1963 Omelie di Paolo VI, stralci: L’ANIMA IN ASCOLTO DEL MESSAGGIO DIVINO; «VIENI, O SIGNORE GESÙ!» OGNI STATO DI VITA POSSIBILE INCONTRO CON DIO

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1963 Omelie di Paolo VI

INCONTRO CON L’UNIONE DEI GIURISTI CATTOLICI
III Domenica d’Avvento, 15 dicembre 1963

(stralci)


L’ANIMA IN ASCOLTO DEL MESSAGGIO DIVINO
Che fare, dunque, per conseguire una vera disciplina spirituale, atta a conferire anche a noi le sue ricchezze soprannaturali? Dapprima una domanda: il Signore ci parla nel rumore o nel silenzio? Rispondiamo tutti: nel silenzio. E allora perché non facciamo silenzio qualche volta; perché non ascoltiamo, appena si percepisce, un qualche sussurro della voce di Dio vicino a noi? E ancora: parla Egli all’anima agitata o all’anima quieta? Sappiamo benissimo che per tale ascolto deve esserci un po’ di calma, di tranquillità; occorre un po’ isolarsi da ogni eccitazione o stimolo incombenti; ed essere noi stessi, noi soli, essere dentro di noi. Ecco l’elemento essenziale: dentro di noi! Perciò il punto di convegno non è fuori, ma all’interno. È d’uopo quindi creare nel proprio spirito una cella di raccoglimento perché l’Ospite divino possa incontrarsi con noi. La vita religiosa non consiste tanto nell’apparato del rito, pur necessario con la sua alta funzione: essa esige una vera e propria integrità. Io devo offrire a Dio il mio cuore, – per usare la parola più semplice ed espressiva – ivi è il punto di convegno; l’appuntamento sarà dentro di me. La coscienza incalza: sono io capace di concentrarmi nel mio intimo? Quando è che sono con me stesso, – «secum vivebat», si dice di S. Benedetto, l’uomo della vita interiore che ha istruito generazioni e generazioni al colloquio con Dio, vivendo con se stesso -, quando è che pure io vivo con me stesso? Si può forse pretendere che Iddio discenda in un’anima ingombra di sentimenti non buoni; se è macchiata e dimentica della sentenza del Maestro: «Beati i puri di cuore perché vedranno Dio»? Occorre purità, lindezza, candore, ordine morale perché avvenga l’incontro con Dio. Ciò è essenziale. Anzitutto, dunque, questa rettifica del nostro essere. Passando poi dal negativo al positivo, sempre Dio si concederà a noi, purché di Dio nutriamo vivo desiderio.

«VIENI, O SIGNORE GESÙ!»
Lo desideriamo Dio? Abbiamo sete di Lui? Il cuore nostro invoca: dove sei? come ti riveli? vuoi tu parlarmi, o Signore? Quest’ansia dell’anima in cerca di Dio si definisce preghiera. E noi, preghiamo? Se non preghiamo, può il Signore ascoltare chi non Lo invoca? Talvolta è accaduto, ma come evento singolarissimo. Il Signore fa ciò che vuole. Potrebbe folgorarci come sulla via di Damasco, S. Paolo, che non solo non lo cercava, ma intendeva opporsi ai suoi disegni, ai suoi nuovi fedeli. Tuttavia ciò non può pretendersi nell’economia ordinaria della Grazia. È necessario, invece, che l’anima sia vegliante, desiderante; persista nella fiducia e divenga degna di accogliere, ospite atteso, il misterioso Pellegrino che va in cerca di ognuno di noi. Forse Egli è vicino, già alle soglie della nostra anima: tocca a noi compiere l’atto volenteroso ed esclamare: Vieni, o Signore Gesù! Talvolta l’uomo ha paura che il Signore diventi padrone del suo essere; è geloso della libertà, e si ostina a difenderla davanti a Colui che l’ha data e l’ha elargita proprio perché tutti noi imparassimo a restituirla con un atto di amore a Lui.
A molti, purtroppo, sembra assai difficile questo elemento fondamentale della religione. Esso esige tensione e disciplina non sempre accettate di buon grado: ed è forse questo che giustifica o almeno spiega la indifferenza religiosa intorno a noi. Domina, invece, la pigrizia; l’incapacità a compiere atti spirituali preparatori e si limita a guardare soltanto il mondo; si lascia affievolire la fede, e si attenua la pratica religiosa. Se il mondo fosse veramente umano, se possedesse la reale disposizione di pregare, desiderare, figgere il suo sguardo al Cielo, non resterebbe deluso.


OGNI STATO DI VITA POSSIBILE INCONTRO CON DIO
Iddio, poi, non si lascia mai superare in generosità. Innumerevoli sono le sue vie e non sono esclusive; su ogni sentiero possiamo incontrare il Divino Viandante che muove verso di noi. Il che significa: non è necessario diventare anacoreti, o formulare un programma di vita sequestrata da tutta la comune profanità o dalle occupazioni temporali per incontrarsi con Cristo.
Le vie del Signore sono molte: il Santo Padre vuol dire di più: sono tutte. Qualsiasi stato di vita, purché sia retto e tale persista, può essere un incontro con Dio. «Dirigite viam vestram». Se noi sappiamo inserire in fase religiosa, divina, la nostra esistenza, ogni vita umana, onesta, buona, comune può diventare un sentiero, una traccia che porta verso il Signore. Come da ogni punto della circonferenza si può tracciare un raggio che perviene al centro, così da ogni periferia della vita umana può dipartirsi un percorso atto a portare a Cristo; centro di ogni vita, di ogni risorsa, attività ed umana esperienza. E come fare per raggiungere una mèta cotanto luminosa? Ecco. Anche qui potremmo approfondire l’essenza propria dei giuristi e professionisti cattolici. Essa potrebbe riassumersi in due punti. Anzitutto dirigere la vita, cercando di elevarla con la preghiera, la rettitudine, con qualche momento specifico esclusivamente consacrato all’incontro con Dio. È quello che si fa coi Sacramenti, e seguendo il Ciclo liturgico della Chiesa. Ma c’è un altro punto che risulta proprio caratteristico dell’intero Movimento dei Laureati Cattolici e dei Giuristi in particolare. Esso proclama: non solo si deve rendere buona, e santificare la professione, ma questa deve venir considerata essa medesima santificante, perfettiva. Non è necessario uscire dal proprio sentiero per diventare buono, degno del Vangelo, degno di Cristo. Basta rimanervi, insistervi; è sufficiente cioè dedicare ai doveri specifici quell’attenzione e fedeltà che rendono l’uomo probo, onesto, giusto, esemplare; colui che chiamiamo comunemente, – ma si deve dar peso a questa parola -, il bravo uomo, il galantuomo

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