di Gianfranco Ravasi: Il corpo umano tempio dello Spirito Santo

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IL CORPO UMANO TEMPIO DELLO SPIRITO SANTO

Gianfranco Ravasi

“Se c’è qualcosa di sacro, è il corpo umano ad essere sacro”. Così, forse con un po’ di enfasi,
cantava il poeta americano ottocentesco Walt Whitman nel suo capolavoro, Foglie d’erba. C’è, comunque, in questo verso un fondo di verità cristiana: il corpo, con l’Incarnazione di Cristo, è stato attraversato dal divino e dall’eterno, è stato “consacrato”, è divenuto “tempio dello Spirito Santo”, come dice San Paolo. Certo, lo si può dissacrare, ma la sua dignità originaria è indiscutibile. Per questo, come ci proponevamo nella precedente puntata
della nostra rubrica, vorremmo dedicarci allo studiodel corpo dal punto di vista teologico-biblico, proprio come dalla prospettiva fisiologica lo fanno quei medici e quegli operatori sanitari che leggono la nostra rivista o come vivono nella loro carne il senso della corporeità, dei suoi limiti e della sua fragilità i malati. Partiamo dal volto, la componente primaria della nostra comunicazione: non per nulla il grande pensatore francese Pascal affermava che in amore i silenzi sono più eloquenti delle parole perché i due innamorati, guardandosi in faccia, riescono a dirsi cose che le frasi non riescono ad esprimere.

Il viso è, dunque, per eccellenza l’emblema del dialogo. Un detto tibetano afferma: “Vidi da lontano un essere; temetti che fosse una bestia; quando mi fu più vicino, vidi che era un uomo; quando, però, mi fu di fronte e mi apparve il suo volto, compresi che era mio fratello”. Nella Bibbia il volto di Dio è invisibile all’uomo proprio perché ne incarna simbolicamente
il mistero. È famosa la narrazione dell’Esodo in cui Mosè sogna di poter contemplare il volto di Dio ma riceve quell’aspra risposta: “Tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo” (33, 20). C’è, quindi, un mistero invalicabile in Dio; eppure egli
non è un essere del tutto nascosto.

L’esperienza mistica che spesso pervade il Salterio suppone, infatti, un incontro col Signore, una sua contemplazione, un suo svelarsi, per cui spesso si ripete: “Risplenda su noi la luce del tuo volto” (Salmo 4, 7), proprio come nella cosiddetta benedizione “sacerdotale” che si legge nel libro dei Numeri (6, 22-27): “Il Signore faccia brillare il suo volto su di te… Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace”. Quando il viso sorridente di Dio s’affaccia al nostro orizzonte, sboccia la pace; quando egli copre, nasconde o volge altrove il suo volto,
l’uomo precipita nella tenebra e nell’infelicità.

Il cristianesimo afferma in modo “estremo” che il volto divino si è concretizzato in una faccia dai lineamenti umani specifici, quella di Gesù di Nazaret. In questa linea San Paolo ci ricorda che il nostro destino futuro sarà quello di vedere Dio “faccia a faccia” (1Corinzi 13, 12): allora
noi “lo vedremo così come egli è” (1Giovanni 3, 2), senza il terrore di essere accecati dalla luce infinita di quel volto.

Se è vero che il viso “parla” già di sua natura, è però indubbio che l’uomo e la donna hanno un’altra straordinaria e unica possibilità, quella della parola, che esce dalle loro labbra. Si tratta di una tema sterminato nelle sue molteplici iridescenze e applicazioni. Noi sceglieremo solo uno spunto di indole religiosa. Già nell’Antico Testamento la parola –come avveniva in tutte le culture del Vicino Oriente– non era un soffio ma una realtà efficace, più importante
a livello giuridico dello stesso scritto. Soprattutto lo era la Parola creatrice di Dio: “In principio… Dio disse: ‘Sia la luce!’: E la luce fu” (Genesi 1, 1.3). “La mia parola non è forse come il fuoco –oracolo del Signore– e come un martello che spacca la roccia?” (Geremia 23, 29). Come la pioggia che feconda e fa germogliare la terra, “così sarà della parola uscita dalla
mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero” (Isaia 55, 11). “Infatti la Parola di Dio è viva, efficace, più tagliente di ogni spada a doppio taglio” (Ebrei 4, 12). È necessario, quindi, lasciarsi ferire da questa Parola ma anche lasciarsi guarire, spaventare e consolare, giudicare e salvare.

Il grande poeta tedesco Goethe nel suo capolavoro, il Faust, vuole dare tutti i significati
possibili alla frase di inizio del prologo del Vangelo di Giovanni: “In Principio era il verbo, la Parola” (1, 1). In Cristo i quattro aspetti della Parola secondo Goethe –Wort (Parola), Kraft (potenza), Sinn (significato), Tat (atto)– sono tutti presenti e sono alla radice della salvezza in azioni e parole che Cristo, Parola di Dio, è venuto a portarci. E, come diceva il poeta rosminiano Clemente Rebora, “la Parola zittì chiacchiere mie”, cioè la vera, santa e autentica parola divina fa tacere l’inutile chiacchiericcio umano.

Ma diamo un altro sguardo al volto umano, puntando ancora alla bocca e al respiro, all’alito. In una scena descritta dal Vangelo di Giovanni e ambientata nel cenacolo alla sera di Pasqua, si narra che il Cristo risorto “alitò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo” (Giovanni 20, 22). Che significato ha quel gesto dell’alitare, a prima vista così stravagante? L’alito nella Bibbia, come in molte altre culture, è per eccellenza il simbolo della vita, della realtà positiva e buona: nel geroglifico egizio il termine nfr, che significa “buono, bello”, (si ricordi la bellissima Nefertiti il cui nome contiene la stessa radice), è raffigurato con ’immagine
dei polmoni e della trachea! In ebraico, come in greco, un unico vocabolo (ruah ebraico e pneûma greco) indica contemporaneamente “vento” e “spirito”. Per questo, subito dopo aver “soffiato” sui discepoli, Gesù aggiunge: “Ricevete lo Spirito”.

La connessione tra soffio-alito e Spirito creatore è frequente nella Bibbia. Pensiamo alle
prime righe della Genesi ove si parla di un “vento-spirito” (ruah) che aleggiava sulle acque
caotiche (1, 2). Oppure ricordiamo il vento-spirito che Ezechiele invoca sulle ossa aride facendole rivivere (capitolo 37). Suggestivo è ciò che dice Gesù a Nicodemo, forse in una notte ventosa: “Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove venga né dove vada: così è di chiunque è nato dallo Spirito” (Giovanni 3, 8).

Con quel gesto, la sera di Pasqua, in quella che gli studiosi chiamano la “Pentecoste
giovannea” (diversa da quella degli Atti che avviene cinquanta giorni dopo), Gesù inaugura una nuova creazione che ha come atto fondamentale la vittoria sul male, la remissione
dei peccati. Possiamo dire che il dono dello Spirito è come il respiro di Dio che entra in noi facendoci nuove creature.

Come i genitori ci hanno trasmesso il respiro fisico, così il battesimo ci dona il respiro
di Dio rendendoci figli suoi. È Paolo che ce lo ricorda: “Voi avete ricevuto uno Spirito di
figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: Abbà, Padre! Lo Spirito stesso attesta al nostro
spirito che siamo figli di Dio” (Romani 8, 15-16). Per ora fermiamoci qui. Continueremo
nel prossimo numero della rivista la nostra analisi teologica del volto umano come segno di una profonda e mirabile realtà interiore. (Da « Fatebenefratelli » Maggio/Giugno 2005)

Publié dans : CAR. GIANFRANCO RAVASI |le 7 juillet, 2010 |Pas de Commentaires »

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