Archive pour août, 2010

Angelo Custode

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B. MAGGIONI : DIO PARLA DELLA VITA

dal sito:

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B. MAGGIONI
 
DIO PARLA DELLA VITA 

Sono convinto che Dio parli della vita in diversi modi. Nel mio discorso, però, mi soffermo sulla Parola di Dio « scritta », Antico e Nuovo Testamento. Mi interessa soprattutto una domanda: qual è  la radice che nel discorso biblico costituisce il fondamento ultimo che dà senso e dignità alla vita di ogni uomo? Non soltanto senso e dignità alla vita riuscita e promettente, ma anche alla vita « ferita »? Come si sa, il cammino biblico può apparire frammentario, lungo, persino tortuoso. La verità non sta nella somma si tutti i particolari che emergono, ma nella logica che guida l’intero cammino, che rimane ferma anche nel variare delle situazioni, che via via si chiarisce e trova il suo compimento nell’evento di Gesù Cristo.
La prospettiva scelta- indubbiamente limitata e tuttavia essenziale- mi libera da alcune preoccupazioni, come l’analisi dei singoli testi, delle situazioni storiche in cui si collocano, della loro genesi. Nulla di questo, non faccio esegesi, ma teologia biblica. Mi interessa la sintesi.

LE COORDINATE

Ritengo utile iniziare la conversazione elencando alcune coordinate che costituiscono la griglia entro la quale il discorso biblico si è svolto, sia pure non sempre con la stessa chiarezza. Sono notissime e basta elencarle.
Fin dall’inizio la Bibbia è convinta che la vita sia molto di più della semplice esistenza. Paradossalmente il vangelo dirà che per avere la vita occorre anche saper perdere l’esistenza (Mc 8, 34)! La Bibbia è poi particolarmente colpita da quelle manifestazioni della vita che possiamo descrivere come movimento e vivacità. La vita è qualcosa che cresce e si sviluppa, dic4e pienezza e intensità. Per questo il vocabolo ebraico è al plurale, appunto per sottolineare la pienezza e la intensità. La Bibbia è convinta che occorre allargare la vita, non solo allungarla. In proposito si può leggere Prov. 3, 16-18.
La concezione biblica della vita si costruisce entro una concezione unitaria dell’uomo. Nessun dualismo, né fra spirito e corpo, né fra individuo e società. Per la Bibbia non è possibile alcun dualismo, perché vede sempre l’uomo nella sua inscindibile unità.
Il tratto biblico più tipico e più ricco è certamente il legame tra Dio e la vita. Dio è il Vivente, e la vita è il dono più prezioso che sgorga dal suo amore gratuito e fedele. In mille modi si sottolinea che la vita è dono, e come tale da vivere in gratitudine e letizia. La parola vita è sempre unita ai verbi che indicano l’azione salvifica di Dio: donare, redimere, custodire, disporre, fare. Il racconto di Genesi 2 narra che « Il Signore modellò l’uomo con la polvere del terreno e soffiò nelle sue narici un alito di vita, e così l’uomo divenne un essere vivente. Il racconto sacerdotale (Genesi 1) narra invece che il sesto giorno Dio disse: « Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza » (Genesi 1, 26); e per assicurare all’uomo la sua benedizione.
Non soltanto la creazione dell’umanità nel suo insieme, ma anche l’apparire di ogni singola persona e di ogni singola vita viene ricondotta dalla Bibbia all’attività creatrice e operosa di Dio. Per la Bibbia l’uomo non comprende a fondo se stesso se non ha questa consapevolezza: egli trae la propria origine da una decisione nella quale egli non ha preso parte. All’origine di ogni uomo c’è la gratuità dell’amore di Dio, la libertà di un gesto di amore.
In proposito si possono leggere testi bellissimi, come il salmo 139 e Giobbe 10, 8-12. E’ in questa gratuità originaria che sta la ragione vera che dà senso e dignità a ogni uomo vivente. E in questa gratuità è racchiusa la « promessa » della fedeltà di Dio all’uomo, a ogni  singolo uomo, una fedeltà che non può venir meno iin nessuna circostanza.
Nella concezione dell’uomo immagine di Dio sono contenute alcune affermazioni di grande rilievo. La prima è che la vita discende da Dio ed è suo dono, sua immagine e sua impronta. Dio è l’unico padrone della vita, e perciò questa è una realtà intoccabile, sottratta al potere di qualsiasi uomo. Benedicendo Noé alla fine del diluvio, Dio disse: « Della vita dell’uomo domanderò conto alla mano dell’uomo, alla mano d’ogni suo fratello… perché quale immagine di Dio Egli ha fatto l’uomo (Gen 9, 6-6) ».
Una seconda affermazione è che l’uomo si colloca al vertice della creazione. L’uomo è qualcosa di unico. E’ certo imparentato con la creazione ed è solidale con tutte le creature, ma in lui c’è un di più: appunto l’essere immagine di Dio. E questo vale per qualsiasi uomo, al di là di ogni possibile differenza (si veda il salmo 8). Immagine di Dio non è qualcosa che si aggiunge alla creaturalità, ma esprime piuttosto il significato profondo di tale creatura di Dio. E si riferisce all’uomo nella sua totalità, non a una parte di essa o a una sua qualità.
Una terza affermazione è che la vita è da vivere nell’obbedienza. Immagine dicerelazione, realtà riflessa, obbedienza appunto. Dono di Dio, la vita si sviluppa rimanendo in comunione con la sua sorgente, si mortifica allontanandosene. Più semplicemente, molti passi biblici legano la promessa della vita all’osservanza dei comandamenti: per esempio Deut. 31, 15-16. In altri termini meno immediatamente religiosi, diremmo che lo sviluppo della vita è legato a una corretta impostazione della vita stessa. Con grande acutezza i profeti hanno sempre tentato di strappare Israele da progetti autonomi, e di distoglierlo da sicurezze troppo umane, ferme, fosero pure religiose. Bisogna invece abbandonarsi fiduciosamente nelle mani di Dio: « Cercate me e vivrete », dice il profeta Amos (5, 4ss). Per vivere pienamente occorre il coraggio di abbandonarsi in avanti, alla vita che ci viene incontro. E per questo non soltanto nella prospettiva di un mondo futuro (un dato che nell’Antico Testamento è nebuloso) ma anche nello svolgersi della vita mondana.
Ma dove scorge- di fatto- l’uomo biblico la sua grandezza e la sua consistenza? Con grande chiarezza risponde a questa domanda cruciale il salmo 8, che si presenta come il frutto maturo di una lunga meditazione sulla creazione e sul rapporto Dio e uomo. Il salmista trova la grandezza e la solidità dell’uomo nel fatto che Dio si ricorda di lui. Non nella bellezza dell’uomo, o nella forza, o nell’intelligenza. E’ l’amore di Dio che dà dignità all’uomo. L’esperienza più profonda dell’uomo biblico è lo stupore di essere ricordato da Dio.
L’ultima coordinata a cui voglio accennare, tanto importante da costituire in qualche modo la spina dorsale dei discorso (e perciò già ripetutamente accennata), è il rapporto di fiducia fra l’uomo e Dio: una fiducia nella sua promessa tanto solida che le molte smentite la purificano, ma non la fanno crollare. Nelle pagine bibliche, anche nelle più angosciate, quelle che sembrano esprimere l’abbandono di Dio, la fiducia nella sua fedeltà resta sempre, magari sotterranea. Questa fiducia è persino presente nel racconto di Abramo che obbedisce a Dio sino ad essere disponibile al sacrificio del figlio.
Certamente non mancano nel percorso biblico comportamenti divergenti da quanto sin qui detto: violenza contro il nemico, sterminio di città straniere, uccisioni, anche qualche episodio di suicidio. Questi comportamenti non compromettono, però, il discorso essenziale. Dicono invece la difficoltà della sua maturazione e la fatica di superare le molte remore culturali. In ogni caso, non è alla luce di questi comportamenti che va inteso il discorso centrale, ma viceversa. 

TIPOLOGIE 

Dopo le coordinate (alle quali ho forse dato uno spazio eccessivo) è utile riguardare il percorso anticotestamentario attraverso le varie situazioni che l’uomo biblico ha incontrato. Ne elenco alcune brevemente:
-   l’uomo che vive una vita riuscita che giunge al suo termine naturale;
-   la vita interrotta che si conclude con una morte prematura, a volte violenta;
-   una vita colpita: la sofferenza innocente (Giobbe);
-   una vita insoddisfacente e tuttavia umanamente riuscita, priva di senso in se stessa, quasi una promessa delusa (Qohelet);
-   il martirio.

Certamente queste varie situazioni suscitano modi differenti di affidarsi alla vita. Ma la cosa interessante -e per noi essenziale- è che l’uomo biblico, in tutte le situazioni, ha sempre cercato rifugio nella fedeltà di Dio. 

L’EVENTO DI GESÙ CRISTO E LA VITA 

Il Nuovo Testamento non pone al centro della sua rivelazione l’uomo, ma come Dio guarda l’uomo: il suo amore per l’uomo, la sua alleanza con l’uomo, il suo condividere l’esistenza dell’uomo. Ovviamente questa rivelazione -che riguarda anzitutto Dio- getta una luce impensabile, nuova, sull’uomo. Elenco alcuni aspetti che direttamente ci possono interessare.
Il Figlio di Dio si è fatto « carne » (1, 14), si legge nel prologo di Giovanni. Carne non è certo la condizione di peccato, ma neppure semplicemente la natura umana: è la natura umana nella sua caducità, nella sua storicità, nella sua corporeità e nella sua mondanità. Il Figlio di Dio ha assunto la vita dell’uomo nella sua piena realtà. E così viene posto di nuovo il fondamento della dignità della vita dell’uomo nella sua totalità. Dopo l’incarnazione dei Figlio di Dio al cristiano è preclusa ogni fuga lontano dal mondo. Neppure il peccato può servire come alibi per la denigrazione della vita dell’uomo nel mondo.
Per il Nuovo Testamento non ci sono due esistenze parallele (spirituale e materiale), tanto meno un’esistenza spirituale imprigionata nel corpo e da esso impedita, e neppure due esistenze concepite semplicemente come un prima e un poi, ma un’esistenza unitaria, quella che già ora si vive, destinata però a sfociare nell’eternità e nella piena comunione con Dio. S. Giovanni, con la sua ripetuta espressione di vita eterna -da intendere come partecipazione già ora della vita divina, qualitativamente tale da vincere la morte- indica che la ragione (o il senso) della vita non è solo da cercare al di fuori di essa, nel suo destino futuro, ma è già dentro di essa: certo un senso ricevuto, ma già presente.
Se poi osserviamo le precise modalità storiche dell’esistenza vissuta dal Figlio di Dio, allora comprendiamo anche che Egli ha assunto il volto dell’uomo deriso, del sofferente, del perseguitato, del nemico, persino dell’uomo considerato peccatore e malfattore. Tutto questo mostra che nessun uomo, chiunque sia e qualsiasi cosa abbia fatto, può essere privato della sua dignità di amato da Dio. Proprio perché radicata nel gratuito amore di Dio, la dignità dell’uomo è inalienabile e incondizionata.
Gesù esige, poi, esplicitamente il massimo rispetto per l’uomo e considera come diretti a se stesso tanto l’amore quanto l’offesa (Mt 25, 21 ss). Un Dio pensato come lontano può permettere di manipolare l’uomo, ma un Dio che si fa uomo non lo permette.
Il Nuovo Testamento apre la vita dell’uomo su orizzonti vastissimi, sconfinanti nello stesso mistero di Dio, il mistero trinitario. E’ sempre il gratuito amore di Dio che apre all’uomo questi ulteriori impensati orizzonti. E così la vita è tutta segnata dalla gratuità: dono gratuito nel suo primo sorgere e dono gratuito nella sua elevazione. In qualche modo anche nell’Antico Testamento si pensava la vita -nel suo nocciolo più profondo- come comunione con Dio. Ma ora si parla di partecipazione alla stessa vita divina. E tutto questo è molto importante per comprendere la vita. Se si limita lo sguardo al solo tempo presente, o anche se si chiude lo sguardo dentro lo spessore naturale dell’uomo, trovare un senso alla vita resta obiettivamente più difficile. Bisogna alzare lo sguardo verso Dio, della cui vita l’uomo partecipa.
E siccome la vita di Dio è un dialogo di comunione e di amore (Trinità), ne consegue che anche la vita dell’uomo -inserita nel dialogo trinitario- si manifesta e si sviluppa nell’amore e nella comunione. Ha ragione S. Giovanni di scrivere nella sua lettera (3, 14): « Noi sappiamo di essere passati dalla morte alla vita, poiché amiamo i fratelli ». Vita è la novità dell’amore di Dio che in Cristo afferra la persona in tutta la sua interezza, rinnovandola, aprendola verso una impensata dignità.

LA CROCE/RISURREZIONE DI GESÙ

Ma per capire la vita bisogna capire la Croce e, ovviamente, la risurrezione. Senza la Croce mancherebbe la chiave per comprendere le contraddizioni dell’esistenza, troppe cose dell’uomo resterebbero senza senso. La Croce non sopprime le realtà negative della vita, ma ne suggerisce una diversa lettura.
Accettando la via della Croce, Gesù ha condiviso della vita dell’uomo il peso e la tentazione, il fallimento e la sofferenza, lo sconcerto di fronte a una vita interrotta, l’abbandono. Così la Croce di Gesù è il luogo in cui il mistero dell’esistenza si rispecchia, in un certo senso si ingigantisce, e poi si risolve. Morendo in Croce, Gesù si è veramente posto al centro del mistero dell’uomo e di Dio, là dove la vita sembra smentita e Dio contraddire la sua promessa. Ma la Croce/risurrezione trasforma tutte le contraddizioni in rivelazione. Le tre grandi alienazioni dell’uomo, che sembrano sconfiggere la vita privandola di senso e dignità (il peccato, la sofferenza e la morte) trovano una diversa comprensione: il peccato è perdonato, la morte è vinta dalla risurrezione, la sofferenza si tramuta in solidarietà e riscatto. Così il vangelo è persuaso che per trovare un senso positivo della vita, non solo nonostante le sue alienazioni, ma addirittura dentro le sue alienazioni, è necessario confrontarsi con la Croce di Gesù.

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buona notte

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Carduus tenuiflorus

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Omelia per il 31 agosto 2010

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/16002.html

Omelia (01-09-2009) 
Eremo San Biagio

Dalla Parola del giorno
“Che parola è mai questa che comanda con autorità e potenza agli spiriti immondi ed essi se ne vanno”?

Come vivere questa Parola?
Un sabato (il giorno particolarmente sacro a Dio per gli ebrei) Gesù è lì che ammaestra la gente nella sinagoga. Le potenze demoniache si mettono ad opporgli palese resistenza. Non vogliono saperne della sua presenza ma, loro malgrado, ne proclamano l’identità: “So bene chi sei: il santo di Dio” (v. 34)
Gesù pronuncia solo due parole, due brevissimi verbi all’imperativo: “Taci, Esci da costui” (v35). All’istante l’uomo, che era posseduto da queste forze demoniache, è liberato. È a questo punto che la gente sgomenta e meravigliata esclama “Che parola è mai questa che comanda con autorità e potenza?” (v 36). Ecco, ci soffermiamo su queste due qualità della Parola di Gesù Signore: l’autorità e la potenza.
In un mondo connotato da sempre nuovi e prestigiosi, utilissimi mezzi di comunicazione ma anche da un’infausta marea di parole vuote, è importante prendere coscienza di quanta forza, libertà, efficacia abbia la Parola di Gesù che ogni giorno noi possiamo ascoltare. Oggi come ieri vibra in essa l’autorità dell’uomo Dio, L’autorità di chi ha “ingoiata la morte“ e “ha fatto risplendere la vita”.
Inoltre è una Parola dove si effettua una totale potenza che può dare scacco non solo alla morte, ma al male che serpeggia anche dentro di me e dilaga nel mondo.

Signore, aumenta la mia fede (= piena fiducia) nella tua Parola. Fa che io la legga, la mediti, la viva fino a darle libertà di agire dentro di me perché trionfi il bene, la luce tua nel mio vivere e attorno a me.

Le parole di un uomo spirituale
La tua parola ci assolve, ci libera dall’angoscia e ci dona nuova fiducia. Ti preghiamo: fa’ che quella parola possa radicarsi e crescere, fiorire, maturare e portare frutto in tutti noi.
Christian Zippert 

San [Padre] Pio di Pietrelcina: « Esci da costui ! »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100831

Martedì della XXII settimana delle ferie del Tempo Ordinario : Lc 4,31-37
Meditazione del giorno
San [Padre] Pio di Pietrelcina (1887-1968), cappuccino
Ep 3, 626 et 570 ; CE 34

« Esci da costui ! »

Le tentazioni non devono spaventarti; per mezzo loro Dio vuole provare e fortificare la tua anima, e ti dà allo stesso tempo la forza per vincerle. Fino ad oggi la tua vita è stata quella di un bambino; ormai il Signore vuole trattarti da adulto. Ora le prove dell’adulto sono ben superiori a quelle del bambino, e questo spiega perché, all’inizio, sei tutta turbata. Ma la vita della tua anima ritroverà presto la calma, che non tarderà. Abbi ancora un po’ di pazienza, e tutto andrà per il meglio.

Lascia dunque perdere questi vani timori. Ricordati che non è il suggerimento del Maligno a fare la colpa, bensì il consenso dato a questi suggerimenti. Solo una volontà libera è capace di fare il bene e il male. Ma quando la volontà geme sotto la prova inflitta dal Tentatore, e quando non vuole ciò che egli le propone, questa non è una colpa, bensì una virtù.

Guardati dal cadere nell’agitazione lottando contro le tentazioni; questo infatti servirebbe solo a fortificarle. Occorre trattarle con il disprezzo e non occuparsene. Volgi il tuo pensiero verso Gesù crocifisso, e con il suo corpo deposto fra le tue braccia,  di’: “Ecco la mia speranza, la sorgente della mia gioia! Mi afferro a te con tutto il mio essere, e non ti lascerò, se non mi avrai messo al sicuro”.

Beato Alfredo Ildefonso Schuster Cardinale arcivescovo di Milano

Beato Alfredo Ildefonso Schuster Cardinale arcivescovo di Milano dans immagini sacre 280px-Schustercardinal

http://fr.wikipedia.org/wiki/Alfredo_Ildefonso_Schuster

Publié dans:immagini sacre |on 30 août, 2010 |Pas de commentaires »

Eucaristia, profezia di comunione (Cantalamessa)

dal sito:

http://www.zenit.org/article-23487?l=italian

Eucaristia, profezia di comunione

ROMA, sabato, 28 agosto 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo stralci della relazione del predicatore della Casa Pontificia, padre Raniero Cantalamessa, intitolata “Eucaristia, profezia di comunione”, che ha concluso il 27 agosto a Fabriano la 61ª Settimana liturgica nazionale.

* * *

Vorrei riflettere sull’eucaristia come il sacramento che realizza e manifesta la koinonia della Chiesa e nello stesso tempo ne proclama le esigenze. In altre parole, l’eucaristia come profezia, ma anche epifania della comunione ecclesiale. Prendo lo spunto dal seguente noto testo di san Paolo: «Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane» (1 Corinzi 10, 16-17). La parola «corpo» ricorre due volte nei due versetti, ma con un significato diverso. Nel primo caso, corpo indica il corpo reale di Cristo, nato da Maria, morto e risorto; nel secondo caso, corpo indica il corpo mistico, la Chiesa. Non si poteva dire in maniera più chiara e più sintetica che la comunione eucaristica è sempre comunione con Dio e comunione con i fratelli; che c’è in essa una dimensione, per così dire, verticale e una dimensione orizzontale e che perciò la comunione eucaristica è l’attuazione sacramentale dei due massimi comandamenti della legge: «Amerai il Signore Dio tuo… e il prossimo tuo come te stesso».

Paolo parla dell’eucaristia come comunione con il corpo e il sangue di Cristo. Ma che significano esattamente le parole corpo e sangue? La parola «corpo» non indica, nella Bibbia, una componente, o una parte, dell’uomo che, unita alle altre componenti che sono l’anima e lo spirito, forma l’uomo completo. Così ragioniamo noi che siamo eredi della cultura greca che pensava, appunto, l’uomo a tre stadi: corpo, anima e spirito (tricotomismo). Nel linguaggio biblico, e quindi in quello di Gesù e di Paolo, «corpo» indica tutto l’uomo, in quanto vive la sua vita in una condizione corporea e mortale. «Corpo» indica, dunque, tutta la vita. Gesù, istituendo l’eucaristia, ci ha lasciato in dono tutta la sua vita, dal primo istante dell’incarnazione all’ultimo momento, con tutto ciò che concretamente aveva riempito tale vita: silenzio, sudori, fatiche, preghiera, lotte, umiliazioni, in una parola «il vissuto» esistenziale e storico di Gesù. Cosa aggiunge allora la parola «sangue», se Gesù ci ha già donato tutta la sua vita nel suo corpo? Aggiunge la morte! Il termine «sangue» nella Bibbia non indica, infatti, una parte del corpo, cioè una parte di una parte dell’uomo; indica un evento: la morte. Se il sangue è la sede della vita (così si pensava allora), il suo «versamento» è il segno plastico della morte. Dire che l’eucaristia è il mistero del corpo e del sangue del Signore, significa dire che è il sacramento della vita e della morte del Signore, il sacramento che rende presente nello stesso tempo l’incarnazione e la passione del Salvatore.

Nell’eucaristia non c’è solo comunione tra Cristo e noi, ma anche assimilazione; la comunione non è solo unione di due corpi, di due menti, di due volontà, ma è assimilazione all’unico corpo, l’unica mente e volontà di Cristo. «Chi si unisce al Signore forma con lui un solo Spirito» (1 Corinzi 6, 17).

Nell’eucaristia noi riceviamo il corpo e il sangue di Cristo, ma anche Cristo «riceve» il nostro corpo e il nostro sangue. Gesù, scrive sant’Ilario di Poitiers, assume la carne di colui che assume la sua. Egli dice a noi: «Prendi, questo è il mio corpo», ma anche noi possiamo dire a lui: «Prendi, questo è il mio corpo».

Dare a Gesù le nostre cose — fatiche, dolori, fallimenti e peccati — è solo il primo atto. Dal dare si deve passare subito, nella comunione, al ricevere. Ricevere nientemeno che la santità di Cristo! Se non facciamo questo «colpo di audacia» non capiremo mai «l’enormità» che è l’eucaristia.

Riflettere sull’eucaristia è come vedersi spalancare davanti, a mano a mano che si avanza, orizzonti sempre più vasti che si aprono uno sull’altro, a perdita di vista. L’orizzonte cristologico della comunione si apre infatti su un orizzonte trinitario. In altre parole, attraverso la comunione con Cristo noi entriamo in comunione con tutta la Trinità. Il motivo ultimo di ciò è che Padre, Figlio e Spirito Santo sono un’unica e inseparabile natura divina, sono «una cosa sola».

Ci resta da dire della dimensione orizzontale della comunione eucaristica, la comunione con il corpo di Cristo che è la Chiesa e, in senso diverso, tutti gli uomini. Il pane eucaristico realizza l’unità delle membra di Cristo tra di loro, significandola. Ciò che i segni del pane e del vino esprimono sul piano visibile e materiale — l’unità di più chicchi di frumento e di una molteplicità di acini d’uva — il sacramento lo realizza sul piano interiore e spirituale. Lo realizza non però da solo, automaticamente, ma con il nostro impegno. In questo senso si può dire che l’eucaristia è «profezia» di comunione: nel senso che spinge ad essa, ne proclama le esigenze. Io non posso più disinteressarmi del fratello nell’accostarmi all’eucaristia; non posso rifiutarlo, senza rifiutare Cristo stesso e staccarmi, io, dall’unità. Il Cristo che viene a me, nella comunione, è lo stesso Cristo indiviso che va anche al fratello che è accanto a me; egli, per così dire, ci lega gli uni agli altri, nel momento in cui ci lega tutti a sé.

Si insiste giustamente sul fatto che l’eucaristia presuppone la piena comunione ecclesiale, ma non si dovrebbe tacere il ruolo che l’eucaristia, per sua natura, è destinata a svolgere nel promuovere la stessa comunione e in particolare la comunione tra tutti i cristiani. Essa non è solo effetto, ma anche causa di unità. Affrettare il giorno in cui potremo davvero «condividere lo stesso pane» e così mostrare che siamo «un corpo solo», è l’ardente aspirazione di tutti i credenti in Cristo.

[L'OSSERVATORE ROMANO - Edizione quotidiana - del 28 agosto 2010]

30 agosto : Beato Alfredo Ildefonso Schuster Cardinale arcivescovo di Milano

dal sito:

http://www.santiebeati.it/dettaglio/90231

Beato Alfredo Ildefonso Schuster Cardinale arcivescovo di Milano

30 agosto
 
Roma, 18 gennaio 1880 – Venegono, Varese, 30 agosto 1954

Nacque a Roma il 18 gennaio 1880, divenne monaco esemplare e, il 19 marzo 1904, venne ordinato sacerdote nella basilica di San Giovanni in Laterano. Gli furono affidati incarichi gravosi, che manifestavano però la stima e la fiducia nei suoi confronti. A soli 28 anni era maestro dei novizi, poi procuratore generale della Congregazione cassinese, poi priore claustrale e infine abate ordinario di San Paolo fuori le mura. L’amore per lo studio, che fanno di lui un vero figlio di san Benedetto, non verrà meno a causa dei suoi impegni che sempre più occuperanno il suo tempo e il suo ministero. Grande infatti fu la sua passione per l’archeologia, l’arte sacra, la storia monastica e liturgica. Il 15 luglio1929 fu creato cardinale da papa Pio XI e il 21 luglio fu consacrato arcivescovo di Milano nella suggestiva cornice della Cappella Sistina. Ebbe inizio così il suo ministero di vescovo nella Chiesa ambrosiana fino al 30 agosto 1954, data della sua morte, avvenuta presso il seminario di Venegono, da lui fatto costruire come un’abbazia in cima ad un colle. Fu proclamato beato da Giovanni Paolo II il 12 maggio 1996. (Avvenire)

Etimologia: Alfredo = guidato dagli elfi, dall’anglosassone
Emblema: Bastone pastorale

Martirologio Romano: A Venegono vicino a Varese, transito del beato Alfredo Ildefonso Schuster, vescovo, che, da abate di San Paolo di Roma elevato alla sede di Milano, uomo di mirabile sapienza e dottrina, svolse con grande sollecitudine l’ufficio di pastore per il bene del suo popolo.

Nato a Roma il 18 gennaio 1880 da Giovanni, caposarto degli zuavi pontifici, e da Maria Anna Tutzer, fu battezzato il 20 gennaio. Rimasto all’età di undici anni orfano di padre, e viste le sue doti per studio e la sua pietà, fu fatto entrare dal barone Pfiffer d’Altishofen nello studentato di S. Paolo fuori le mura. Ebbe come maestri il Beato Placido Riccardi e don Bonifacio Oslander che l’educarono alla preghiera , all’ascesi e allo studio (si laureò in filosofia al Collegio Pontificio di Sant’Anselmo a Roma).
Fu monaco esemplare e il 19 marzo 1904 venne ordinato sacerdote in San Giovanni in Laterano. Gli furono affidati incarichi gravosi, che manifestavano però in se la stima e la fiducia nei suoi confronti. A soli 28 anni era maestro dei novizi, poi procuratore generale della Congregazione Cassinese, successivamente priore claustrale e infine abate ordinario di San Paolo fuori le mura (1918). L’amore per lo studio, che fanno di lui un vero figlio di San Benedetto, non verrà meno a causa dei suoi innumerevoli impegni che sempre più occuperanno il suo tempo e il suo ministero. Grande infatti fu la sua passione per l’archeologia, l’arte sacra, la storia monastica e liturgica.
Gli infiniti impegni lo porteranno dalla cattedra di insegnante alla visita, come Visitatore Apostolico, dei Seminari. Il 26 giugno 1929 fu nominato da papa Pio XI arcivescovo di Milano; il 15 luglio lo nomina cardinale e il 21 luglio lo consacra vescovo nella suggestiva cornice della Cappella Sistina. Ebbe inizio così il suo ministero di vescovo nella Chiesa Ambrosiana. Prese come modello il suo predecessore il Santo vescovo Carlo Borromeo e di lui imitò anzitutto lo zelo nel difendere la purezza della fede, nel promuovere la salvezza delle anime, incrementandone la pietà attraverso la vita sacramentale e la conoscenza della dottrine cristiana. A testimonianza di ciò sono le numerose lettere al clero e al popolo, le assidue visite pastorali, le minuziose e dettagliate prescrizioni specialmente in ordine al decoro del culto divino, i frequenti sinodi diocesani e i due congressi eucaristici. La sua presenza tra il popolo fu continua e costante. Per questo non mancò mai ai riti festivi in Duomo, moltiplicò le consacrazioni di chiese e altari, le traslazioni di sacre reliquie, eccetera. Allo stremo delle forze si era lasciato persuadere dai medici di trascorrere un periodo di riposo. Scelse come luogo il seminario di Venegono, da lui fatto costruire come un’abbazia in cima ad un colle, mistica cittadella di preghiera e studio.
Qui si spense il 30 agosto 1954 congedandosi dai suoi seminaristi con queste parole: “ Voi desiderate un ricordo da me. Altro ricordo non ho da darvi che un invito alla santità. La gente pare che non si lasci più convincere dalla nostra predicazione, ma di fronte alla santità, ancora crede, ancora si inginocchia e prega. La gente pare che viva ignara delle realtà soprannaturali, indifferente ai problemi della salvezza. Ma se un Santo autentico, o vivo o morto, passa, tutti accorrono al suo passaggio. Ricordate le folle intorno alla bara di don Orione? Non dimenticate che il diavolo non ha paura dei nostri campi sportivi e dei nostri cinematografi. ha paura, invece, della nostra santità”.
Pochi giorni dopo, l’impressionante corteo che accompagnava la salma del cardinale Schuster da Venegono a Milano confermava che “ quando passa un Santo, tutti accorrono al suo passaggio”. Il processo di beatificazione ebbe inizio nel 1957 e si concluse nel 1995 con l’approvazione del miracolo ottenuto per sua intercessione: la guarigione di suor Maria Emilia Brusati, da glaucoma bilaterale. La proclamazione solenne di beatificazione è del 12 maggio 1996. La memoria liturgica è il 30 agosto.

buona notte

buona notte dans OMELIE PREDICH, DISCORSI E...♥♥♥

Portland Bill Lighthouse

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Omelia per il 30 agosto 2010

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/10540.html

Omelia (03-09-2007) 
mons. Vincenzo Paglia

Dopo le tentazioni nel deserto, Gesù iniziò a parlare. E cominciò dalla periferia della Palestina, da Nazareth. Si presenta nella sinagoga del suo villaggio nel giorno di sabato durante un’abituale preghiera, cui prendono parte le autorità religiose del luogo e le persone più devote e anche più fanatiche, forse. Non era certo la prima volta che Gesù vi entrava. L’evangelista ricorda che era una sua «consuetudine». Può darsi che altre volte si fosse «alzato per leggere». Ma fu la prima volta che si esprimeva in quel modo. Prese il brano del profeta Isaia ove si parla della liberazione dei prigionieri, della vista ridata a ciechi, della evangelizzazione fatta ai poveri. Era la buona notizia che annunciava Isaia. Ma, chiuso il rotolo, Gesù comincia questa sua prima predica con un avverbio: «Oggi»; e poi continua: «Oggi si è adempiuta questa scrittura per voi che mi ascoltate». La reazione degli ascoltatori fu decisamente ostile: «Sentendo queste cose, coloro che erano presenti nella sinagoga furono presi dall’ira e, alzatisi, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fino in cima al monte sul quale era situata la loro città per farlo precipitare giù». Possiamo chiederci da dove veniva uno sdegno così violento, tanto da spingere quegli uomini religiosi all’omicidio? Aveva forse, Gesù, toccato qualche interesse di fondo? Aveva dato fastidio a qualcuno sì da dover essere eliminato? No. Il problema era nel fatto che un concittadino, ossia uno di loro, che conoscevano e avevano visto crescere, parlava con autorità sulle cose della vita, sulle trasformazioni da operare nei cuori. A questo resistono gli abitanti di Nazareth. Il fatto che uno di loro diventi diverso, pur essendo identico a loro, suona come un’accusa implicita, insopportabile. Ed è questa la loro incredulità. Non si tratta di dubbi teorici, ma del rifiuto che Dio parli e operi nella vita di ogni giorno. Egli proclamava un «anno di grazia», ossia la fine di tutte le sperequazioni, la fine delle ingiustizie createsi man mano tra gli uomini, la fine delle oppressioni degli uni sugli altri. E questo «anno di grazia» iniziava quel giorno. 

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