Archive pour juin, 2010

Bruno Forte: Tempo, splendore di Dio

dal sito:

http://www.atma-o-jibon.org/italiano4/rit_forte1.htm

TEMPO, SPLENDORE DI DIO  

Per il cristianesimo i giorni dell’esistenza diventano
luogo della creazione continua

Bruno Forte

Il Sole-24 Ore Domenica 19 Maggio 2002

Che il tempo sia il riflesso privilegiato della Gloria divina sulle creature è convinzione profonda della Bibbia: « È nella dimensione del tempo che l’uomo incontra Dio e diventa cosciente che ogni istante è un atto di creazione, un Inizio, che schiude nuove vie per le realizzazioni ultime. Il tempo è la presenza di Dio nello spazio, ed è nel tempo che noi possiamo sentire l’unità di tutti gli esseri ». Il tempo è la perenne novità del dono che l’Eterno fa alla creatura dell’esistenza, dell’energia e della vita, l’atto della continua creazione, l’eternità che si proietta nello spazio: esso è la partecipazione allo spazio creato del dinamismo dell’amore eterno, l’inserzione dell’esteriorità del mondo nell’interiorità di Dio, l’atto sempre nuovo per il quale ciò che è avvenuto nel primo mattino degli esseri si compie ed è accolto in ogni istante del loro esistere.

È Agostino che ha avuto l’intuizione grandiosa del tempo come dimensione dell’interiorità, in cui si riflette il movimento dell’amore eterno: solo il presente esiste, riflesso fugace dell’eternità, attimo sempre nuovo in cui il futuro trapassa nel passato, l’uno e l’altro trattenuti nel presente nella forma rispettivamente della memoria e dell’attesa. Fra provenienza e avvenire, il tempo è avvento sempre nuovo, istante in cui si riflette l’eternità come origine e come patria della fugacità fragile del divenire delle creature. Se lo spazio rinvia alla kènosi del Dio vivente, perché si offre come l’esterioritàdel creato davanti al Suo amore umile, il tempo rinvia insomma allo splendore della Trinità, perché rivela la nascosta profondità di tutto ciò che esiste come partecipazione al dinamismo di provenienza, di venuta e di avvenire della vita divina. La creazione, proprio perché è creazione del tempo e non nel tempo, non basta a se stessa: essa dimora in Dio, mistero del mondo, ed è chiamata a divenire sempre più la dimora di Dio, fino all’ottavo giorno, la Domenica senza tramonto, in cui Lui sarà tutto in tutti (cf. 1 Cor 15, 28).

Se lo spazio rimanda alla « terra » nella sua autonomia e nella sua pesantezza dinanzi al Creatore, il tempo rimanda allora al « cielo », come origine, grembo e destino del mondo, come dimensione ineliminabile dell’ineriorità e della profondità della vita creata. Terra e cielo sono metafore dell’esteriorità e dell’interiorità del creato, e perciò dello spazio e del tempo nella loro distinzione e nel loro indissolubile rapporto. Ed è per questo che solo il tempo vivifica lo spazio, pervadendolo col « gemito della creazione » che tende a superarne la costitutiva caducità, liberandolo dalla schiavitù della corruzione per la via dell’interiorità aperta al mistero del Creatore, che conduce alla libertà della gloria dei figli di Dio (cf. Rom 8, 18ss). Il problema, allora, non è fuggire le forme dello spazio, ma redimerle dal di dentro vivendo la profondità della vita nel tempo, santificando il tempo con la nostalgia e l’attesa dell’eternità. Non è il tempo quantificato che darà l’anima al mondo, e cioè il mero succedersi cronologico degli istanti legati allo spazio (chronos), ma il tempo qualificato, l’ora della decisione e dell’accoglienza della grazia (kairos), che trasforma l’esteriorità dello spazio in interiorità della vita, l’istante cronologico del tempo « pesante », misurato spazialmente, nel tempo lieve della salvezza, « oggi » dell’eternità: « Ecco ora il momentofavorevole, ecco ora il giorno della salvezza! »(2 Cor 6, 2).

È questo tempo « lieve » della decisione interiore a qualificare il giorno che passa con lo spessore dell’eternità: esso fa uno con l’amore, amore della verità eterna, coscienza di un destino che vince il dolore e la morte. È il tempo come memoria e come attesa, di cui dà testimonianza altissima l’imperativo « non dimenticare », caro alla tradizione ebraica: è il tempo come grazia e come dono, cui solo può corrispondere la grata letizia del cuore. È il tempo dell’uomo interiore: tempo delle emozioni, tempo della passione e del desiderio, dell’amore e della nostalgia, della sofferenza e della tenerezza.

Conoscere questo tempo destinandosi all’altro nella responsabilità liberamente assunta è per la tradizione ebraico-cristiana la forma meno imperfetta per conoscere Dio in questo mondo: anticipo d’eterno, questo gusto del Sabato atteso e promesso o della Domenica senza tramonto pervade l’esperienza di chi vuol farsi ostaggio dell’eternità nell’inesorabile svolgersi del tempo. In questo senso, la vita della fede, vissuta come sete dell’eterno nella fedeltà a ogni istante del tempo, è testimonianza d’un tempo lieve, d’una leggerezza gravida della futura, nascosta bellezza di Dio. È il tempo di chi vive i giorni feriali col cuore della festa, e fa dell’attimo donato anticipo d’eterno. È il tempo della santità, del separarsi per destinarsi all’altro da sé, all’amore più grande che vince la caducità e la morte: non a caso, nell’opra dei sei giorni, l’unica cui è attribuito la qualificazione della santità è il Sabato (cf. Gen 2, 3). Nello spazio del giardino delle origini, la santità è legata al tempo: nello spazio del mondo decaduto sarà perciò ancora il tempo a essere la forma della santità, dove la decisione per l’eterno qualifica l’istante e lo voge dalla caducità della morte alla promessa della vita.

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buona notte

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grano

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Sant’Agostino: La luce di Cristo sopra il lucerniere

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100608

Martedì della X settimana delle ferie delle ferie del Tempo Ordinario : Mt 5,13-16
Meditazione del giorno
Sant’Agostino (354-430), vescovo d’Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa
Discorsi,  289, 6 ; PL 38, 1311-1312

La luce di Cristo sopra il lucerniere

        Fratelli, gli apostoli sono le lucerne che ci permettono di aspettare il giorno di Cristo. Il Signore dichiara loro : « Voi siete la luce del mondo ». E perché non possano credere che sono una luce simile a quella di cui è detto : « Egli è la luce vera, quella che illumina ogni uomo » (Gv 1, 9), insegna loro subito quale è la vera luce. Dopo aver annunciato loro : « Voi siete la luce del mondo », continua : « Non si accende una lucerna per metterla sotto il moggio ». Io vi ho chiamato luce, dice, ma preciso : siete solo una lucerna. Non lasciatevi prendere dai sussulti dell’orgoglio, se non volete che si spenga questa scintilla. Non vi metto sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché illuminiate tutto con i vostri raggi.

        Quale è questo lucerniere che porta questa luce ? Sto per insegnarvelo. Siate, voi stessi, delle lucerne, e avrete un posto sopra questo lucerniere. La croce di Cristo è un immenso lucerniere. Chi vuole essere raggiante non deve vergognarsi di questo lucerniere di legno. Ascolta e capirai : il lucerniere è la croce di Cristo.

        « Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria ». Rendano gloria a chi ? Non a te, perché cercare la tua gloria è volere spegnerti ! « Rendano gloria a vostro Padre che è nei cieli ». Sì, glorifichino lui, il Padre dei cieli, vedendo le vostre opere buone… Ascolta l’apostolo Paolo : « Quanto a me non sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo » (Gal 6, 14).

Maronite Icon of the Pentecost with Mary and the Apostles

Maronite Icon of the Pentecost with Mary and the Apostles dans immagini sacre Maronite-Pentecost
http://thesplendorofthechurch.blogspot.com/2009/05/my-third-response-to-castroj1-on.html

Publié dans:immagini sacre |on 7 juin, 2010 |Pas de commentaires »

di Madre Teresa di Calcutta: Sorridere a Dio…

dal sito:

http://www.atma-o-jibon.org/italiano4/madre_teresa4.htm

Sorridere a Dio…
 
L’amore comincia nella casa paterna!
 
( MADRE TERESA DI CALCUTTA )

Credo che il mondo oggi sia sconvolto e soffra tanto, perché nei focolari domestici e nella vita familiare c’è veramente poco amore. Non abbiamo tempo per i figli, non abbiamo tempo per rallegrarci a vicenda. Penso che se potessimo semplicemente riportare indietro nelle nostre esistenze la vita che Gesù, Maria e Giuseppe hanno vissuto a Nazaret, se potessimo fare delle nostre case un’altra Nazaret, la pace e la gioia regnerebbero nel mondo.
L’amore comincia nella casa paterna; l’amore vive nelle case: la sua mancanza è il motivo per cui oggi nel mondo c’è tanta sofferenza e tanta infelicità. Se prestassimo ascolto a Gesù, egli ci farebbe sentire quel che ha detto una volta: «Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi!». Egli ci ha amati soffrendo e morendo sulla croce per noi, e così, se dobbiamo amarci a vicenda, se dobbiamo riportare quell’amore nella vita, dobbiamo cominciare a farlo in seno alle nostre famiglie.
Dobbiamo fare delle nostre case dei centri di compassione e perdonare senza fine. Oggi sembra che tutti siano in preda a una terribile frenesia e si affannino per raggiungere mete sempre più alte e raggranellare ricchezze sempre maggiori e altre cose, cosicché i figli hanno ben poco tempo da dedicare ai genitori, i genitori hanno ben poco tempo da dedicare l’uno all’altro, con la conseguenza che nelle case comincia la dissoluzione della pace del mondo.
Le persone che si amano a vicenda in maniera reale, vera e piena, sono le più felici del mondo e noi lo costatiamo in mezzo alla nostra gente così povera. Amano i figli e amano la loro casa. Possono anche possedere assai poco, forse non hanno nulla, eppure sono felici. L’amore vivo fa male. Gesù, per dimostrare il suo amore per noi, è morto in croce. La madre, per dare alla luce il figlio, deve soffrire; se vi amate per davvero gli uni gli altri, non potete farlo senza sacrificio…  

Il volto gioioso dei cattolici ciprioti alla scuola elementare maronita (visita di Papa Benedetto)

dal sito:

http://www.zenit.org/article-22748?l=italian

Il volto gioioso dei cattolici ciprioti alla scuola elementare maronita

Benedetto XVI: siate aperti al dialogo con cristiani e non cristiani

ROMA, domenica, 6 giugno 2010 (ZENIT.org).- Un clima di festa ha caratterizzato questo sabato la visita di Benedetto XVI alla scuola elementare di St. Maron, nel quartiere residenziale di Anthoupoli, uno dei sobborghi della capitale cipriota.

Nel secondo impegno pubblico a Nicosia il Papa si è incontrato con circa duemila persone in rappresentanza della comunità cattolica locale nel campo sportivo della scuola che ha aperto le sue porte per la prima volta il 1° settembre 2002 e che d’allora, oltre ad essere un’importante istituzione educativa, è anche un simbolo della presenza storica della comunità maronita a Cipro.

La scuola ospita molti studenti provenienti da altre scuole maronite: cioè dai quattro villaggi di Asomatos, Karpasha, Kormakitis e Ayia Marina, un tempo interamente maroniti che si trovano nel nord dell’isola sottoposto all’occupazione turca. Tuttavia accoglie chiunque desideri frequentare l’istituto.

La scuola, che in pratica è aperta l’intera giornata, ospita numerosi attività educative e formative: una sezione pre-scolare, un asilo nido, una scuola materna, una scuola elementare e corsi serali per adulti. Attualmente gli allievi sono oltre 160. Nelle ore serali è possibile seguire corsi di informatica, musica, teatro, arabo, inglese oltre a praticare attivà sportive.

Nel discorso di benvenuto l’Arcivescovo dei Maroniti di Cipro, mons. Joseph Soueif, che sarà Segretario speciale al Sinodo dei Vescovi sul Medio Oriente in programma a ottobre, ha ricordato le tre componenti che formano la piccola comunità cattolica presente sull’isola (3,15% su una popolazione totale di 794.000 abitanti): i maroniti (tra 6.000 e 9.000), i latini (tra 12.000 e 13.000) e gli armeni.

L’Arcivescovo Soueif ha poi sottolineato come la Chiesa maronita, che quest’anno celebra i 1600 anni della morte del fondatore, sia sempre stata “orgogliosa” della sua comunione con la Sede di Pietro

“I maroniti di Cipro – ha detto – sono giunti sull’isola 1200 anni fa e oggi siamo quattro villaggi, proprio come i quattro bracci della Croce: Kormakitis, Asomatos, Agia Marina, Karpasha e accanto a loro il monastero el profeta Elia. Santità, le chiediamo di aiutarci a tornare nei nostri villaggi. Ricordi Cipro nelle sue preghiere”.

“I nostri villaggi – ha continuato – sono bei posti dove manteniamo la nostra identità, la nostra peculiarità in spirito di apertura verso tutti e la dinamica di interazione fra tutte le comunità dell’isola. La nostra terra ha prodotto santi, uomini santi e una comunità santa incentrata sulla fede e che vive la semplicità del Vangelo”.

I cattolici latini di Cipro, ha detto ancora il presule, “sono radicati nell’isola, in tutte le città, in particolare Famagosta e Larnaca. La comunità contribuisce alla cultura, alle arti e allo sviluppo dell’aspetto spirituale, ecclesiastico e umano dell’isola”, oltre ad essere “attiva, soprattutto nel servizio caritativo verso i lavoratori e i bisognosi”.

Nel suo discorso Benedetto XVI li ha incoraggiati “a vivere la vostra fede nel mondo unendo le vostre voci ed azioni per la promozione dei valori del Vangelo. Questi valori ispirino i vostri sforzi di promuovere la pace, la giustizia e il rispetto per la vita umana e la dignità dei vostri concittadini”.

Il Pontefice ha quindi invitato i cattolici a impegnarsi in un costante dialogo quotidiano con cristiani e non in modo da “costruire una pace durevole ed un’armonia fra i popoli di diverse religioni, regioni politiche e basi culturali”.

Il Papa ha poi invitato la Chiesa cattolica cipriota a pregare per le vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa, chiedendo ai genitori d’incoraggiare i figli a rispondere alla chiamata del Signore e agli insegnanti che operano nelle scuole cattoliche dell’isola “a servire il bene dell’intera comunità sforzandovi per un’educazione eccellente”.

Infine rivolgendosi ai giovani di Cipro in lingua greca ha detto: “Siate forti nella vostra fede, gioiosi nel servire il Signore e generosi con il vostro tempo e i vostri talenti! Aiutate a costruire un miglior futuro per la Chiesa e per il vostro Paese mettendo il bene degli altri prima di voi stessi”.

In conclusione, il Ppaa ha rivolto un messaggio alle persone presenti provenienti dai villaggi maroniti del nord: « Conosco i vostri desideri e le vostre sofferenze e vi chiedo di portare la mia benedizione, la mia vicinanza e il mio affetto a tutti quelli che vengono dai vostri villaggi. Noi cristiani siamo il popolo della speranza”.

“Da parte mia, io spero fortemente e prego che, con l’impegno e la buona volontà di tutti coloro che sono coinvolti, sarà presto assicurata una vita migliore per tutti gli abitanti dell’isola”, ha continuato.

Terminata la parte liturgica dell’incontro con la benedizione e una presentazione di doni al Santo Padre, i tanti bambini e giovani hanno offerto al Papa una rappresentazione artistica, con danze e canti ispirati al patrimonio tradizionale dei maroniti ciprioti. Subito dopo è stata presentata al Papa anche una mostra di pittura.

Publié dans:Papa Benedetto XVI |on 7 juin, 2010 |Pas de commentaires »

buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno Tigers-m

http://www.ics.uci.edu/~eppstein/pix/sdz/index.html

San Cromazio di Aquileia: « Perché la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo » (Gv 1,17)

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100607

Lunedì della X settimana delle ferie delle ferie del Tempo Ordinario : Mt 5,1-12
Meditazione del giorno
San Cromazio di Aquileia ( ? – 407), vescovo
Discorsi, 39 ; CCL 9A, 169-170

« Perché la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo » (Gv 1,17)

        Occorreva che la legge nuova fosse proclamata su un monte, dato che la legge di Mosè era stata data su un monte. Una consiste in dieci comandamenti destinati a formare gli uomini in vista della condotta della vita presente, l’altra consiste in otto beatitudini, perché conduce coloro che la seguono alla vita eterna e alla patria celeste.

        « Beati i miti, perché erediteranno la terra ». Occorre dunque essere miti, pacifici e sinceri di cuore ; il Signore mostra chiaramente che il merito di tali uomini non è di poco conto dicendo : « Erediteranno la terra ». Si tratta senza dubbio di quella terra di cui sta scritto : « Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi » (Sal 26,13). L’eredità di quella terra, è l’immortalità del corpo e la gloria della risurrezione eterna. Infatti la mitezza ignora la superbia, non conosce la vanteria, non conosce l’ambizione. Perciò, altrove, il Signore esorta non senza ragione i suoi discepoli dicendo : « Imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime » (Mt 11,29).

        « Beati gli afflitti, perché saranno consolati ». Non coloro che piangono perché hanno perso ciò che è loro caro, ma coloro che piangono i loro peccati, che si lavano dalle loro colpe con le lacrime, e senza dubbio coloro che piangono l’iniquità di questo mondo, o deplorano le colpe degli altri.

St. Stephen the First Martyr

St. Stephen the First Martyr  dans immagini sacre St_Stephen_Martyrdom
http://www.antiochian.org/saint_stephen

Publié dans:immagini sacre |on 6 juin, 2010 |Pas de commentaires »

I martiri nella prospettiva della carità cristiana

in ricordo di Padre Luigi Padovese, dal sito:

http://www.zenit.org/article-12492?l=italian

I martiri nella prospettiva della carità cristiana

CITTA’ DEL VATICANO, sabato, 10 novembre 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo della relazione pronunciata dal prof. Fabrizio Bisconti, Presidente della Pontificia Accademia dei Virtuosi al Panteon, in occasione della XII Sessione Pubblica delle Pontificie Accademie tenutasi l’8 novembre sul tema: “Testimoni del suo amore. L’amore di dio manifestato dai martiri e dalle opere della Chiesa”.

* * *

Nel cuore dell’Esortazione Apostolica post-sinodale “Sacramentum Caritatis”, proprio laddove il Sommo Pontefice Benedetto XVI entra nel merito del suggestivo nodo, che lega intimamente l’Eucaristia e la testimonianza, intesa come offerta della vita, si apre una pista suggestiva che, dall’esortazione paolina di Rm 12,1 “Offrite i vostri corpi”, ci accompagna speditamente verso le gesta e le storie dei martiri della prima ora e, segnatamente, verso gli episodi, che condussero alla prova estrema Policarpo di Smirne ed Ignazio di Antiochia.

La storia dei due campioni della fede si propone come testimonianza paradigmatica di chi –secondo l’Esortazione del Santo Padre – “entra nella piena comunione con la Pasqua di Gesù Cristo e così diviene egli stesso con Lui Eucaristia”. Il vescovo di Antiochia, scrivendo alla comunità cristiana di Roma, esorta i destinatari a non intercedere nei suoi confronti per evitargli la damnatio ad bestias e dunque a non provocare ostacolo alcuno al suo desiderio di unirsi a Cristo, di incitarlo proprio nella sua passione, istituendo una sorta di carta di fondazione della mistica del martirio. Un filo rosso unisce il vescovo di Antiochia all’anziano padre Policarpo, martire a Smirne, negli anni centrali del II secolo. Il redattore della lettera (alla comunità di Filomelio, una città della Frigia posta tra Licaonia e Antiochia di Pisidia) scende nei particolari e nella dinamica di un martirio, che è vera ed esemplare imitazione di Cristo, talché la sua storia sembra traguardare e drammatizzare l’evento estremo del Calvario: “Non lo inchiodarono, ma lo legarono – recita il passaggio più teso della lettera – con le mani dietro la schiena e, legato come un capro scelto da un gregge per il sacrificio, disse: Lasciatemi così. Chi mi dà la forza di sopportare il fuoco mi concederà anche, senza l’espediente dei chiodi, di rimanere fermo sulla pira”.

Qualche anno più tardi, tra il 163 e il 167, si consumò a Roma uno dei maxi processi più serrati della storia del Cristianesimo. Il filosofo Giustino, maestro laico cristiano, fu denunciato, assieme ad altri fratelli della comunità nascente di Roma, per l’invidia del filosofo cinico Crescente. Il resoconto, di autore ignoto, del processo di fronte a Rustico, prefetto di Roma, rappresenta uno dei primi Atti giudiziari, che rispetta perfettamente la dinamica delle fonti, da cui emerge una personalità potente, alla ricerca della verità, che accompagna il maestro verso la pace incontrata nella fede cristiana, ma anche, ed ancora una volta, la messa in opera dell’imitatio Christi, quando i processati, “rendendo gloria a Dio, vennero al solito luogo delle esecuzioni – secondo quanto riferiscono gli Atti nell’Epilogo – e portarono a compimento la loro testimonianza con la professione di fede nel Salvatore, al quale è gloria e potenza, insieme con il Padre e con lo Spirito Santo”.

Il martirio, come testimonianza, come sacrificio, come eucaristia, come segno simbolico, eppure concreto, dell’offerta del corpo, come consegna incondizionata della propria vita si diffonde rapidamente e capillarmente per tutto l’orbis christianus antiquus, fino all’orizzonte africano, dove precocemente con fervore i fratelli corrono sicuramente verso la prova del martirio, che li accomuna al destino e al sacrifico del Cristo, a cominciare dall’eccidio di Cartagine, che si consumò nell’anfiteatro il 7 marzo del 203 e che vide protagoniste Perpetua, Felicita e i compagni. La passio, che “fotografa” il tragico evento, si svolge secondo il genere letterario misto che intreccia la rievocazione storica alle visioni apocalittiche, ma mostra – come sempre – la forza e le idee riconducibili al concetto del sacrificio-testimonianza, come viene concepito, in quegli anni, dalla teologia del martirio tertullianeo. “Brillò finalmente il giorno della loro vittoria – ricorda enfaticamente la passio -, camminarono dalla prigione all’anfiteatro come se andassero al cielo. Lieti e composti nel volto; se, per caso trepidavano, era di gioia, non di paura. Perpetua incedeva con passo tranquillo, come una matrona di Cristo, una prediletta di Dio; la forza del suo sguardo costringeva tutti ad abbassare gli occhi”. Il vigore di questo commovente passaggio narrativo – tanto potente, che ha fatto pensare ad una stesura diretta di Tertulliano ormai montanista – riemerge nell’epilogo mesto, raccolto, ancorato solidamente alla passio Christi, quando si conclude, ricordando che “le loro salme furono raccolte di nascosto dai cristiani e conservate per la gloria di Cristo e la lode dei martiri”.

La terra d’Africa ha donato sicuramente le figure più potenti alla storia del martirio cristiano, anche quando allunghiamo lo sguardo verso le persecuzioni storiche, per giungere a quella efferata di Valeriano, in occasione della quale – come è noto – fu trucidato il vertice della Chiesa romana, con l’uccisione del pontefice Sisto II, i suoi diaconi e il più stretto entourage della gerarchia ecclesiastica dell’Urbe. Erano i primi giorni dell’agosto del 258. Di lì a qualche giorno e, segnatamente, il 14 settembre dello stesso anno, trovò la morte il vescovo di Cartagine Cipriano. La dinamica del suo martirio segue da vicino la passio Christi. “Egli stesso fu condotto al campo di Sesto – scrive il redattore degli Atti – dove si spogliò del suo mantello e, genuflesso in terra, si prostrò in preghiera davanti al Signore. Poi si tolse la dalmatica e la diede ai diaconi; rimase in sottoveste di lino ed aspettò il carnefice. Quando costui venne, diede ordine ai suoi di consegnargli 25 monete d’oro, mentre i fratelli stesero di fronte a lui lenzuola e fazzoletti. Poi Cipriano si coprì gli occhi con le proprie mani, ma siccome non potè legarsi da solo, lo legarono i diaconi. Così soffrì il beato Cipriano. Il suo corpo, sottratto alla curiosità dei pagani, fu deposto nelle vicinanze e poi, tolto di notte, fu portato alla luce dei ceri e delle torce al cimitero di Macrobio Candidiano. Fu un corteo con preghiere e grande trionfo”.

* * *

Questo epilogo così toccante e così aderente al concetto sfaccettato della carità paleocristiana, osservata dalla postazione privilegiata del martirio, inteso come sacrificio eccellente, come dono ed emulazione dell’eucarestia, ci suggerisce di riflettere, in seconda battuta, sul concetto, più largo, ma non meno interessante, della carità, considerata nell’interazione con l’idea, pure fondamentale, sin dal Cristianesimo della prima ora, della solidarietà. La concezione bipolare, che annoda la carità e la solidarietà, trova la sua manifestazione più concreta nella genesi dei primi cimiteri esclusivi e comunitari cristiani.

Allo scadere del II secolo, le comunità trovarono la forza e l’organizzazione per svincolarsi dalla consuetudine di seppellire i fedeli nella aree pagane, di cui, sino a questo momento, si erano servite. In questo frangente, muta completamente il concetto individuale delle sepolture e si solidifica quel “senso comunitario”, che guiderà l’ideologia cristiana dei primi secoli. Questo spirito nuovo spinge i fratres a creare delle vere e proprie “areae sepulturarum nostrarum”, come precisa autorevolmente Tertulliano, quando, in occasione di un contenzioso sorto tra i fratres christiani e la plebe pagana, quest’ultima gridava “areae non sint!”, nel senso che non si volevano concedere ai cristiani delle aree speciali, comuni e distinte dalle necropoli pagane.

Negli stessi anni, nell’estremo scorcio del II secolo e agli esordi del seguente, anche i cristiani di Roma creano degli spazi funerari propri, talora gestiti dalla più alta gerarchia della Chiesa, come nel caso della cosiddetta “area prima” del complesso di S. Callisto, il cimitero voluto da papa Zefirino (199-217) e affidato alle cure dell’allora diacono e futuro papa Callisto (217-222). Anche in Oriente, il concetto di cimitero, inteso come “dormitorio comune”, inizia a diffondersi, secondo quanto specifica Giovanni Crisostomo, che definisce i cimiteri come un luogo di riposo provvisorio in attesa della resurrezione finale, e come conferma, per Alessandria, lo stesso Origine, che ricorda l’esistenza di grandi necropoli comunitarie attestate nel suburbio della città.

In tutto il mondo cristiano antico si sviluppa, dunque, il desiderio di creare delle aree cimiteriali comuni, se non altro per offrire a tutti i fratelli, anche ai meno abbienti, una degna sepoltura, coniugando quel binomio carità-solidarietà, con cui abbiamo avviato questo ragionamento. Per assolvere a queste esigenze, si creano, secondo la testimonianza di Tertulliano, delle “casse comuni” utili ad espletare tutte le pratiche delle tumulazioni, anche per tutti coloro che non potevano permetterselo. Tra gli obblighi sociali della comunità, infatti, secondo la Tradizione Apostolica, si annovera quello di occuparsi delle sepolture dei poveri, che non dovranno affrontare nessuna spesa, né per la chiusura delle tombe, né per la cura delle stesse.

* * *

Ora che è stata disegnata la parabola relativa alla genesi e alla prima evoluzione dei cimiteri cristiani, guidata – come si è detto – dalle leggi inalienabili della carità e della solidarietà, occorre chiudere il cerchio e tentare di comprendere le dinamiche che si scatenano, a livello monumentale, all’interno dei complessi funerari, a cominciare dal momento apostolico, allorquando viene deposto, tra i defunti ordinari, un “corpo eccellente”, quello del martire. La nostra attenzione non può non tornare alle origini e, segnatamente, nel suburbio romano, per controllare i primi interventi che i fratelli organizzarono attorno alle tombe dei principi degli apostoli.

Si tratta di organismi semplici, degli pseudocibori, dei trofei a cui allude Eusebio di Cesarea, in un veloce passaggio dell’Historia Ecclesiastica quando rievoca la fortuita scoperta, in una biblioteca di Gerusalemme, di un prezioso documento che riporta, tra l’altro, un dialogo tra l’uomo di Chiesa Gaio ed un tal Proclo, che, a Roma, guidava la setta eretica dei montanisti. Per rispondere a Proclo, che vantava l’antichità e il prestigio del suo movimento, ricordando che, nella terra dei catafrigi e, segnatamente, a Ierapoli, era ancora possibile ammirare la tomba di Filippo –forse l’apostolo, forse il diacono – e delle sue quattro figlie, il presbitero romano Gaio porta l’attenzione dell’interlocutore sulle memorie apostoliche in questi termini essenziali, ma puntuali: “Ed io posso mostrare i trofei degli apostoli. Se, infatti, ti incamminerai per la via Regia, verso il Vaticano o sulla via di Ostia, troverai i trofei di coloro che fondarono questa Chiesa”.

Le parole di Eusebio trovarono una sorprendente corrispondenza con i risultati delle campagne di scavo effettuate, durante il secondo conflitto mondiale, nella necropoli vaticana. Come è noto, si rinvenne un’area aperta, definita “campo P”, con il celebre “muro rosso”, a cui si addossava un singolare organismo, costituito da due nicchie sovrapposte, distinte da una sorta di mensa sostenuta da due colonne. L’edicola, che fu creata simultaneamente al “muro rosso”, e, dunque, negli anni centrali del II secolo, come ha dimostrato lo scavo, segnalava la tomba terragna, dove, con tutta la probabilità, era stato sepolto Pietro. Senza entrare nelle tante questioni polemiche, che vertevano su una eventuale risepoltura del principe degli apostoli in un loculo ricavato nel muro G, dei due che furono creati per delimitare la “memoria petrina”, appare incontrovertibile l’attenzione, che si era posta per questa tomba occasionale, specialmente se guardiamo al palinsesto di graffiti ancora apprezzabile sulla parete esterna del muro G, che ci parlano di una prima forma di culto e di pellegrinaggio alla tomba santa.

Se consideriamo i graffiti dei pellegrini come “fossile guida” per l’archeologo e lo storico, che si pongono alla ricerca delle mete primitive, selezionate dai cristiani dei primi tempi, il pensiero corre ad un altro monumento romano della Roma paleocristiana, ovvero la memoria apostolorum, situata al III miglio della via Appia, in piena area catacombale, che, insieme ai sepolcri del Vaticano e dell’Ostiense, rappresenta il terzo polo della devozione per i principi degli apostoli, già attivo alla metà del III secolo.

Di questo monumento complesso e stratificato, ci interessa un singolare organismo, definito triclia dagli archeologi, che si propone come un cortile con scopi funerari e devozionali, come testimoniano gli innumerevoli graffiti, che rievocano i refrigeria, conservati in loro onore. Questi graffiti rivelano un pellegrinaggio largo e internazionale, che si muove dall’hinterland romano, per abbracciare tutto l’orbis, dall’Oriente all’Africa. Presso le tombe dei primi martiri, dunque, sin dal III secolo, si innesca una forma di culto estremamente semplice, all’insegna di una serie di gesti rapidi e simbolici, come i refrigeria, ossia i banchetti consumati presso queste memorie e ricordati dai graffiti dei commensali. Questi banchetti si rivelano come pasti funebri, che rievocano situazioni di convito diverse, ma sempre riconducibili al concetto basico di una ritualità, che riunisce un’assemblea, una piccola comunità, un gruppo di fratelli per ricordare il dies natalis di un martire, ma anche di un defunto ordinario. La memoria della sinassi eucaristica, della moltiplicazione dei pani, della nozze di Cana, del banchetto celeste e, dunque, della condizione paradisiaca contribuisce a dar luogo ad un significato complesso e ricco di spunti semantici.

È sintomatico poter constatare come questi pasti funebri, così simbolici e così improntati alla concezione della convivialità, della solidarietà, della memoria comunitaria nei confronti dei fratelli scomparsi e dei defunti eccellenti, dei martiri, che rappresentano i punti di riferimento ineliminabili della comunità cristiana in formazione, si colleghino naturalmente ai fratelli, in nome della commemorazione.

I banchetti funebri, assumeranno, nel tempo, dimensioni ed aspetti importanti, in quanto legati alla generosità di alcuni evergeti ricchi e, spesso, ambiziosi, che desiderano rappresentare, con i conviti e con l’elemosina, il loro potenziale economico. Paolino di Nola ricorda il numero incredibile di indigenti che aveva partecipato al sontuoso convito organizzato dal nobile Pammachio nel 397, nella basilica di S. Pietro in Vaticano, in suffragio dell’anima di sua moglie. S. Agostino interverrà affinché questi conviti e queste forme di carità non degenerassero “in abundantia epularum et ebrietate”, affinché non si perdesse di vista il fine unico ed ultimo di queste manifestazioni, nate per onorare i martiri. Allo stesso problema allude Girolamo nelle lettere ad Eustochio, quando, con penna pungente, rievoca un episodio estremo capitato a Roma.

Per sottolineare il fenomeno della “falsa carità” di alcune matrone straricche ammonisce: “Quando fanno elemosina suonano la tromba, quando invitano ad un agape assoldano un banditore. Ho visto da poco –non faccio nomi affinché tu non pensi ad una satira- una mobilissima donna romana, nella basilica di S. Pietro, preceduta da eunuchi, distribuire ad ogni passo una moneta con la propria mano, per essere stimata più pia. E allora –con la pratica si impara molto facilmente- una vecchia carica di anni e di stracci si fece avanti per ricevere un’altra moneta; quando si arrivò a lei, invece del denaro le venne dato un pugno”.

L’aneddoto, pur drammatizzato dall’enfasi del racconto, dà il senso di una prassi evoluta in termini estremi, ma che, all’origine, metteva in intimo contatto la convivialità, la solidarietà e la carità in nome del culto, della commemorazione, del ricordo affettuoso dei fratelli scomparsi e, specialmente, dei martiri.

* * *

L’amore per questi fratelli eccezionali, il desiderio di contattarne i sepolcri, per acquisire la forza di emulare la loro testimonianza, in nome e nella prospettiva di quella carità, di quell’offerta incondizionata ed estrema della loro persona, di quel sacrificio, così simile a quello paradigmatico del Cristo. Questo insieme di tensioni guida la mentalità di chi desidera sistemare e organizzare il culto martiriale. Se guardiamo al panorama romano, ben presto e all’indomani dell’editto di tolleranza, si assiste all’azione di un piccolo entourage di personaggi scelti, di veri e propri evergeti, che vogliono rendere i loca sanctorum –per usare una felice espressione di Peter Brown- come siti “eleganti e privati”.

In questi primi momenti, il culto comportava riti e gesti sobri, essenziali . Tutto si consumava nel sano gesto dell’ex contactu, nella sistemazione di lumi e lucerne sulle mense predisposte nei pressi del sepolcro, secondo una venerazione rapida e urgente, forse perché questa forma di pellegrinaggio embrionale soffriva per l’aspetto multiplo della devozione, che disegnava nel suburbio romano una densa mappa agiografica, che induceva il pellegrino a consumare la sua tensione verso il culto martiriale piuttosto in quella “terapia della distanza”, che nella sosta dinanzi alle singole tombe.

Intanto, a cominciare dal tempo dei Costantinidi, la definizione topografica e architettonica dei loca sancta, si puntualizza con una serie di interventi suggeriti dall’amplificazione del fenomeno del pellegrinaggio, nel senso che, attorno alle tombe degli “uomini santi”, vengono costruiti recinti di rispetto e vengono innalzati santuari, talora anche all’interno degli spazi angusti della catacombe, dove si creano delle piccole basiliche ipogee, che permettono, spesso, di poter identificare quei sepolcri particolari per le celebrazioni. Succede, insomma, che il culto dei martiri e la sinassi eucaristica si consumino nello stesso spazio e trovino il sito significativo in un unico luogo.

Ma succede anche che – al tempo di Costantino – oltre a santuari di enorme impatto, dove il sepolcro rappresenta il fuoco liturgico dell’edificio di culto, a cominciare dall’Anastasis di Gerusalemme e continuando con i santuari romani dedicati ai principi degli apostoli; succede anche – si diceva – che sorgano delle singolari basiliche funerarie, leggermente defilate rispetto alla tomba del martire, ma sempre caratterizzate da una funzione memoriale, nel senso che questi edifici, detti circiformi, ricordando le figure dei martiri, sepolti nei pressi della basilica, assolvono ad un ruolo funerario.

Questa intima congiunzione tra la tomba santa e i sepolcri ordinari innesca un meccanismo, forse ingenuo, ma eloquente per comprendere gli usi e le credenze funerarie paleocristiane. I cristiani vogliono essere sepolti vicino al martire e, per questo, nascono in catacomba e nelle altre aree sepolcrali i cosiddetti retrosanctos, ovvero una densissima concentrazione di sepolture ad sanctos, con l’intenzione di creare un intimo legame tra i defunti ordinari e i campioni della fede, secondo una prassi, che si attiverà –come vedremo- anche a livello iconografico.

La monumentalizzazione dei sepolcri si puntualizzerà durante il pontificato di papa Damaso (366-384), quando si innesca una ricerca sistematica delle tombe di coloro che erano stati sistemati con urgenza e senza particolari arredi nei cimiteri comunitari. Il pontefice, assieme al calligrafo Furio Dionisio Filocalo, dopo aver individuato i “sepolcri eccellenti”, spesso con difficoltà, in quanto, in molti casi, se ne era dimenticata la memoria, come nel caso emblematico del martire Eutichio, sepolto nel complesso di S. Sebastiano, e di cui, con tutta probabilità, è stato individuato – in tempi recenti – l’area catacombale di pertinenza, da attenti ed accurati scavi archeologici; il pontefice – si diceva – si preoccupa di monumentalizzare sobriamente le tombe. Tali interventi comportano, innanzi tutto, la preparazione e la sistemazione di carmina epigrafici, che rievocano, in maniera succinta, le gesta dei martiri.

* * *

Sino a questo momento, dunque, non nasce un immaginario iconografico vero e proprio, ma le fonti ci parlano di qualche eccezione. In questo senso, dobbiamo leggere alcuni brani degli inni di Prudenzio, che fanno rifermento rispettivamente al santuario di Ippolito sulla via Tiburtina e a quello di Cassiano ad Imola. Anche se i versi di Prudenzio possono rivelarsi carichi della drammatizzazione poetica, non possiamo e non dobbiamo escludere l’esistenza di piccoli cicli agiografici od anche di megalografie santorali perdute.

Al di là di questi documenti e di queste testimonianze indirette, restano anche delle tracce archeologiche e delle manifestazioni iconografiche rare, ma significative, relativamente all’esordio di un’arte martiriale. Mi riferisco innanzi tutto, ai resti della monumentalizzazione della tomba dei SS. Nereo ed Achilleo, nella basilica di Domitilla sulla via Ardeatina. Una colonna, pertinente ad uno pseudo-ciborio, che doveva coprire la tomba dei martiri, reca un rilievo, che rappresenta il momento finale dell’esecuzione di Achilleo, che procede, discinto, trascinato da un militare verso il patibolo.

È interessante osservare come, alle spalle di questa scena drammatica – così rara in un repertorio rispettoso della legge dell’ottimismo, che attraversa tutta l’arte paleocristiana -; è interessante, dicevamo, intravedere un labarum, con il cristogramma costantiniano. Questo simbolo, che allude all’anastasis e alla resurrezione finale, serve ad attutire la componente violenta della situazione figurativa ed è altrettanto interessante poter constatare come questo signum salutis appaia anche al centro dei cd. sarcofagi di passione, che, nella seconda metà del IV secolo, alternano le scene dell’arresto e del giudizio del Cristo, la cattività di Pietro, la decollatio Pauli.

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Per il resto, l’iconografia martiriale, nota in età damasiana, sviluppata nel corso del IV secolo e diffusa dalla civiltà bizantina, comporta la genesi di una cultura figurativa proiettata verso l’atmosfera del trionfo finale. Per questo, i martiri più amati dai primi cristiani – da Agnese a Lorenzo, da Pietro a Paolo, da Pietro a Marcellino, da Ippolito a Sisto – compaiono nei cd. vetri dorati appartenuti ai cristiani ordinari e posti nella chiusura delle loro tombe, in segno di patronato e di protettorato.

Per questo, la martire Petronilla, accompagna in paradiso, con affetto e confidenza, la defunta Veneranda, in un affresco della seconda metà del IV secolo, nelle catacombe di Domitilla. Per questo i martiri delle catacombe sono rappresentati come icone, come poster, come manifesti della devozione lungo gli itinera ad sanctos, percorsi dai pellegrini dell’alto medio evo.

Tra i martiri e i defunti si stabilisce quella religio amicitiae, quel legame intimo inter pares, che qualifica i santi come patroni, intercessori, protettori e campioni della carità: essere vicino a loro, essere rappresentati in loro compagnia, significa rompere quel limite tra terra e cielo, che ispirerà, di lì a poco i grandi scenari musivi degli edifici di culto, come accade, alle soglie dell’età bizantina, nell’abside della basilica dei SS. Cosma e Damiano, laddove i santi medici sono accompagnati al cospetto del Cristo della parusia dai principi degli apostoli, che posano con confidenza e come per fare coraggio, la mano sulle spalle dei due “cristiani eccellenti”, aprendo un nuovo modo di pensare la santità e la carità e dando avvio ad un nuovo capitolo della storia dell’arte cristiana.

Fabrizio Bisconti

Publié dans:santi martiri |on 6 juin, 2010 |Pas de commentaires »
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