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Sacro Cuore di Gesù – 11 giugno (s)

Sacro Cuore di Gesù - 11 giugno (s) dans immagini sacre

http://www.santiebeati.it/

Publié dans:immagini sacre |on 10 juin, 2010 |Pas de commentaires »

L’istituzione della festa liturgica del Sacro Cuore di Gesù – I -

si tratta di tre parti di uno studio, io propongo la prima, le altre due le potete leggere sul sito, il rimando è in fondo alla pagina, dal sito:

http://www.gesuiti.it/moscati/Ital2/SCuore_APaolino.html

L’istituzione della festa liturgica del Sacro Cuore di Gesù – I -
 
 Amedeo Paolino s.j.

Pio XII e l’enciclica « Haurietis Aquas »

Il 15 maggio del 1956 il Papa Pio XII pubblicò l’enciclica « Haurietis Aquas » (1): « Attingerete acqua con gioia alle sorgenti del Salvatore » (2). In questa enciclica Pio XII ricorda l’istituzione della festa del Sacro Cuore – estesa a tutta la Chiesa – da parte di Pio IX il 23 agosto 1856. Nel 2006 ricorrono quindi i 150 anni dalla istituzione e i 50 anni della pubblicazione dell’Enciclica Haurietis Aquas.

L’estensione della Messa del Sacro Cuore a tutta la Chiesa, decretata da Pio IX, venne al termine di un lungo percorso, un travagliato cammino protrattosi per più di due secoli, e segnato – specialmente nel XVII e XVIII secolo – da roventi controversie. Fu anche però un periodo di crescita in profondità e diffusione della devozione al Sacro Cuore.

La storia di questa devozione è distinta da quella della introduzione della festività nella liturgia universale della Chiesa. Due distinte realtà intimamente connesse ed interdipendenti. Tale interdipendenza si verificò in due modi. La crescente devozione del popolo in onore del Sacro Cuore, l’approfondimento teologico, biblico e la benefica utilità pastorale della devozione, esercitarono pressione per la istituzione liturgica della festività. Questa, una volta avvenuta, suscitò nuovi studi, che resero più chiara l’essenza della devozione stessa e il simbolismo del cuore. Inoltre la pratica pastorale crebbe – si può dire – a dismisura.

La storia della devozione al Sacro Cuore o al Costato trafitto di Gesù è più antica, ampia ed attraente della corrispondente istituzione liturgica con Messa e Ufficio propri. Dopo il Vaticano II non si accetta in modo netto la visione dualistica tra « devozioni » del popolo e « liturgia istituzionale ». Nei secoli scorsi vi era invece un marcato dualismo cultuale tra « devozioni » del popolo cristiano e quello « liturgico ufficiale-giuridico » approvato dall’autorità ecclesiale.

Il progresso della ecclesiologia fa ritenere come Chiesa il popolo di Dio, senza intaccare l’autorità gerarchica dei pastori. Si diminuisce la distinzione che vigeva prima del Concilio. L’introduzione di una Messa e Ufficio nella liturgia universale è sempre preceduta da un processo piuttosto lungo. Sorvolando esperienze di anime elevate, iniziamo la storia di questo processo con l’apparire di segni e fatti pubblici riguardanti la devozione al Sacro Cuore.

Il primo « segno » pubblico-devozionale al Sacro Cuore non si ebbe in Europa. Si verificò in Brasile all’inizio dell’evangelizzazione dell’immenso paese. Fu S.José de Anchieta (3), apostolo del Brasile, gesuita, che dedicò al Sacro Cuore una modesta chiesa a Guarapary, nel 1552. La costruzione si trova nella diocesi « Do Espiritu Santo », sulla costa bagnata dall’Atlantico, a nord di Rio de Janeiro.

Francamente ci saremmo aspettato un segno pubblico in Europa. Invece no! Il primo segno pubblico della devozione al Sacro Cuore apparve quindi in un paese allora considerato « mezzo selvatico ».

La sorpresa cresce conoscendo l’esperienza mistica di S. Pietro Canisio (4), contemporaneo dell’Anchieta. Il Canisio ebbe l’esperienza mistica del Sacro Cuore 40 anni prima della costruzione della chiesetta in Brasile. Egli narra nelle note spirituali che nel giorno della professione solenne a Roma, andò a pregare in Vaticano sulla tomba degli apostoli. Nella preghiera, tra altre esperienze, ebbe questa:

« Tu, o Salvatore, alla fine, come mi si aprisse il Cuore del Tuo sacratissimo Corpo, che mi sembrava di vedere davanti a me, mi hai comandato di bere a quella sorgente invitandomi, per così dire, ad attingere acque della mia salvezza dalle Tue fonti, o mio Salvatore » (5).

La devozione al Sacro Cuore nel XVII secolo

Agli inizi del ’600 la devozione al Sacro Cuore si diffuse specialmente per opera dei Padri gesuiti. Ne ricordiamo alcuni fra i più noti. In Spagna Luis De La Puente (6) trattò di questa devozione nelle sue numerose pubblicazioni. In Ungheria Matyas Hajnal (7) scrisse in lingua ungherese un libro di preghiere, nel quale espone « La devozione per cuori che amano il Cuore di Gesù ». In Polonia Kasper Druzbicki (8) compose il trattato « Meta cordium Cor Jesu ». In Francia Vincent Huby (9) propagò questa devozione nelle missioni parrocchiali in Bretagna e nei corsi di Esercizi a gruppi di decine di persone.


Il Sacro Cuore e S.Margherita Maria Alacoque
[Chiesa del Gesù Nuovo, Napoli]
L’attività dei gesuiti e di altri propagò la devozione al Sacro Cuore in un ambito pubblico, ma non molto esteso. Un buon passo avanti si verificò mediante S.Giovanni Eudes (1601-1680). Grande fu la sua opera nella diffusione della devozione ai SS. Cuori di Gesù e Maria. A lui si deve la prima composizione della Messa e dell’ufficio in onore del Sacro Cuore. Leone XIII – che ben conosceva la storia di questa devozione – lo ritenne come « l’autore del culto liturgico dei SS. Cuori ».

Cinque anni dopo l’approvazione della Messa avvennero le rivelazioni a S.Margherita Maria Alacoque (1647-1690), a Paray-le Monial, dal 1673 al 1675. Il gesuita S.Claudio de la Colombière, confessore della veggente, ritenne autentiche le rivelazioni. Ma poco dopo, nel 1676, fu inviato in Inghilterra, incarcerato a causa di false accuse e si ammalò gravemente.

Rimandato in Francia nel 1679, l’infermità gli impedì di diffondere la devozione al Sacro Cuore. Ma Colombière la inculcò a vari studenti gesuiti, dei quali era direttore spirituale. Morì nel 1681. Tra quei studenti vi era Giuseppe Gallifet s.j. (1663-1749), che assimilò fortemente il messaggio delle rivelazioni. Divenuto sacerdote dedicò una straordinaria attenzione nell’illustrare e diffondere le rivelazioni e la devozione al Sacro Cuore.

In tempi piuttosto brevi le rivelazioni a S.Margherita Maria concorsero grandemente all’eccezionale movimento della devozione. P.Gallifet sostenne S.Margherita Maria e compose la Messa in onore del Sacro Cuore: « Venite, exultemus » e l’Ufficio corrispondente. Il Vescovo di Coutances, Mons. Francesco de Lomènie de Brienne, nel 1688 approvò il formulario della Messa e permise di celebrare la festa liturgica del Sacro Cuore il venerdì dopo l’ottava del Corpus Domini.

La prima richiesta a Roma: 1696.

Dopo la morte di S. Margherita Maria Alacoque (1690), le Visitandine di Francia, incoraggiate dalla diffusione della devozione, presentarono varie richieste alla Santa Sede: l’approvazione della festa liturgica del Sacro Cuore; la sua celebrazione il venerdì dopo la festa del Corpus Domini; la facoltà per tutti i sacerdoti che in quel giorno avessero celebrato nei monasteri della Visitazione di dire la Messa « Venite », composta dal P.Gallifet.

I Padri gesuiti appoggiarono la mozione. Si ebbe pure il patrocinio della regina Maria, moglie di Giacomo II Stuart, re d’Inghilterra. Fu nominato « ponente » della causa il Card. Tousaint. Nella discussione della causa il promotore della Fede, Mons. Bottini, si oppose risolutamente all’approvazione. Le ragioni addotte erano soprattutto due: la Chiesa nel culto pubblico non si basa su rivelazioni private; la questione fisiologica del cuore umano in rapporto alle commozioni passionali (amore, dolore, ecc.) non era chiarita. Il 30 maggio 1697 fu reso noto l’esito negativo della causa. Anche i formulari della Messa « Venite » furono respinti.

Secolo XVIII – Si ottiene l’approvazione pontificia

Nonostante la risposta negativa del 1697, la devozione continuava a diffondersi. Il P.Gallifet elencava 317 associazioni in onore del Sacro Cuore sorte nel decennio 1693-1703.

Le Visitandine per la seconda volta presentarono la domanda di approvazione della festività. Il Papa Benedetto XIII era noto per la sua pietà. Alle Visitandine si unì l’episcopato francese, il re Augusto di Polonia e Filippo V di Spagna.

Il P. Gallifet, postulatore, presentò un’opera sul culto al Sacro Cuore e la sua diffusione, che venne pubblicata a Roma l’anno precedente (10). Nella « causa » il Promotore della Fede era Prospero Lambertini (poi Benedetto XIV). La decisione finale fu: « Non proposita », che nello stile della Curia romana significava che la festività non si approvava. Due anni dopo (1729) fu riproposta l’approvazione e si ebbe un terzo amaro e secco: « Negative ».

Per la quarta volta si presentò domanda per l’approvazione alla Sacra Congregazione dei Riti, nel 1763. L’iniziativa partì dall’Episcopato polacco. Appoggiavano la domanda alcuni Principi di Polonia e di Francia. Il sostegno più imponente venne da 148 vescovi di Europa che sottoscrissero la petizione. Tra questi ci fu S.Alfonso Maria de’ Liguori.

La « causa » fu discussa a lungo. Il 2 gennaio 1765 la Sacra Congregazione dei Riti approvava la festa del Sacro Cuore « pro regno Poloniae, pro catholicis Hispaniarum regnis, necnon pro archiconfraternitate sub titulo eiusdem santissimi Cordis in Urbe » (« per il Regno di Polonia, per i cattolici dei regni della Spagna, nonché per l’arciconfraternita che a Roma porta il titolo del Santissimo Cuore »).

La decisione fu confermata dal papa Clemente XIII il 6 febbraio 1765, cioè il mese dopo. Il papa tolse però tolse la dizione « pro catholicis Hispaniarum regnis ». La festa liturgica era limitata dunque alla Polonia e alla Arciconfraternita del Sacro Cuore in Roma. Per la festività liturgica si stabilì il venerdì dopo il Corpus Domini. Da questo momento comunque si può dire che inizia nella Chiesa il culto pubblico canonico al Sacro Cuore.

Nel decreto di approvazione è ricordata la grande diffusione del culto al Sacro Cuore, « per omnes catholici orbis partes » (« per ogni parte del mondo cattolico »). Il « sensus » del popolo cristiano fu determinante e venne revocato il decreto negativo del 30 luglio 1729.

Poco dopo – l’11 maggio 1765 – fu approvato il testo di un nuova messa, detta « Miserebitur ». La notizia dell’approvazione della festa si diffuse rapidamente. Molte diocesi e famiglie religiose si affrettarono a domandare l’indulto per celebrarla, adottando i nuovi testi.

Tutti l’ottennero. Tra i richiedenti ci furono la Compagnia di Gesù, le Visitandine, le diocesi di Pozzuoli e di Gallipoli, diverse Comunità religiose di Capua e Napoli. I testi della nuova messa sviluppano il tema dell’amore misericordioso del Cuore di Gesù, l’onda salutare che scaturisce dal Cuore squarciato, l’immolazione di Gesù sulla Croce nella natura umana.


Gesù nel Vangelo, come nell’apparizione ai discepoli di Emmaus, ci rivela la smisurata ricchezza dell’amore di Dio, che desidera riversare in ognuno di noi.
Estensione universale della liturgia del Sacro Cuore

L’approvazione pontificia – anche se limitata – provocò una immensa diffusione del culto al Sacro Cuore. Non cessarono però dissensi oltraggiosi da parte dei giansenisti, presentando il culto al Cuore di Gesù come un atto di idolatria.

Nel vivo di questa acre polemica la regina Maria Francesca di Portogallo chiese al Papa Pio VI, nel 1777, l’indulto di celebrare la festa liturgica in Portogallo e in tutti i suoi domini. Pio VI « benigne annuit » (rispose favorevolmente) alla domanda dell’indulto e di altre richieste riguardanti la festività del Sacro Cuore.

La rivoluzione francese e il periodo napoleonico spazzarono le polemiche gianseniste e invece la devozione si sviluppò maggiormente. A metà del XIX secolo quasi non vi era diocesi che non avesse ottenuto dalla Sede Apostolica l’indulto di celebrare la liturgia del Sacro Cuore.

A distanza di quasi un secolo dalla prima approvazione romana (del 1765), Pio IX ritenne maturi i tempi per l’estensione della festa alla Chiesa Universale ed emanò il decreto il 23 agosto 1856. Fu adottata la messa « Miserebitur » col suo Ufficio, nella categoria di « duplex maius », secondo i gradi della liturgia di allora.

Conclusione

L’ estensione universale della liturgia del Sacro Cuore ebbe una difficile gestazione. Le risposte « negative » di Roma, l’esame dei testi liturgici, l’attenzione a distinguere tra rivelazioni private e il « Deposito della Fede », i quesiti anche non teologici riguardanti le relazioni tra il cuore e i sentimenti di amore, dolore etc., mostrano quanto sia circospetta la Chiesa nel culto pubblico. La liturgia è la Fede orante. Se nulla di spurio può entrare nel Deposito della Fede, altrettanto nulla di insicuro può sovrapporsi allo splendore della liturgia.

Una delle caratteristiche della liturgia è che rispecchia diverse età storiche, vari atteggiamenti di popoli e differenti spiritualità di fondatori di ordini religiosi. Qualcosa di simile è avvenuto nella formulazione dei numerosi testi liturgici per Messe del Sacro Cuore precedenti al 1856. In essi affiora un continuo lavorio che mette in rilievo molteplici aspetti della « charitas » umana e divina del Verbo-Uomo: amore misericordioso, tenerezza di sentimenti, immolazione, riparazione, peso dell’ingratitudine… Una vasta « concorde discordia » di un grandioso coro, che comunica al pellegrino, nelle vie semioscure della storia, serenità e una misteriosa energia per servire.

Note:
1. Le encicliche si denominano con le prime due o tre parole del testo latino.
2. Isaia 12, 3.
3. José de Anchieta s.j. (1534-1591), nacque a Santa Cruz de Tenerife di Canarias. Studiò nella università di Coimbra; divenne un eccellente umanista rinascimentale. Ottenne dai superiori di essere inviato in Brasile. Sbarcò a Salvador de Bahia nel 1552. Evangelizzatore e difensore degli indigeni. Le città di São Paulo e Rio de Janeiro lo annoverano tra i loro fondatori. È considerato il creatore della letteratura brasiliana. A lui si deve la prima grammatica della lingua « tupi »: « Arte de gramatica da lingua mais usada na costa do Brasil ». Compose drammi per il popolo nelle lingue tupi e guaranì. Scrisse il poema eroico di 2947 esametri: « De gestis Mendis Saa. praesidis Brasiliae », esaltando l’opera di civilizzazione del terzo governatore del Brasile: Mem de Sa. Durante quatto mesi fu ostaggio di pace fra i feroci « I peroig », antropofagi. Nel continuo pericolo di morte fece il voto di comporre un poema in onore della Madre di Dio. Iniziò la composizione durante quei tristi giorni, memorizzando i versi, a volte scritti sulla sabbia: « De B. Virgine Dei Matre Maria », 2893 distici. Ora è considerata una delle grandi opere del Rinascimento. L’Anchieta è chiamato « O Canario do Brasil », espressione che indica la sua origine e la finezza poetica.
4. S. Pietro Canisio (1521-1597), chiamato il secondo apostolo della Germania, dottore della Chiesa (1925); famoso per i « Catechismi »; alieno dalla polemica nei riguardi dei riformatori luterani che egli chiama « fratelli ». La sua profonda fede lo liberò da ogni disperato pessimismo nelle più disastrose situazioni. La sua pietà si sviluppò nella « devotio moderna », impregnata di Umanesimo e basata sulla Scrittura e sulla Patristica.
5. Ecco il testo originale latino delle note spirituali, riguardante l’esperienza del Cuore di Gesù: « … Unde Tu, o Salvator, tandem aperto mihi corde santissimi Corporis Tui, quod inspicere coram videbar, ex fonte illo ut biberem jussisti, invitans scilicet ad hauriendas aquas salutis meae de fontibus Tuis, Salvator meus ». (Braunsberger, Canisius 1. 55-59).
6. De La Puente Luis (1554-1624), rinomato autore di opere ascetiche, tradotte in molte lingue.
7. Hajnal Matyas (1578-1644), missionario popolare; collaborò per la rievangelizzazione cattolica dell’Ungheria. Scrisse il libro di preghiere per la regina Krisztina Nyàry. Il libro ebbe un gran successo. È stato ristampato in edizione facsimile a Budapest nel 1992.
8. Druzbich Kasper (1590-1667), spiccata personalità del cattolicesimo in Polonia. Oltre l’opera « Meta cordium Cor Jesu » scrisse trattati più estesi. Le sue opere furono pubblicate postume; erano però già divulgate durante la sua vita, in copie manoscritte.
9. Huby Vincent (1608-1693), fondatore della prima casa di Esercizi Spirituali a Vannes; grande casa che poteva accogliere 300 esercitanti.
10. L’opera si intitolava: « De cultu sacratissimi Cordis Dei ac Domini nostri Jesu Christi in variis christianis orbis provincis jam propagato ». Era stata scritta trent’anni prima, nel 1696. Benché i « censores » di quell’anno avessero dato un giudizio elogiativo dell’opera, ne sconsigliarono allora la pubblicazione. Negli anni successivi il P.Gallifet la ritoccò e ampliò. Stando a Roma per il suo ufficio di « Assistente » per i gesuiti di Francia, la pubblicò. L’opera si diffuse in tutta Europa, specialmente in Spagna per mezzo di uno studente gesuita: Bernardo Francisco de Hoyos (1711-1735).

L’immagine di Cristo non opera di mano d’uomo

sulla pagina del sito ci sono alcune immagini, dal sito:

http://www.tradizione.oodegr.com/tradizione_index/arte/immagouspensky.htm

Léonide Ouspensky

L’immagine di Cristo non opera di mano d’uomo

Nella controversia con gli iconoclasti, l’immagine di Cristo non fatta da mano d’uomo era uno degli argomenti principali degli ortodossi, quelli di Oriente e quelli di Occidente. Le raffigurazioni del Signore storicamente note, opere dei suoi veneratori che gli erano più o meno contemporanei[1], erano lungi dall’avere, per gli ortodossi, lo stesso significato che aveva l’immagine non fatta da mano d’uomo alla quale la Chiesa doveva dedicare una festa (il 16 agosto). “Questa immagine, precisamente, esprime per eccellenza il fondamento dogmatico dell’iconografia”[2] ed è il punto di avvio di tutta l’iconografia cristiana.
La leggenda dell’immagine non fatta da mano d’uomo è legata al dogma della Tradizione apostolica: “Ciò che abbiamo sentito, ciò che abbiamo visto coi nostri occhi, ciò che abbiamo contemplato e che le nostre mani hanno toccato (…) e noi abbiamo visto e testimoniamo, e vi annunciamo la vita eterna che era presso il Padre e che ci è stata manifestata – ciò che abbiamo visto e sentito, ve lo annunciamo…. (1 Gv 1, 3)”, insiste nel ripetere l’Apostolo.
La Chiesa conserva le tradizioni che, per il loro contenuto, anche se espresso in forma leggendaria, servono a manifestare ed affermare le verità dogmatiche dell’economia divina. Così la venerazione della Madre di Dio e quasi tutte le feste che le corrispondono sono fondate su tradizioni. In altre parole, la Chiesa conserva le tradizioni che contribuiscono ad assimilare i fondamenti dogmatici della fede, che aiutano lo spirito umano a percepirle. Per questo motivo quelle tradizioni, così come quella dell’immagine non fatta da mano d’uomo e del re Abgar sono fissate negli Atti dei Concili e negli scritti patristici, ed entrano perciò nella vita liturgica ortodossa.
La dottrina della Chiesa ortodossa sull’immagine non è stata elaborata dai padri del periodo iconoclastico soltanto, “l’insegnamento relativo all’immagine è sintetizzato nel primo capitolo dell’epistola ai Colossesi, ed è caratteristico che questo insegnamento sia espresso non come pensiero personale di Paolo, ma come inno liturgico della prima comunità cristiana: «immagine di Dio invisibile, primogenito di tutto il creato» (Col 1, 15-18)[3]. Seguendo il contesto, per il contenuto, questo passo dell’apostolo Paolo è analogo alla preghiera eucaristica[4].
E se qui l’Apostolo non indica il legame diretto tra il Figlio in quanto Immagine del Padre e la sua rappresentazione, questo legame è reso manifesto dalla Chiesa: è questo il brano dell’Epistola di san Paolo di cui la Chiesa prescrive la lettura durante la liturgia della festa consacrata all’immagine non fatta da mano d’uomo. Questa liturgia unisce la leggenda del re Abgar “alla traslazione dell’immagine di nostro Signore Gesù Cristo non fatta da mano d’uomo alla città imperiale”, che è il fondamento storico della festa. Le due commemorazioni sono collocate insieme nella liturgia di quel giorno per via del significato che quella immagine ha per la Chiesa.
Il re Abgar riceve il Mandylion, icona del X secolo, nel monastero di Santa Caterina nel Monte Sinai
 Nella leggenda dell’immagine inviata al re Abgar, ciò che colpisce innanzi tutto è la sproporzione tra l’episodio in sé e l’importanza che gli attribuisce la Chiesa. Gli Evangeli neppure lo menzionano[5]. D’altronde il fatto che Cristo abbia poggiato un telo sul suo volto imprimendovi i suoi lineamenti non è per nulla paragonabile agli altri suoi miracoli, guarigioni e risurrezioni. I miracoli, inoltre, non sono prova della Divinità di Cristo poiché anche uomini, i profeti, gli apostoli…, compiono miracoli. In qualunque ambito della Chiesa, generalmente, essi non vengono assunti a criteri. Qui, però, non si tratta semplicemente del fatto che il volto di Cristo si sia impresso su un telo, ma di qualcosa di essenziale; quel volto è la manifestazione del miracolo fondamentale dell’economia divina nel suo insieme: la venuta del Creatore nella sua creazione. È l’immagine, fissata sulla materia, di una Persona divina visibile e tangibile, la testimonianza dell’incarnazione di Dio e della deificazione dell’uomo. È l’immagine attraverso cui si può rivolgere la propria preghiera al suo prototipo divino. Non è solo questione della venerazione della forma umana del Verbo divino, ma di vedere faccia a faccia: “immagine terribile glorifichiamo, resi capaci di vederlo faccia a faccia” (Stico dei Vespri).
Solo questo già rende impossibile qualsivoglia confusione tra questa immagine e il sudario di Torino, confusione che riscontriamo talvolta anche negli ambienti ortodossi. Tale identificazione si verifica soltanto quando non si conosce o non si comprende la liturgia della festa[6]. Qui, la questione dell’autenticità del sudario di Torino in quanto reliquia non ci riguarda. Non insistiamo neppure sull’assurdità, sul semplice piano del senso comune, della confusione tra un volto vivo, che con i suoi grandi occhi aperti guarda l’osservatore, e quello di un cadavere: confusione tra un sudario immenso (di m. 4,36 x 1,10 ) con un piccolo telo usato per asciugarsi quando ci si lava. Tuttavia non si può tacere il fatto che tale confusione contraddice la liturgia e quindi il significato stesso dell’immagine. Ebbene questa liturgia si limita a far risalire l’immagine alla storia del re Abgar, che esprime il suo significato per la preghiera e la teologia e sottolinea spesso e insistentemente il legame tra questa immagine e la Trasfigurazione. “Ieri, sul monte Tabor la luce della Divinità inondò i primi tra gli apostoli per confermare la loro fede (…). Oggi, (…) l’immagine luminosa risplende e conferma la fede di tutti noi: là Dio si è fatto uomo…” (Stico tono 4). Ma ciò che qui viene particolarmente sottolineato, è la portata immediata, diretta, per noi fedeli, di quella luce divina apparsa in Cristo: «festeggiamo, come il salmista, rallegrandoci spiritualmente e proclamando con Davide: siamo segnati dalla luce del tuo volto, Signore!» (Stico dei vespri mattutini). Ed ancora: «Per la nostra santificazione ci hai lasciato la raffigurazione del tuo purissimo volto quando già volontariamente ti preparavi alle sofferenze» (Stico alla litania).
 L’immagine del Padre non fatta da mano d’uomo che è Cristo stesso, immagine manifestata nel Corpo del Signore e conseguentemente divenuta visibile, è un fatto dogmatico. Per questo motivo, in qualunque modo intendiamo l’espressione “immagine non fatta da mano d’uomo”, che sia l’apparizione di Cristo nel mondo immagine del Padre, che sia immagine miracolosamente impressa da Lui stesso su un telo, che sia immagine fissata nella materia da mani umane – anche se la differenza è immensa –, essenzialmente non cambia nulla. Questo la Chiesa esprime nel megalinario del giorno del Santo Volto: «Te, Cristo, Datore di vita, magnifichiamo e la gloriosissima immagine del tuo volto purissimo veneriamo». Questa glorificazione in nessun caso può riferirsi all’impronta di un corpo morto, ma si riferisce ad ogni immagine ortodossa di Cristo.
Ogni immagine di Cristo contiene e mostra quanto viene veramente espresso dal dogma di Calcedonia: è l’immagine della seconda Persona della Santa Trinità che unisce in sé senza separazione e senza confusione le due nature, divina ed umana. Questo viene testimoniato nell’icona con l’iscrizione dei due nomi, quello del Dio della rivelazione veterotestamentaria: O ?N (Colui che è); e quello dell’Uomo: Gesù (Salvatore) Cristo (Unto). «Nell’immagine di Gesù Cristo incarnato abbiamo qualche briciola della rivelazione, non un suo particolare aspetto tra gli altri, ma tutta la rivelazione intera nel suo insieme. Giustamente in questa immagine ci è consentito di vedere insieme la manifestazione assoluta della Divinità e la manifestazione assoluta del mondo divenuto uno con la Divinità. Per questo l’apostolo ci prescrive di provare tutto il resto con questa immagine di Cristo incarnato»[7].
«Dirigi i nostri passi alla luce del tuo volto affinché, camminando nei tuoi comandamenti, siamo giudicati degni di vedere te, Luce inaccessibile». (Stico mattutino)

Da: Il Messaggero ortodosso, n° 112, 198
numero speciale “Teologia dell’icona”

Traduzione dal Francese del prof. G. M.

Palermo, agosto 2006.
—————————-
[1] Cfr. Eusebio di Cesarea, Storia ecclesiastica 7,18.
[2] Cfr. Vladimir Lossky, « Le Sauveur acheiropoïète» in Le Sens des icônes, Cerf, 2003.
[3] P. Nellas, «Théologie de l’image», Contacts n° 84, 1978, p. 255.
[4] Paragoniamo i due testi:
«Rendete grazie a Dio che vi ha chiamati all’eredità dei santi nella luce, che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha condotti nel regno del Figlio del suo amore nel quale abbiamo la redenzione per mezzo del suo sangue, la remissione dei peccati. Egli è l’immagine di Dio invisibile, il primogenito del creato. In Lui sono state create tutte le cose che sono in cielo e sulla terra…» (Col. 1, 12-16).
«È giusto e degno cantare lode a te, benedirti (…) Te ed il Figlio tuo unico ed il Santissimo tuo Spirito; dal nulla ci hai portati alla vita, noi che eravamo caduti, tu ci hai risollevati, e mai hai cessato di operare fino a portarci al cielo e a donarci il tuo regno futuro. Di questo ti rendiamo grazie…» (Canone eucaristico della Liturgia di san Giovanni Crisostomo).
[5] Il re Abgar è venerato nella Chiesa armena. Questa Chiesa non possiede un atto ufficiale di canonizzazione, ma la venerazione di Abgar è stata inserita nel nuovo calendario composto nel concilio che ha deciso di non accettare quello di Calcedonia.
[6] Questa confusione risale probabilmente all’opera di J. Wilson, Le Suaire de Turin, linceul du Christ? (Paris, 1978), dove l’«identità» dell’immagine non fatta da mano d’uomo (il Santo Volto) con l’impronta del corpo morto sul sudario è dimostrata con l’aiuto di ogni sorta di figure geometriche tracciate sul volto di Cristo, o ancora con dettagli come il colore del fondo delle icone (di solito avorio o giallo chiaro) che corrisponde al colore del tessuto. Non è possibile, né utile notare tutti gli errori di quest’opera: sono troppo numerosi.
[7] E. Troubetskoï, Il senso della vita, Berlin, 1922, p. 228 (in russo). Virgolettato dall’autore.

buona notte

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San Cesario di Arles: « Va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100610

Giovedì della X settimana delle ferie delle ferie del Tempo Ordinario : Mt 5,20-26
Meditazione del giorno
San Cesario di Arles (470-543), monaco e vescovo

« Va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello »

        Sapete quello che diremo a Dio nella preghiera prima di giungere al momento della comunione : « Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori. » Preparatevi dunque dentro di voi a pardonare, poiché state per incontrare queste parole nella preghiera. Come le direte ? Forse non le direte ? In definitiva, questa è proprio la mia domanda : Direte queste parole, sì o no ? Detesti tuo fratello e pronunci : « rimetti a noi come noi rimettiamo. » Evito queste parole, dici. Però, allora, stai veramente pregando ?  State ben attenti, fratelli. Fra poco, pregherete : perdonate con tutto il cuore !

        Vuoi fare, tu, un processo al tuo nemico ? Fa’ prima il processo del tuo cuore. Di’ a questo tuo cuore : smetti di odiare. Ora, siccome non vuoi perdonare, la tua anima si rattrista quando le dici : « smetti di odiare ». Ebbene, rispondile :  « perché ti rattristi, anima mia ? perché su di me gemi ? Spera in Dio » (Sal 41,6). Sei a disagio, sospiri, il tuo male ti ferisce, non riusci a disfarti dell’odio. Spera in Dio, è lui il medico. E’ stato appeso alla croce per te, senza tuttavia arrivare alla vendetta. E tu, stai cercando proprio la tua vendetta, poiché è questo il senso del tuo rancore. Guarda il tuo Dio sulla croce. Soffre per te, affinché il suo sangue diventi il tuo rimedio. Vuoi vendicarti ? Guarda il Cristo crocifisso, ascoltalo pregare : « Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno » (Lc 23, 34).   
 

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