L’AMORE, FRUTTO DELLO SPIRITO, E’ FONTE DI MITEZZA

Posté le 9 juin 2010

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L’AMORE, FRUTTO DELLO SPIRITO, E’ FONTE DI MITEZZA
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Una cosa sorprendente appare subito appena si inizia a indagare la storia dei termini “mitezza” (in greco: praútes) e “mite” (praús). Già nella letteratura greca i termini, riferiti alle persone, non indicano un comportamento passivo, bensì l’accettazione tranquilla e volontaria di un particolare destino o dell’ingiustizia umana. Per questo, i primi traduttori della Bibbia, quelli che ci hanno dato la versione dei LXX, si sono trovati subito a loro agio per rendere il significato del termine ebraico ’anaw, plurale: ’anawim. Inizialmente questo termine indicava colui che si trovava in una condizione bassa, subordinata, colui che doveva guadagnarsi il pane al servizio di altri e tante volte era costretto a sopportare con pazienza un destino di ingiustizia e di soprusi.
Più tardi però divennero “i poveri di Dio” i depositari per eccellenza della promessa divina. Essi erano ben consapevoli di godere del favore divino per il semplice motivo che erano umiliati dai potenti. Così che la loro sopportazione muta, paziente e serena del duro fatto dell’esilio, accettato senza mormorazioni o ribellioni o scoppi d’ira, divenne il segno della pietà, un segno fino allora sconosciuto. Di qui anche la netta distinzione dei termini “mitezza” e “mite” dall’uso linguistico del greco profano. La pacatezza, la mansuetudine, la mitezza dell’Antico Testamento sono radicate in Dio. Il mite infatti gode di un’incrollabile speranza. Un giorno, Dio darà il paese agli umili, ai sottomessi, cioè a coloro che godono l’attesa della salvezza.
C’è un salmo, il 37 (36), che su questo tema ha fatto fortuna e solo per una frase del v. 11: “Gli ’anawim erediteranno la terra”. Essa viene citata, seguendo la traduzione dei LXX, da Mt 5,5: “I praeîs = miti erediteranno la terra”. Questo testo ci è di grande aiuto per riflettere sul tema della mitezza nell’Antico e Nuovo Testamento e per fissare allo stesso tempo lo sguardo su Gesù. Nell’Antico Testamento il “mite” per eccellenza è Mosè (Nm 12,3); nel Nuovo è Gesù.

I miti erediteranno la terra

Gesù ha fatto precedere questa frase da un “beati”. Non si tratta di un semplice augurio, ma di una realtà. Per Gesù, infatti, i destinatari dell’augurio sono già “beati”, perché sono nella situazione giusta, nella corretta apertura a Dio. L’abbiamo già detto chi sono gli ’anawim. Ripetiamolo con altre parole: sono coloro che sanno conservare intatto il loro robusto ottimismo della fede anche in mezzo alle apparenti contraddizioni della storia e agli apparenti scacchi temporanei subiti dalla giustizia di Dio. Essi sono coloro che sperano in Dio; hanno un atteggiamento di speranza e di fiducia totale in Dio, perché sono certi che Dio non può deludere. Anche quando l’oscurità copre tutto il cielo della propria esistenza, essi ripetono: “Spera nel Signore”. E per questa loro situazione che sono “beati”.
Ma torniamo alle beatitudini evangeliche secondo Matteo. La prima è “Beati i poveri in spirito”, la seconda è “Beati i miti”. Nei LXX sia la parola “poveri”, sia il termine “miti”, traducono la stessa parola ebraica: ’anawim. È logico che Gesù abbia usato questo termine della sua lingua, o quello corrispondente in aramaico, e che lo abbia usato una volta sola e nel suo più alto senso religioso. È probabile che Gesù abbia semplicemente detto: “Beati gli ’anawim…”.
Ora, come rendere bene in greco la ricchezza religiosa della parola ’anawim usata da Gesù? Questo il problema di Matteo. E lo ha risolto perfettamente scrivendo: “Beati i poveri in spirito (personalmente tradurrei: i poveri di fronte a Dio)… Beati i miti…”. Le espressioni “in spirito” o “di fronte a Dio” dicono che non si tratta solo di “poveri”, di ’anawim considerati unicamente nella loro situazione di povertà, ma precisano il “come” essi vivono questa loro situazione: la vivono in Dio, affidandosi a lui. Questo era già un po’ espresso nel senso religioso della parola ’anawim = povero. Ma per precisarne ancor meglio il significato, Matteo ha trovato nei LXX la parola greca “praeîs = miti”, che possiamo anche rendere con “non violenti”. Questo non significa che rimangano un “proletariato” passivo di fronte alle ingiustizie umane; essi sono altamente attivi e, uniti nel Signore, vivono il “Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia”, cioè coloro che desiderano ardentemente che si compia la volontà di Dio, il difensore dei poveri, contro coloro che li opprimono.
Scegliendo di vivere la loro situazione di povertà nella “non violenza” essi imitano Gesù che ha detto loro: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29). Con queste parole Gesù rivela la sua sollecitudine nei riguardi di quanti sono scoraggiati a causa del peso eccessivo (“giogo”) delle osservanze legali e ritualistiche imposte loro dai detentori del potere per ottenere la salvezza e dice loro: “Prendete il mio giogo…”. Per Gesù il “giogo” è fare la volontà del Padre, e il viverlo nella luce del Padre, cioè come figli, nella non violenza e nell’umiltà, è un giogo soave, dolce, sopportabile.
Ma come in concreto lo vive Gesù? Gesù sente attorno a sé il rifiuto delle guide del popolo, anzi sa che hanno già deciso di farlo morire (Mt 12,14). Ebbene, egli sceglie liberamente di continuare la sua missione nella mitezza e nell’umiltà: non discute, “non grida”, “non spezza la canna incrinata, né spegne il lucignolo fumigante” (Mt 12,19-20) e, pieno di compassione per i diseredati, ricorda volentieri che Dio “vuole la misericordia e non il sacrificio” (Mt 9,13; 12,7). La sua mitezza appare come espressione del suo amore, della sua pazienza, delicatamente attenta nei riguardi altrui. Anche quando entra trionfalmente a Gerusalemme, egli compie la profezia di Zc 9,9: “Ecco il tuo re, viene a te mite…”. Come re salvatore si presenta a Gerusalemme in atteggiamento libero da ogni idea di guerra o prepotenza. E nella sua passione ci lascerà l’esempio più espressivo della sua mitezza, vissuta nella non violenza: per libera scelta lascia che camminino sul suo sangue, ma non camminerà sul sangue degli altri; rifiuterà l’uso della spada; “oltraggiato non risponde con oltraggi; soffrendo non minaccia vendetta, ma rimette la sua causa a colui che giudica con giustizia”, cioè si affida totalmente al Padre (1 Pt 2,23). Egli è il vero ’anaw; nessuno come lui ha vissuto la mitezza, e l’ha vissuta sempre nella certezza che alla fine avrebbe trionfato la giustizia, cioè la volontà di Dio (Mt 12,20). E ha vinto! Ora, dopo quanto abbiamo detto, siamo in grado di comprendere tutte le esortazioni alla mitezza che risuonano nelle lettere degli Apostoli. L’invito è di non perdere mai di vista Gesù.

Scegliere di essere “miti”

Paolo è in ciò un autorevole modello. C’era tensione tra lui e i cristiani di Corinto che si erano lasciati ingannare dai “superapostoli”, colmi e gonfi di sapienza, una dote assai stimata dai Corinzi. Paolo, invece, si era sempre presentato loro come un “debole”, come uno che non voleva fare sfoggio di saggezza umana; il suo linguaggio non era quello di un dotto maestro, e i Corinzi stavano perdendo, o avevano perso, la loro stima per Paolo. A Paolo non interessa questo; a lui interessa vivere il Vangelo in modo genuino. Ma come riguadagnarsi i cristiani di Corinto? Sa che forse dovrà difendersi usando parole dure e autorevoli, non solo nella lettera (nella quale a volte lo fa), ma anche quando sarà con loro. È una cosa che gli ripugna. Per questo inizia il suo discorso dicendo: “Vi esorto per la mitezza e clemenza di Cristo…”. Questo riferimento a Cristo è significativo: accusato di debolezza, fa appello a Gesù che ha scelto di vivere la sua missione nella mitezza, che ha voluto essere “servo”. Ora l’apostolo dev’essere a immagine di Gesù. Il potere dell’apostolo non si può quindi esercitare con dispotismo e altezzosità: deve ispirarsi all’umanità di Gesù di Nazaret. Questo vuole Paolo. Per questo chiede ai Corinzi di non obbligarlo a essere “duro” quando sarà con loro, perché egli ha deciso di continuare a vivere nella mitezza, di continuare a essere mite, dolce, gentile, affettuoso con i Corinzi; anzi giunge a dire: “Consumerò me stesso per le vostre anime… Davanti a voi voglio parlare in Cristo e tutto, carissimi, per la vostra edificazione” (2 Cor 12,15.19). Il “carissimi” dice che egli continua ad amarli in Cristo e vuole essere sempre davanti a loro come uno che imita il Signore. Egli vuole vivere pienamente quanto ha insegnato ai cristiani della Galazia: “Camminate secondo lo Spirito”, il cui frutto è l’Amore, fonte di “mitezza”. Ora, chi vive secondo lo Spirito, di fronte a un fratello nella fede, sorpreso in qualche colpa, sentirà certamente il dovere della correzione fraterna che deve però farsi con dolcezza; letteralmente: “con spirito di mitezza”. La mitezza si manifesta nel tratto gentile, dolce, pacato, che si oppone in modo radicale al tratto rude, rozzo, irritabile, irascibile e aspro. Paolo sa che non è facile e indica a chi deve correggere altri nella comunità un mezzo per riuscirvi: “Vigila su te stesso per non cadere anche tu in tentazione” (Gal 6,1). L’esistenza secondo lo Spirito non è all’insegna della sicurezza altezzosa della salvezza, ma del timore e del tremore (vedi Fil 2,12).

Testimoniare la mitezza

È bello quanto scrive a Timoteo, un suo collaboratore nel ministero. Lo chiama: “Uomo di Dio”, e gli dice: “Cerca sempre la giustizia, la pietà, la fedeltà, l’amore, la pazienza, la mitezza (altre traduzioni invece di «mitezza» hanno bontà, dolcezza, delicatezza, che sono espressioni della mitezza)”. Così in 1 Tm 6,11, mentre in 2 Tm 2,24 dice: “Un servo del Signore non dev’essere litigioso, ma gentile con tutti, capace di insegnare e tollerante. Deve saper riprendere con mitezza (o: “dolcezza”) quelli che si oppongono, nella speranza che Dio voglia loro concedere di convertirsi e riconoscano la verità e sfuggano al laccio del diavolo”. Scegliere la “mitezza” come mezzo per convertire altri. Di fronte alla “dolcezza” del tratto, alla gentilezza, chi resiste? È con la mitezza che si guadagnano altri alla fede.
Quanto Paolo dice a Timoteo vale per ogni cristiano come appare dal fatto che per Paolo la “mitezza” è legata alla vocazione (Ef 4,12) ed elezione divina (Col 3,12). Ora, per vivere la propria vocazione bisogna comportarsi con umiltà, mitezza, pazienza; bisogna avere sentimenti di misericordia, di bontà, sopportandosi e perdonandosi a vicenda e questo per conservare l’unità dello Spirito nel vincolo della pace.
Bellissimo è pure quanto si legge in 1 Pt 3,13-17. Pietro esorta i cristiani a rispondere sempre, anche quando potrebbero essere irritati e indisposti per l’ingiustizia subita, con mitezza e gentilezza sia alle autorità sia a chiunque chieda loro conto della loro fede.

Questi testi sono interessanti per tre motivi.

I – la parola “mitezza” è accompagnata da tanti altri termini che la esprimono sotto altre forme; tutte, però, sono espressioni dell’amore.
II – la mitezza è una libera scelta, è rinuncia volontaria a usare parole rudi e gesti violenti contro chi ci tratta male. Solo così, infatti, la si può vivere nella speranza della propria salvezza e della salvezza di tutti, anche di coloro che ci ostacolano. Così è vissuto Gesù.
III – Nel cristiano ha la capacità di vivere quanto si è detto perché “l’amore di Dio è stato effuso nel suo cuore mediante lo Spirito Santo che gli è stato dato… e perché l’amore è frutto dell’agire dello Spirito” (Rm 5,5; Gal 5,22). Quindi l’esortazione fondamentale è: “Camminate secondo lo Spirito” e l’amore di Dio che è stato effuso nei nostri cuori irraggerà tutti i suoi raggi e poco alla volta apparirà in tutta la sua bellezza, la vera fisionomia del cristiano.

Il cammino da compiere non è facile, ma è bello perché ci rende costruttori di comunità, costruttori di un mondo nuovo, colmo di fraternità. Questo mondo sarà certamente un dono di Dio, ma Dio ci chiama a collaborare con Lui imitando il Figlio suo, Cristo Gesù. Chi vive la mitezza è un testimone vero del Signore e con Lui cammina sicuro verso la vittoria, perché un giorno la volontà salvifica di Dio si manifesterà in tutta la sua bellezza.

Preghiamo

Signore Gesù, mite e umile di cuore, non hai mai voluto importi nella tua vita; ti sei limitato ad avvicinarti agli oppressi e li hai sostenuti nella loro speranza di giustizia, hai indicato loro come vivere il rifiuto totale di ogni violenza per cercare la giustizia, affidandosi unicamente a Dio. Ci hai insegnato che la strada della violenza non paga, che la spada non risolve nulla, anzi peggiora tutto e scava fossati immensi tra le persone, rendendo impossibile la via della concordia. Signore, fa’ che la tua mite immagine si imprima nel nostro cuore e donaci la forza di rinunciare sempre e volontariamente a ogni gesto rude, irascibile, ostile verso gli altri. Fa’ che, fissando lo sguardo su di Te, riusciamo nello sforzo quotidiano, ad assumere la vera fisionomia di ogni tuo discepolo. Insegnaci la dolcezza, la gentilezza, l’amabilità, la soavità nei gesti e nelle parole. Allora, riusciremo ad essere veri testimoni tuoi, perché saremo in sintonia con i tuoi sentimenti. Grazie, Signore, del tuo esempio. Amen!

 Mario Galizzi SDB

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