Credo nello Spirito Santo II

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Credo nello Spirito Santo II
1998 ANNO DELLO SPIRITO SANTO

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Claudio Bottini ofm – SBF Gerusalemme
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Certo nella Chiesa siamo passati dal tempo in cui lo Spirito Santo era “il divino sconosciuto” (Mons. Landrieux) a “l’ora dello Spirito Santo” (S. Falvo). Significativo segno dei tempi è già il fatto che Giovanni Paolo II abbia dedicato il secondo anno della fase preparatoria al grande Giubileo, il 1998, “allo Spirito Santo e alla sua presenza santificatrice all’interno della Comunità dei discepoli di Cristo” (TMA 44). Eppure il Papa afferma che “rientra negli impegni primari della preparazione al giubileo la riscoperta della presenza e dell’azione dello Spirito” (ivi 45). Ciò significa che noi cristiani non conosciamo abbastanza lo Spirito Santo e la sua azione e che dobbiamo approfittare delle occasioni che questo anno di grazia ci offre per crescere nella conoscenza e nell’esperienza dello Spirito Santo.

Sappiamo – lo abbiamo imparato nel Catechismo – che uno dei due misteri principali della fede cristiana è l’Unità e Trinità di Dio. Il carattere distintivo e specifico del cristianesimo rispetto alle altre religioni è costituito dalla fede in Dio Uno e Trino, un Dio Unico in tre Persone: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Bisogna infatti dire che è cristiano non chi crede in Dio, ma chi crede in Dio come Famiglia Trinitaria. La Chiesa ha ricevuto la fede nella Trinità dalle parole e dalle azioni di Gesù e dei suoi discepoli che hanno predicato e scritto sotto l’ispirazione dello Spirito Santo.

Lo Spirito Santo non lo hanno inventato i cristiani. E’ presente già nella rivelazione ebraica, nell’Antico Testamento. Un grande Padre della Chiesa, S. Gregorio Nazianzeno, spiegava così la progressiva rivelazione del mistero della Trinità: “L’Antico Testamento proclamava chiaramente il Padre, più oscuramente il Figlio. Il Nuovo ha manifestato il Figlio, ha fatto intravvedere la divinità dello Spirito. Ora lo Spirito ha diritto di cittadinanza in mezzo a noi e ci accorda una visione più chiara di se stesso. Infatti non era prudente, quando non si professava ancora la divinità del Padre, proclamare apertamente il Figlio e, quando non era ancora ammessa la divinità del Figlio, aggiungere lo Spirito Santo… Solo attraverso un cammino di avanzamento e di progresso «di gloria in gloria», la luce della Trinità sfolgorerà in più brillante trasparenza” (citato in Catechismo delle Chiesa Cattolica 684).

La “kenosi” dello Spirito Santo

Nella sua sapiente pedagogia Dio si è “abbassato”. Si è adattato alla capacità limitata dei credenti rivelando progressivamente il suo mistero a Israele e per mezzo di esso a tutta l’umanità. Questo spiega perché lo Spirito Santo sia l’ultimo nella rivelazione delle Persone della Trinità, anche se è il primo nell’ordine dell’esperienza della fede. Infatti senza lo Spirito Santo non si arriva alla fede in Gesù e con Lui e in Lui al rapporto filiale col Padre. Stupenda al riguardo la riflessione del Catechismo della Chiesa Cattolica: “«I segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio» (1Cor 2,11). Ora, il suo Spirito, che lo rivela, ci fa conoscere Cristo suo Verbo, sua Parola vivente, ma non dice se stesso. Colui che «ha parlato per mezzo dei profeti» ci fa udire la Parola del Padre. Lui, però, non lo sentiamo. Non lo conosciamo che nel movimento in cui ci rivela il Verbo e ci dispone ad accoglierlo nella fede. Lo Spirito di Verità che ci svela Cristo non parla di sé. Un annientamento, propriamente divino, spiega il motivo per cui «il mondo non può ricevere» lo Spirito, «perché non lo vede e non lo conosce», mentre coloro che credono in Cristo lo conoscono perché «dimora» presso di loro” (687). Siamo stati abituati a riflettere sulla “kenosi” o umiliazione del Verbo incarnato (cf. Fil 2,7) come rivelazione dell’amore del Padre, ora il Catechismo ci invita a farlo anche per lo Spirito Santo.

La pedagogia di progressiva rivelazione è rintracciabile nella Bibbia, che è il libro della Rivelazione ispirato dallo Spirito Santo. I Padri della Chiesa parlavano di “orme” o “tracce della Trinità nell’Antico Testamento. In concreto non pochi Padri e teologi hanno visto delle allusioni alla dottrina cristiana della Trinità in alcuni passi dell’Antico Testamento nei quali si presenta Dio che parla al plurale. Forse il testo più celebre è proprio quello che si legge nel racconto della creazione dove Dio dice: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza” (Gen 1,26). Altri testi simili sono Gen 3,22; 11,7; Is 6,8. Anche in alcune manifestazioni di Dio o teofanie si è vista una preparazione della rivelazione della Trinità. Chi non conosce, per esempio, l’icona della Trinità dell’Antico Testamento che raffigura l’incontro di Abramo con Dio sotto forma di tre esseri celesti narrato in in Gen 18,1-22? Al riguardo diceva con stile lapidario S. Ilario: “Tres vidit et unum adoravit”, Abramo vide tre Persone e adorò un solo Dio. Pure la celebre acclamazione “Santo” che il profeta Isaia sente ripetere tre volte al momento della sua vocazione (Is 6,3) è talvolta compresa come una allusione al mistero di Dio, Uno nella natura divina e Trino nelle Persone.

Personificazione

La convinzione di fede della Chiesa è stata sempre chiara. “Dalle origini fino alla «pienezza del tempo» (Gal 4,4), la missione congiunta del Verbo e dello Spirito del Padre rimane nascosta, ma è all’opera. Lo Spirito di Dio va preparando il tempo del Messia, e l’uno e l’altro, pur non essendo ancora pienamente rivelati, vi sono già promessi, affinché siano attesi e accolti al momento della loro manifestazione” (Catechismo della Chiesa Cattolica 702). Certamente il “cuore” della rivelazione dell’Antico Testamento è l’unicità di Dio. Anche se con i metodi dell’esegesi biblica filologica o storica non si ricava, secondo molti studiosi neppure un abbozzo di tre realtà distinte in Dio, né si può parlare di antecedenti veri e propri della rivelazione della Trinità, tuttavia alla luce del principio dell’unità di tutta la Scrittura si possono indicare degli elementi preparatori. In libri dell’Antico Testamento più vicini all’era cristiana si trova una forma di personificazione della Sapienza-Spirito che può far pensare a una distinzione di essa. Vi si parla della Sapienza come Parola “uscita dalla bocca dell’Altissimo” (Sir 24,3); viene identificata con lo Spirito (Sap 7,22) e si afferma che essa “è un’emanazione della potenza di Dio, un effluvio genuino dellla gloria dell’Onnipotente… un riflesso della luce perenne e un’immagine della sua bontà” (Sap 7,25-26). Questo brano fa parte dell’elogio della sapienza e costituisce un annuncio della teologia dello Spirito e soprattutto della cristologia. Nella vita di Gesù Il mistero della Trinità è stato rivelato da Gesù. Gesù parla di Dio come “Padre” o “Padre mio”, afferma che il Padre lo ha inviato (Mc 9,37) e nel momento drammatico della sofferenza si rivolge a lui come al suo “Papà (abba)” usando un’espressione di grande intimità (Mc 14,36). Più volte Gesù durante la sua vita terrena rivendica poteri e autorità che sono solo di Dio: perdonare i peccati (Mc 2,5-11), cambiare la Legge di Mosè (Mt 5-6), esigere la fede nel suo potere di guarire per virtù propria. Afferma senza equivoci di essere l’unico rivelatore di Dio, in quanto lui solo ne conosce il mistero e può rivelarlo a chi vuole (Mt 11,27). Nella sua vita ci sono due episodi, il Battesimo e la Trasfigurazione, che hanno un particolare significato rivelativo perché in essi Gesù è proclamato dal Padre il suo “Figlio prediletto” (Mc 1,11; 9,7 e par.), Figlio in senso proprio, in quanto “generato” da Dio, cosa che non si può dire di nessun’altra creatura.

I Vangeli raccontando la vicenda terrena di Gesù testimoniano anche la presenza dello Spirito Santo nella sua vita. Gesù viene concepito verginalmente da Maria per opera dello Spirito Santo (Lc 1,35). Lo Spirito Santo scende su di lui “in apparenza corporea, come di colomba” (3,22), lo “sospinge” nel deserto per affrontare il potere di Satana (Mc 1,12), lo accompagna nel suo ministero di predicazione, guarigione e liberazione dal demonio (Lc 4,1.14.18), interviene nella gioia e nella preghiera di Gesù (Lc 10,21). Prima di Pasqua Gesù promette ai discepoli l’assistenza dello Spirito Santo per i momenti di persecuzione (Mc 10,20 e par) e come “Paraclito”, cioè dono che assicura per sempre la comunione con Cristo che lo comunica da parte del Padre, assiste i discepoli nel grande processo che il mondo instaura contro di essi e li aiuta a progredire nella conoscenza e a rendergli testimonianza (Gv 14,16-17.25.26; 15,26-27; 16,7-11.12-15).

Con il mistero pasquale di Cristo, cioè con la passione, morte e risurrezione di Gesù, la rivelazione della Trinità giunge alla svolta decisiva. Gesù che è andato incontro alla sofferenza e alla morte in filiale obbedienza al Padre per compiere il piano della salvezza viene risuscitato da Dio. Risuscitando l’uomo Gesù dai morti il Padre ha confermato che egli era veramente il Figlio di Dio, come aveva dichiarato, e ha dato ragione a lui contro i suoi avversari che lo avevavo condannato come bestemmiatore. Con la Pasqua Gesù “è costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione” (Rm 1,4). Gesù non diventa Figlio di Dio al momento della risurrezione, lo era fin dall’eternità, e il termine «costituito con potenza» indica che ora il Padre “gli ha conferito la «potenza» che è propria di Dio, cosicché Gesù è passato dalla debolezza (…) propria dello stato di Incarnazione, alla «potenza» (…) dello stato di Risorto. Questo è avvenuto «secondo lo Spirito di santificazione», cioè in virtù della comunicazione, che il Padre ha fatto a Gesù crocifisso, dello Spirito Santo, per cui Gesù è risorto, cioè è entrato nella sfera della gloria e della potenza di Dio, essendo lo Spirito Santo «Spirito di Dio». Così nella risurrezione interviene Dio, il Padre, che risuscita Gesù e lo fa sedere alla sua destra, dandogli il nome del Signore; interviene il Figlio, perché Gesù è costituito «Figlio di Dio con potenza»; interviene lo Spirito Santo, come Spirito del Padre che vivifica Gesù, liberandolo dalla morte, e lo entrare nella sfera della gloria divina” (La Civiltà Cattolica 1997, III, 6-7).

E’ dunque al momento dell’“Ora di Gesù” o negli “ultimi tempi” che lo Spirito Santo, all’opera con il Padre e il Figlio dall’inizio della storia della salvezza, “viene rivelato e donato, riconosciuto e accolto come Persona. Allora questo disegno divino, compiuto in Cristo, «Primogenito» e Capo della nuova creazione, potrà realizzarsi nell’umanità con l’effusione dello Spirito: la Chiesa, la comunione dei santi, la remissione dei peccati, la risurrezione della carne, la vita eterna” (Catechismo della Chiesa Cattolica 686).

L’anno dello Spirito Santo

Ci sono momenti nella vita della Chiesa nei quali Dio, datore di ogni bene, sembra effondere con particolare abbondanza la sua grazia sulle sue creature o spingere con speciale forza i cristiani al rinnovamento spirituale. Si è appena concluso l’anno dedicato a Gesù Cristo unico Salvatore del mondo ieri, oggi e sempre. Pensiamo per un attimo a quante iniziative di preghiera, di riflessione, di rinnovamento interiore e di studio ha dato luogo questa celebrazione di un anno cristologico. Non è questo un flusso di grazia che ha attraversato il corpo della Chiesa animato dallo Spirito Santo? Non sarebbe una deplorevole perdita restare ai margini di questi fiumi di grazia che irrigano e fecondano il campo di Dio che è la Chiesa e tutta la famiglia umana? Tempo fa mi ha fatto impressione constatare quasi per caso come alcuni santi dei nostri giorni avvertirono una svolta nella loro vita proprio in occasione della celebrazione dell’anno santo del 1950. Vi sono dunque “tempi favorevoli”, “tempi di salvezza” nel cammino della Chiesa e del mondo.

Questo scorcio di fine millennio mi pare possa essere indicato come uno di questi momenti di grazia speciale. Prendendo perciò seriamente le occasioni che la Provvidenza mette sui nostri passi potremo evitare sia il pericolo della superficialità che non fa avvertire la grazia che passa, che quello opposto del trionfalismo che risolve tutto nell’esteriorità e nella vanagloria. Qualcuno ha detto non senza ragione che dello Spirito Santo è meglio parlare il meno possibile e invocarlo il più possibile. Ma parafrasando un passo di S. Paolo che parla di Gesù bisogna aggiungere “come potranno invocarlo senza aver prima creduto in lui? E come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentire parlare senza che uno lo annunzi?” (Rm 10,14).

Publié dans : CREDO |le 16 juillet, 2010 |Pas de Commentaires »

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