tecnologie e delle conoscenze scientifiche.
In questo contesto, ha proseguito mons. Fisichella, il Papa ha voluto richiamare l’attenzione sulla centralità delle istanze etiche che devono sempre guidare l’ azione umana in ogni campo: nella ricerca scientifica come nelle sue applicazioni; nelle relazioni economico-sociali come nel mercato e nella finanza. Il primato, dunque, alla tutela della vita e della dignità umana come metro di giudizio di un autentico sviluppo.
Un altro fondamentale messaggio del Papa nell’enciclica – sempre secondo Fisichella – è rappresentato da quel binomio inscindibile “libertà-responsabilità” che caratterizza l’agire umano: la prima, come presupposto ineliminabile della seconda; la seconda come naturale proiezione dell’estrinsecarsi della prima. Concetto che, invece, l’uomo moderno sembra aver smarrito, preso com’è dalla ricerca di una malintesa libertà, come sinonimo di “autonomia”, nel suo significato proprio di “legge a se stessa”, che pertanto non dovrebbe rendere conto a nessuno, non solo a Dio, ma neppure al prossimo e alla comunità.
Questa crisi, prima di tutto culturale e antropologica, si riflette in ogni campo e quindi anche in quello politico-legislativo, dal cui orizzonte è sparita la nozione di “bene comune” per far posto all’ affermazione di figure giuridiche nuove sulla spinta di tendenze e costumi diffusi senza che ci si ponga il problema delle loro negative ricadute sulla società, se è vero, come è vero, che le leggi producono mentalità (si pensi, per esempio all’introduzione dell’obbligo del casco).
Ciò – ha proseguito Fisichella – ricorda molto il Re Mida che voleva che tutto si piegasse alla sua volontà, trasformandosi in oro ciò che toccava, ma che alla fine, proprio per questo, perse tutto ciò di cui aveva bisogno per vivere.
Ogni diritto individuale, dunque, per essere autentico non dovrebbe mai perdere di vista la rete delle relazioni sociali in cui esso va ad inserirsi e che reclama altrettanti doveri; all’esercizio di ogni diritto si accompagna di regola una qualche “responsabilità”. Senza di ciò e senza una scala di valori coerente non vi può essere alcuna progettualità nella politica.
Quindi – secondo il presule – è necessario promuovere una politica che si proponga di produrre “cultura”: far diventare “cultura” l’ azione legislativa. Nei prossimi 20 anni, che si voglia o no, ha detto Fisichella, l’azione legislativa dovrà occuparsi delle grandi questioni della bioetica che, come Presidente emerito della Pontifica Accademia della Vita, lo stesso ha avuto modo di conoscere da vicino.
La scoperta della genetica e le nuove applicazioni delle tecniche bio-mediche hanno consentito grandi progressi ma allo stesso tempo hanno posto nuove ed angoscianti questioni: come si affronterà il problema della compravendita degli organi? Come si potrà evitare la programmazione di esseri umani di cui già oggi, in vitro, potrebbe determinarsi il sesso? Quali leggi dovrà darsi uno Stato per evitare derive facilmente immaginabili? Si dovrà prendere a misura soltanto la volontà legislativa espressa dall’autorità dello Stato sovrano, quale che essa sia? Questa è la provocazione.
La politica deve tornare ad avere il primato sull’economia, sulla finanza, sulla tecnologia; deve recuperare la sua capacità di orientamento sulla società anche alla luce dell’apporto che la Chiesa offre attraverso la formulazione di un nuovo “umanesimo” nel quale il bene dell’uomo deve tornare al centro di ogni realtà che lo circonda, non circoscritto, però, alla sua dimensione biologica, bensì aperto al trascendente, ossia a quella dimensione che dà pieno significato alle domande sul senso della vita che ciascuno di noi si pone.
Di seguito hanno preso la parola i due politici, entrambi facenti parte dell’intergruppo parlamentare per la Sussidiarietà, i quali hanno dato atto come, pur appartenendo a diversa area politica ma condividendo lo spirito e gli insegnamenti dell’enciclica e più in generale della dottrina sociale della Chiesa, sia possibile svolgere un lavoro comune e raggiungere importanti obiettivi (come, per esempio, il sostegno del 5 per mille alle associazioni non profit), di aiuto concreto alla società e alle sue articolazioni. Questo a condizione che si recuperi il significato alto della politica come servizio reso alla comunità e lontano dagli interessi individuali o di partito.
Ha concluso di nuovo mons. Fisichella richiamando due passaggi chiave nell’enciclica. Da un lato, la constatazione di come “oggi il mondo soffre per la mancanza di pensiero”. Riferito al mondo della politica, esso manca di “progettualità”, di “cultura”, e una nuova classe politica di cattolici è sollecitata dal Papa a dare uno specifico contributo in questo senso. Tuttavia, se può accettarsi una frammentazione della presenza cattolica nelle varie formazioni partitiche, ciò che non è accettabile e rappresenta una vera e propria tragedia è la “diaspora culturale” dei cattolici impegnati in politica.
La politica non deve ridursi a gossip né a personalismi. I problemi da affrontare sono molteplici e urgenti; si pensi, per esempio, al crollo delle nascite in questi ultimi decenni. Se non si interviene subito con politiche adeguate non esiste futuro per questo paese. Questo è uno dei frutti della “carenza di pensiero”.
Il secondo passaggio sottolineato da mons. Fisichella riguarda il richiamo ad una ricerca costante del bene comune che, per il cristiano, costituisce “la via istituzionale o possiamo dire politica della carità” (par. 7) ed il bene comune di una società non può prescindere dal bene della famiglia. E’ da condividere, secondo il presule, il giudizio di alcuni economisti e banchieri che hanno affermato che l’attuale crisi economica è frutto anche della grave crisi della famiglia che ha portato al collasso demografico.
Non vi potrà essere futuro per questo paese, dunque, se si non porrà al centro della politica la tutela della famiglia che è l’unica istituzione che può garantire, con l’insostituibile opera educativa dei genitori, alle generazioni future la trasmissione di quel patrimonio culturale che abbiamo ereditato. A questa importante missione sono chiamati i cattolici impegnati in politica.
Alla fine, il saluto ed il ringraziamento ai relatori e ai partecipanti di mons. Benotto, il quale ha ricordato come la stessa figura di S. Ranieri, uno dei primi santi laici della storia della Chiesa, di cui Pisa celebra quest’anno l’ 850° anniversario della morte, può a buon titolo essere presa quale fulgido esempio di operatore di concordia sociale in un tempo in cui la potente città marinara era lacerata anch’essa al suo interno da forti contrasti politici.

Publié dans:Mons. Rino Fisichella |on 8 octobre, 2010 |Pas de commentaires »

buona notte

buona notte dans immagini sacre achillea_ptarmica_2222

Sneezewort
 
http://www.floralimages.co.uk/index_1.htm

Publié dans:immagini sacre |on 8 octobre, 2010 |Pas de commentaires »

Omelia per l’8 ottobre 2010

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/16334.html

Omelia (09-10-2009) 
Eremo San Biagio

Commento su Luca 11,20

Dalla Parola del giorno

“Se io scaccio i demoni con il dito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio”

Come vivere questa Parola?
Nonostante i segni che pone, Gesù è continuamente osteggiato dai suoi nemici. Di fronte all’innegabile ed ennesimo prodigio compiuto nel liberare un indemoniato, alcuni lo accusano di essere solidale con satana, cioè lui stesso indemoniato. Gesù risponde alle loro accuse con un ragionamento più che logico: se Satana va contro se stesso come può sostenersi il suo regno?
Passa poi ad indicare da dove gli viene il potere di assoggettare lo spirito maligno: è con il“dito” di Dio che scaccia i demoni.
L’espressione “dito di Dio” sta per potenza di Dio, indica cioè quella forza benefica che ha creato l’universo e, con cura tutta particolare, ha plasmato l’uomo. Il libro della Genesi, nel suo linguaggio plastico, mostra appunto Dio intento a modellare con le proprie “dita” la sua creatura privilegiata. Geremia, a sua volta, introduce l’immagine del vasaio, invitando a portare lo sguardo sulle dita abili dell’artigiano che forgia, elimina, rimpasta finché l’opera non sia perfetta.
Ebbene, quello stesso “dito” è ora in azione per ri-creare l’uomo e restituirlo a quella primitiva bellezza, che la presenza del male ha offuscato.
Nell’espressione: “Se io scaccio i demoni con il dito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio”, è presentata, allora, sinteticamente l’opera redentiva di Gesù. È lui il forte che, con “il dito di Dio”, soggiogherà Satana, sottraendogli la preda. L’uomo, restituito alla sua libertà e dignità di figlio, avrà nuovamente accesso nel Regno di Dio.
Oggi, nel mio rientro al cuore, visualizzerò il divino Vasaio che mi ha plasmato con cura amorevole e con maggiore tenerezza mi ha restituito a me stesso. Lo ringrazierò pregando:

Padre buono, le tue mani mi hanno fatto e formato con infinita tenerezza. Gesù mi ha redento e mi ha nuovamente dischiuso le porte del tuo Regno. Lo Spirito Santo mi sostiene perché non torni ad assoggettarmi al giogo della schiavitù. Di questo ti lodo e ti benedico Santa Trinità!

La voce di un fondatore
Confortiamoci ed esultiamo nel Signore! L’effusione del Cuore di Dio non va perduta per i mali della terra, e l’ultimo a vincere è Lui, sarà il Signore!
S.Luigi Orione 

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