Archive pour août, 2010

San [Padre] Pio di Pietrelcina : Cristo ci chiama alla conversione

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100823

Meditazione del giorno
San [Padre] Pio di Pietrelcina (1887-1968), cappuccino
Ep 3, 698 ; AP ; in Buona giornata, 61

Cristo ci chiama alla conversione

         Di fronte alle tentazioni, comportati come una donna forte e combatti con l’aiuto del Signore. Se cadrai nel peccato, non rimanere là, scorraggiata e abbattuta. Umilia te stessa, senza tuttavia perdere coraggio ; abbassa te stessa, ma senza degradarti ; versa lacrime di contrizione sincere per lavare le tue imperfezioni e colpe, ma senza pure perdere la fiducia nella misericordia di Dio, che sarà sempre più grande della tua ingratitudine. Prendi la risoluzione di corregerti, ma senza presumere di te stessa, perché in Dio solo devi mettere la tua forza ; infine, riconosci sinceramente che se Dio non fosse la tua armatura e il tuo scudo, la tua imprudenza ti avrebbe portata a commettere ogni sorta di peccati.

         Non stupirti delle tue debolezze. Accetta piuttosto te stessa come sei ; vergognati delle tue infedeltà verso Dio, ma fidati di lui e abbandonati tranquillamente a lui, come un bambino nelle braccia di sua madre.

buona notte e buona domenica

buona notte e buona domenica dans immagini buon...notte, giorno salvia_officinalis_20d6

Salvia officinalis

http://www.floralimages.co.uk/index1.htm

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Concilio Vaticano II : « Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel Regno di Dio »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100822

XXI Domenica delle ferie del Tempo Ordinario – Anno C : Lc 13,22-30
Meditazione del giorno
Concilio Vaticano II
Lumen Gentium, §1-2

« Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel Regno di Dio »

        Cristo è la luce delle genti : questo santo Concilio, adunato nello Spirito Santo, desidera dunque ardentemente, annunciando il Vangelo ad ogni creatura (Mc 16, 15), illuminare tutti gli uomini con la luce del Cristo che risplende sul volto della Chiesa…

        L’eterno Padre, con liberissimo e arcano disegno di sapienza e di bontà, creò l’universo ; decise di elevare gli uomini alla partecipazione della sua vita divina ; dopo la loro caduta in Adamo non li abbandonò, ma sempre prestò loro gli aiuti per salvarsi, in considerazione di Cristo redentore, « il quale è l’immagine dell’invisibile Dio, generato prima di ogni creatura » (Col 1, 15). Tutti infatti quelli che ha scelto, il Padre fino dall’eternità « li ha distinti e li ha predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, affinché egli sia il primogenito tra molti fratelli » (Rm 8, 29). I credenti in Cristo, li ha voluti chiamare a formare la santa Chiesa, la quale, già annunciata in figure sino dal principio del mondo, mirabilmente preparata nella storia del popolo d’Israele e nell’antica Alleanza, stabilita infine « negli ultimi tempi », è stata manifestata dall’effusione dello Spirito e avrà glorioso compimento alla fine dei secoli. Allora, infatti, come si legge nei santi Padri, tutti i giusti, a partire da Adamo, « dal giusto Abele fino all’ultimo eletto », saranno riuniti presso il Padre nella Chiesa universale.

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The book of Psalms, events and portraits

The book of Psalms, events and portraits  dans immagini sacre 19%20PSA%20033%2001%20COLRD%20B%20PRAISE%20THE%20LORD

http://www.artbible.net/1T/Psa0000_Eventsportraits/index_9.htm

Publié dans:immagini sacre |on 21 août, 2010 |Pas de commentaires »

Omelia domenica 22 agosto (anno C): Il sogno di Dio: che i suoi figli vengano da ogni dove

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/10482.html

Omelia (26-08-2007) 
don Maurizio Prandi

Il sogno di Dio: che i suoi figli vengano da ogni dove

Gesù, il Figlio di Dio è in cammino… vive il suo pellegrinaggio verso Gerusalemme. Incontra un tale il quale molto probabilmente invece si sente già arrivato, già a posto e pone a Gesù una domanda che prescinde dalla sua situazione personale: Sono pochi quelli che si salvano? Magari sbaglio, ma sento qui come una presunzione di certezza dietro a quella domanda… la certezza di essere tra coloro che si salvano perché appartengono al popolo scelto dal Signore.
Mi piacciono queste situazioni che il vangelo pone alla nostra attenzione… Capita spesso nel vangelo di trovare una certa differenza tra le domande che vengono fatte a Gesù e le sue risposte. Non solo l’uomo ignora molte delle cose che riguardano Dio, ma sbaglia anche spesso nel suo modo di porre le domande. Gesù non risponde affatto alla domanda che gli viene posta, e pone in primo piano il vero problema: la salvezza, cioè, è una vocazione per tutti ed è effettivamente possibile per ognuno, ma richiede un impegno personale. Non è cristiano né sentirsi esclusi dalla salvezza e perciò smettere di lottare, né insuperbirsi per i propri meriti e ritenersi per questi salvi (don Daniele Simonazzi). L’impegno personale, lo sforzo del passare attraverso la porta stretta, ecco una importante continuità con l’invito responsabilizzante da parte di Gesù a giudicare da noi stessi ciò che è giusto che ci veniva fatto domenica scorsa. Continuate a camminare dice Gesù, non sentitevi arrivati, perché anche se avete partecipato a tanti momenti « religiosi », non siete garantiti. Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze! Come dire: abbiamo frequentato la chiesa, abbiamo mandato i nostri figli a catechismo, abbiamo partecipato agli incontri, a messa ci siamo venuti… E’ bellissima la parafrasi di don A. Casati: « Non serve, non basta: la misura è nella vita; i vostri pensieri, il vostro modo di vedere la vita, i vostri interessi non hanno nulla a che fare con i miei; sono intenti che non c’entrano, non c’entrano per niente con il vangelo che io ho predicato… »
Parlando di porta stretta si può pensare ad una restrizione… c’è un numero limitato di persone che può passare di lì, e invece sia il profeta Isaia che l’evangelista Luca dilatano a dismisura: Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio… bello! La porta stretta non è una porta per pochi perché il raduno, al contrario, è grande. Pochi giorni fa’, (giovedì), nella messa feriale, ascoltando la parabola degli invitati al banchetto, siamo stati messi a contatto con il sogno di Dio: che la sala si riempisse di invitati… Dio sogna che i suoi figli vengano da ogni dove… Io verrò a radunare tutti i popoli e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria… tutti i vostri fratelli da tutti i vostri popoli… abbiamo letto poco fa nel libro di Isaia. Quello che Gesù vuol fare capire a colui che gli ha posto la domanda è che non conta il quanti si salvano, ma il come si salvano. E’ certo che la massa non passa… non è detto che far parte della massa, dei tanti che si dicono cristiani garantisca il passaggio… c’è sempre il rischio di non essere riconosciuti da Gesù perché non siamo passati attraverso la porta stretta del suo Vangelo e della sua Parola, così povera, così indifesa, così irrazionale umanamente parlando… tanto povera, indifesa e irrazionale che abbiamo pensato non valesse la pena correre « il rischio della fede » (don Luigi Pozzoli). Ma la porta stretta che non siamo stati capaci di attraversare può essere anche la gratuità, che ci dice che il nostro amore deve raggiungere anche chi non è amabile… a quella magari preferiamo una più sana e razionale (ma per nulla evangelica) reciprocità.
Porta stretta è Gesù che oggi troviamo pellegrino verso la sua Croce, con le sue scelte ben precise, la sua totale dedizione, la sua povertà, la sua umiltà, il suo abbassarsi… Io sono la porta troviamo scritto nel vangelo di Giovanni… si tratta di passare attraverso di Lui allora, di conformarci a Lui. Lasciamoci portare allora dalle parole dei parrocchiani di don Daniele Simonazzi, che insieme a lui hanno commentato così Gesù porta stretta: Lui è la porta fatta su misura, lui è colui attraverso il quale abbiamo accesso alla realtà del regno, è colui attraverso il quale abbiamo accesso al Padre. La realtà della vita cristiana è l’avere accesso al Padre per mezzo del Cristo. Anche il Cristo è passato attraverso la porta della sua umanità, attraverso la porta dell’incarnazione, una porta che lui ha sfondato e ha aperto. Questo gli ha permesso il suo accesso al cuore del Padre.
Quindi a noi è chiesto il medesimo cammino. Pare sia proprio questa l’unica condizione per essere conosciuti da lui. Come non pensare allora al v. 29, come non pensare a coloro che sono passati attraverso il Cristo e che vengono dal mezzogiorno e dal settentrione? Come non pensare che coloro che giungono da ogni parte sono coloro che sono conosciuti da Dio e forse anche inconsapevolmente hanno preso la misura del Cristo, hanno attraversato la porta stretta del mistero di Cristo. I poveri sono coloro che non hanno bisogno di dimagrire per passare attraverso la porta stretta, sono coloro a cui la porta sta larga. I poveri sono coloro per i quali non è un problema passare attraverso la porta stretta, non fanno nessuno sforzo. Fanno molto più sforzo a entrare attraverso le nostre porte e le porte delle nostre case; fanno fatica a entrare attraverso le porte del nostro cuore. 

Omelia domenica 22 agosto (anno C): Dio non si merita, ma si accoglie

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/19082.html

Omelia (22-08-2010) 
padre Ermes Ronchi

Dio non si merita, ma si accoglie

Sono pochi quelli che si salvano, o molti? Gesù non risponde sul nume­ro dei salvati ma sulle moda­lità. Dice: la porta è stretta, ma non perché ami gli sforzi, le fatiche, i sacrifici. Stretta per­ché è la misura del bambino: «Se non sarete come bambini non entrerete!». Se la porta è piccola, per passare devo far­mi piccolo anch’io. I piccoli e i bambini passano senza fati­ca alcuna. Perché se ti centri sui tuoi meriti, la porta è stret­tissima, non passi; se ti centri sulla bontà del Signore, come un bambino che si fida delle mani del padre, la porta è lar­ghissima.
L’insegnamento è chiaro: fat­ti piccolo, e la porta si farà grande; lascia giù tutti i tuoi bagagli, i portafogli gonfi, l’e­lenco dei meriti, la tua bravu­ra, sgònfiati di presunzione, dal crederti buono e giusto, e dalla paura di Dio, del suo giu­dizio.
La porta è stretta ma aperta. In questo momento aperta. Quello che Gesù offre non è solo rimandato per l’aldilà, ma è salvezza che inizia già o­ra. È un mondo più bello, più umano, dove ci sono costrut­tori di pace, uomini dal cuore puro, onesti sempre, e allora la vita di tutti è più bella, più pie­na, più gioiosa se vissuta se­condo il vangelo.
È aperta e sufficiente per tan­ti, tantissimi, infatti la grande sala è piena, vengono da o­riente e da occidente e sono folla e entrano, non sono mi­gliori di noi o più umili, non hanno più meriti di noi, non è questo. Hanno accolto Dio per mille vie diverse. Dio non si merita si accoglie. Salvezza è accogliere Dio in me, perché cresca la mia parte divina, ed è così che io raggiungo pie­nezza. Più Dio equivale a più io.
La porta è stretta ma bella, in­fatti l’attraversano rumori di festa, una sala colma, una mensa imbandita e un turbi­nare di arrivi, di colori, cultu­re, provenienze diverse, un mondo dove gli uomini sono finalmente diventati fratelli, senza divisioni.

Nel seguito della Parabola la porta da aperta si fa’ chiusa e una voce dura dice: «Voi, non so di dove siete». Sono come stranieri, eppure avevano se­guito la legge, erano andati in chiesa… Tutti abbiamo senti­to con dolore questa accusa:

vanno in chiesa e fuori sono peggio degli altri… Può acca­dere, se vado in chiesa ma non accolgo Dio dentro. Dio che entra e mi trasforma, mi cam­bia pensieri, emozioni, paro­le, gesti. Mi dà i suoi occhi, e un pezzo del suo cuore. Il Dio della misericordia mi insegna gesti di misericordia, il Dio dell’accoglienza mi insegna gesti di accoglienza e di co­munione.

E li cercherà in me nell’ultimo giorno. E, trovandoli, spalan­cherà la porta. 

Bruno Forte: Il messaggio di San Francesco contro i falsi idoli contemporanei

dal sito:

http://www.zenit.org/article-23416?l=italian

Il messaggio di San Francesco contro i falsi idoli contemporanei

ROMA, sabato, 21 agosto 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito un articolo a firma di mons. Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto, apparso su Il Sole 24 Ore del 15 agosto scorso.

* * *

“Anche ad un’osservazione superficiale appare evidente come per parecchi secoli in tutta l’Italia nessun uomo abbia goduto di un amore e di un ossequio così smisurati come il modesto ed umile Francesco… Il divino messaggio, tenero e beato, che era giunto sulla terra sotto forma di lui, non si spense con la sua morte. Egli aveva sparso a piene mani un buon seme, e quel seme germogliò e crebbe e fiorì”. Queste parole di Hermann Hesse, l’autore di Siddharta, di Narciso e Boccadoro e di tanti altri celebri testi, oltre che di una deliziosa vita di Francesco d’Assisi scritta in gioventù (1904), suscitano la domanda sul perché Francesco abbia lasciato una così profonda impronta nel cuore degli Italiani e di tante donne e uomini di ogni latitudine e cultura. La risposta di Hesse – dal tono piuttosto sentimentale e romantico – contiene un nocciolo prezioso di verità: “Soltanto pochi [come Francesco], in virtù della profondità e dell’ardore del loro intimo, hanno donato ai popoli, quali messaggeri e seminatori divini, parole e pensieri di eternità e dell’antichissimo anelito umano… sì che quali astri beati si librano ancora sopra di noi nel puro firmamento, dorati e sorridenti, benevole guide al peregrinare degli uomini nelle tenebre”. Per Hermann Hesse Francesco incarna un messaggio capace di dare ragioni di vita e di speranza al cuore di tutti. Anche a quello dell’Italia d’oggi, scossa da una crisi che, prima che economica e politica, è spirituale e morale.

Nel tentativo di cogliere questo messaggio, motivando così anche la mia scelta di San Francesco quale “personaggio che potrebbe risolvere la crisi del nostro Paese”, mi è venuto in aiuto un testimone singolare. Sul tratto autostradale che collega Roma a Chieti, fra i più belli d’Italia per paesaggi e colori, a metà circa della piana del Fùcino, su un colle che un tempo si specchiava nel lago, dominato dall’imponente castello medioevale, sorge Celano, patria del beato Tommaso, seguace e primo biografo di Francesco, che a Celano presumibilmente passò intorno al 1220. Nella Vita prima di San Francesco d’Assisi, scritta su incarico di Gregorio IX quale “Legenda” ufficiale per la canonizzazione del Santo e presentata al Papa il 25 febbraio 1229, Tommaso narra con incantevole freschezza la vicenda di Francesco sin dai suoi inizi. Colpisce anzitutto la presentazione del tempo antecedente la conversione: “Viveva ad Assisi, nella valle spoletana, un uomo di nome Francesco. Dai genitori ricevette fin dall’infanzia una cattiva educazione, ispirata alle vanità del mondo. Imitando i loro esempi, egli stesso divenne ancor più leggero e vanitoso”. Il giovane Francesco è veramente uno di noi, così simile a noi nella leggerezza della vita e dei sogni. Tuttavia, è proprio l’aver vissuto questa stagione dell’utopia, impastata delle fughe in avanti dei desideri e delle pretese, che rende Francesco così largamente umano. È quanto esprime la folgorante risposta di Mark Twain alla domanda su dove avrebbe voluto andare dopo la morte: “In paradiso per il clima, all’inferno per la compagnia…”: come a dire che i peccatori suscitano un’immediata simpatia perché li sentiamo a noi familiari, anche se non può non attrarci la bellezza del cielo… Francesco ci parla anzitutto perché parte da quello che ci accomuna tutti: la nostra fragilità, la lista più o meno lunga dei nostri difetti, di cui alcuni – ambizioni, vanità, ricerca dell’immagine a prezzo della verità, dipendenza dagli indici di gradimento, leggerezza nel mantener fede agli impegni – ci appaiono così drammaticamente attuali!

Avviene però nella vita del giovane di Assisi qualcosa di nuovo e imprevisto: Tommaso da Celano lo narra col tratto tenerissimo di una lettura guidata dagli occhi della fede: “Ma la mano del Signore si posò su di lui e la destra dell’Altissimo lo trasformò, perché, per suo mezzo, i peccatori ritrovassero la speranza di rivivere alla grazia, e restasse per tutti un esempio di conversione a Dio”. Al di là di queste poche righe, che già aprono uno squarcio sullo sterminato futuro, i fatti ebbero una serrata consequenzialità: “Colpito da una lunga malattia, egli cominciò a cambiare il suo mondo interiore… non tuttavia in modo perfetto e reale, perché non era ancora libero dai lacci della vanità… Francesco cercava ancora di sottrarsi dalla mano divina, accarezzava pensieri terreni, sognava ancora grandi imprese per la gloria vana del mondo”. L’occasione del cambiamento fu di quelle che solleticano anzitutto le ambizioni e proprio così espongono alle delusioni più cocenti: “Un cavaliere di Assisi stava allora organizzando preparativi militari verso le Puglie…Saputo questo, Francesco trattò per arruolarsi… Ma, la mattina in cui doveva partire, intuì che la sua scelta era erronea rispetto al progetto che Dio aveva per lui…”. Francesco rinuncia alla spedizione e sceglie di conformare la sua volontà a quella divina: “Si apparta un poco dal tumulto del mondo, e cerca di custodire Gesù Cristo nell’intimità del cuore… appronta un cavallo, monta in sella e, portando con sé i panni di scarlatto, parte veloce per Foligno. Ivi vende tutta la merce e con un colpo di fortuna anche il cavallo!”. È il “no” al passato: non ancora, tuttavia, è chiaro a che cosa dovrà dire il suo “sì”. “Sul cammino del ritorno, libero da ogni peso, va pensando all’opera cui destinare quel denaro… Avvicinandosi ad Assisi, s’imbatte in una chiesa molto antica, fabbricata sul bordo della strada e dedicata a San Damiano, in rovina… Vedendola in quella miseranda condizione, si sente stringere il cuore. Incontrandovi un povero sacerdote, con grande fede, gli bacia le mani consacrate, e gli offre il denaro… rimanendo a vivere con lui”.

Ciò che è avvenuto all’interno del cuore non può non manifestarsi all’esterno: si prepara la sfida più dura, l’incomprensione e il giudizio dei suoi. “Suo padre venne a conoscenza che egli dimorava in quel luogo e viveva in quella maniera. Profondamente addolorato radunò vicini e amici e corse a prenderlo e lo rinchiuse in una fossa che era sotto la casa ove rimase per un mese intero… Francesco con calde lacrime implorava Dio che lo liberasse… Affari urgenti costrinsero il padre ad assentarsi per un po’ di tempo da casa… Allora la madre, rimasta sola con lui, disapprovando il metodo del marito, parlò con tenerezza al figlio; ma s’accorse che niente poteva dissuaderlo dalla sua scelta. E l’amore materno fu più forte di lei stessa: ne sciolse i legami lasciandolo in libertà”. Emerge qui una costante della vita di Francesco: il ruolo della donna nella sua esistenza. Dapprima, la Madre, tanto tenera, quanto capace di capire. Quindi, Chiara, sorella nell’amore per Cristo e discepola fedelissima. Sempre la Madre di Dio, custode del suo cuore. “Frattanto il padre rincasa, e visto ogni vano tentativo per distoglierlo dal nuovo cammino, rivolge il suo interesse a farsi restituire il denaro… Allora, impose al figlio di seguirlo davanti al vescovo della città, affinché facesse davanti al prelato la rinuncia e la restituzione completa di quanto possedeva. Francesco non esita per nessun motivo: senza dire o aspettare parole, si toglie le vesti e le getta tra le braccia di suo padre, restando nudo di fronte a tutti”. Si rivela qui il tratto che rende Francesco fratello universale: la rinuncia a ogni possesso e a ogni potere, il suo essere nudo e indifeso. Non si tratta solo di una scelta di sobrietà, pur così importante e necessaria allora come oggi: è una logica che appare sovversiva rispetto agli arrivismi ed alle avidità di questo mondo. Non è l’ “audience” che conta, né il successo o il denaro, ma la nuda verità di ciò che siamo davanti a Dio e per gli altri! Ed è proprio questa libertà dell’essenziale che lo avvicina a tutti e lo rende inquietante per tutti!

Nel tempo in cui sta a San Damiano, Francesco prega intensamente. Il Crocifisso che è in quella chiesa gli parla: “Va e ripara la mia casa”. In un primo momento Francesco pensa di dover riparare la chiesetta dove si trova; capisce, poi, che Gesù si riferiva alla Chiesa tutta intera, che attraversava un periodo contrassegnato da mondanità e prove. Riportare la Chiesa agli insegnamenti del Vangelo, liberarla dalla seduzione delle ricchezze e del potere, riavvicinarla ai poveri è la missione di cui si sente investito. Comincia la sua nuova vita: “Si reca tra i lebbrosi e vive con essi per servirli in ogni necessità per amor di Dio. Lava i loro corpi e ne cura le piaghe… La vista dei lebbrosi gli era prima così insopportabile, che non appena scorgeva in lontananza i loro ricoveri, si turava il naso. Ma ecco quanto avvenne: nel tempo in cui aveva già cominciato, per grazia e virtù dell’Altissimo, ad avere pensieri santi e salutari, mentre viveva ancora nel mondo, un giorno gli si parò innanzi un lebbroso e fece violenza a sé stesso, gli si avvicinò e lo baciò”. Il suo modo di vivere a servizio di Dio cominciò ad affascinare i giovani di Assisi, al punto che vari di loro lo seguirono per servire il Signore. Nei rapporti con gli altri, Francesco segue una regola precisa: “Chi non ama un solo uomo sulla terra al punto da perdonargli tutto, non ama Dio”. Proprio così comincia a dare fastidio: “I potenti di Assisi si videro la loro cittadina svuotata per via di Francesco e, in un momento in cui egli ed i suoi confratelli erano in giro per la questua, alcuni uomini di Assisi saccheggiarono la chiesa di San Damiano uccidendo un poverello che dimorava in quel luogo. Al ritorno, Francesco fu scosso da profondo dolore al punto da pensare di dover andare dal Papa in persona per chiedere se la via che aveva intrapreso per seguire il Cristo fosse errata. Dall’incontro con il Papa, non fu Francesco ad uscirne con consigli ed ammonimenti, ma furono tutti, il Papa Innocenzo III compreso, a sentirsi umiliati dalla povertà ed obbedienza di quest’uomo. Da questo momento tutta la Chiesa fu rinnovata: c’era finalmente qualcuno che riportasse i poveri a Cristo”.

Francesco si mette alla scuola di Gesù Crocifisso e impara l’umiltà: anche in questo la provocazione che lancia al nostro presente è bruciante: “Un frate chiede a Francesco: ‘Padre, cosa ne pensi di te stesso?’ ed egli rispose: ‘Mi sembra di essere il più grande peccatore, perché se Dio avesse usata tanta misericordia con qualche scellerato, sarebbe dieci volte migliore di me’ ”. Lo spogliamento di sé caratterizzerà sempre più il suo cammino: nella Vita seconda di S. Francesco, che Tommaso da Celano stende tra il 1246/1247 per corrispondere all’ingiunzione del Capitolo generale di Genova “di scrivere i fatti e persino le parole” di Francesco, questo aspetto emerge in modo impressionante. “L’ardore del desiderio lo rapiva in Dio e un tenero sentimento di compassione lo trasformava in Colui che volle essere crocifisso. Un mattino, mentre pregava sul fianco del monte, vide la figura come di un serafino, con sei ali tanto luminose quanto infuocate, discendere dalla sublimità dei cieli: esso con rapidissimo volo, giunse vicino all’uomo di Dio, e allora apparve l’effige di un uomo crocifisso, che aveva mani e piedi stesi e confitti sulla croce…Il vederlo confitto in croce gli trapassava l’anima… L’amico di Cristo, stava per essere trasformato tutto nel ritratto visibile di Cristo Gesù crocifisso… Così il verace amore di Cristo aveva trasformato l’amante nella immagine stessa dell’Amato”. Gli occhi di Francesco si chiuderanno presto alla luce del mondo: ma la luce della Sua fede e del Suo amore umile continuerà a risplendere. Non fu la Sua una fuga dal mondo. Se non avesse amato profondamente questa terra, non avrebbe composto il Cantico delle creature. La sua è anche una spiritualità del rispetto e dell’amore del creato. Tutto in Francesco fu motivato dall’aver compreso qual è la perla preziosa da cercare ad ogni costo: sobrietà, povertà, tenerissima carità, umiltà, rispetto per ogni creatura e per tutto il creato sono volti di quest’unico amore. E non è di esso che ha bisogno anche l’Italia di oggi, come quella del suo tempo e il mondo intero con lei? “Quando infine si furono compiuti in lui tutti i misteri, quell’anima santissima, sciolta dal corpo, fu sommersa nell’abisso della chiarità divina e l’uomo beato s’addormentò nel Signore. Uno dei suoi frati e discepoli vide quell’anima beata, in forma di stella fulgentissima, sollevarsi su una candida nuvola al di sopra di molte acque e penetrare diritta in cielo: nitidissima per il candore della santità eccelsa e ricolma di celeste sapienza e di grazia per le quali il santo meritò di entrare nel luogo della luce e della pace, dove con Cristo riposa senza fine”. E parla a chiunque voglia ascoltarlo…

Publié dans:Bruno Forte |on 21 août, 2010 |Pas de commentaires »

buona notte e…buon sabato

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Omelia 21 agosto 2010

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/10391.html

Omelia (25-08-2007) 
mons. Vincenzo Paglia

Gesù si trova nel tempio. E’ l’ultimo discorso rivolto alle folle. Si scaglia violentemente contro gli « scribi e farisei » e si presenta come il loro vero pastore. Non attacca la loro dottrina. Dice anzi che è giusta e va custodita. Ma altra cosa è il loro comportamento che manifesta una religiosità vuota, fredda, fatta solo di pratiche esteriori. Essi allargano le « filatterie », piccole teche che contengono rotolini di pergamena con passi biblici e che si legano al braccio sinistro e sulla fronte. La loro origine è suggestiva: la parola di Dio doveva essere ricordata (la fronte) e messa in pratica (il braccio). Ma era divenuta solo una pratica esteriore. Gesù evoca poi il gesto di « allungare le frange », treccine di tessuto munite di un cordoncino violaceo e blu poste ai quattro angoli della veste esterna. Anche Gesù le portava. Ma l’esteriorità ostentata uccide il senso interiore delle cose. Analoga riflessione va fatta sul loro vezzo di ricercare i primi posti nei conviti e i primi seggi nelle sinagoghe. Da ultimo Gesù polemizza con i titoli « accademici » e ufficiali che scribi e sacerdoti esigevano dal popolo e dai discepoli. Tra questi Gesù sottolinea il più noto, « rabbì » ossia « mio maestro ». Anche in questo caso Gesù non respinge la missione dell’insegnamento. Gesù vuole sottolineare l’unicità della sua Parola. Tutti i credenti sono sottoposti al Vangelo, ed è questa la Parola che sempre e dovunque dobbiamo annunciare e vivere. Di qui ha origine la paternità di Dio sulla nostra vita. Ed è il Vangelo, non le nostre parole o i nostri programmi, che ha l’autorità sulla nostra vita. La tentazione di accomodare il Vangelo alle nostre tradizioni e a quelle del mondo è incombente. Gesù questa tentazione l’ha stigmatizzata. E chiede a noi di fare altrettanto. 

San Giovanni Crisostomo : «Chi si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato»

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100821

Sabato della XX settimana delle ferie del Tempo Ordinario : Mt 23,1-12
Meditazione del giorno
San Giovanni Crisostomo (circa 345-407), vescovo d’Antiochia poi di Costantinopoli, dottore della Chiesa
Sull’incomprensibilità di Dio, 5, 6-7 : PG 48, 745-746

«Chi si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato»

        Non c’è umiltà nel considerarsi peccatore, se lo siamo effettivamente. Ma l’umiltà esiste quando uno è consapevole di aver fatto quantità di grandi cose, eppure non ne concepisce alcun’alta opinione di se ; quando, essendo simile a Paolo fino a poter dire : « Non sono consapevole di colpa alcuna », aggiunge subito : « non per questo sono giustificato » (1 Cor 4, 4) o anche : « Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io » (1 Tm 1, 15). In questo consiste l’umiltà : a dispetto della grandezza dei nostri atti, abbassarci in spirito.

        Dio, però, a motivo del suo amore indicibile per gli uomini, accoglie e riceve non soltanto coloro che si umiliano in questo modo, ma anche coloro che ammettono francamente le loro colpe, e si mostra favorevole e benevolo verso coloro che sono in tali disposizioni. E affinché tu impari quanto è buono non avere un’alta opinione di te stesso, immaginati due carri. A uno, attacca la virtù e la superbia, all’altro, il peccato e l’umiltà. Vedrai il tiro del peccato distanziare quello della virtù, non certo grazie alla propria potenza, ma grazie alla forza dell’umiltà che lo accompagna. E vedrai l’altro sorpassato, non a causa della debolezza della virtù, ma a causa del peso e dell’enormità della superbia. Infatti, come l’umiltà, grazie alla sua immensa forza di elevazione, trionfa della pesantezza del peccato e, per prima, sale al cielo, così la superbia, a causa del suo gran peso e della sua enormità, riesce a spuntarla sull’agilità della virtù e trascinarla facilmente verso il basso.

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