Omelia (20-06-2010) : Per trovare bisogna perdere

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Omelia (20-06-2010) 
don Marco Pedron

Per trovare bisogna perdere

Questo brano segue quello di domenica scorsa della moltiplicazione dei pani. Siamo nel vangelo di Lc e gli apostoli sono alla scuola di Gesù. Un po’ lo seguono, lo ascoltano e imparano; un po’ fanno anche loro le prime esperienze tra la gente (9,1-6). Gesù è il maestro, ma lo scopo di Gesù è di fare degli apostoli degli altri maestri. Lo scopo di Gesù non è di fare seguaci, proseliti, fedeli dipendenti dalle sue labbra: Gesù vuole che le persone siano adulte, autonome, loro stesse dei maestri.
Gli apostoli hanno ricevuto un apprendistato di circa tre anni. C’è un periodo nella vita dove si impara, dove bisogna crescere e divenire, ma non può essere eterno. Lo scopo di questo periodo è che una persona diventi radicata in sé, in ciò che crede, in ciò che vive, in modo da rispondere personalmente delle proprie scelte e della propria vita, in modo da incanalare e da decidere autonomamente come vivere, in modo da non delegare a nessuno le responsabilità sul proprio cammino.
L’amore vero rende liberi. L’amore di un genitore per il proprio figlio è renderlo adulto, è renderlo a sua volta un genitore alla pari; se lo tiene dipendente da sé, se lo ricatta facendogli sentire la sua superiorità o rendendolo un proprio satellite, lo rovina. L’amore rende adulti. La fede ci deve rendere adulti. L’amore di un prete o di un cristiano è rendere adulto chi segue Gesù.
Se ti rendo dipendente da me, dalle decisioni dall’alto, ossequioso, avrò creato uno obbediente, uno che non crea problemi, uno che esegue, ma non avrò formato una coscienza libera e autonoma. Sarà uno che in continuo chiederà: « Cosa devo fare? Cosa è giusto, cristiano? Cosa bisogna fare?’ ». « Ma sei o non sei grande? Prenditi le tue responsabilità! ». « Perché deleghi a me una scelta che è tua? Come faccio a sapere io cosa tu vivi? ». « Hai una coscienza, hai un cuore, credi in qualcosa? Beh, vivi secondo ciò che credi ».
E’ importante che ci sia una direzione, una strada, dei riferimenti ai quali le persone possono rifarsi. Ma è ancor più importante insegnare alle persone che hanno una coscienza, che sono libere e responsabili, che devono diventare non delle fotocopie ma degli originali. La chiesa fallirà sempre se non avrà il coraggio di far crescere cristiani adulti, « grandi », autonomi. Solo così sapranno rifarsi al proprio credo, al proprio profondo anche nel mondo del lavoro, del sociale o della politica.
Il più grande peccato, e forse l’unico, sarà quando Dio ci metterà davanti la nostra vita, il motivo per cui eravamo a questo mondo e ci dirà: « Magari non hai fatto niente di male, ma non hai vissuto. Tu non sei stato te stesso. Hai seguito sempre gli altri, hai fatto quello che facevano tutti; non c’è niente di personale, di tuo nella tua vita. Una vita sprecata ». E scopriremo tutta la nostra paura di vivere e diventare uomini adulti.
Ad un certo punto Gesù inizia a chiedere: « Cosa si dice in giro di me? ». E gli apostoli riportano alcune opinioni: « Giovanni Battista, Elia, un profeta », cose molto belle!; altrove invece si dice di Gesù: « Un mangione, un beone, un amico dei pubblicani e dei peccatori (un uomo, cioè, di malaffare, pericoloso), un eretico, ecc ».
E’ importante sapere cosa dice il catechismo di Lui; è importante sapere cosa si crede in giro; è importante farci dire dagli altri le loro esperienze su di Lui. Ma ciò che è decisivo non è tutto questo. Ciò che è decisivo è: « E per te, chi sono io? ». « Qual è la mia presenza nella tua vita? Come/quanto pulso in te? Come/quanto vivo in te e tu di me? Come/quanto ti ho cambiato la vita, modo di pensare, di sentire, di amare, di dare priorità alle scelte ». Tutte le risposte preconfezionate, le « belle rispostine », le frasi fatte, qui non c’entrano più.
Ci si può ingannare facilmente riportando cosa si sa, cosa si ha studiato, cosa si dice in giro. Magari si fa una bella figura, magari si è anche ammirati. Ma la domanda decisiva è: « Chi sono per te? E dammi una risposta che venga da te! ». Non si può sempre rifarsi a qualcun altro nella vita, ripararsi dietro agli altri chiamando in causa ciò che loro vivono. « Tu cosa vivi di Dio? Tu cos’hai nella tua anima? Tu sei disposto a lasciarti coinvolgere? ». « Non scappare, rispondi: tu… ».
Dio ci ama anche se gli diciamo di « no ». Dio ci accoglie anche se noi gli diciamo: « Non mi interessi; non voglio avere a che fare con te ». L’importante è essere chiari e veri con sé e non mentirsi. Non dire: « Io credo in Dio » e poi vivere falsificando tutto questo, relegando Dio nel ripostiglio o nella soffitta della nostra vita, esibendo una facciata di fede che nasconde invece un vuoto di fede.
L’esperienza cristiana è un incontro tra me e Lui. Leggiamo pure i santi e proponiamoli, andiamo pure a fare esperienze spirituali e religiose in giro, pellegrinaggi e messe da carismatici, ma non idolatriamoli. Perché ciò che conta è che tutto questo mi dia la forza di incontrare Lui, di sceglierlo, di lasciargli spazio, di trasformarmi, di diventare io stesso protagonista, partner di Dio.
Pietro qui risponde: « Tu sei il Cristo di Dio ». Questa frase condensa tutto ciò che era il Cristo per gli apostoli.
Dio è Colui che ti accoglierà in maniera incondizionata, che ti amerà al di là di ogni sbaglio, di ogni errore, dal quale potrai sempre andare con tutti i tuoi sbagli, errori, pianti, fallimenti e non dovrai rimediare; non dovrai rimeritarti l’amore; non dovrai fare qualcosa per dimostrargli che sei degno del suo amore; non dovrai sentirti in colpa. Dovrai semplicemente stendere le tue braccia e farti abbracciare da Lui.
Questa è l’esperienza centrale della fede. E’ l’esperienza che si può vivere, osare, esporsi perché Lui c’è e ci sarà in ogni caso, sempre.
Perché sarà inevitabile il momento della difficoltà e della prova. Ci saranno dei giorni in cui non ci piacerà essere amici e discepoli di Gesù; ci saranno dei giorni in cui malediremo il giorno in cui l’abbiamo incontrato; ci saranno dei giorni in cui sarà rischioso seguire il Signore, in cui ci verrà chiesto di osare, di buttarci, di smetterla con tutti i nostri calcoli logici soppesando ogni cosa; ci saranno dei giorni in cui saremo chiamati ad esporci e a metterci in prima linea; ci saranno dei giorni in cui pagheremo il coraggio di seguirlo e di credere alla forza dei nostri sogni e del nostro cuore; ci saranno dei giorni in cui proprio i genitori dell’amore o della fede, gli « scribi, i sacerdoti », cioè proprio quelli che dovrebbero capirci, aiutarci, che dovrebbero sostenerci, si rivolteranno contro di noi.
E che faremo in quel giorno? Solamente chi è radicato in profondità; solamente chi ha fatto un incontro trasformante e decisivo; solamente chi lo sente vivo per davvero nella propria vita terrà e avrà il coraggio di non tradire la propria strada, la propria coscienza, il proprio cuore. Solamente chi avrà fatto un incontro sconvolgente con Lui e quindi coinvolgente sarà fedele a se stesso, alla propria anima e a Lui.
C’è un proverbio russo che dice: « Con la menzogna puoi girare tutto il mondo, ma non arrivi mai a casa ». Chi si piega alla paura del giudizio degli altri, chi ha bisogno di essere approvato e non può accettare di « essere riprovato », giudicato e considerato male, tenterà di mostrare al mondo una facciata diversa da quella che ha nell’intimo e così facendo si allontanerà sempre più da se stesso. Non c’è altra scelta: bisogna vivere ciò che Dio ha riposto nel nostro cuore; bisogna prendere le parti di ciò che è vivo; bisogna trovare il coraggio della verità e dell’amore libero scoprendo la forza del nostro cuore; bisogna soprattutto rinnegare tutte le maschere che ci costruiamo per paura.
Le persone vogliono « serenità e salute ». E’ un modo per dire che vorrebbero essere felici. Ma non c’è nessun supermercato per la felicità (ce ne sono tanti per altre cose, ma non per questo); non c’è nessuna ricetta per essere felici e per stare bene; nessun libro, nessun guru, nessuna rispostina risolutiva. Bisogna avere il coraggio di vivere la propria vita in prima persona e questo è tutto. Perché la felicità della vita non può che derivare dal vivere la vita stessa con intensità.
Le persone si dicono: « Io mi amo ». Amarsi (e amare) può essere indicibilmente duro e difficile. E’ difficile rinnegarsi, dirsi di « no ». Perché amarsi è rinnegare se stessi, cioè tutte quelle false maschere che ci impediscono di vedere chi siamo e di prendere la nostra croce, la nostra strada, la nostra vita. E’ difficile dire « no » alla maschera del sorriso a tutti i costi, dell’essere sempre generosi e buoni, tutti per gli altri, dei bravi bambini. E’ difficile dirsi « no » e deporre certi atteggiamenti: « L’uomo non piange mai; mai chiedere aiuto a nessuno; io ce la faccio da solo; non ascoltare mai i propri sentimenti; non essere mai arrabbiati ». E’ difficile dirsi « no » e non cedere quando gli altri ci fanno del male, non posso sempre far finta di niente e passare sopra, anche se ci verrebbe da appianare sempre tutto. E’ difficile dire « no » e smettere di chiamare amore ciò che non è amore, ciò che è solo sfruttamento, servilismo, dipendenza, morbosità. E’ difficile dire di « no » alla superficialità e mettersi davanti le reali questioni della propria vita senza scavalcarle sempre. E’ difficile dirsi « no » e smettere di mentirsi sul proprio rapporto di coppia, al fatto che si finge di essere felici e che le cose vadano bene. E’ difficile dire « no » a certe abitudini. Questo comportamento (bestemmiare, fumare, bere, dormire poco, averla sempre vinta, lavorare sempre, ecc) mi fa male, mi distrugge, mi aliena, mi allontana dalle persone, mi rende in-sensibile.
E’ difficile dire « no » ai nostri pensieri. « Per me tutto è così difficile, nessuno si occupa di me, non ce la faccio più; nessuno mi vuole bene, ce l’hanno tutti con me; a me tutto va storto, cos’avrò fatto di male io per meritarmi tutto questo, perché tutte a me; sbaglio sempre tutto; non ce la farò mai ». Allora io mi affeziono alla mia tristezza, mi aggrappo all’illusione che gli altri siano responsabili della mia vita, che la debbano rendere felice; mi sta bene vedermi sfortunato e vittima, così mantengo le cose così e mi evito la fatica di crescere e di diventare adulto.
Oppure: « E’ colpa sua; che schifo questo mondo; non ci si può fidare di nessuno; tutti ti odiano; chi fa da sé fa per tre; non ti fidare di nessuno ».
Oppure insulto l’altro dentro di me, sparlo di lui, lo giudico, cerco tutti i suoi punti deboli, lo penso e lo rivango dentro di me fino all’esaurimento; gli faccio fare brutta figura, lo copro di ridicolo, gli auguro il male, lo ferisco, rido o sorrido (senza che nessuno mi veda) quando gli capita qualcosa di male; cerco tutti i motivi per non riconciliarmi, per non dargli la parola, per stargli lontano. Allora io mi affeziono alla mia rabbia, alla mia inferiorità, all’invidia e alla gelosia che provo e continuo a scaricarla addosso agli altri.
Devo dirmi: « No, smettila di buttare sugli altri ciò che è tuo, smetti di fare come il bambino che accusa sempre gli altri ». Allora mi devo dire: « No, basta. Guardati dentro e smetti di guardare gli altri ». E fa male!
Oppure: « Sono più bravo? Sono più bello? Io sono di più! Per fortuna che non sono come quello lì. Nessuno è bravo come me. Se non ci fossi io in casa! ».
O viceversa: « Ecco sono sempre l’ultimo, incapace, buono a nulla; lo sapevo che finiva così!; o tutto o niente; sono un perdente; non farò mai niente di buono nella vita; non concludo nulla ». Allora mi devo dire: « No, smettila di buttarti giù solo perché non sei il primo. Inizia ad accoglierti ed amarti non perché sei più o meno degli altri ma perché sei tu ». E’ difficile dirsi « no » ma nessuno ha mai detto che amarsi sia facile. Ogni « no » è sempre un « sì ». Ogni « no » a ciò che ci fa male è sempre un « sì » a ciò che ci fa bene. Mia madre mi ha amato molto dicendomi « sì », ma molto di più dicendomi « no ». E così devo fare io con me. Se mi voglio bene devo dire « no » a tutto ciò che mi fa male, a tutto ciò che mi allontana da me e da Lui.
Gesù è stato Gesù e io sono io. Non devo essere invidioso di chi era lui, né copiarlo. Lui ha avuto la sua vita ed io ho la mia. Da lui devo imparare il coraggio di vivere la mia vita (croce), quell’unica vita che Dio ha destinato per me. Gesù ha compiuto il suo viaggio che l’ha portato a conoscere il suo cuore, se stesso, la sua missione e il Dio che era in Lui. Io devo compiere il mio viaggio che mi porta a conoscere il mio cuore, me stesso con tutto ciò che vuol dire, la mia missione e il Dio che abita in me.
Prendere la propria croce non è farsi del male, imporsi sofferenze o punizioni, ma accogliere la propria vita in tutte le sue dimensioni, in tutta la sua radicalità, in tutta la sua compresenza di luce ed ombra, in tutti i suoi richiami e in tutte le sue contraddizioni.
Prendere la propria croce è accettare la dura croce della realtà della propria vita. E chi non è disposto a fare questo, chi tenta di salvarsi, si perde.
Chi vuol salvare, cioè non mettere in gioco la propria vita, mantenere tutti gli equilibri esistenti, conservare tutto, la perderà: è ovvio, è inevitabile.
Quante persone per mantenere una facciata o delle situazioni morte, finite, o solo per paura di cambiare e di mettersi in gioco, hanno perso la loro vitalità, la loro creatività, la loro voglia di vivere, di ridere, di spendersi, di lottare, di amare; non c’è più forza in loro, non c’è più vibrazione nei loro sentimenti e non c’è più passione nelle loro giornate. Pur in vita qualcosa si è spento.
E così! Chi vuol salvarsi dall’evolvere muore; chi vuol mantenere la fissità della situazione presente vi perirà dentro.
Quante cose dobbiamo perdere per salvarci!
Nella prima parte della vita si crede che salvarsi sia ottenere. Allora si rincorre la posizione sociale; si accumulano soldi, denaro, posizioni, onorabilità; si cerca di avere cose, case e quant’altro. Si cerca di salire nella scala sociale dell’apprezzamento altrui. Ottenere, avere, raggiungere, arrivare, sembrano la nostra salvezza.
Ma nella seconda parte si impara (si potrebbe!) che tutto questo non ci fa felici e che la salvezza è proprio il contrario: non ottenere ma perdere. Bisogna perdere tutte le maschere e le facciate che ci siamo costruiti; bisogna perdere tante illusioni (« Ce la faremo; avremo delle relazioni meravigliose; si vive per sempre; siamo perfetti; certe cose non capiteranno a noi… »); bisogna perdere tanti rivestimenti e vestiti per ritornare alla nudità essenziale e all’essenziale nudità della vita; bisogna svestirsi di tutto e ritrovarsi.
La vita più che un processo di acquisizione, di apprendimento (necessario) è un grande processo di spogliazione e di perdita. La vita vive della paradossale verità che per trovare bisogna perdere.

E’ assurdo dice la ragione.
E’ una disgrazia dice l’astuzia.
Non è che dolore dice la paura.
E’ senza speranza dice il senno.
E’ ridicolo dice l’orgoglio.
E’ sconsiderato dice la prudenza.
E’ impossibile dice l’esperienza.
E’ come è dice l’amore. 

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