Archive pour juin, 2010

Omelia per la solennità dei SS Pietro e Paolo

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/13100.html

Omelia (29-06-2008) 
mons. Vincenzo Paglia

Tu sei Pietro, a te darò le chiavi del regno dei cieli

Celebriamo oggi la festa dei santi Apostoli Pietro e Paolo, una memoria che accompagna la storia quasi bimillenaria della Chiesa. Sono chiamati le colonne della Chiesa, in particolare della Chiesa romana. Possiamo cantare, uniti anche alla Chiesa d’Oriente (che li festeggia subito dopo il Natale): « Sia lode a Pietro e a Paolo, queste due grandi luci della Chiesa; essi brillano nel firmamento della fede ». Essi brillano non solo nel cielo di Roma, ma anche nel cuore di quei credenti che conservano la loro predicazione e custodiscono la preziosa testimonianza di una fede vissuta sino all’effusione del sangue. È sulla fede di questi due martiri che si fonda la Chiesa di Roma; ed è su questa fede che poggia la nostra povera, fragile e debole fede di cristiani dell’ultima ora. Essi tornano oggi in mezzo a noi e predicano ancora con le loro parole e la loro stessa vita. Scrive Matteo che il Signore chiamò i Dodici e li mandò due a due. Ebbene due di loro, Pietro e Paolo, dalla lontana Palestina, sono stati mandati sino a Roma, capitale dell’impero, per predicare il Vangelo al mondo intero. Potremmo dire che, per far giungere la Parola di Dio sino ai confini della terra, partirono dal cuore dell’impero. Erano due uomini molto diversi l’uno dall’altro: « umile pescatore di Galilea » il primo, « maestro e dottore » l’altro, come canta il prefazio della santa liturgia di questo giorno. Diversa fu anche la loro storia di credenti. Pietro fu chiamato da Gesù mentre riassettava le reti sulle rive del mare di Galilea. Era un semplice pescatore che svolgeva onestamente il suo lavoro, talora molto pesante. Tuttavia, non era assente dal suo animo l’inquietudine per una vita sempre uguale, e soprattutto sentiva il desiderio di un mondo nuovo ove non fosse rara la carità e fossero sconfitte invece l’indifferenza e l’inimicizia. Non appena quel giovane maestro di Nazareth lo chiamò a una vita più larga e a pescare uomini e non pesci, « subito lasciate le reti, lo seguì ». Lo troviamo poi tra i Dodici, con il tipico temperamento dell’uomo focoso e sicuro; eppure bastò una serva per portarlo al tradimento. Il vero Pietro è quello debole che si lascia toccare dallo Spirito di Dio e, primo tra tutti, proclama: « Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente », come abbiamo ascoltato dal Vangelo (Mt 16,16). E il Signore fece di questa debolezza la « pietra » che avrebbe dovuto confermare i fratelli.
Paolo, da giovane, lo troviamo accanto a coloro che stanno lapidando Stefano; faceva la guardia ai mantelli dei lapidatori. Era zelante nel combattere la giovane comunità cristiana. Si fece persino autorizzare a perseguitarla. Ma sulla via di Damasco il Signore lo fece cadere dal cavallo delle sue sicurezze e del suo orgoglio ben più forti del cavallo su cui stava. Trovatosi a terra, nella polvere, alzò gli occhi al cielo e vide il Signore. Questa volta, come Pietro dopo il tradimento, anche Paolo si sentì toccare il cuore: non sgorgarono le lacrime ma gli occhi rimasero chiusi e non vedeva più. Lui, abituato a guidare gli altri, dovette essere afferrato per mano e condotto a Damasco. Il Vangelo predicato da Anania gli aprì il cuore e gli occhi. Paolo predicò, prima agli ebrei e poi ai pagani, fondando molte comunità. Per compiere questa sua missione non mancò di opporsi neppure a Pietro. « Il Signore mi è stato vicino – scrive a Timoteo – e mi ha dato forza, perché per mezzo mio si compisse la proclamazione del messaggio e potessero sentirlo tutti i Gentili: e così fui liberato dalla bocca del leone. Il Signore mi libererà da ogni male e mi salverà per il suo regno eterno » (2 Tm 4,17-18). La Chiesa fin dall’inizio li ha voluti ricordare assieme, quasi a ricomporre in unità la loro testimonianza. Essi, con le loro diverse ricchezze, con il loro carisma, hanno fondato un’unica Chiesa di Cristo. Le loro caratteristiche fanno in certo modo parte della fede e della vita di questa Chiesa; vorrei dire, della nostra stessa fede. Si potrebbe affermare che non si può essere cristiani in modo piattamente identico. La nostra fede dovrebbe respirare con lo spirito di questi due testimoni: con la fede umile e salda di Pietro, e il cuore ampio e universale di Paolo

riflessione: pregare ovvero essere precari

dal sito:

http://www.lucisullest.it/dett_news_print.php?id=1841

RIFLESSIONE: pregare ovvero essere precari

Notizia del 21/08/2007 stampata dal sito web www.lucisullest.it 

Di Salvatore Mannuzzu – Avvenire  19-08-2007

Il grido, la supplica che sale dal cuore verso un Altro che ci sfugge, ma di cui sentiamo la presenza. Un grande scrittore si interroga sul «gesto» più misterioso e insopprimibile della condizione umana, conosciuto da ogni cultura e ogni civiltà
« Desideriamo Qualcuno che essendo Amore sia disposto a perdonarci infinite volte. Qualcuno che ci sia Padre e Madre insieme; e che in quanto Padre e Madre ci sia Guida. A quel Qualcuno gli umani d’ogni luogo guardano da sempre. A quel Qualcuno che pure non hanno mai visto e quasi non conoscono se non col desiderio, gli umani dicono parole stentate e universali, dal fondo della loro miseria»
« Questo desiderio d’un legame con Chi davvero conta, con Chi davvero salva, questa religione (re-ligare) è da sempre il cuore della vita umana, della storia umana. Da sempre, dovunque: commuovono non meno delle parole dei grandi profeti biblici i bastoni piantati a terra, nel Madagascar, appena fuori d’ogni casa, verso la direzione del sorgere del sole, in una muta domanda; o i mucchi di pietre che nelle terre degli Zulù crescono giacché ogni passante aggiunge la sua pietra per dire: Dio, aiutami»
« La preghiera dunque è un viaggio che può durare quanto la vita. Un viaggio che all’inizio ci porta a uscire da noi, alla ricerca dell’Altro, alla ricerca del Senso di tutto: del senso del mondo che è fuori dal mondo. Ma così il senso del mondo e di tutto diventa anche il nostro senso; e noi ci ritroviamo dentro di noi, nella nostra profondità vera e sconosciuta: imparando che non esiste altro modo per essere veramente chi siamo»
La preghiera appartiene alla categoria del desiderio. Come ogni desiderio ha per oggetto qualcosa di cui siamo privi o non abbiamo abbastanza. Qualcosa che rimane fuori di noi, altro da noi, e che ci manca: rispetto a quel bene desiderato — il più grande di tutti – la nostra è una condizione di privazione, di povertà, di fragilità.
Così la radice della parola « preghiera » è la stessa della parola « precario ». Precarius, in latino significa: « ottenuto per favore », « dipendente dalla volontà altrui »; in senso traslato, « incerto », « malsicuro », « precario » appunto. Preghiamo perché avvertiamo la precarietà della nostra condizione; perché ci sentiamo vacillanti, sospesi nel vuoto, nel buio; perché la vita ci viene meno e insieme ci stringe alla gola; perché siamo privi di amore: di quell’amore che ci pare conti più d’ogni altro. Privi di amore pur avendo un terribile bisogno di amore, di vita e di luce. Preghiamo perché ci sentiamo insensati: pur avendo un terribile bisogno di senso.
Un terribile desiderio dell’amore, della vita, della luce e del senso che non abbiamo in noi: che sono altro da noi. Pregare significa rivolgersi a quell’Amore, a quella Vita, a quella Luce, a quel Senso: a quell’Altro. Ma Amore, Vita, Luce, Senso e Altro ho dovuto scriverli con l’iniziale maiuscola: perché? Perché noi non desideriamo un amore qualsiasi, una luce qualsiasi, una vita qualsiasi, un senso qualsiasi: li abbiamo già; e non ci bastano.
Che desideriamo, allora? Desideriamo Qualcosa o Qualcuno – ancora le maiuscole – che non sia precario, come noi e come tutto nella realtà naturale. Qualcosa o Qualcuno che anzi ci liberi dalla nostra precarietà e dalla nostra insensatezza. Per sempre: non mancandoci mai. Qualcosa e Qualcuno fuori dalla relatività e dalle sofferenze della realtà naturale. Qualcosa e Qualcuno che non abbia i nostri limiti, che sia Assoluto. E che – essendo anche Amore – sia buono e misericordioso senza limiti: altrimenti non ci soccorrerebbe. Infinitamente buono e in finitamente misericordioso: altrimenti si stancherebbe di noi. Si stancherebbe di noi che inevitabilmente ci comportiamo in modo da deludere e stancare di noi chiunque ci si accosti.
Desideriamo Qualcuno che – essendo Amore – sia disposto a perdonarci infinite volte. Qualcuno che ci sia Padre e Madre insieme; e che in quanto Padre e Madre ci sia Guida. A quel Qualcuno gli umani d’ogni luogo guardano da sempre. A quel Qualcuno che pure non hanno mai visto e quasi non conoscono se non col desiderio, a quel Qualcuno che sta al di sopra d’ogni loro comprensione e immaginazione, a Lui avvolto nel suo Mistero, gli umani dicono parole stentate e universali, dal fondo della loro miseria: e da ogni tratto – il più antico e il più nuovo – della loro lunga storia; da ogni latitudine del loro vasto e incomprensibile pianeta.
Cercano Lui gli umani, sentendo che il senso del mondo è fuori del mondo (e proprio in questo loro sentimento sta ogni preghiera, secondo Ludwig Wittgenstein). A Lui gli umani si rivolgono, dando ragione al Figlio dell’uomo Gesù che la notte prima della sua morte di croce indicava nella preghiera la risposta capitale e unica alla debolezza universale della carne; e insegnava a chiamare Padre – Abbà – l’Amore, la Vita, la Luce, il Senso Assoluto che pregando si invoca.
Questo desiderio d’un legame, addirittura d’un legame parentale, con Chi davvero conta, con Chi davvero salva, questa religione (re-ligare) è da sempre il cuore della vita umana, della storia umana. Da sempre, dovunque: commuovono non meno delle parole dei grandi profeti biblici i bastoni piantati a terra, nel Madagascar, appena fuori d’ogni casa, verso la direzione del sorgere del sole, in una muta domanda; o i mucchi di pietre che nelle terre degli Zulù crescono giacché ogni passante aggiunge la sua pietra per dire: « Dio, aiutami ».
Re-ligione: legame, rapporto tra ciascuno di noi – tra me – e quest’Altro, di cui ho un fatale bisogno, nella mia incompletezza e nella mia debolezza. Occorr e dunque che io mi convinca che al di là del mio limite – del limite che tanto mi angoscia della persona che porta il mio nome ed ha vissuto tutta la mia storia – esiste questo sconosciuto Altro. E dunque occorre che io dal mio limite mi metta ad ascoltarlo: in silenzio.
Verrà? Parlerà? In silenzio – perché nulla copra la sua voce, che può essere più fievole d’un sussurro – lo aspetto. E la preghiera è questo silenzio che gli dedico, questa attesa di Lui. Ha ragione chi sottolinea l’etimologia del verbo attendere. Ad-tendere: tendere a qualcosa che sta fuori di me: a quel Bene desiderato, distante da me.
Quanto distante? La distanza è immensa e insieme inesistente. Immensa perché Lui, illimitato, trascendente, è infinitamente diverso dal mio limite umiliato. Inesistente perché Lui è immenso e quindi è dovunque, anche dentro di me; e il suo infinito amore – Lui è più che altro amore infinito – creandomi ha voluto che questo mio limite serbasse qualcosa della sua immagine. Una sura del Corano dice: «Allah ti sta più vicino della tua vena giugulare».
Ma questo Dio, così lontano e così vicino, si manifesterà? mi parlerà? E come mi parlerà? Dio si manifesta e parla in molti modi. Però i suoi tempi non sono i nostri tempi, il suo linguaggio non è il nostro linguaggio, i suoi segni non sono i nostri segni. A noi spettano la fatica di riconoscerli e la pazienza estenuante dell’attesa; fatica e pazienza che con l’aiuto di Dio possono diventare anche amorose – almeno talvolta.
E io intanto cosa dico a Dio? Succede che spesso gli chiedo qualcosa. Qualcosa per me o per altri; più per altri che per me, magari. Gli chiedo una grazia; ma farei meglio a chiedergli la sua grazia: perché in realtà io non so di cosa ho bisogno, o di cosa gli altri hanno bisogno; mentre l’unica cosa di cui tutti abbiamo davvero bisogno – tanto che senza siamo perduti e ci manca la vita – è la sua grazia.
Una preghiera estrema di domanda è quella che nel rivolgersi a Dio giunge fino a lottare con Lui. La Bibbia offre grandi esempi di una tale lotta con Dio, da Giobbe a Maria Vergine; la quale talvolta tiene testa al figlio e, umile e ostinata, col figlio riesce persino ad averla vinta: alle nozze di Cana. Uno dei possibili approcci a Dio è stringerlo con la forza del nostro desiderio, chiedendogli conto di ciò che non capiamo di Lui – con tutta l’umiltà dovuta. Ma si tratta d’una preghiera difficile, giacché non deve mai perdere di vista, nemmeno per un attimo, la misura divina dell’interlocutore e la nostra sottomessa misura umana.
Altre volte – meno spesso – la nostra è una preghiera di ringraziamento. Al centro della religione cristiana, del culto cristiano sta l’eucaristia: ed eucaristia è una parola greca che significa appunto ringraziamento. Ma ha ragione la liturgia israelita che insegna a ringraziare Dio della stessa gratitudine provata da noi. La realtà è che ogni nostra cosa capace di senso positivo la dobbiamo a Lui, è sua: senza di Lui nessuna buona intenzione ci visiterebbe, senza di Lui non compiremmo alcuna buona azione. È questa allora la qualità principale d’ogni preghiera che viene alle nostre labbra o alla nostra mente: appartenergli, essere dettata da Lui. Proprio come sono suoi la carne e il sangue, l’anima e la divinità in cui Lui trasforma per noi, quotidianamente, il nostro pane e il nostro vino.
Credo anche sia vero ciò che m’hanno insegnato da bambino: qualsiasi momento della mia vita che dedico a Lui è preghiera. Tanto più se si tratta d’una sofferenza: d’una delle prove che Lui ci manda per farci sbattere il viso sulla nostra vita senza scampo; e che sono il suo modo preferito d’aiutarci, di dividere con noi la croce perché noi dividiamo con Lui la resurrezione. La preghiera vale di più se è un servizio fatto ad altri, che ci costi qualcosa. Ancora di più se questi altri sono gli affamati, gli assetati, i forestieri, i nudi, i malati, i carcerati: i nostri fratelli più piccoli di cui il Vangelo parla spiegando che qualsiasi a tto di carità fatto a loro è fatto a Lui, a Dio.
Ma se in qualche modo riesco a parlargli, se insisto nella preghiera, Dio che fa? che mi fa? Mi risponde? Dio risponde sempre. Anzi è Lui che sempre ci chiama e ci parla per primo, e ogni nostra preghiera – ogni preghiera – viene solo dopo. Dio ci parla e ci risponde sempre: ma in modi che a volte – o spesso, o sempre – ci riesce difficile capire. Come Gesù insegnava, quando da figli chiediamo a Dio un pane Lui non ci dà una pietra. Ma Lui sa – e noi non sappiamo – qual è il pane che va bene per noi. Può essere un pane molto diverso da quello che gli abbiamo domandato – talvolta un pane assai duro da masticare.
E non poche volte Dio ascoltando la nostra preghiera rimane in silenzio: come se non ci fosse, come se non esistesse. Inutilmente lo chiamiamo, ci lamentiamo, piangiamo – a lungo: anche per una parte non piccola della nostra vita. Ma questo suo silenzio, questa sua apparente assenza, è uno dei modi della sua presenza: uno dei suoi modi di darci una risposta amorosa. E la nostra pazienza deve tenerne conto. Deve diventare una pazienza a sua volta amorosa: instancabilmente.

Una delle più importanti lezioni sulla preghiera viene a me da san Paolo. Lettera ai Romani 8, 23-27: l’intera creazione – non solo il mondo umano ma anche quello degli animali e quello delle cose – vive nell’attesa « di essere liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio ». In particolare noi umani « gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli ». E questi gemiti sono la nostra preghiera: perché in realtà « nemmeno sappiamo cosa sia conveniente domandare ». Questi gemiti e la speranza « di ciò che [adesso] non vediamo ». Mai dobbiamo dimenticare che « nemmeno sappiamo cosa sia conveniente domandare »: solo così la nostra preghiera acquista il senso giusto; ci mantiene vivi nella difficile speranza di cose il cui splendore non è percepito dai nostri occhi: e ci aiuta a interpretare le ri sposte di Dio, a metterci interamente nelle sue mani.
Perché intanto, continua san Paolo, lo Spirito di Dio che abita in noi, lo Spirito Santo grazie al quale la speranza non ci abbandona, si è unito alla nostra preghiera; e anche le sue parole, le sue insistenti parole, echeggiano dentro le nostre anime come « gemiti inesprimibili ». Ogni invocazione rivolta a Dio non può avere per noi altro suono: ma lo Spirito Santo dà senso ai nostri gemiti, li porta dentro la volontà di Dio.
La preghiera dunque è un viaggio che può durare quanto la vita. Un viaggio che all’inizio ci porta a uscire da noi, alla ricerca dell’Altro, alla ricerca del Senso di tutto: del senso del mondo che è fuori dal mondo. Ma così il senso del mondo e di tutto diventa anche il nostro senso; e noi ci ritroviamo dentro di noi, nella nostra profondità vera e sconosciuta: imparando che non esiste altro modo per essere veramente chi siamo.

(Devo questa riflessione alla rilettura del Libro delle preghiere curato da Enzo Bianchi per Einaudi). 


 

Publié dans:meditazioni, preghiera (sulla) |on 28 juin, 2010 |Pas de commentaires »

del Card. Carlo Maria Martini meditazione su Rm 8, 26-27

dal sito:

http://www.atma-o-jibon.org/italiano9/martini_preghiera.htm 

di S. Em. Card. Carlo Maria Martini

meditazione su:

« Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, perché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio» (Romani 8, 26-27) »
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Meditazione ai sacerdoti della diocesi di Milano tenuta il 30 ottobre 1991 a Rozzano diocesi di Milano. Il testo è tratto da: Carlo Maria Martini, Briciole dalla Tavola della Parola, Edizioni Piemme, Casale Monferrato, 1996, pp. 55-61.

Introduzione

Sono stato molto colpito dalla prima lettura della messa feriale di oggi, mercoledì della trentesima settimana «per annum», in particolare dove si dice: «Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, perché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio» (Romani 8, 26-27).
È un brano che mi ha sempre affascinato, incuriosito anche inquietato, perché non facile da spiegare, in quanto si riferisce alla natura misteriosa della nostra preghiera. Possiamo farci aiutare nella nostra riflessione dalla spiegazione che Agostino dà delle parole di san Paolo.
Nella Lettera a Proba che viene proposta nell’Ufficio di Lettura delle settimane venticinquesima e ventiseiesima del tempo «per anno» – il Vescovo di Ippona risponde alla domanda: Che cosa vuol dire pregare?
A proposito dei vv. 26-27 della Lettera ai Romani po­ne l’obiezione fondamentale: Che cosa significa che lo Spirito intercede per i credenti? E risponde: «Non dobbiamo intendere questo nel senso che lo Spirito santo di Dio, il quale nella Trinità è Dio immortale e un solo Dio con il Padre e con il Figlio, interceda per i santi, come uno che non sia quello che è, cioè Dio» (1).
Dunque, se san Paolo sembra non avere difficoltà ad affermare che lo Spirito santo, cioè Dio, prega Dio, noi però teologicamente l’abbiamo.
Possiamo capire che il Figlio, in quanto incarnato in Gesù, prega il Padre; ma lo Spirito come fa a pregare il Padre?
Dietro a questo problema dogmatico, affrontato da Agostino, c’è poi tutto il problema della preghiera conscia e inconscia, della preghiera di cui ci accorgiamo o meno e quindi il brano della Lettera ai Romani costituisce una porta molto interessante per costringerci a entrare in questo mondo immenso.
Vorrei cercare di socchiudere almeno un poco quella porta incominciando col porre due premesse, quindi riprendendo l’espressione: lo Spirito intercede, prega, geme per noi.
Le due definizioni della preghiera
In una prima premessa richiamo le due definizioni tradizionali della preghiera, che non sembrano andare tanto d’accordo.
 - La preghiera è elevatio mentis in Deum, un elevare la mente a Dio. Il riferimento è anzitutto alla preghiera di lode, di ringraziamento, di esaltazione, quella che troviamo bene espressa nel cantico di Maria: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio mio salvatore». O, ancora, nella recita del Padre nostro, quando diciamo: «che sei nei cieli», parole che indicano l’innalzamento degli occhi, la dimensione verticale dell’orazione, che sale dal basso verso l’alto.
- L’altra definizione è petitio decentium a Deo, che probabilmente è complementare alla precedente. La richiesta a Dio di ciò che conviene è una preghiera che si esprime soprattutto nella domanda, nella supplica, nell’implorazione, nella petizione. Se circa una metà dei salmi sono di lode e di esaltazione, l’altra metà sono di petizione, di supplica, di richiesta di perdono. Così pure il Padre nostro, se nella prima parte è elevatio mentis in Deum, nella seconda parte è petitio, richiesta di cose convenienti (il pane, la liberazione dalla tentazione, il perdono). Anche l’Ave Maria incomincia con l’elevazione della mente a Maria e a Gesù e poi si fa richiesta di preghiera per noi peccatori.
Ci sono dunque due linee che si intersecano, quella orizzontale e quella verticale, e costituiscono nel loro insieme la preghiera cristiana. Può essere allora utile, parlando della preghiera, mettere a fuoco ora l’uno ora l’altro dei due elementi, che si alternano anche nella nostra esistenza: a volte siamo più portati a elevare la mente a Dio (nel «prefazio» della messa, per esempio), in altri momenti alla petitio decentium a Deo (come nelle orazioni della messa).
Come si realizza questo secondo elemento della preghiera, che è la richiesta di cose convenienti?
Scrive Agostino nella Lettera a Proba: «Il pregare consiste nel bussare alla porta di Dio e invocarlo con insistente e devoto ardore del cuore. Il dovere della preghiera si adempie meglio con i gemiti che con le parole, più con le lacrime che con i discorsi. Dio infatti “pone davanti al suo cospetto le nostre lacrime »(Salmo 55, 9), e il nostro gemito non rimane nascosto (cf. Salmo 37, 10) a lui che tutto ha creato per mezzo del suo Verbo, e non cerca le parole degli uomini» (2).
Risuona la parola di Gesù: Quando pregate, non pensate di ottenere attraverso il vostro molto pregare, perché il Padre sa benissimo ciò di cui avete bisogno. Tuttavia Gesù stesso ci insegna a esprimere i nostri bisogni. Non tanto però – dice Agostino – con la moltiplicazione delle parole in quanto tale, bensì con una moltiplicazione che esprima il gemito del credente. Viene così introdotta la nozione di «gemito» che ritroviamo nella pagina di san Paolo.
Concludendo, la preghiera di richiesta deve partire dal cuore, non va fatta superficialmente, deve essere un gemito, un desiderio profondo. Gemere, infatti, significa anelare a qualcosa di cui si ha estremo bisogno; anche fisicamente il gemito è l’espressione di chi, mancando di aria, cerca di aspirarla.

Che cos’è conveniente chiedere nella preghiera
Una seconda premessa, limitandoci alla preghiera di petizione: che dobbiamo chiedere? La formula patristica dice: decentium, cose convenienti. E comincia il problema: che cosa ci conviene? Perché Dio non ci dona ciò che non conviene, pur se lo domandiamo. Non a caso Matteo conclude la riflessione sulla preghiera con queste parole: «quanto più il Padre vostro celeste darà cose buone a coloro che gliele chiedono», cose che convengono (Matteo 7, 11).
Paolo insegna che noi non sappiamo che cosa ci con­viene («Nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare») e quindi dobbiamo istruirci sulle cose convenienti per poter pregare bene.
I Padri insistono soprattutto su una cosa conveniente, che esprimono con un’unica parola, ben indicata nella Lettera a Proba: «Quando preghiamo non dobbiamo mai perderci in tante considerazioni, cercando di sapere che cosa dobbiamo chiedere e temendo di non riuscire a pregare come si conviene. Perché non diciamo piuttosto col salmista: « Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per gustare la dolcezza del Signore e ammirare il suo santuario » (Salmo 26, 4)?».
E Agostino specifica: si tratta della «vita beata» (3). Tale formula sintetica ha il vantaggio di una lunga tradizione filosofica: parte da Aristotele, è ripresa dallo stoicismo, riappare in Cicerone, è usata da Ambrogio.
La sola cosa che dobbiamo chiedere, l’unico oggetto fondamentale della richiesta è la vita beata, la vita felice. Continua la Lettera a Proba: «Per conseguire questa vita beata, la stessa vera Vita in persona ci ha insegnato a pregare, non con molte parole, come se fossimo tanto più facilmente esauditi, quanto più siamo prolissi (…). Potrebbe sembrare strano che Dio ci comandi di fargli delle richieste quando egli conosce, prima ancora che glielo domandiamo, quello che ci è necessario. Dobbiamo però riflettere che a lui non importa tanto la manifestazione del nostro desiderio, cosa che egli conosce molto bene, ma piuttosto che questo desiderio si ravvivi in noi mediante la domanda perché possiamo ottenere ciò che egli è già disposto a concederci (… ). Il dono è davvero grande, tanto che né occhio mai vide, perché non è colore; né orecchio mai udì, perché non è suono; né mai è entrato in cuore d’uomo, perché è là che il cuore dell’uomo deve entrare (…). E perciò che altro vogliono dire le parole dell’Apostolo: « Pregate incessantemente » (1 Tessalonicesi 5, 17) se non questo: desiderate, senza stancarvi, da colui che solo può concederla, quella vita beata che niente varrebbe se non fosse eterna?» (4).
La domanda che Dio esaudisce sempre, la domanda che è oggetto di gemito è la pienezza della vita, la vita eterna.
Ogni richiesta che non è orientata a questa non è conveniente e non può né deve essere oggetto di preghiera.
E quando non sappiamo se ciò che chiediamo è o non è ordinato alla vita beata, allora lo è sotto condizio­ne, lo è se e in quanto ci è utile per tale vita.
Mi sembra molto importante capire qual è la cosa fondamentale nella quale si riassume ogni nostro desiderio e ogni nostra richiesta. Noi, uomini e donne, noi persone umane storiche, siamo ciò che desideriamo; il nostro desiderio è il farsi della personalità. Se dunque il nostro desiderio culmina in questa pienezza di vita, diventiamo davvero in Cristo questa pienezza di vita.
Ma se i nostri desideri sono limitati, inferiori, noi stessi finiamo con l’essere persone limitate, blocchiamo il nostro sviluppo verso la pienezza della vita.
Forse a noi dice poco il termine «vita beata» che, invece, era tanto significativo per gli antichi. Lo stesso Nuovo Testamento usa un’altra espressione: «Regno di Dio»; le richieste «venga il tuo Regno», «sia fatta la tua volontà» sottolineano dunque che il desiderio e le invocazioni della seconda parte del Padre nostro sono subordinate al Regno, sono mezzi, condizioni per il suo avvento. E ancora, il Nuovo Testamento parla di «Spi­rito santo».
Gesù, conclude l’istruzione sulla preghiera nel vangelo secondo Luca, dopo aver esortato a cercare, a bussare, a chiedere, con queste parole: «Se dunque voi che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito santo» (Matteo dice: «cose buone») «a coloro che glielo chiedono» (Luca 11, 13). L’oggetto della domanda è lo Spirito santo, che significa la vita con Cristo, l’essere con lui, la pienezza della vita beata che consiste nell’essere incorporati per sempre a Gesù nella Chiesa.
Le diverse espressioni (vita beata, Regno, Spirito santo) in realtà si completano, si integrano, si sovrappongono come l’oggetto fondamentale della preghiera di domanda, e quindi come l’oggetto del gemito, dell’attesa.
Proclamando, per esempio: «nell’attesa della tua venuta», esprimiamo il nostro desiderio di fondo, cioè che la pienezza del Regno si realizzi, che lo Spirito santo venga e purifichi ogni realtà, che l’umanità si ritrovi presto nella vita beata, nella perfetta pace e nella perfetta giustizia. Sant’Ambrogio usa anche un altro termine: il bene sommo, summum bonum, che ha forse il vantaggio di dire insieme l’essere di Dio e il suo comunicarsi a noi nello Spirito, nel Regno, in Gesù, nella Chiesa, nella Grazia, nella pienezza della redenzione.
Questo dunque è ciò che dobbiamo chiedere, con  assoluta certezza di ottenerlo, alla luce della Sacra Scrittura e dell’insegnamento dei Padri.

[1] Lettera a Proba 130, 14, 27 – 15, 28; CSEL 44, 71-73.
[2]  Ibid., 130, 9, 18 – 10, 20: CSEI. 44, GO-63
[3]  130, 8, 15.17 – 9, 18: CSEL 44, 56-57.59-60
[4]  Ibidem.

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http://www.morguefile.com/archive/

Santa Chiara : « Maestro, ti seguirò dovunque andrai »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100628

Lunedì della XIII settimana delle ferie delle ferie del Tempo Ordinario : Mt 8,18-22
Meditazione del giorno
Santa Chiara (1193-1252), monaca francescana
1a Lettera a sant’Agnese di Boemia, §15-23 (Fonti Francescani)

« Maestro, ti seguirò dovunque andrai »

        O beata povertà, che procura ricchezze eterne a chi l’ama e l’abbraccia ! O santa povertà : a chi la possiede e la desidera è promesso da Dio il regno dei cieli ed è senza dubbio concessa gloria eterna e vita beata ! O pia povertà, che il Signore Gesù Cristo, nel cui potere erano e sono il cielo e la terra, il quale « disse e tutto fu creato » (Sal 32, 9), si degnò più di ogni altro di abbracciare. Disse egli infatti : « Le volpi hanno le tane e gli uccelli del cielo i nidi, mentre il Figlio dell’uomo – cioè Cristo – non ha dove posare il capo », ma « chinato il capo [sulla croce] rese lo spirito » (Gc 19, 30).

        Se dunque tanto grande e tale Signore quando venne nel grembo verginale volle apparire nel mondo disprezzato, bisognoso e povero, perché gli uomini, che erano poverissimi e bisognosi e soffrivano l’eccessiva mancanza di nutrimento celeste, fossero resi in lui ricchi col possesso del regno celeste, esultate grandemente e gioite ricolma di immenso gaudio e letizia spirituale ; poiché avendo voi preferito il disprezzo del mondo agli onori, la povertà alle ricchezze temporali e nascondere i tesori in cielo più che in terra, la « dove né la ruggine consuma, né il tarlo distrugge, né i ladri rovistano e rubano » (Mt 6, 20), « abbondantissima è la vostra ricompensa nei cieli » (Mt 5, 12).

buona notte

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http://www.laboo.biz/pa/consultadb.php?chiavi=pia

Santa Teresa Benedetta della Croce: « Seguimi »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100627

XIII Domenica delle ferie delle ferie del Tempo Ordinario – Anno C : Lc 9,51-62
Meditazione del giorno
Santa Teresa Benedetta della Croce [Edith Stein] (1891-1942), carmelitana, martire, compatrona d’Europa
Meditazione per la festa dell’Esaltazione della croce

« Seguimi »

        Il Salvatore ci ha preceduti sul cammino della povertà. Tutti i beni del cielo e della terra gli appartenevano. Non rappresentavano per lui alcun pericolo; poteva farne uso pur tenendo il suo cuore perfettamente libero. Sapeva però che per un essere umano è quasi impossibile possedere dei beni senza subordinarvi se stesso e diventarne schiavo. Per questo ha lasciato tutto e ci ha mostrato, con il suo esempio più ancora che con le sue parole, che solo chi non possiede nulla possiede tutto. La sua nascita in una stalla e la sua fuga in Egitto mostravano già che occorreva che il Figlio dell’uomo non avesse dove posare il capo. Chi vuole seguirlo deve sapere che non abbiamo quaggiù dimora permanente. Quanto più vivamente ce ne accorgeremo, tanto più ardentemente tenderemo verso la nostra dimora futura ed esulteremo al pensiero di avere libero accesso al cielo.

Una foto ingiallita dell’immediato primo dopoguerra descrive una salita a Gerusalemme

Una foto ingiallita dell’immediato primo dopoguerra descrive una salita a Gerusalemme dans immagini sacre 1396911888

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Publié dans:immagini sacre |on 26 juin, 2010 |Pas de commentaires »

Omelia (27-06-2010) : Ti seguirò dovunque tu vada

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/18784.html

Omelia (27-06-2010) 
mons. Antonio Riboldi

Ti seguirò dovunque tu vada

Sono giorni, questi, che per me sono ‘memoria’ della storia della mia vita al seguito di Gesù che, da ragazzo mi ha rivolto, come è nel Vangelo di oggi, la parola, per me allora misteriosa, poi divenuta vita donata: ‘Tu sèguimi’.
Era il 28 giugno 1951 e venni ordinato sacerdote nella cattedrale di Novara con altri 30 giovani. Tanti! Era così serio il passo che facevo, da non riuscire neppure ad averne forse piena consapevolezza. Sapevo che la mia vita avrebbe assunto un significato di cui era difficile anche solo prevedere dove mi avrebbe portato o come si sarebbe svolta.
Ero impressionato da quanto stava accadendo in me con l’imposizione delle mani del vescovo sulla mia testa, mentre invocava lo Spirito Santo; dall’unzione delle mani, che allora venivano visibilmente legate da papà – che per la commozione non ebbe il coraggio di farlo e invitò mio fratello a sostituirlo – e dall’abbraccio del vescovo che mi aveva ordinato sacerdote. Momenti in cui risuonarono nella mia mente le parole che Gesù, da ragazzo, mi aveva rivolto: ‘ Tu, sèguimi’.
Lo avevo seguito presso i Padri Rosminiani, che avevano curato con discernimento spirituale la vocazione e, soprattutto, ci avevano dato una forma ione e preparazione seria… ma non potevo ‘sapere’ che cosa avrebbe voluto dire, nella concretezza dell’esistenza, per me, ‘essere prete secondo Dio’. Una sola cosa era richiesta: l’abbandono e la fiducia in Chi mi aveva scelto.
Ci pensò l’obbedienza a indicarmi il dove e il quando avrei dovuto seguire Gesù nella guida del Suo gregge: nel Belice, per 20 anni.
Ancora di più rimasi confuso quando il Santo Padre, Paolo VI, che mi aveva seguito con amore nel mio apostolato nel Belice terremotato, mi chiamò a essere vescovo della Chiesa e, ancora una volta, mi affidò una porzione del popolo di Dio, che è in Acerra.
Ambedue le chiamate non apparivano facili, ma quando si è chiamati da Dio e Lo si segue, contano poco le capacità: conta la piena disponibilità al servizio integrale di chi ci è affidato, senza mai risparmiarsi, mettendo in conto anche la possibilità di perdere la vita, come nel terremoto del 1968 o nell’impegno di lottare contro il male della criminalità organizzata, come accadde da vescovo.
Mi confortava – e posso confermarlo oggi con commozione – che non ero io a decidere di andare da qualche parte o a voler assumere incarichi, ma semplicemente ‘seguivò Chi mi precedeva, mi sosteneva ed operava di fatto, ossia Gesù.
Perché questo è il vero segreto di chi accetta di seguire Gesù, in qualunque circostanza o ministero: sa che non è solo e ha solo un impegno, cioè la fedeltà verso Chi l’ha chiamato e il desiderio e la volontà di offrire tutto l’amore di cui è capace a Dio e alle persone che gli sono affidate… il resto lo fa Lui!
Quando ripenso ai giorni della mia vita, a cominciare da quel 28 giugno 1951, non posso che ammirare quanto Gesù ha compiuto e dichiarare la mia povertà, grande povertà, con un’immensa gratitudine nel cuore.
Davvero Gesù quando chiama non ci lascia mai soli con il compito che ci ha affidato e solo Lui può di fatto realizzare; come ha detto Madre Teresa di Calcutta: ‘sono una matita tra le mani di Dio con cui scrive la Sua storia’.
La strada è Lui ha tracciarla, a noi tocca solo seguire i Suoi passi: è quello che continuo a fare anche mediante internet, cercando di essere al vostro servizio.
Più che la mia fede o intelligenza so che è Lui a scrivere parole di vita in voi.
Io a Gesù ho solo da chiedere perdono se non sempre L’ho lasciato compiere tutto il bene, dando spazio alle mie debolezze, chiedendoGli la grazia di essere sempre più totalmente Suo.
Chiedo a voi tutti, carissimi, una preghiera di ringraziamento per questi miei anni di servizio al seguito di Gesù e che mi perdoni ciò che avrei potuto fare e non ho fatto o non faccio… anche se oggi mi è più difficile rispondere alle tante domande di essere tra voi, perché gli anni fanno sentire la fatica. Grazie di cuore e pregate per me, che sia fino alla fine uomo di Dio, dono che Lui fa all’umanità.
Il Vangelo di oggi racconta la storia di inviti fatti da Gesù a seguirLo, a cui vengono anteposte prima questioni private da risolvere e poi il rifiuto a ‘lasciare tutto’.
Un ‘tutto’ che può capitare anche a chi non è chiamato a vocazioni speciali, come la mia, ma la cui vita è comunque già una risposta a quel disegno o vocazione personale – come può essere il matrimonio – che tutti riceviamo.
Cosi scrive Luca:
« Mentre stavano completandosi i giorni in cui Gesù sarebbe stato tolto dal mondo, egli si diresse decisamente verso Gerusalemme e mandò avanti i suoi messaggeri. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per fare i preparativi per Lui. Ma essi non vollero riceverlo, perché era diretto a Gerusalemme. Quando videro ciò i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: ‘Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?: Ma Gesù si voltò e li rimproverò. E si avviarono verso un altro villaggio.
Mentre andavano per la strada, un tale gli disse: ‘Signore, ti seguirò dovunque vada. Gesù gli rispose: ‘Le volpi hanno le loro tane egli uccelli del cielo il loro nido, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo ».
Evidentemente il Maestro aveva colto nella domanda – e visto nel cuore – una quasi certezza di fare fortuna, ma chissà quale, seguendo Gesù. Ed è lo stesso per chi, anche oggi, vuole essere ministro nella Chiesa, e quindi chiamato, ma a volte mette in primo piano ‘un tornaconto’ personale, che non ha proprio senso in chi dona la vita a Gesù per servire i fratelli.
L’unico ‘tornaconto’ di un sacerdote è di saper ‘farsi servò come il Suo Maestro.
Inconcepibile anche solo pensare che essere prete possa essere un modo per ‘fare fortuna’ nel servizio. La grande lode che la gente riserva ai sacerdoti è proprio di donare sempre, senza pensare a se stessi. Diceva il beato Rosmini: ‘La povertà è il muro di sostegno della Chiesa’. Del resto se essere ministro ha la sua bellezza è quella di farsi sempre dono ai fratelli ignorando se stesso. La gente si lascia affascinare da un sacerdote o vescovo che sappia donare tutto senza chiedere nulla. Diceva il Santo Curato d’Ars, patrono di tutti i sacerdoti:
‘I vostri beni altro non sono che un deposito che il buon Dio ha messo nelle vostre mani; dopo il vostro necessario, il resto è dovuto ai poveri’.
Continua il Vangelo di Luca, evidenziando quello che è un poco l’atteggiamento di tanti alla Sua chiamata:
« Ad un altro disse: ‘Sèguimi. E costui rispose: ‘Signore concedimi prima di andare a seppellire mio padre. Gesù replicò: ‘Lascia che i morti seppelliscano i loro morti. Tu va’ e annunzia il Regno di Dio!
Un altro disse: ‘Ti seguirò, Signore, ma prima lascia che io mi congeda da quelli di casa’.
Ma Gesù gli rispose: ‘Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il Regno di Dio ». (Le. 9, 51-62)
Può sembrare duro il linguaggio di Gesù davanti a chi chiede ‘piccole proroghe’ prima di seguirLo. Ma quando si è davvero stati scelti e chiamati occorre la prontezza nel seguirLo… tentennare è cercare scuse per dire di no. E la vocazione non ammette mai dei ‘ne esige un sì, meditato, ma pronto. Se ci pensiamo bene è proprio la natura dell’amore che chiede un sì incondizionato e non accetta dubbi o altro, che sono dei nì inaccettabili. E la vocazione è una risposta d’amore all’Amore. Scriveva Paolo VI:
« Vocazione: è un problema di giovani che sappiano affrancarsi dal mondo, dal conformismo, per offrirsi a Cristo con l’ineguagliabile forza della loro intatta freschezza spirituale e diventare ministri e dispensatori dei misteri di Cristo, veri pastori di anime, sull’esempio di nostro Signore Gesù Cristo, Maestro, Sacerdote e Pastore.
Vocazione è una chiamata. È una libertà messa alla prova, forse alla più difficile, ma certo la più bella. È una voce che ha un duplice linguaggio: uno interiore, silenzioso, nel profondo del cuore, ma distinto, e, se autentico, inconfondibile, quello del Signore che parla per via dello Spirito Santo; l’altro esteriore, rassicurante, sempre buono e materno, quello del Pastore.
È una voce che dice: vieni! e che passa, come un vento profetico, sopra le teste degli uomini, anche in questa generazione, la quale piena del frastuono della vita moderna, si direbbe sorda, ma non è così. La voce, oggi, dalle labbri di Cristo, si fa Nostra: è la voce della Chiesa che chiama. Grida nel deserto? Oh, no.
Fu il Signore stesso ad insegnarci a sperare anche in ordine a questo misterioso problema: ‘Pregate il Padrone della messe perché mandi operai nel Suo campo’ Mt. 9,28″ (aprile 1969)

Con Madre Teresa di Calcutta preghiamo:
« Ti ringraziamo, Dio, per il dono di Cristo tuo Figlio e nostro Redentore.
Lo Spirito Santo discenda sul Tuo popolo
e faccia sentire il Tuo dolce invito.
Signore del raccolto, concedi alla Tua famiglia,
in ogni parte del mondo, il dono di molte vocazioni, affinché ai bisognosi
sia dato di conoscere la Buona Novella della Redenzione.
E così possa il Tuo Amore crescere tra noi e diffondersi in tutto il creato. » 

XIII Domenica del Tempo Ordinario, 27 giugno 2010: La vita è il mantello di Dio

dal sito:

http://www.zenit.org/article-22982?l=italian

La vita è il mantello di Dio

XIII Domenica del Tempo Ordinario, 27 giugno 2010

di padre Angelo del Favero*

ROMA, venerdì, 25 giugno 2010 (ZENIT.org).- “Partito di lì, Elia trovò Eliseo, figlio di Safat. Costui arava con dodici paia di buoi davanti a sé, mentre egli stesso guidava il dodicesimo. Elia, passandogli vicino, gli gettò addosso il suo mantello. Quello lasciò i buoi e corse dietro ad Elia, dicendogli: “Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò”. Elia disse: “Va’ e torna, poiché sai che cosa ho fatto per te”. Allontanatosi da lui, Eliseo prese un paio di buoi e li uccise; con la legna del giogo dei buoi fece cuocere la carne e la diede al popolo perché la mangiasse. Quindi si alzò e seguì Elia, entrando al suo servizio” (1Re 19,16b.19-21).

“Cristo ci ha liberati per la libertà! State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Che questa libertà non divenga però un pretesto per la carne; mediante l’amore siate invece a servizio gli uni degli altri.(…) Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne” (Gal 5,1.13-18).

“(…) Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: “Ti seguirò dovunque tu vada”. E Gesù gli rispose: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”. A un altro disse: “Seguimi”. E costui rispose: “Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre”. Gli replicò: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio”. Un altro disse: “Ti seguirò, Signore, prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia”. Ma Gesù gli rispose: “Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio” (Lc 9,51-62).

La liturgia di questa XIII Domenica del T. O. ci fa subito incontrare una parola alquanto comune, una parola chiave, un filo conduttore con cui lo Spirito Santo ha ricamato il tessuto dei testi proposti: la parola “mantello” (1Re 19,19). Il suo significato biblico è illustrato dal racconto della vocazione di Eliseo, nella prima Lettura.

La storia di Eliseo, infatti, comincia con un mantello gettato a sorpresa su di lui da parte del profeta Elia, in cammino lungo la strada che costeggia il campo che egli sta arando con ben ventiquattro buoi (il numero esagerato indica che Eliseo è un contadino benestante).

Quello di Elia è un gesto simbolico che sta a significare l’irreversibile chiamata di Dio:“Il mantello è simbolo del carisma profetico; esso è gettato sulle spalle dell’eletto in una specie di investitura divina” (G. Ravasi).

Ha così inizio la nuova vita di Eliseo al servizio del Signore e del profeta Elia.

Salutati parenti ed amici con un banchetto d’addio, Eliseo segue fedelmente Elia fino al giorno della sua misteriosa dipartita da questa vita, quando sarà trasportato in alto da un carro di fuoco. A questo punto, caduto per terra dal carro, ricompare il mantello, che Eliseo raccoglie subito gridando “Padre mio, padre mio..” (2Re 2,11-13). Lo spirito del Maestro prende allora definitivo possesso del discepolo, come da padre a figlio primogenito.

La brusca investitura profetica di Eliseo è così commentata dal card. Martini: “nessuna parola, nessun tentativo di convinzione, ma solo un gesto violento dal significato chiarissimo. Il mantello è simbolo della persona e, in qualche modo, anche dei suoi diritti. Gettare il mantello su qualcuno costituisce un segno di acquisto, di desiderio di alleanza” (C.M.M., “Il Dio vivente, riflessioni sul profeta Elia”, p.118).

Simbolo della persona, il mantello fa pensare anche al dono-chiamata della vita, che ognuno riceve da Dio senza venire interpellato. Ciò non toglie che, come il mantello di Elia, anche la vita sia un dono fatto alla libertà dell’uomo, un dono “gettato” su di lui per essere accolto e custodito come il più prezioso di tutti i doni ed il più necessario ed impegnativo dei compiti, se davvero l’uomo vuole vivere felice e realizzare se stesso nell’amore. E’ quanto suggerisce oggi Paolo: “Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Che questa libertà non divenga però un pretesto per la carne; mediante l’amore siate invece a servizio gli uni degli altri.(…) Ma se vi mordete e vi divorate a vicenda, badate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!” (Gal 5,13).

L’ironia fin troppo realistica di Paolo non suona esagerata, se pensiamo non solo alla nostra situazione sociale e politica, ma anche alle tristissime incomprensioni e divisioni tra coloro che un unico carisma o una comune vocazione (un solo mantello!) ha costituito fratelli ed operai del regno di Dio. Occorre precisare che nel vocabolario dell’Apostolo, “carne” significa genericamente ogni comportamento dettato da un sentire egocentrico e disordinato. Atteggiamento, questo, che non scaturisce da quella vera libertà che è la capacità di amare nella verità al modo di uno stile di accoglienza, di ascolto senza pregiudizi e nel dominio di sè.

Un esempio “carnale” di essere e di agire, lo da’ oggi la reazione istintiva di Giacomo e Giovanni, contrariati dal rifiuto opposto a Gesù dai Samaritani: “Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?” (Lc 9,54). I due discepoli avevano oggettivamente ragione, ma Gesù “si voltò e li rimproverò” (Lc 9,55).

La ricetta di Paolo per discernere e dominare ogni genere di passione disordinata, è semplice ed efficace: “Vi dico, dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne. (…) Se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la Legge” (Gal 5,16.18).

“La forza del peccato è la Legge”, scrive altrove Paolo (1Cor 15,56); ed egli per primo sperimenta quanto doloroso sia il peccato di divisione dai suoi fratelli ebrei, tanto zelanti per l’osservanza della Legge da voler uccidere lui che ne va proclamando il compimento in Gesù Cristo.

Ma che significa camminare “secondo lo Spirito”? Vuol dire “al passo” dello Spirito, seguendo umilmente il cammino e gli esempi del Signore per entrare nello spazio immenso della sua dolce e trasformante amicizia. Una chiamata assoluta, tanto affascinante quanto esigente, a giudicare dalle parole di Gesù a colui che chiedeva solo di congedarsi da quelli di casa propria: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio” (Lc 9,60).

Una simile radicalità non è disumana, ma intrinseca e necessaria alla missione profetica. Questa, per altro, gode della legge pedagogica della gradualità, come fa intendere la vicenda stessa di Eliseo con la dinamica misteriosa del mantello, in un primo tempo gettatogli sulle spalle da Elia, ma poi “recuperato” a terra dallo stesso Eliseo nel momento del congedo definitivo da lui, come se in precedenza glielo avesse restituito.

Infatti, “si ha l’impressione, pur se il testo non lo dice, che Eliseo abbia ridato il mantello al grande maestro, per indicare che deve prima imparare, deve prima assimilare i suoi insegnamenti di vita. Di fatto, questo mantello sarà consegnato definitivamente ad Eliseo nel momento del rapimento in cielo di Elia.” (C.M.M., id., p. 120).

E’ quest’ultima spiegazione pedagogica che ci consente di tornare al mantello come simbolo della persona e della vita, per osservare che la pienezza della verità sulla vita umana, da comunicare gradualmente al passo di chi ascolta, è comunque e per tutti solo quella rivelata dalla Parola di Gesù. Ne farà esperienza certa chiunque voglia avvicinarsi a Lui con la fede umile ed audace di quella donna malata, che “udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: “Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata”. E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male” (Mc 5,25-29).

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* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E’ diventato carmelitano nel 1987. E’ stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.

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