Archive pour mai, 2010

Papa Bendetto XVI, Solennità di Pentecoste 2006,

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2006/documents/hf_ben-xvi_hom_20060604_pentecoste_it.html

SOLENNITÀ DI PENTECOSTE 2006

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Sagrato della Basilica Vaticana
Domenica, 4 giugno 2006

Cari fratelli e sorelle!

Il giorno di Pentecoste lo Spirito Santo scese con potenza sugli Apostoli; ebbe così inizio la missione della Chiesa nel mondo. Gesù stesso aveva preparato gli Undici a questa missione apparendo loro più volte dopo la sua risurrezione (cfr At 1,3). Prima dell’ascensione al Cielo, ordinò di « non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si adempisse la promessa del Padre » (cfr At 1,4-5); chiese cioè che restassero insieme per prepararsi a ricevere il dono dello Spirito Santo. Ed essi si riunirono in preghiera con Maria nel Cenacolo nell’attesa dell’evento promesso (cfr At 1,14).

Restare insieme fu la condizione posta da Gesù per accogliere il dono dello Spirito Santo; presupposto della loro concordia fu una prolungata preghiera. Troviamo in tal modo delineata una formidabile lezione per ogni comunità cristiana. Si pensa talora che l’efficacia missionaria dipenda principalmente da un’attenta programmazione e dalla successiva intelligente messa in opera mediante un impegno concreto. Certo, il Signore chiede la nostra collaborazione, ma prima di qualsiasi nostra risposta è necessaria la sua iniziativa: è il suo Spirito il vero protagonista della Chiesa. Le radici del nostro essere e del nostro agire stanno nel silenzio sapiente e provvido di Dio.

Le immagini che usa san Luca per indicare l’irrompere dello Spirito Santo – il vento e il fuoco – ricordano il Sinai, dove Dio si era rivelato al popolo di Israele e gli aveva concesso la sua alleanza (cfr Es 19,3ss). La festa del Sinai, che Israele celebrava cinquanta giorni dopo la Pasqua, era la festa del Patto. Parlando di lingue di fuoco (cfr At 2,3), san Luca vuole rappresentare la Pentecoste come un nuovo Sinai, come la festa del nuovo Patto, in cui l’Alleanza con Israele è estesa a tutti i popoli della Terra. La Chiesa è cattolica e missionaria fin dal suo nascere. L’universalità della salvezza viene significativamente evidenziata dall’elenco delle numerose etnie a cui appartengono coloro che ascoltano il primo annuncio degli Apostoli (cfr At 2,9-11).

Il Popolo di Dio, che aveva trovato al Sinai la sua prima configurazione, viene quest’oggi ampliato fino a non conoscere più alcuna frontiera né di razza, né di cultura, né di spazio né di tempo. A differenza di quanto era avvenuto con la torre di Babele (cfr Gn 11,1-9), quando gli uomini, intenzionati a costruire con le loro mani una via verso il cielo, avevano finito per distruggere la loro stessa capacità di comprendersi reciprocamente, nella Pentecoste lo Spirito, con il dono delle lingue, mostra che la sua presenza unisce e trasforma la confusione in comunione. L’orgoglio e l’egoismo dell’uomo creano sempre divisioni, innalzano muri d’indifferenza, di odio e di violenza. Lo Spirito Santo, al contrario, rende i cuori capaci di comprendere le lingue di tutti, perché ristabilisce il ponte dell’autentica comunicazione fra la Terra e il Cielo. Lo Spirito Santo è l’Amore.

Ma come entrare nel mistero dello Spirito Santo, come comprendere il segreto dell’Amore? La pagina evangelica ci conduce oggi nel Cenacolo dove, terminata l’ultima Cena, un senso di smarrimento rende tristi gli Apostoli. La ragione è che le parole di Gesù suscitano interrogativi inquietanti: Egli parla dell’odio del mondo verso di Lui e verso i suoi, parla di una sua misteriosa dipartita e ci sono molte altre cose ancora da dire, ma per il momento gli Apostoli non sono in grado di portarne il peso (cfr Gv 16,12). Per confortarli spiega il significato del suo distacco: se ne andrà, ma tornerà; nel frattempo non li abbandonerà, non li lascerà orfani. Manderà il Consolatore, lo Spirito del Padre, e sarà lo Spirito a far conoscere che l’opera di Cristo è opera di amore: amore di Lui che si è offerto, amore del Padre che lo ha dato.

Questo è il mistero della Pentecoste: lo Spirito Santo illumina lo spirito umano e, rivelando Cristo crocifisso e risorto, indica la via per diventare più simili a Lui, essere cioè « espressione e strumento dell’amore che da Lui promana » (Deus caritas est, 33). Raccolta con Maria, come al suo nascere, la Chiesa quest’oggi prega: « Veni Sancte Spiritus! – Vieni, Spirito Santo, riempi i cuori dei tuoi fedeli e accendi in essi il fuoco del tuo amore! ». Amen.

Publié dans:feste, Papa Benedetto XVI |on 21 mai, 2010 |Pas de commentaires »

“Quando sono debole è allora che sono forte” (2Cor 12,10),

dal sito:

http://www.zenit.org/article-19781?l=italian

“Quando sono debole è allora che sono forte”

Suor Elena Bosetti riflette sul paradosso paolino

di Antonio Gaspari

ROMA, mercoledì, 7 ottobre 2009 (ZENIT.org).- In tutta la storia, con particolare rilevanza nei periodi di decadenza, è possibile scorgere una corrente culturale che esalta la perfezione materiale, la forza muscolare, la durezza del cuore.
Per questo suona del tutto paradossale l’affermazione di San Paolo riportata nella lettera ai Corinzi (2Cor 12,10), secondo cui “quando sono debole è allora che sono forte”.
Si tratta di un paradosso che è insito anche nella vicenda di Gesù Cristo, il Figlio di Dio che accetta di farsi uccidere sulla Croce da quegli uomini che è venuto a salvare.
Per cercare di comprendere il significato profondo di questo paradosso, ZENIT ha intervistato suor Elena Bosetti, docente di Sacra Scrittura alla Pontificia Università Gregoriana, che sul tema ha scritto un saggio pubblicato sulla Rivista dell’Istituto Internazionale di teologia Pastorale Sanitaria “Camillianum” (n.25 anno IX, Primo quadrimestre 2009).
Nella lettera ai Corinzi San Paolo ha scritto “quando sono debole è allora che sono forte”. Che cosa intende dire?
Bosetti: Anzitutto mi sembra che Paolo faccia riferimento a una sua esperienza concreta, esistenziale. Evoca una situazione di debolezza fisica o psicologica, quale una infermità o uno stato d’animo provato, depresso. Egli non si vergogna di ricordare ai Corinti la situazione di debolezza, umanamente parlando sfavorevole, che ha caratterizzato la sua opera di evangelizzazione in mezzo a loro. Ma riflettendo su tale situazione egli vi coglie qualcosa di sorprendente: l’energia del Risorto. L’Apostolo ritiene di essere “forte” nella sua debolezza in quanto coinvolto nella dinamica vittoriosa del Crocifisso risorto.
La debolezza che diviene occasione fortezza d’animo non è del tutto estranea all’esperienza umana. Ci sono numerose testimonianze di uomini e donne (anche non credenti) per le quali situazioni disperate e di deriva umana sono diventate momento di grande cambiamento, hanno ricuperato grandi valori che avevano smarrito. In altre parole, attraverso la “debolezza” queste persone sono diventate più uomini e più donne. Nel leggere queste storie il credente non si sconcerta, ma vi legge la mano della Provvidenza.
L’assunto di San Paolo è paradossale, sembra contrario alla logica umana. Che cosa ha sperimentato San Paolo per giungere a tale considerazione?
Bosetti: In effetti Paolo ama il paradosso. Non per fare l’originale ma per quella sua capacità acuta di cogliere le polarità che attraversano la storia e la vicenda umana dentro cui si iscrive l’azione salvifica di Dio che agisce in modo illogico secondo la sapienza del mondo. Il mondo infatti elogia la forza e la potenza, mentre Dio per salvare il mondo ha imboccato e percorso fino in fondo la via della debolezza e della kenosis, ovvero del volontario abbassamento e svuotamento di sé. Non ci ha “usati” per farsi più grande e bello. Al contrario, si è lasciato “ferire” dalla nostra miseria e tristezza e se ne è fatto carico, oltre ogni buon senso, fino all’infamia della croce.

Che tipo di Dio è quello di cui parla San Paolo?

Bosetti: È il Dio dei paradossi! In realtà tutta la storia biblica concorda nel rivelare un Dio che sembra divertirsi a capovolgere le “sorti” (o situazioni) come racconta il libro di Ester e come canta la vergine Maria nel suo Magnificat: “i potenti li ha deposti dai troni, ha innalzato gli umili…” (Luca 1,52). Dio stesso nel suo appassionato amore per l’umanità si avventura nel paradosso più sconcertante che è quello dell’Incarnazione. Nella lettera ai Filippesi Paolo presenta un Dio che si abbassa e si svuota di ogni pretesa divina per farsi in tutto simile all’uomo, anzi si abbassa fino alla terrificante morte di croce per amore della sua creatura.
San Paolo parla del Dio che ha sperimentato personalmente come amore: «Mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Galati 2,20); del Dio che l’ha reso forte nell’amore, niente e nessuno «potrà mai separarci dal’amore di Dio che in Cristo Gesù, nostro Signore» (Romani 8, 39). In questo sta la fortezza di San Paolo che gli permette di uscire da ogni debolezza.

E qual è l’idea di salute e di salvezza dell’apostolo delle genti?

Bosetti: Paolo ha una visione organica e complessiva della salute. Se il piede sta male tutto il corpo soffre. Così la Chiesa, che per Paolo è il corpo di Cristo. Non si tratta quindi di salvare semplicemente la propria anima. È in gioco la salute di tutto il corpo ecclesiale e dell’intera famiglia umana. Anzi occorre avere sensibilità anche per il gemito della creazione, la quale nutre anch’essa il desiderio di essere liberata e di entrare nella salvezza definitiva, nella libertà dei figli di Dio (cf. Romani 8).
Nel corso della storia umana e nel mondo moderno la figura del debole e malato viene mal tollerata. Perchè nella religione cristiana Dio ha scelto ciò che è debole?
Bosetti: Si direbbe per un moto di amore misericordioso e straordinariamente divino. Dio rivela se stesso in coloro che si fidano di lui e gli lasciano spazio di azione. Per la Bibbia sono i poveri e i piccoli, coloro che non strumentalizzano Dio per i propri interessi o progetti di grandezza, ma che al contrario si fidano di Lui in ogni situazione.
La figura del debole e del malato è mal tollerata dove domina la cultura efficientista, utilitarista… Il dolore e la sofferenza bloccano la persona se non ne vede alcun senso, rimane solo la debolezza che schiaccia. Perché la fortezza abbia il sopravvento sulla debolezza, occorre passare e fare propria l’esperienza di San Paolo. Dio ha scelto (e sceglie) ciò che è debole, perché questa è la logica dell’amore, e Dio è specializzato in amore.

E qual è la dimensione antropologica e civile che distingue l’umano nell’aiuto ai deboli?

Bosetti: è la distinzione che passa tra la filantropia e l’amore carità. La filantropia è un sentimento nobile che porta l’individuo o gruppi umani (società filantropiche ) verso i bisognosi per renderli felici. L’amore-carità unisce l’amore di Dio con l’amore del prossimo, anzi si fa prossimo al bisognoso, imita il Buon Samaritano che è Gesù stesso. Ovviamente non c’è contrapposizione, ma la filantropia ha bisogno di immettersi nella forza dell’amore-carità.

Che Dio è quello che manifesta nella debolezza la potenza salvifica del suo amore?

Bosetti: È un Dio umile, che vince dal di dentro le pretese dell’orgoglio satanico condividendo la fatica e il dolore degli umani. È un Dio che non salva se stesso scendendo dalla croce, ma che apre le porte del paradiso al malfattore che si rivolge a lui nell’agonia del suo patibolo.
È un Dio che salva sacrificando se stesso, non gli altri; è il Dio che vince con l’amore: l’unica potenza che trasforma l’umanità se viene accolta pienamente nella Chiesa e nella società.

Publié dans:San Paolo |on 21 mai, 2010 |Pas de commentaires »

Indian Balsam – Himalayan Balsam (buona notte)

Indian Balsam - Himalayan Balsam (buona notte) dans immagini buon...notte, giorno impatiens_glandulifera_11cc

http://www.floralimages.co.uk/index2.htm

Beato Giovanni XXIII: « Simone di Giovanni, mi vuoi bene più di costoro ?… mi vuoi bene?… mi vuoi bene ?»

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100521

Venerdì della VII settimana di Pasqua : Jn 21,15-19
Meditazione del giorno
Beato Giovanni XXIII (1881-1963), papa
Giornale dell’anima, cap. 1958-1963

« Simone di Giovanni, mi vuoi bene più di costoro ?… mi vuoi bene?… mi vuoi bene ?»

        Il successore di Pietro sa che nella sua persona e nella sua attività, la grazia e la legge dell’amore sostengono, vivificano e ornano tutto; e, di fronte al mondo intero, la santa Chiesa trova il suo appoggio nello scambio di amore fra Gesù e lui, Simon Pietro figlio di Giovanni, come su di un sostegno invisibile e visibile: Gesù invisibile agli occhi della carne e il papa, Vicario di Cristo, visibile agli occhi del mondo intero. Considerato questo mistero di amore fra Gesù e il suo Vicario, quale onore e quale dolcezza per me, ma nello stesso tempo, quale motivo di confusione per la piccolezza, per il nulla che sono io.

        La mia vita deve essere tutta amore per Gesù, e nello stesso tempo totale effusione di bontà e di sacrificio per ogni anima e per il mondo intero. In questo episodio… il passaggio è diretto alla legge del sacrificio. Gesù stesso lo annuncia a Pietro: «In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi, ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi».

        Per la grazia del Signore, non sono ancora entrato in questa «vecchiaia», ma avendo compiuto ormai ottant’anni, sto sulla soglia. Devo tenermi pronto per quella ultima tappa della mia vita dove mi aspettano i limiti e i sacrifici, fino al sacrificio della vita corporale e all’apertura della vita eterna. O Gesù, eccomi pronto a tendere le mani, le mie mani già tremanti e deboli, e a lasciare che un’altro mi aiuti a vestirmi e mi sostenga per la strada. Signore, a Pietro hai aggiunto: «e ti porterà dove tu non vuoi». O, dopo tante grazie di cui ho beneficiato durante la mia lunga vita, non c’è più nulla che io non voglia. Mi hai aperto, tu, la strada, o Gesù; «Io ti seguirò dovunque andrai» (Mt 8,19).

St. Paul, A Model Missionary – coptic mission

St. Paul, A Model Missionary - coptic mission dans immagini sacre St_%20Paul%20the%20Apostle

http://www.copticmission.org/news

Publié dans:immagini sacre |on 20 mai, 2010 |Pas de commentaires »

Testi patristici: Ascensione e Pentecoste (L’esegesi attuale)

dal sito:

http://www.ildialogo.org/esegesi/esegesi12052002.htm#pat

L’esegesi attuale

Testi patristici (Ascensione e Pentecoste)

Inizio

Originariamente, la Chiesa celebrava l’Ascensione del Signore insieme con la solennità della Pentecoste. Conosce questa prassi la Chiesa di Gerusalemme ancora alla fine del secolo IV. Nel giorno della Pentecoste, nel pomeriggio, i fedeli si recavano al Monte degli Ulivi dove, nella chiesa che ricordava l’Ascensione del Signore, si leggevano i brani della Sacra Scrittura riguardanti l’Ascensione, nonché si cantavano le antifone e gl’inni. Nella seconda metà del secolo IV l’Ascensione del Signore costituisce già una festa a parte e viene celebrata quaranta giorni dopo la Risurrezione; nel V secolo, è già comunemente conosciuta. Ne parla san Giovanni Crisostomo. Sant’Agostino scrive, che « il giorno di oggi viene festeggiato in tutto il mondo ». Si sono conservate le omelie del papa Leone Magno pronunziate in questo giorno. Nel canone romano della Messa si ricorda l’Ascensione di Cristo chiamandola « gloriosa », ed i Sacramentari romani contengono formulari di Messa per questo giorno. Nel Medioevo, compare la processione, che doveva ricordare il cammino di Cristo con i discepoli verso il Monte degli Ulivi, quasi ad esprimere l’entrata trionfale del Salvatore in Cielo.
Nella cattedrale di Milano si innalzava il cero pasquale per simboleggiare l’Ascensione del Signore ed in alcune chiese tedesche si innalzava la Croce. Il costume della processione dura ancora oggi.
Dopo la sua Risurrezione, Cristo si manifestava ai discepoli ed ai loro occhi si è innalzato al Cielo. Lui, nostro Signore e Signore di tutto, il vincitore del peccato e della morte, oggi ascende al Cielo. Ha adempiuto l’opera di salvezza e adesso siede alla destra del Padre. E il Mediatore tra Dio e gli uomini e perciò, andando via, non ha lasciato l’uomo nell’abbassamento: egli ci precede nella patria celeste, in lui la nostra natura umana è stata già introdotta nella gloria. L’Ascensione di Gesù al Cielo è la nostra vittoria: ci dà la speranza che insieme con lui saremo nella stessa gloria. Siamo i membri del suo Corpo, per questo saremo uniti a Colui che è il nostro Capo.
L’Ascensione al Cielo del Signore è l’inizio della glorificazione dell’uomo, ma è anche l’impegno nella nuova vita. Giorno dopo giorno, dobbiamo cercare le cose di lassù, innalzarci con lo spirito alla vera patria, vivere desiderando il Cielo dove si trova Cristo, quale primo degli uomini. Il Cristo, che è salito al Cielo, rimane con noi tutti i giorni: vive nella sua Chiesa e attraverso la Chiesa continua l’opera della salvezza. Il Cristo salito al Cielo ritornerà nell’ultimo giorno, lo vedremo venire di nuovo.

O Cristo, scendendo dal cielo in terra,
come Dio facesti risorgere con te il genere umano
dalla schiavitù dell’inferno cui soggiaceva,
e per la sua Ascensione lo riconducesti al cielo
facendolo sedere con te sul trono del Padre tuo,
perché sei misericordioso ed amante degli uomini.

(Liturgia Bizantina, EE, n. 3151 )

Il testo: Matteo 5,1-12, Le Beatitudini (Lectio)

dal sito:

http://www.cappellauniss.org/preghiera/lectio/5,1-12_secondo.htm

Beati gli afflitti, i miti, i misericordiosi,
coloro che hanno fame, i puri di cuore,
gli operatori di pace

Il testo: Matteo 5,1-12

Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli.
Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:

     “Beati i poveri in spirito,
     perché di essi è il regno dei cieli.
     Beati gli afflitti,
     perché saranno consolati.
     Beati i miti,
     perché erediteranno la terra.
     Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
     perché saranno saziati.
     Beati i misericordiosi,
     perché troveranno misericordia.
     Beati i puri di cuore,
     perché vedranno Dio.
     Beati gli operatori di pace,
     perché saranno chiamati figli di Dio.
     Beati i perseguitati per causa della giustizia,
     perché di essi è il regno dei cieli.
     Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi. 

Lectio

Beati gli afflitti

L’afflizione è un tristezza con pianto, un traboccare all’esterno di un’incontenibile pena interna. A questi Gesù dice: “Venite a me, voi tutti , che siete affaticati e oppressi e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime” (Mt 11,28-29).
Essi sono beati quando accettano la propria croce con fede (qualsiasi croce) senza ribellioni, senza andare a mormorare o lamentarci con altri (perché in tal caso ci ritroveremmo vuoti, col nostro dolore) e aderiscono a Gesù con mitezza e umiltà del cuore. Questa è la fede: è affidarsi a Gesù, è abbandonarsi a lui. Ecco la consolazione: “Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero” (Mt 11,30). E’ vero, perché la croce non la porti più da solo; Gesù la porta con te. C’è il dolore, ma non ti condiziona più, lo esperimenti dentro di te, ma esperimenti anche la completa libertà e una grande serenità.
Questa beatitudine si realizza soprattutto nella preghiera intima, personale, quando ci mettiamo dinanzi a Gesù in silenzio: parla solo il nostro dolore, siamo un’offerta dolorante. A poco a poco Gesù col suo Spirito ci pacifica., come nella tempesta sedata: “Sgridò i venti e il mare e si fece una grande bonaccia” (Mt 8,26).
Ma gli afflitti sono tali a motivo delle sofferenze altrui, come pure perché vedono il tanto male che devasta il mondo. In tal caso vivono in sé la compassione di Gesù e, di fronte al cuore chiuso dell’uomo autosufficiente, superbo e spesso violento, partecipano alla sofferenza del Signore, il grande afflitto, il Trafitto, che però è anche il più grande dei consolati (ossia il Glorificato) ed è causa della salvezza e di santità per tutti coloro che seguono la sua vita di oblazione e di vittima d’amore.

Beati i miti

Nella Scrittura la mitezza è sempre accompagnata dall’umiltà. ‘Poveri in spirito’ e ‘miti’ sono due aspetti di un’identica realtà, di un identico atteggiamento di spirito. I miti sono coloro che non avanzano pretese, che scusano facilmente i difetti del prossimo, pur non approvandoli, anzi lo aiutano amabilmente a correggersi, come fanno per se stessi. Sono disponibili al servizio dei fratelli con serena dolcezza, eliminando le eventuali difficoltà. Miti sono coloro che vincono con la perseveranza della bontà, con la forza della pazienza. E’ l’amore che non si stanca mai.
Il mite ama la pace, la serenità e le diffonde attorno a sé, tutto col sorriso.
I vizi opposti alla mitezza sono l’asprezza, l’avarizia che accaparra rende il cuore duro, la severità.
Per San Vincenzo de’ Paoli «non c’è nessuno più costante nel bene di coloro che sono miti e benigni; mentre coloro che si lasciano trasportare dalla collera e dalle passioni dell’appetito sensibile, sono ordinariamente molto incostanti, perché non operano se non a capriccio e impulsivamente» (1).
La mitezza delle beatitudini non ha quindi nulla della rassegnazione puramente passiva. Anzi… i miti sono i veri forti.

Gesù mite

A Gesù mite e umile di cuore, Matteo applica il testo di Isaia (42,1-4): “Ecco il mio servo che io ho scelto… Non contenderà, né griderà, non si udrà sulle piazze la sua voce. La canna infranta non spezzerà, non spegnerà il lucignolo fumigante finché abbia fatto trionfare la giustizia…”.
Gesù entrando in Gerusalemme come il re “mite” (Mt 21,5) profetizzato da Zaccaria (9,9) intraprende il cammino dell’umiliazione, che lo condurrà alla croce.

… perché possederanno la terra

La “terra” ereditata dai miti, nella quale essi trovano il loro riposo, è il mondo dell’amore di Dio, è Dio stesso. A questa terra tendiamo conformandoci sempre più a Cristo mite e umile.
Ora mitezza e umiltà vanno di pari passo. Non c’è l’una senza l’altra. Santa Teresa d’Avila nel Cammino di perfezione ci dice – utilizzando un’immagine – che l’anima che cammina nella via della perfezione è come il giocatore di scacchi: deve disporre i pezzi e muoversi con abilità, poiché scopo del gioco è catturare il re dandogli scacco matto. Tutti i pezzi (le pedine, le torri, gli alfieri, i cavalli) sono importanti, ma il pezzo più importante è la regina, che ha un potere tutto particolare per “catturare” il re e questa regina è l’umiltà.
Scrive la santa: “A scacchi, la guerra più accanita che il re deve subire, gli viene dalla regina. Orbene, non c’è regina che più obblighi alla resa il re del cielo quanto l’umiltà. Credetemi, la sorella che sarà più radicata nell’umiltà, lo possederà anche di più” (cap. XVI, 2).

Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia

Gli affamati e gli assetati di giustizia sono coloro che cercano la volontà di Dio e si dedicano fedelmente alla costruzione di quel Regno che Cristo ha inaugurato: “Cercate il regno di Dio e la sua giustizia” (cf. 6,33). Gesù ha scelto qui un simbolo radicale, istintivo, primordiale, un bisogno di vita: fame e sete. E’ beato chi sente questo “bisogno” di vivere di vivere come Gesù che ha compiuto ogni giustizia facendosi solidale con i fratelli perduti (cfr. Mt 3,15). Da lui, fatto pane, anche noi prendiamo forza e sazietà filiali.

Beati i misericordiosi

E’ nuovamente il cuore che viene interpellato sia pure con un’espressione diversa, perché il termine eleémones indica probabilmente un vocabolo dell’Antico Testamento particolarmente suggestivo che veniva applicato a Dio: rachamim.  Si tratta di un plurale che diventa aggettivo applicato a Dio.  Rachamim sono le “viscere” materne, cioè qualcosa d’istintivo e di permanente, perché la madre non è tale soltanto in alcune ore o in alcuni istanti della sua vita, oppure in alcuni comportamenti o pensieri, ma lo è sempre. Dio è misericordioso sempre ed anche l’uomo è invitato ad esserlo sempre.Quanto san Francesco ebbe il coraggio di baciare il lebbroso, si sentì libero da tutte le paure, pieno di fede e di amore per Cristo. La misericordia usata al lebbroso si era riversata in misura più abbondante su di lui. E’ come se diffondi amore, pace, gioia: sono doni che non diminuiscono come i soldi, ma si moltiplicano e ritornano intensificati in te che li doni.

Beati i puri di cuore

Il “cuore”, nel linguaggio biblico, è la coscienza stessa della persona. Ancora una volta dobbiamo ritrovare la norma direzionale, la base, la struttura che sorregge tutto l’agire e il comportamento dell’uomo che ha mani innocenti e cuore puro, come dice il salmo 24 per definire l’uomo completo e perfetto. «Dal momento della conversione al giorno della morte, Francesco fu molto duro, sempre, con il suo corpo. Ma il suo più alto e appassionato impegno fu quello di possedere e conservare in se stesso la gioia spirituale. Affermava: “Se il sevo di Dio si preoccuperà di avere e conservare abitualmente la gioia interiore ed esteriore, che sgorga da un cuore puro, in nulla gli possono nuocere i demoni…» (2).

Beati gli operatori di pace

Beati cioè i pacificatori. Chi fa opera di pace continua l’opera di riconciliazione di Gesù… Vi sono persone che, a causa della loro profonda pace interiore emanano un’atmosfera di pace e di serenità, che dissolve nei cuori le inquietudini, ridesta la fiducia, rende l’animo tranquillo e sicuro. La loro anima è così piena dello Spirito Santo e di benevolenza verso i fratelli, che qualsiasi forma di aggressività, di violenza, di cupidigia è estranea al loro comportamento.

Beati i perseguitati per causa della giustizia

Quest’ultima beatitudine differisce dalle altre beatitudini, perché è ripresa per altri due versetti in forma ampia. Gesù si indirizza ai suoi ascoltatori: “Beati voi quando vi insulteranno… per causa mia”. Chi ama il Cristo e i fratelli, si scontra con il male: trova ostilità e persecuzione, in sé e fuori di sé. “Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Gv 15,20). Le persecuzioni sono inevitabili per chi è fedele al Vangelo; sono un segno di Dio per chi crede, sono una prova di autenticità nella nostra fede, praticata nella nostra vita. “Rallegratevi ed esultate (lett. gridare/danzate)”: La beatitudine diviene gioia interna che si esprime con acclamazioni e canti di ringraziamento a Dio, come pure in danza. “La vostra ricompensa è grande nei cieli”. Ci è aggiudicata la più grande ricompensa: divenire eredi della vita eterna (cfr. Mc 10,17). La gioia del perseguitato è un’anticipazione della letizia del cielo. Nell’Apocalisse gli eletti alla fine dei tempi cantano: “Alleluia. Ha preso possesso del suo regno il Signore, il nostro Dio, l’Onnipotente. Rallegriamoci ed esultiamo, rendiamo a lui gloria, perché sono giunte le nozze dell’Agnello; la sua sposa è pronta” (Ap 19,6-7).

Meditatio

Le beatitudini non si possono capire se non si vivono. Il miglior commento ad esse è la vita stessa dei santi; il loro bell’esempio e la loro intercessione ci incoraggiano a percorre una strada così impegnativa, che agli occhi di tanti è da “perdenti”… ma è la via autentica, quella della libertà, della felicità, della vita! 

La gioia di servire i poveri

Un pensiero di San Vincenzo de’ Paoli che ci richiama la quarta beatitudine : «L’uomo è felice nell’esercitare la carità. Fra tutte le opere di carità nessuna dà maggiore consolazione della visita ai poveri». Lo stesso San Vincenzo ci narra l’incontro con suor Andreina non molto tempo prima della sua morte: «Ad una domanda che le avevo fatto, suor Andreina mi aveva risposto: “Non ho alcuna pena, né alcun rimorso, se non di aver troppo goduto nel servire i poveri”. E siccome domandai: “Sorella, non c’è nulla nel passato che non vi faccia temere?”, essa aggiunse: “No, signore, nulla affatto, se non che provavo troppa soddisfazione quando andavo nei villaggi a trovare quella buona gente; volavo, talmente ero felice di servirli» (3).

Inseguendo l’Amato

San Giovanni della Croce ci è maestro anzitutto per la sua esperienza di fede. Egli ci mostra come anche l’incomprensione e il rifiuto da parte degli stessi confratelli carmelitani, proprio da coloro con i quali ha condiviso gli ideali profondi della propria esistenza, può divenire – quando è vissuto nella fede, a motivo di Cristo e in unione con Lui – il luogo della “rinascita”.Già tra il 1575-1576 San Giovanni della Croce era stato per breve tempo prigioniero dai Calzati di Avila. Invece il 2 dicembre 1577 è preso e strappato nella notte dalla sua casetta presso il Convento dell’Incarnazione, delle Carmelitane di Avila, e condotto prigioniero nel convento dei Calzati a Toledo. Vi giunge di notte, bendato, forse 1’8 dicembre e vi resterà fino al 17 agosto 1578. Conosciamo le condizioni disumane del suo carcere toledano e il pressing psicologico e spirituale esercitato su di lui con infinite astuzie.
È stato scritto che, in modo simbolico, «Toledo è il Tabor di Spagna» (4). Nei suoi scritti torna sovente questa espressione «noche sosegada». In spagnolo «sosiego» significa calma, serenità, pace, tranquillità. Un’immagine marina può aiutarci: quando il mare è in tempesta, e tanto più le onde sono gigantesche, le acque al fondo sono tanto più tranquille. Quella di Toledo è una traversata interiore ove l’inseguimento dell’Amato si acuisce talmente che sembra quasi giungere alla consumazione definitiva. Si tratta di una vera macina, che accentua a livelli altissimi l’opera di trasfigurazione che è in atto in Giovanni da lungo tempo. Egli è come cesellato, rifinito dallo scalpello dell’Amato, anzitutto nel cuore della sua fede, ma con incidenza di prim’ordine in tutte le dimensioni del suo vissuto: spirituale, psicologico, mistico, estetico. Denudandolo, quell’esperienza di fede, lo restituisce a sé stesso rinnovato. Egli rinasce. Il carcere non è un grembo materno, che lo rigenera, ma è il modo in cui assume ed elabora il carcere che lo rende uomo nuovo.Il criterio vale per lui e per tutti noi! Non è la croce che ha significato in sé, ma è Cristo che glielo imprime. Non è la croce che genera salvezza, ma l’amore di Colui che acconsente a esservi inchiodato.
Imprigionato, Giovanni è un uomo libero. Sperimenta come la libertà non consiste nel fare quello che si vuole, ma nel volere quello che si fa. Non ha cercato o voluto il carcere, e ne fuggirà appena possibile, ma per il tempo che vi rimane, quello è lo spazio di un appuntamento da non mancare, come lo fu Babilonia per gli ebrei, la croce per Gesù. Tanto più che i suoi carcerieri, verso i quali ha sempre parole di bontà, sono convinti di operare per il bene. In quei nove mesi toledani – il tempo di una gestazione – egli non abdica alla propria intelligenza: pensa, immagina, crea, progetta e, quando gli è reso possibile, scrive. Le sue opere poetiche (circa 970 versi), in molte delle loro espressioni più alte e raffinate, risalgono a questo periodo. Qui Giovanni della Croce ci appare nella sua autentica statura di discepolo del Signore. Non dobbiamo dimenticare che il percorso di Giovanni della Croce è stato lungo: è uno spirito provato, fin dalla più tenera infanzia. Le percosse della vita lo hanno lentamente forgiato, reso indomito. Lentamente si è trovato a non sottrarsi più a disagi, precarietà, emarginazioni, ma ad amarli. Diremmo che li preferisce come luoghi privilegiati per amare. Egli sa fin dall’adolescenza che il suo Signore abita il disagio: nel povero, nell’afflitto, nell’infermo, nel carcerato, in chi è solo, nell’angosciato. Giunto a maggiore età, preferisce alla carriera ecclesiastica l’Ordine carmelitano, nell’Ordine chiede per sé la regola non mitigata, divenuto sacerdote non più l’Ordine ma la Certosa, poi non la Certosa ma le fatiche della riforma. Progressivamente si è fatta strada in lui la consapevolezza – già colta come prefigurazione simbolica nella sua vita di fanciullo e di adolescente – che la sventura può diventare epifania di grazia. Il suo vissuto testimonia che la croce guarisce, come il serpente elevato da Mosè nel deserto (cf Gv 3, 14), e rigenera. Il suo metodo di vita e il suo criterio di scelta è radicale: ritiene che ove è necessario più impegno, lavoro, rischio, sofferenza, quello è il luogo ove meglio essere assimilato a Cristo crocifisso, suo sposo.

La vera e perfetta letizia

San Francesco spiega a frate Leone cos’è la vera e perfetta letizia. Non si tratta dell’esaltazione di un momento, di euforia, ma è la profonda serenità interiore di chi realizza l’esperienza di san Paolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).  Un giorno Francesco, presso Santa Maria degli Angeli, chiamò frate Leone e gli disse: «Frate Leone, scrivi». Quegli rispose: “Eccomi, sono pronto». «Scrivi – disse – cosa è la vera letizia». «Viene un messo e dice che tutti i maestri di Parigi sono entrati nell’Ordine; scrivi: non è vera letizia. Così pure che sono entrati nell’Ordine tutti i prelati d’Oltr’Alpe, arcivescovi e vescovi, non solo, ma perfino il Re di Francia e il Re d’Inghilterra; scrivi: non è vera letizia. E se ti giunge ancora notizia che i miei frati sono andati tra gli infedeli e li hanno convertiti tutti alla fede, oppure che io abbia ricevuto da Dio tanta grazia sa sanar gli infermi e da far molti miracoli; ebbene io dico: neppure qui è vera letizia».

«Ma cosa è la vera letizia?».

«Ecco, tornando io da Perugia nel mezzo della notte, giungo qui, ed è un inverno fangoso e così rigido che, all’estremità della tonaca, si formano dei ghiacciuoli d’acqua congelata, che mi percuotono continuamente le gambe fino a far uscire il sangue da siffatte ferite. E io tutto nel fango, nel freddo e nel ghiaccio, giungo alla porta e dopo aver a lungo picchiato e chiamato, viene un frate e chiede: “Chi sei?” Io rispondo: “Frate Francesco”. E quegli dice: “Vattene, non è ora decente questa di arrivare, non entrerai”. E mentre io insisto, l’altro risponde: “Vattene, tu sei un semplice ed un idiota, qui non ci puoi venire ormai; noi siamo tanti e tali che non abbiamo bisogno di te”. E io sempre resto davanti alla porta e dico: “Per amor di Dio, accoglietemi per questa notte”. E quegli risponde: “Non lo farò. Vattene dai Crociferi e chiedi là”.Ebbene, se io avrò avuto pazienza e non mi sarò conturbato, io ti dico che qui è la vera letizia e qui è la vera virtù e la salvezza dell’anima» (5).

Alcune domande per la riflessione.

1.     Sono io nel numero dei miti che vincono con la perseveranza della bontà, con la forza della pazienza, dell’amore che non si stanca mai? Ripudio ogni forma di violenza, anche solo verbale? Indosso forse abitualmente la toga di giudice severo?
2.     Beati gli uomini che sono giustificati da Dio e diventano a lui graditi! Comprendiamo che il vangelo non deve essere solo ammirato, ma vissuto? Che la vera giustizia, secondo la misura di Dio, è la perfetta carità: “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,48)? Siamo convinti che c’è una sola, vera, grande tristezza nel mondo: quella di non essere santi?
3.     Sono convinto che la giustizia di Dio è il suo amore, e quindi la sua misericordia?  Sono disposto a perdonare di vero cuore al mio fratello/sorella? “Il giudizio di Dio – afferma Giacomo – sarà senza misericordia, per chi non avrà usato misericordia” (2,13)…
4.     La purità della sesta beatitudine riguarda la sincerità del cuore, la purezza d’intenzione, la lealtà, la rettitudine. Amo lo schietto candore della verità, non solo delle parole, ma anche della vita, come dice Paolo di Cristo: “Il Figlio di Dio, Gesù Cristo, non fu ‘sì’ e ‘no’; ma in lui c’è stato il ‘sì’” ? (2Cor 1,19-20). Cammino nella purità di cuore, percorrendo il faticoso cammino della liberazione interiore? Sono innamorato di Cristo, sapendo che sarò puro di cuore solo se ho Gesù nella mente, nel cuore, nelle meni, in tutto me stesso?
5.     Frutto dello Spirito di Gesù è la gioia e la pace. Personalmente siamo in pace nel nostro intimo, evitando tutto ciò che può turbare la pace del cuore: il peccato ad occhi aperti, l’egoismo, la mancanza di carità? Se amiamo la pace del cuore, cerchiamo di diffonderla nei nostri fratelli? Abbiamo in orrore qualsiasi forma di violenza? Rifuggiamo dalle contese, dispute, polemiche? Quando uno alza la voce, siamo pronti ad abbassarla fino a tacere? Evitiamo qualsiasi forma di aggressività, conservando la calma in noi stessi e favorendola negli altri?
6.     Nelle prove della vita aderiamo alle tre condizioni: andare a Gesù, accettare la croce, abbandonarsi a Lui con cuore mite e umile? Siamo convinti che solo così si realizza la promessa della consolazione, perché non siamo soli a portare la croce, ma Gesù la porta con noi? 
——————————————————————————– 
1 Perfezione evangelica. Tutto il pensiero di San Vincenzo de’ Paoli esposto con le sue parole, Ed. Vincenziane, Roma 1967, p. 394.
2 Fonti francescane, Assisi 1978, n. 1653.
3 Perfezione evangelica, cit., p. 272.
4 F. Ruiz, Notte e aurora,in AAVV,  Dio parla nella notte. Vita, parola, ambiente di San Giovanni della Croce, Il Messaggero del S. Bambino Gesù di Praga – Edizioni OCD, Arenzano (Genova) – Roma 990, p. 159.
5 Fonti francescane, Assisi 1978, n. 278.

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Giovanni Paolo II: La gloria della Trinità nella creazione (2000)

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/2000/documents/hf_jp-ii_aud_20000126_it.html

GIOVANNI PAOLO II 

UDIENZA GENERALE 

Mercoledì, 26 gennaio 2000  

La gloria della Trinità nella creazione

1. “Quanto sono amabili tutte le sue opere! E appena una scintilla se ne può osservare… Egli non ha fatto nulla di incompleto… Chi si sazierà di contemplare la sua gloria? Potremmo dire molte cose e mai finiremmo. Dovremmo concludere: Egli è tutto! Come potremmo avere la forza di lodarlo? Egli è il Grande, è al di sopra di tutte le sue opere…”(Sir 42,22.24-25; 43,27-28). Con queste parole piene di stupore un sapiente biblico, il Siracide, si poneva di fronte allo splendore della creazione, tessendo la lode di Dio. È un piccolo tratto del filo di contemplazione e di meditazione che percorre tutte le Sacre Scritture, a partire dalle prime righe della Genesi quando nel silenzio del nulla sbocciano le creature, convocate dalla Parola efficace del Creatore.

“Dio disse: Sia la luce! E la luce fu” (Gen 1,3). Già in questa parte del primo racconto della creazione si vede in azione la Parola di Dio, di cui Giovanni dirà: “In principio era il Verbo… il Verbo era Dio… Tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste” (Gv 1,1.3). Paolo ribadirà nell’inno della Lettera ai Colossesi che “per mezzo di lui (Cristo) sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui hanno consistenza” (Col 1,16-17). Ma nell’istante iniziale della creazione appare adombrato anche lo Spirito: “Lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque” (Gen 1,2). La gloria della Trinità – possiamo dire con la tradizione cristiana – risplende nella creazione.

2. È possibile, infatti, alla luce della Rivelazione vedere come l’atto creativo sia appropriato innanzitutto al “Padre della luce, nel quale non c’è variazione né ombra di cambiamento” (Gc 1,17). Egli risplende su tutto l’orizzonte, come canta il Salmista: “O Signore, Dio nostro, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra: sopra i cieli s’innalza la tua magnificenza!” (Sal 8,2). Dio “sorregge il mondo, perché non vacilli” (Sal 96,10) e di fronte al nulla, raffigurato simbolicamente dalle acque caotiche che alzano la loro voce, il Creatore si erge dando consistenza e sicurezza: “Alzano i fiumi, Signore, alzano i fiumi la loro voce, alzano i fiumi il loro fragore. Ma più potente delle voci di grandi acque, più potente dei flutti del mare, potente nell’alto è il Signore” (Sal 93,3-4).

3. Nella Sacra Scrittura la creazione è spesso legata anche alla Parola divina che irrompe e agisce: “Dalla parola del Signore furono fatti i cieli, dal soffio della sua bocca ogni loro schiera… Egli parla e tutto è fatto, comanda e tutto esiste… Manda sulla terra la sua parola, il suo messaggio corre veloce” (Sal 33,6.9; 147,15). Nella letteratura sapienziale anticotestamentaria è la Sapienza divina personificata a dar origine al cosmo attuando il progetto della mente di Dio (cfr Pr 8,22-31). Si è già detto che Giovanni e Paolo nella Parola e nella Sapienza di Dio vedranno l’annunzio dell’azione di Cristo “in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo grazie a lui” (1 Cor 8,6), perché è “per mezzo di lui che (Dio) ha fatto anche il mondo” (Eb 1,2).

4. Altre volte, infine, la Scrittura sottolinea il ruolo dello Spirito di Dio nell’atto creativo: “Mandi il tuo Spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra” (Sal 104,30). Lo stesso Spirito è simbolicamente raffigurato nel soffio della bocca di Dio. Esso dà vita e coscienza all’uomo (cfr Gen 2,7) e lo riporta alla vita nella risurrezione, come annuncia il profeta Ezechiele in una pagina suggestiva, dove lo Spirito è all’opera nel far rivivere ossa ormai inaridite (cfr 37,1-14). Lo stesso soffio domina le acque del mare nell’esodo di Israele dall’Egitto (cfr Es 15,8.10). Ancora lo Spirito rigenera la creatura umana, come dirà Gesù nel dialogo notturno con Nicodemo: “In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito” (Gv 3,5-6).

5. Ebbene, di fronte alla gloria della Trinità nella creazione l’uomo deve contemplare, cantare, ritrovare lo stupore. Nella società contemporanea si diventa aridi “non per mancanza di meraviglie, ma per mancanza di meraviglia” (G.K. Chesterton). Per il credente contemplare il creato è anche ascoltare un messaggio, udire una voce paradossale e silenziosa, come ci suggerisce il “Salmo del sole”: “I cieli narrano la gloria di Dio e l’opera delle sue mani annunzia il firmamento. Il giorno al giorno ne affida il messaggio e la notte alla notte ne trasmette notizia. Non è linguaggio e non sono parole di cui non si oda il suono. Eppure per tutta la terra si diffonde la loro voce e ai confini del mondo la loro parola” (Sal 19,2-5).

La natura diventa, quindi, un evangelo che ci parla di Dio: “dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si conosce l’autore” (Sap 13,5). Paolo ci insegna che “dalla creazione del mondo in poi, le invisibili perfezioni (di Dio) possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità” (Rm 1,20). Ma questa capacità di contemplazione e conoscenza, questa scoperta di una presenza trascendente nel creato, ci deve condurre anche a riscoprire la nostra fraternità con la terra, a cui siamo legati a partire dalla nostra stessa creazione (cfr Gen 2,7). Proprio questo traguardo l’Antico Testamento auspicava per il Giubileo ebraico, allorché la terra riposava e l’uomo coglieva quello che spontaneamente la campagna gli offriva (cfr Lv 25,11-12). Se la natura non è violentata e umiliata, ritorna ad essere sorella dell’uomo.

Publié dans:Papa Giovanni Paolo II |on 20 mai, 2010 |Pas de commentaires »

buona notte

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http://www.publicdomainpictures.net/view-image.php?image=315&picture=cardo-selvatico-con-un-bo

Giovanni Paolo II : « Siano una cosa sola »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100520

Giovedì della VII settimana di Pasqua : Jn 17,20-26
Meditazione del giorno
Giovanni Paolo II
Ut unum sint, § 22

« Siano una cosa sola »

        Quando si prega insieme tra cristiani, il traguardo dell’unità appare più vicino. La lunga storia dei cristiani segnata da molteplici frammentazioni sembra ricomporsi, tendendo a quella Fonte della sua unità che è Gesù Cristo. Egli « è lo stesso ieri, oggi e sempre! » (Eb 13,8). Nella comunione di preghiera Cristo è realmente presente; prega « in noi », « con noi » e « per noi ». È Lui che guida la nostra preghiera nello Spirito Consolatore che ha promesso e ha dato alla sua Chiesa già nel Cenacolo di Gerusalemme, quando Egli l’ha costituita nella sua originaria unità.

        Sulla via ecumenica verso l’unità, il primato spetta senz’altro alla preghiera comune, all’unione orante di coloro che si stringono insieme attorno a Cristo stesso. Se i cristiani, nonostante le loro divisioni, sapranno sempre di più unirsi in preghiera comune attorno a Cristo, crescerà la loro consapevolezza di quanto sia limitato ciò che li divide a paragone di ciò li unisce. Se si incontreranno sempre più spesso e più assiduamente davanti a Cristo nella preghiera, essi potranno trarre coraggio per affrontare tutta la dolorosa ed umana realtà delle divisioni, e si ritroveranno insieme in quella comunità della Chiesa che Cristo forma incessantemente nello Spirito Santo, malgrado tutte le debolezze e gli umani limiti. 
    
 

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