Archive pour mai, 2010

festa della Santissima Trinità: Ragioni della festa e della sua tarda istituzione.

dal sito:

http://www.unavoce-ve.it/pg-trinita.htm

di dom Prosper Guéranger

FESTA DELLA SANTISSIMA TRINITÀ

Ragioni della festa e della sua tarda istituzione.

Abbiamo visto gli Apostoli nel giorno della Pentecoste ricevere lo Spirito Santo e, fedeli all’ordine del Maestro (Mt 28,19) partire subito per andare ad ammaestrare tutte le genti, e battezzare gli uomini nel nome della Santissima Trinità. Era dunque giusto che la solennità che ha per scopo di onorare il Dio unico in tre persone seguisse immediatamente quella della Pentecoste alla quale è unita da un misterioso legame. Tuttavia, solo dopo lunghi secoli essa è venuta a prender posto nell’Anno liturgico, che si va completando nel corso del tempo.
Tutti gli omaggi che la Liturgia rende a Dio hanno per oggetto la divina Trinità. I tempi sono per essa così come l’eternità; essa è l’ultimo termine di tutta la nostra religione. Ogni giorno ed ogni ora le appartengono. Le feste istituite per commemorare i misteri della nostra salvezza finiscono sempre ad essa. Quelle della Santissima Vergine e dei Santi sono altrettanti mezzi che ci guidano alla glorificazione del Signore unico nell’essenza e triplice nelle persone; quanto all’Ufficio divino della Domenica in particolare, esso offre ogni settimana l’espressione formulata in modo particolare, dell’adorazione e dell’omaggio verso questo mistero, fondamento di tutti gli altri e sorgente di ogni grazia.
Si comprende così perché la Chiesa abbia tardato tanto ad istituire una festa speciale in onore della Santissima Trinità. Mancava del tutto la ragione ordinaria che motiva l’istituzione delle feste. Una festa è la fissazione di un fatto che è avvenuto nel tempo e di cui è giusto perpetuare il ricordo e la risonanza: ora, da tutta l’eternità, prima di qualsiasi creazione, Dio vive e regna, Padre, Figliuolo e Spirito Santo. Questa istituzione non poteva dunque consistere se non nel fissare sul Calendario un giorno particolare in cui i cristiani si sarebbero uniti in un modo per così dire più diretto nella solenne glorificazione del mistero dell’Unità e della Trinità in una stessa natura divina.

Storia della festa.

Il pensiero si presentò dapprima ad alcune di quelle anime pie e raccolte che ricevono dall’alto il presentimento delle cose che lo Spirito Santo compirà più tardi nella Chiesa. Fin dal secolo VIII, il dotto monaco Alcuino, ripieno dello spirito della Liturgia, credette giunto il momento di redigere una Messa votiva in onore del mistero della Santissima Trinità. Sembra pure che vi sia stato spinto da un desiderio dell’apostolo della Germania, san Bonifacio. La Messa costituiva semplicemente un aiuto alla pietà privata, e nulla lasciava prevedere che ne sarebbe derivata un giorno l’istituzione di una festa. Tuttavia la devozione a questa Messa si estese a poco a poco, e la vediamo accettata in Germania dal Concilio di Seligenstadt, nel 1022.
Ma a quell’epoca in una chiesa del Belgio era già in uso una festa propriamente detta della Santissima Trinità. Stefano, vescovo di Liegi, aveva istituito solennemente la festa della Santissima Trinità nella sua Chiesa nel 920, e fatto comporre un Ufficio completo in onore del mistero. A quei tempi non esisteva ancora la disposizione del diritto comune che riserva alla Santa Sede l’istituzione delle nuove feste, e Richiero, successore di Stefano nella sede di Liegi, tenne in piedi l’opera del suo predecessore.
Essa si estese a poco a poco, e pare che l’Ordine monastico le sia stato subito favorevole; vediamo infatti fin dai primi anni del secolo XI, Bernone, abate di Reichenau, occuparsi della sua propagazione. A Cluny, la festa si stabilì abbastanza presto nel corso dello stesso secolo, come si può vedere dall’Ordinario di quel monastero redatto nel 1091, in cui essa si trova menzionata come istituita già da un certo tempo.
Sotto il pontificato di Alessandro II (1061-1073), la Chiesa Romana, che ha spesso sanzionato, adottandoli, gli usi delle chiese particolari, dovette esprimere un giudizio su questa nuova festa. Il Pontefice, in una delle sue decretali, pur costatando che la festa è già diffusa in molti luoghi, dichiara che la Chiesa Romana non l’ha accettata per il fatto che ogni giorno l’adorabile Trinità è senza posa invocata con la ripetizione delle parole: Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto, e in tante altre formule di lode.
Tuttavia la festa continuava a diffondersi, come attesta il Micrologio; e nella prima parte del secolo XII, l’abate Ruperto affermava già la convenienza di quella istituzione, esprimendosi al riguardo come faremmo oggi noi: « Subito dopo aver celebrato la solennità della venuta dello Spirito Santo, cantiamo la gloria della Santissima Trinità nell’Ufficio della Domenica che segue, e questa disposizione è molto appropriata poiché subito dopo la discesa di quel divino Spirito cominciarono la predicazione e la fede e, nel battesimo, la fede, la confessione del nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo » (Dei divini Uffici, l. xii, c. i).
In Inghilterra l’istituzione della festa della Santissima Trinità ebbe come autore principale il martire san Tommaso di Cantorbery. Fu nel 1162 che egli la istituì nella sua Chiesa, in ricordo della sua consacrazione episcopale che aveva avuto luogo la prima Domenica dopo la Pentecoste. Per la Francia troviamo nel 1260 un concilio di Arles presieduto dall’arcivescovo Florentin, che nel suo sesto canone inaugura solennemente la festa aggiungendovi il privilegio d’una Ottava. Fin dal 1230 l’ordine dei Cistercensi, diffuso nell’intera Europa, l’aveva istituita per tutte le sue case; e Durando di Mende, nel suo Razionale, lascia concludere che il maggior numero delle Chiese latine, durante il secolo XIII usava già la celebrazione di questa festa. Fra tali Chiese ve ne erano alcune che la ponevano non alla prima bensì all’ultima Domenica dopo la Pentecoste e altre che la celebravano due volte: una prima all’inizio della serie delle Domeniche che seguono la solennità di Pentecoste, e una seconda volta alla Domenica che precede immediatamente l’Avvento. Questo uso era mantenuto in modo particolare dalle Chiese di Narbona, di Le-Mans e di Auxerre.
Si poteva sin d’allora prevedere che la Santa Sede avrebbe finito per sanzionare una istituzione che la cristianità desiderava di vedere stabilita dappertutto. Giovanni XXII, che occupò la cattedra di san Pietro fino al 1334, completò l’opera con un decreto nel quale la Chiesa Romana accettava la festa della Santissima Trinità e la estendeva a tutte le Chiese.
Se si cerca ora il motivo che ha portato la Chiesa, guidata in tutto dallo Spirito Santo, ad assegnare così un giorno speciale nell’anno per rendere un solenne omaggio alla divina Trinità, quando tutte le nostre adorazioni, tutti i nostri ringraziamenti, tutti i nostri voti salgono in ogni tempo verso di essa, lo si troverà nella modificazione che si andava introducendo allora nel calendario liturgico. Fin verso il 1000, le feste dei santi universalmente onorati erano molto rare. Da quell’epoca appaiono in maggior numero, ed era da prevedere che si sarebbero moltiplicate sempre di più. Sarebbe giunto il tempo – e sarebbe durato per secoli – in cui l’Ufficio della Domenica che è consacrata in modo speciale alla Santissima Trinità, avrebbe ceduto spesso il posto a quello dei Santi riportati dal corso dell’anno. Si rendeva dunque necessario, per legittimare in qualche modo questo culto dei servi nel giorno consacrato alla suprema Maestà, che almeno una volta nell’anno la Domenica offrisse l’espressione piena e diretta di quella religione profonda che l’intero culto della santa Chiesa professa verso il sommo Signore, che si è degnato di rivelarsi agli uomini nella sua unità ineffabile e nella sua eterna Trinità.

L’essenza della fede.

L’essenza della fede cristiana consiste nella conoscenza e nell’adorazione di Dio unico in tre persone. Da questo mistero scaturiscono tutti gli altri, e se la nostra fede se ne nutre quaggiù come del suo supremo alimento, aspettando che la sua visione eterna ci rapisca in una beatitudine senza fine, è perché è piaciuto al sommo Signore di dichiararsi quale egli è al nostro umile intelletto, pur restando nella sua « luce inaccessibile » (1Tm 6,16). La ragione umana può arrivare a conoscere l’esistenza di Dio come creatore di tutti gli esseri, può farsi un’idea delle sue perfezioni contemplando le sue opere, ma la nozione dell’intima essenza di Dio non poteva giungere a noi se non attraverso la rivelazione che egli si è degnato di farcene.

Ora, volendo il Signore manifestarci misericordiosamente la sua essenza onde unirci più strettamente a sé e prepararci in qualche modo alla visione che deve offrirci di se stesso faccia a faccia nell’eternità, ci ha guidati successivamente di luce in luce, fin quando fossimo abbastanza illuminati per adorare l’Unità nella Trinità e la Trinità nell’Unità. Nel corso dei secoli che precedono l’Incarnazione del Verbo eterno, Dio sembra preoccupato soprattutto di inculcare agli uomini l’idea della sua unità, poiché il politeismo diventa sempre più il male del genere umano, e la nozione stessa della causa spirituale e unica di tutte le cose si sarebbe spenta sulla terra se la Somma Bontà non avesse operato costantemente per conservarla.

Il Figlio rivela il Padre.

Bisognava che giungesse la pienezza dei tempi; allora Dio avrebbe mandato in questo mondo il suo Figlio unigenito generato da lui fin dall’eternità. Egli ha realizzato questo disegno della sua munificenza, « e il Verbo fatto carne ha abitato in mezzo a noi » (Gv 1,14). Vedendo la sua gloria, che è quella del Figlio unigenito del Padre (ibidem), abbiamo conosciuto che in Dio vi è Padre e Figlio. La missione del Figlio sulla terra, nel rivelarci se stesso, ci insegnava che Dio è eternamente Padre, poiché tutto ciò che è in Dio è eterno. Senza questa rivelazione che è per noi un anticipo della luce che attendiamo dopo questa vita, la nostra conoscenza di Dio sarebbe rimasta molto imperfetta. Bisognava che vi fosse infine relazione fra la luce della fede e quella della visione che ci è riservata, e non bastava più all’uomo sapere che Dio è uno.

Ora noi conosciamo il Padre, dal quale, come ci dice l’Apostolo, deriva ogni paternità anche sulla terra (Ef 3,15). Per noi il Padre non è più soltanto il potere creatore che produce gli esseri al di fuori di sé; il nostro occhio, guidato dalla fede, penetra fin nel seno della divina essenza, ed ivi contempliamo il Padre che genera un Figlio simile a sé. Ma, per insegnarcelo, il Figlio è disceso fino a noi. Egli lo dice espressamente: « Nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale piace al Figlio rivelarlo » (Mt 11,27). Gloria dunque al Figlio che si è degnato di manifestarci il Padre, e gloria al Padre che il Figlio ci ha rivelato!

Così la scienza intima di Dio ci è venuta dal Figlio che il Padre nel suo amore ci ha donato (Gv 3,16); e onde elevare i nostri pensieri fino alla sua natura divina, questo Figlio di Dio che si è rivestito della nostra natura umana nella sua Incarnazione, ci ha insegnato che il Padre e lui sono uno (ivi 17,22), che sono una stessa essenza nella distinzione delle persone. L’uno genera, l’altro è generato; l’uno si afferma potenza, l’altro sapienza e intelletto.

La potenza non può essere senza l’intelletto, né l’intelletto senza la potenza, nell’essere sommamente perfetto; ma l’uno e l’altro richiedono un terzo termine.

Il Padre e il Figlio mandano lo Spirito Santo.

Il Figlio, che è stato mandato dal Padre, è salito al cielo con la natura umana che ha unita a sé per l’eternità, ed ecco che il Padre e il Figlio mandano agli uomini lo Spirito che procede dall’uno e dall’altro. Con questo nuovo dono, l’uomo giunge a conoscere che il Signore Iddio è in tre persone. Lo Spirito, legame eterno dei primi due, è la volontà, l’amore, nella divina essenza. In Dio dunque è la pienezza dell’essere, senza principio, senza successione e senza progressi, poiché nulla gli manca. In questi tre termini eterni della sua sostanza increata egli è l’atto puro e infinito.

La Liturgia, lode della Trinità.

La sacra Liturgia, che ha per oggetto la glorificazione di Dio e la commemorazione delle sue opere, segue ogni anno le fasi di queste manifestazioni nelle quali il sommo Signore si è dichiarato interamente a dei semplici mortali. Sotto i colori scuri dell’Avvento, abbiamo attraversato il periodo di attesa durante il quale il radioso triangolo lasciava appena penetrare alcuni raggi attraverso le nubi. Il mondo implorava il liberatore, un Messia; e lo stesso Figlio di Dio doveva essere questo liberatore, questo Messia. Perché comprendessimo a fondo gli oracoli che ce lo annunciavano, era necessario che egli venisse. Ci è nato un pargolo (Is 9,6) e abbiamo avuto la chiave delle profezie. Adorando il Figlio, abbiamo adorato anche il Padre che ce lo mandava nella carne e al quale è consostanziale. Quel Verbo di vita che abbiamo visto, che abbiamo sentito, che le nostre mani hanno toccato (1Gv 1,1) nell’umanità, che si era degnato di assumere, ci ha convinti che è veramente una persona, che è distinta dal Padre, poiché l’uno manda e l’altro è mandato. Nella seconda persona divina abbiamo trovato il mediatore che ha riunito la creazione al suo autore, il redentore dei nostri peccati, la luce delle nostre anime, lo Sposo che esse sospirano.

Terminata la serie dei misteri che le sono propri, abbiamo celebrato la venuta dello Spirito santificatore, annunciato come Colui che doveva venire a perfezionare l’opera del Figlio di Dio. L’abbiamo adorato e riconosciuto distinto dal Padre e dal Figlio, che ce lo mandavano con la missione di restare con noi (Gv 14,16). Si è manifestato nelle operazioni divine che gli sono proprie, poiché sono l’oggetto della sua venuta. Esso è l’anima della santa Chiesa, e la conserva nella verità che il Figlio le ha insegnata. È il principio della santificazione delle anime nostre, in cui vuoi porre la sua dimora. In una parola, il mistero della Santissima Trinità è diventato per noi non solo un dogma imposto al nostro pensiero dalla rivelazione, ma una verità praticamente conosciuta da noi per la ineffabile munificenza delle tre divine persone, adottati come siamo dal Padre, fratelli e coeredi del Figlio, mossi e abitati dallo Spirito Santo.

MESSA

Per quanto il sacrificio della Messa sia sempre celebrato in onore della Santissima Trinità, oggi la Chiesa, nei suoi canti, nelle sue preghiere e nelle sue letture, glorifica in modo più preciso il grande mistero che costituisce il fondamento della fede cristiana. Si fa tuttavia la commemorazione della prima Domenica dopo la Pentecoste, per non interrompere l’ordine della Liturgia. La Chiesa usa in questa solennità il colore bianco in segno di letizia e per esprimere la semplicità della purezza dell’essenza divina.

EPISTOLA (Rm 11,33-36). – O profondità delle ricchezze della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono incomprensibili i suoi giudizi ed imperscrutabili le sue vie! Chi ha conosciuto il pensiero del Signore? E chi gli è stato consigliere? Chi gli ha dato per il primo, per averne da ricevere il contraccambio? Da lui e per lui e in lui son tutte le cose. A lui gloria nei secoli. Così sia.

I disegni di Dio.

Non possiamo fermare il nostro pensiero sui consigli divini senza provare una specie di vertigine. L’eterno e l’infinito confondono la nostra debole ragione, e questa ragione nello stesso tempo li riconosce e li confessa. Ora, se i disegni di Dio sulle creature già sorpassano il nostro intelletto, come potrà esserci nota l’intima natura di quell’essere supremo? Tuttavia noi distinguiamo e glorifichiamo in questa essenza increata il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Il Padre ha rivelato se stesso mandandoci il suo Figlio, oggetto della eterna compiacenza; il Figlio ci ha manifestato la sua personalità assumendo la nostra carne che il Padre e lo Spirito Santo non hanno assunta insieme con lui; lo Spirito Santo, mandato dal Padre e dal Figlio, è venuto a compiere in noi la missione da essi ricevuta. Il nostro occhio si immerge in queste sacre profondità e il nostro cuore si intenerisce pensando che, se conosciamo Dio, è appunto con i suoi benefici che egli ha formato in noi la nozione di ciò che è. Custodiamo con amore questa fede, e attendiamo con fiducia il momento in cui essa cesserà per far posto alla visione eterna di quello che avremo creduto quaggiù.

VANGELO (Mt 28,18-20). – In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: Mi è stato dato ogni potere, in cielo e in terra. Andate dunque ad ammaestrare tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutte le cose che vi ho comandate. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo.

La fede nella Trinità.

Il mistero della Santissima Trinità manifestato dalla missione del Figlio di Dio in questo mondo e dalla promessa del prossimo invio dello Spirito Santo, è dichiarato agli uomini nelle solenni parole che Gesù pronuncia prima di salire al cielo. Egli dice: « Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo » (Mc 16,17); ma aggiunge che il battesimo sarà dato nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. D’ora in poi è necessario che l’uomo non solo confessi l’unità di Dio abiurando il politeismo, ma che adori la Trinità delle persone nell’unità dell’essenza. Il grande segreto del cielo è una verità divulgata ora per tutta la terra.

Ringraziamento.

Ma se confessiamo umilmente Dio conosciuto quale è in se stesso, dobbiamo anche rendere l’omaggio d’una eterna riconoscenza alla gloriosa Trinità. Essa non si è solo degnata di imprimere le sue divine sembianze sulla nostra anima, facendola a sua immagine; ma, nell’ordine soprannaturale, si è impossessata del nostro essere e l’ha elevato ad una incommensurabile grandezza. Il Padre ci ha adottati nel suo Figlio incarnato; il Verbo illumina il nostro intelletto con la sua luce; lo Spirito Santo ci ha eletti per sua abitazione: e appunto questo esprime la forma del santo battesimo. Con quelle parole pronunciate su di noi insieme con l’infusione dell’acqua, tutta la Trinità ha preso possesso della sua creatura. Noi ricordiamo tale miracolo ogni qualvolta invochiamo le tre divine persone facendoci il segno della croce. Quando le nostre spoglie mortali saranno portate nella casa di Dio per ricevervi le ultime benedizioni e gli addii della Chiesa terrena, il sacerdote supplicherà il Signore di non entrare in giudizio con il suo servo; e per attirare su quel cristiano già entrato nella sua eternità gli sguardi della misericordia divina, egli mostrerà al supremo Giudice che quel membro del genere umano « fu segnato durante la vita con il sigillo della S. Trinità ». Veneriamo in noi quell’augusta impronta che sarà eterna. La riprovazione stessa non la cancellerà. Sia dunque essa la nostra speranza, il nostro nobile titolo, e viviamo a gloria del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

Lode alla Santissima Trinità.

Unità indivisibile, Trinità distinta in una sola natura, sommo Dio, che ti sei rivelato agli uomini, degnati di sopportare che noi osiamo esprimere alla tua presenza le nostre adorazioni, ed effondere il ringraziamento che trabocca dai nostri cuori, quando ci sentiamo inondati dai tuoi ineffabili lumi. Unità divina, Trinità divina, noi non ti abbiamo ancora contemplata, ma sappiamo che tu sei poiché ti sei degnata di manifestarti. Questa terra che noi abitiamo sente ogni giorno affermare chiaramente l’augusto mistero la cui visione costituisce il principio della beatitudine degli esseri glorificati nel tuo seno. La stirpe umana ha dovuto aspettare per lunghi secoli prima che la divina formula le fosse pienamente rivelata; ma la generazione alla quale apparteniamo ne è in possesso, e confessa con slancio l’Unità e la Trinità nella tua essenza infinita. Una volta la parola dello Scrittore sacro, simile al lampo che solca le nubi e lascia dietro di sé l’oscurità più profonda, attraversava l’orizzonte del pensiero. Egli diceva: « Ignoro la vera Sapienza, non possiedo la scienza di ciò che è santo. Chi mai è salito al cielo e ne è ridisceso? Chi è colui che tiene nelle mani la tempesta? Chi trattiene le acque come in un involucro? Chi ha fissato i confini della terra? Sai tu quale è il suo nome? Conosci il nome del figlio suo? » (Pr 30,2-4).
Signore Iddio, grazie alla tua infinita misericordia noi conosciamo oggi il tuo nome: tu ti chiami il Padre, e colui che eternamente generi si chiama il Verbo, la Sapienza. Sappiamo anche che dal Padre e dal Figlio procede lo Spirito d’amore. Il Figlio, rivestito della nostra carne, ha abitato questa terra ed è vissuto in mezzo agli uomini; quindi è disceso lo Spirito, che rimane con noi fino alla consumazione dei destini della famiglia umana quaggiù. Ecco perché osiamo confessare l’Unità e la Trinità; poiché avendo inteso la testimonianza divina abbiamo creduto; e « poiché abbiamo creduto, parliamo con tutta sicurezza » (Sal 115,10; 2Cor 4,13). I tuoi Serafini, o Dio, sono stati intesi dal Profeta cantare: « Santo, Santo, Santo è il Signore degli eserciti » (Is 4,3). Noi non siamo che uomini mortali, ma più fortunati di Isaia, senza essere profeti come lui, possiamo pronunciare le parole angeliche e dire: « Santo è il Padre, Santo è il Figlio, Santo è lo Spirito ». Essi si sostenevano in volo con due delle ali che possedevano; con altre due si velavano rispettosamente il volto e le ultime due coprivano loro i piedi. Anche noi, fortificati dallo Spirito divino che ci è stato dato, cerchiamo di sollevare sulle ali del desiderio il peso della nostra mortalità; copriamo con il pentimento la responsabilità delle nostre colpe, e velando sotto la nube della fede il debole occhio del nostro intelletto, riceviamo nell’intimo la luce che ci è infusa. Docili alle parole rivelate, ci conformiamo a ciò che esse ci insegnano; essi ci apportano la nozione, non solo distinta ma luminosa, del mistero che costituisce la sorgente e il centro di tutti gli altri. Gli Angeli e i Santi ti contemplano in cielo, con quella ineffabile timidezza che il profeta ci ha descritta mostrandoci il loro sguardo velato sotto le loro ali. Noi non vediamo ancora, non potremmo vedere, ma sappiamo, e questa scienza illumina i nostri passi e ci stabilisce nella verità. Ci guardiamo dallo « scrutare la maestà », per paura « di essere schiacciati sotto la gloria » (Pr 25,27); ma ripensando umilmente a ciò che il cielo si è degnato di rivelarci dei suoi segreti, osiamo dire:

Lode all’unico Dio.

Gloria a te, ESSENZA unica, atto puro, essere necessario, infinito senza divisione, indipendente, completo da tutta l’eternità, tranquillo e sommamente beato. In te noi riconosciamo insieme con l’inviolabile Unità, fondamento di tutte le grandezze, tre persone che sussistono distintamente ma nella loro produzione e nella loro distinzione hanno in comune la stessa natura, in modo che la sussistenza personale che costituisce ciascuna di esse e le distingue l’una dall’altra non apporta fra loro alcuna disuguaglianza. O beatitudine infinita in questa società delle tre persone che contemplano in se stesse le ineffabili perfezioni dell’essenza che le riunisce, e la proprietà di ciascuna delle tre che anima divinamente quella natura che nulla potrebbe limitare o turbare! O miracolo di quella essenza infinita allorché si degna di agire fuori di se stessa, creando altri esseri nella sua potenza e nella sua bontà, operando le tre persone d’accordo, in modo che quella che interviene in una maniera che le è propria, lo fa in virtù di una volontà comune! Un amore speciale sia dunque mostrato alla divina persona che, nell’azione comune alle tre, si degna di rivelarsi in modo speciale alle creature; e nello stesso tempo siano rese grazie alle altre due che si uniscono in una medesima volontà, quella che si manifesta in nostro favore!

Lode al Padre.

Gloria a te, o PADRE, Antico dei giorni (Dn 7,9), innascibile, senza principio ma che comunichi essenzialmente e necessariamente al Figlio e allo Spirito Santo la divinità che risiede in te! Tu sei Dio e sei Padre. Chi ti conosce come Dio e ti ignora come Padre, non ti conosce quale tu sei. Produci, generi, ma è nel tuo seno che sei generatore, poiché nulla di quanto è fuori di te è Dio. Tu sei l’essere, la potenza; ma non sei stato mai senza un Figlio. Tu dici a te stesso tutto quello che sei, ti traduci, e il frutto della fecondità del tuo pensiero, uguale a te, è una seconda persona che esce da te: è il tuo Figliuolo, il tuo Verbo, la tua parola increata. Una volta hai parlato, e la tua parola è eterna come te, come il tuo pensiero di cui è l’espressione infinita. Così lo splendore che brilla ai nostri occhi non è mai stato senza il suo splendore. Questo splendore è da lui, è con lui; emana da lui senza diminuirlo, così come non si isola da lui. Perdona, o Padre, al nostro debole intelletto di cogliere un paragone dagli esseri che tu hai creati. E se consideriamo noi stessi che siamo stati creati da te a tua immagine, non sentiamo forse che il nostro stesso pensiero, per essere distinto nella nostra mente, ha bisogno del termine che lo fissa e lo determina?
O Padre, noi ti abbiamo conosciuto mediante quel Figlio che tu eternamente generi, e che si è degnato di rivelarsi a noi. Egli ci ha insegnato che tu sei Padre e che egli è Figlio, e nello stesso tempo tu sei con lui una stessa cosa (Gv 10,30). Se un Apostolo esclama: « Signore, mostraci il Padre », egli risponde: « Chi vede me, vede il Padre mio » (Gv 14,8-9). O Unità della natura divina, in cui il Figlio, distinto dal Padre, non è tuttavia da meno del Padre! O compiacenza del Padre nel Figlio, mediante il quale egli ha coscien­za di se stesso; compiacenza d’amore intimo che egli dichiara alle nostre orecchie mortali sulle rive del Giordano e sulla vetta del Tabor (Mt 3,17; 2Pt 1,17).
O Padre, noi ti adoriamo, ma ti amiamo pure: poiché un Padre deve essere amato dai suoi figli, e noi siamo appunto tuoi figli. Un Apostolo non ci insegna forse che ogni paternità procede da te, non solo in cielo, ma anche in terra (Ef 3,15)? Nessuno è padre, nessuno ha l’autorità paterna nella famiglia, nello Stato, nella Chiesa, se non da te, in te e ad imitazione di te. Di più, tu hai voluto che « fossimo non soltanto chiamati tuoi figli, ma che tale qualità fosse reale in noi » (Gv 3,1); non per generazione come è del tuo unico Verbo, ma per una adozione che ci rende suoi « coeredi » (Rm 8,17). Il tuo divin Figlio dice parlando di te: « Io onoro il Padre mio » (Gv 8,49); anche noi ti onoriamo, o sommo Padre, Padre d’immensa maestà, e dal profondo del nostro nulla, nell’attesa dell’eternità, ti glorifichiamo insieme con i santi Angeli e i Beati della nostra stirpe. Che il tuo occhio paterno ci protegga, che si degni di compiacersi anche in quei figli che tu hai previsti, che hai eletti, che hai chiamati alla fede e che osano insieme con l’Apostolo chiamarti « il Padre delle misericordie e il Dio di ogni consolazione » (2Cor 1,3).

Lode al Figlio.

Gloria a te, o FIGLIO, o Verbo, o Sapienza del Padre! Emanato dalla sua essenza divina, il Padre ti ha dato nascita « prima dell’aurora » (Sal 109,3); egli ti ha detto: « Oggi ti ho generato » (Sal 2,7), e quel giorno che non ha né vigilia né domani è l’eternità. Tu sei Figlio e Figlio unigenito, e questo nome esprime una stessa natura con colui che ti produce; esclude la creazione, e ti mostra consustanziale al Padre, dal quale esci con una perfetta somiglianza. Tu esci dal Padre senza uscire dall’essenza divina, essendo coeterno al tuo principio, poiché in Dio nulla vi è di nuovo e nulla di temporale. In te, la filiazione non è una dipendenza, poiché il Padre non può essere senza il Figlio come il Figlio senza il Padre. Se è nobile per il Padre produrre il Figlio, non è meno nobile per il Figlio esaurire e terminare in sé stesso con la sua filiazione la potenza generatrice del Padre.

O Figlio di Dio, tu sei il Verbo del Padre. Parola increata, tu gli sei intimo come il suo pensiero, che è il suo stesso essere. In te quell’essere si traduce interamente nella sua infinità, in te si conosce. Tu sei il frutto immateriale prodotto dall’intelletto divino del Padre, l’espressione di tutto ciò che egli è sia che ti custodisca misteriosamente « nel suo seno » (Gv 1,18), sia che ti produca al di fuori. Quali termini potremo usare per definirti nella tua magnificenza, o Figlio di Dio?! Lo Spirito Santo si degna di venirci in aiuto nei libri che ha ispirato ed osiamo perciò dire col linguaggio che ci suggerisce: « Tu sei lo splendore della gloria del Padre, la forma della sua sostanza (Ebr 1,3). Tu sei lo splendore dell’eterna luce, lo specchio senza imperfezione della maestà di Dio, la rifrazione della sua eterna bontà » (Sap 7,26). Con la santa Chiesa riunita a Nicea, osiamo dirti ancora: « Tu sei Dio da Dio, lume da lume, Dio vero da Dio vero ». Con i Padri e i Dottori aggiungiamo: « Tu sei la lampada eternamente accesa alla lampada eterna. La tua luce non diminuisce affatto quella che si comunica a te, e in te essa non ha nulla di inferiore a quella che l’ha prodotta ».
Ma quando questa ineffabile fecondità che dà un Figlio eterno al Padre, al Padre e al Figlio un terzo termine, ha voluto manifestarsi al di fuori della divina essenza, e non potendo produrre più nulla che le fosse uguale si è degnata di chiamare dal nulla la natura intellettuale e ragionevole, come quella che più si avvicinava al suo principio, e la natura materiale come la meno lontana dal nulla, la produzione intima della tua persona nel seno del Padre, o Figlio unigenito di Dio, si è rivelata al mondo nell’atto creatore. Il Padre ha fatto tutte le cose, ma « le ha fatte nella sua Sapienza » cioè è in te che « le ha fatte » (Sal 103,24). Questa missione di operare che hai ricevuta dal Padre, deriva dalla generazione eterna con la quale egli ti produce da se stesso. Tu sei stato lanciato dal tuo misterioso riposo, e le creature visibili e invisibili sono uscite dal nulla dietro il tuo comando. Agendo in un intimo accordo con il Padre, hai diffuso sui mondi, creandoli, qualcosa di quella bellezza e di quell’armonia di cui sei il riflesso nell’essenza divina. Ma la tua missione non era esaurita dalla creazione. L’angelo e l’uomo, esseri intelligenti e liberi, erano chiamati a vedere e a possedere Dio in eterno. Per essi, l’ordine naturale non era sufficiente; bisognava che venisse aperta una via soprannaturale per condurli al loro fine. Questa via, eri tu stesso, o Figlio unigenito di Dio. Assumendo in te la natura umana, tu ti univi all’opera tua, risollevavi fino a Dio l’angelo e l’uomo, e nella tua natura finita apparivi come il tipo supremo della creazione che il Padre aveva compiuta per mezzo tuo. O mistero ineffabile! Tu sei il Verbo increato, e insieme « il primogenito di ogni creatura » (Col 1,15) che doveva essere manifestato a suo tempo, ma che avevi preceduto nell’intenzione divina tutti gli esseri che sono stati creati perché fossero i suoi sudditi.
La stirpe umana, chiamata a possederti nel suo seno come il divino intermediario, la ruppe con Dio: il peccato la precipitò nella morte. Chi poteva ormai risollevarla e restituirla al suo sublime destino? Ancora soltanto tu, o Figlio unigenito del Padre! Non avremmo mai osato sperarlo; ma « il Padre ha tanto amato il mondo che ha dato il suo Figlio unigenito » (Gv 3,16), non più soltanto come mediatore, ma come redentore di noi tutti. O nostro fratello maggiore, tu gli chiedevi « che ti restituisse la tua eredità » (Sal 16,5), e questa eredità hai dovuto riscattarla. Il Padre allora ti affidò la missione di Salvatore per la nostra razza perduta. Il tuo sangue sulla croce fu il prezzo del nostro riscatto, e siamo rinati a Dio e ai nostri onori d’un tempo; per questo ci facciamo vanto, noi tuoi redenti, o Figlio di Dio, di chiamarti NOSTRO SIGNORE.
Liberati dalla morte, purificati dal peccato, ti sei degnato di restituirci tutte le nostre grandezze. Tu infatti sei ormai il CAPO, e noi siamo le tue membra. Tu sei il RE, e noi siamo i tuoi fortunati sudditi. Tu sei il PASTORE, e noi siamo le pecore del tuo unico ovile. Tu sei lo SPOSO, e la Chiesa madre nostra è la tua sposa. Tu sei il PANE vivo disceso dal cielo, e noi siamo i tuoi invitati. O Figlio di Dio, o Emmanuele, o figlio dell’uomo, benedetto il Padre che ti ha mandato; ma benedetto con lui anche tu, che hai adempiuto la sua missione, e che ti sei degnato di dirci che « le tue delizie sono nello stare con i figli degli uomini » (Pr 8,31)!

Lode allo Spirito Santo.

Gloria, a te, o SPIRITO SANTO, che emani per sempre dal Padre e dal Figlio nell’unità della divina sostanza! L’atto eterno con il quale il Padre conosce se stesso produce il Figlio che è l’immagine infinita del Padre, e il Padre è preso d’amore per quello splendore uscito da lui da prima dei secoli. Il Figlio, contemplando il principio da cui emana eternamente, concepisce per tale principio un amore uguale a quello di cui è l’oggetto. Chi potrebbe mai descrivere questo ardore, questa mutua aspirazione che è l’attrazione e il moto d’una persona verso l’altra, nell’immobilità eterna dell’essenza?! Tu sei quell’amore, o Spirito divino, che esci dal Padre e dal Figlio come da uno stesso principio, distinto dall’uno e dall’altro, ma che forma il legame che li unisce nelle ineffabili delizie della divinità: Amore vivo, personale, che procede dal Padre attraverso il Figlio, termine estremo che completa la natura divina e definisce eternamente la Trinità. Nel seno impenetrabile del gran Dio, la personalità ti deriva insieme dal Padre di cui sei l’espressione con un nuovo modo di produzione (Gv 15,26) e dal Figlio che, ricevendo dal Padre, ti dà da se stesso (Gv 16,14-15), poiché l’amore infinito che li unisce eternamente è dei due e non di uno solo. Mai il Padre fu senza il Figlio, mai il Figlio fu senza il Padre; ma neppure mai il Padre e il Figlio sono stati senza di te, o Spirito Santo! Eternamente essi si sono amati, e tu sei l’amore infinito che regna in essi, e al quale essi comunicano la loro divinità. La tua processione dall’uno e dall’altro esaurisce la virtù produttiva dell’essenza increata, e così le divine persone realizzano il numero tre; al di fuori di esse, non vi è che il creato.
Era necessario che nella divina essenza vi fosse non solo la potenza e l’intelletto, ma anche il volere dal quale procede l’azione. Il volere e l’amore sono una sola e medesima cosa, e tu sei, o divino Spirito, quel volere e quell’amore. Quando la gloriosa Trinità opera al di fuori di se stessa, l’atto concepito dal Padre, espresso dal Figlio, si compie per tuo mezzo. Pure per tuo mezzo l’amore che il Padre e il Figlio hanno l’uno per l’altro, e che si personifica in te, si estende agli esseri che saranno creati. Mediante il suo Verbo il Padre li conosce; mediante te, o Spirito amore, li ama, sicché tutta la creazione procede dalla bontà divina.
Emanando dal Padre e dal Figlio, senza perdere l’uguaglianza che hai eternamente con essi, sei mandato dall’uno e dall’altro verso la creatura. Il Figlio, mandato dal Padre, riveste per l’eternità la natura umana, e la sua persona, con le operazioni che le sono proprie, ci appare distinta da quella del Padre. Così pure, o Spirito Santo, noi ti riconosciamo distinto dal Padre e dal Figlio, quando discendi per compiere su di noi la missione che ti è stata assegnata dall’uno e dall’altro. Tu ispiri i profeti (2Pt 1,21), intervieni in Maria nella divina Incarnazione (Lc 1,35), ti posi sul fiore di Iesse (Is 9,2), conduci Gesù al deserto (Lc 4,1), lo glorifichi con i miracoli (Mt 12,28). La sua Sposa, la santa Chiesa, ti riceve anch’essa e tu l’ammaestri in ogni verità (Gv 16, 13), e rimani in lei, come suo amico, fino all’ultimo giorno del mondo (Mt 28,20). Le anime nostre sono segnate del tuo sigillo (Ef 1,13; 4,30), tu le animi della vita soprannaturale (Gal 5,25); abiti finanche nei nostri corpi, che diventano il tuo tempio (1Cor 6,19); e infine sei per noi il dono di Dio (Inno della Pentecoste), la fonte che zampilla sino alla vita eterna (Gv 4, 14; 7,39). Ti siano dunque rese distinte grazie, o Spirito divino, per le distinte operazioni che compi in nostro favore!

Ringraziamento alla Santissima Trinità.

Ed ora, dopo aver adorato l’una dopo l’altra le divine persone, passando in rassegna i loro benefici sul mondo, osiamo ancora elevare il nostro occhio mortale verso quella triplice Maestà che risplende nell’unità della tua essenza, o sommo Signore, e confessiamo ancora una volta, insieme con sant’Agostino, quello che abbiamo saputo da te su te stesso. « Tre è il loro numero: uno che ama colui che è da lui, uno che ama colui che è, e infine lo stesso amore » [1]. Ma dobbiamo ancora compiere un dovere di riconoscenza, celebrando l’ineffabile modo con cui ti sei degnato di imprimere in noi l’immagine di te stesso. Avendo risolto fin dall’eternità di farci compartecipi tuoi, (1Gv 1,3), ci hai preparati secondo un’immagine tolta dal tuo essere divino (Gen 1,27). Tre facoltà nella nostra unica anima rendono testimonianza della nostra origine che è da te; ma questo fragile specchio del tuo essere, che è la gloria della nostra natura, non era che un preludio ai disegni del tuo amore. Dopo averci dato l’essere naturale, avevi risolto nel tuo consiglio, o divina Trinità, di comunicarci anche l’essere soprannaturale. Nella pienezza dei tempi, il Padre ci manda il suo Figlio, e questo Verbo increato reca la luce al nostro intelletto; il Padre e il Figlio ci mandano lo Spirito, e lo Spirito reca l’amore alla nostra volontà; e il Padre che non può essere mandato viene da se stesso, e si dà all’anima nostra di cui trasforma la potenza. È nel santo Battesimo, nel nome del Padre, del Figliolo e dello Spirito Santo, che si compie nel cristiano questa produzione delle tre divine persone, in corrispondenza ineffabile con le facoltà elargite all’anima nostra, come l’abbozzo del capolavoro che solo l’azione soprannaturale di Dio può portare a termine.
O unione mediante la quale Dio è nell’uomo e l’uomo è in Dio! Unione mediante la quale giungiamo all’adozione del Padre, alla fraternità con il Figlio, all’eredità eterna. Ma questa abitazione di Dio nella creatura è stato l’amore eterno a formarla gratuitamente, e si mantiene fino a quando l’amore di reciprocità non viene a mancare nell’uomo. Il peccato mortale avrebbe la forza di distruggerla; la presenza delle divine persone che avevano fissato la loro dimora nell’anima (Gv 14,23) e che vorrebbero restare unite ad essa, cesserebbe nell’istante stesso in cui si spegnesse la grazia santificante. Dio allora non sarebbe più nell’anima se non per la sua immensità, e l’anima non lo possederebbe più. Allora Satana ristabilirebbe in essa il regno della sua odiosa trinità: « la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita » (1Gv 2,16). Guai a chiunque osasse sfidare Dio con una rottura così sanguinosa, e sostituire in questo modo il male al sommo bene! È la gelosia del Signore disprezzato, espulso, che ha spalancato gli abissi dell’inferno e acceso le fiamme eterne.
Ma questa rottura è dunque senza più possibile riconciliazione? Sì, se si tratta dell’uomo peccatore, incapace di riallacciare con la Santissima Trinità le relazioni che una gratuita previdenza aveva preparate e che una incomprensibile bontà aveva portate a termine. Ma la misericordia di Dio, che è, come ci insegna la Chiesa nella sacra Liturgia (Colletta della X domenica dopo la Pentecoste), l’attributo più alto della sua potenza, può operare un tale prodigio, e lo opera ogni qualvolta un peccatore si converte. A questa operazione della augusta Trinità che si degna così di discendere nuovamente nel cuore del peccatore pentito, un gaudio immenso, ci dice il Vangelo, si impossessa degli Angeli e dei Santi fin nelle altezze dei cieli (Lc 15,10), poiché il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo hanno reso manifesto il loro amore e cercato la loro gloria rendendo giusto colui che era stato peccatore, e venendo ad abitare in quella pecorella or ora smarrita, in quel prodigo che il giorno prima faceva il guardiano dei porci, in quel ladrone che poco fa, sulla croce, insultava ancora insieme con il suo compagno l’innocente crocifisso.
Adorazione e amore a voi, dunque, o Padre, Figlio e Spirito Santo, Trinità perfetta che ti sei degnata di rivelarti ai mortali, Unità eterna e incommensurabile che hai liberato i padri nostri dal giogo dei falsi dèi. Gloria a te, come era nel principio, prima di tutti gli esseri creati; come è adesso, in quest’ora in cui attendiamo la vera vita che consiste nel contemplarti faccia a faccia; come sarà nei secoli dei secoli, quando l’eternità beata ci avrà riuniti nel tuo seno infinito. Amen.

PREGHIAMO

O Dio onnipotente ed eterno, che per mezzo della vera fede hai concesso di conoscere la gloria dell’eterna tua Trinità e di adorare la grandezza della tua Unità, fa’ che questa fede fermissima ci faccia forti in tutte le avversità della vita.

[1] Non amplius quam tria sunt: unus diligens eum qui de illo est, et unus diligens eum de quo est, et ipsa dilectio (De Trin. l. vi c. vii).

da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 352-368    

Publié dans:liturgia |on 29 mai, 2010 |Pas de commentaires »

Come la “strategia del silenzio” salvò migliaia di ebrei

dal sito:

http://www.zenit.org/article-22650?l=italian

Come la “strategia del silenzio” salvò migliaia di ebrei

Documenti e testimonianze evidenziano gli sforzi di Pio XII

di Gary S. Krupp

NEW YORK, venerdì, 28 maggio 2010 (ZENIT.org).- La Pave the Way Foundation ha avviato un progetto di recupero di documenti per mostrare tutte le informazioni e le testimonianze possibili sul pontificato di Pio XII, il Papa della Seconda Guerra Mondiale, così da porre fine all’“impasse” accademica provocata dalla mancanza di informazioni pubbliche.

Nuove scoperte hanno portato alla luce documenti e testimonianze che mostrano chiaramente che il 16 ottobre 1943 fu la scelta del Papa di non denunciare pubblicamente l’arresto degli ebrei romani a salvare la vita di molti membri della comunità ebraica di Roma.

Esiste una dichiarazione giurata del 1972 del generale Karl Wolff, comandante delle SS per l’Italia e vice di Heinrich Himmler, che afferma che nel settembre 1943 Adolf Hitler ordinò di predisporre un piano per invadere il Vaticano, sequestrare il Papa, incamerare i beni vaticani e uccidere la Curia Romana. Il piano sarebbe stato messo in pratica tempestivamente.

Il generale Wolff sapeva che se l’invasione fosse stata attuata si sarebbero verificati gravi disordini in tutta Europa, il che avrebbe rappresentato un disastro militare per lo sforzo bellico tedesco. Il generale dichiarò di essere riuscito a convincere Hitler a rinviare l’invasione. Qusto punto di vista di un potenziale disastro militare era condiviso dal governatore militare di Roma, il generale comandante Rainer Stahel, e dall’ambasciatore tedesco presso la Santa Sede, Ernst von Weizsacker.

Pio XII era a conoscenza del piano di invasione ed era conscio che la sua esecuzione avrebbe portato a grandi disordini, che avrebbero potuto provocare migliaia di vittime innocenti. Inoltre la neutralità vaticana sarebbe stata violata, permettendo così alle forze tedesche di entrare in tutte le proprietà del Vaticano. Esistono atti manoscritti secondo cui il 6 settembre 1943 Pio XII riunì segretamente i Cardinali per comunicare loro che il Vaticano avrebbe potuto essere invaso, e che egli sarebbe stato portato al nord e probabilmente assassinato. I Cardinali dovevano prepararsi a fuggire subito in un Paese neutrale, non appena il territorio del Vaticano fosse stato invaso.

Firmò anche una lettera di rinuncia e la pose sulla sua scrivania. Diede istruzioni ai Cardinali perché, una volta in salvo, formassero un Governo in esilio e scegliessero un nuovo Papa. C’è una lettera manoscritta del Segretario di Stato che ordinava alle Guardie Svizzere di non resistere alle forze d’invasione tedesche con la forza delle armi, e molti documenti spiegano come avrebbero dovuto proteggere la Biblioteca Vaticana e il contenuto del museo.

Durante questo periodo, von Weizsäcker inviò a Berlino messaggi positivi ingannevoli sul Papa per calmare Hitler, per non giustificare un ordine di invasione. Alcuni critici di Pio XII hanno basato erroneamente le proprie teorie relative alla complicità e alla collaborazione del Papa su questi cablogrammi, che l’assistente di von Weizsäcker, Albrecht von Kessel, definì in seguito “bugie tattiche”.

Esiste una testimonianza del tenente Nikolaus Kunkel, un ufficiale tedesco della sede del governatore militare di Roma, che corrobora le prove documentate e le testimonianze su come Pio XII abbia salvato direttamente la comunità ebraica romana, e che rivela come si attendesse da un giorno all’altro l’ordine di invasione da Berlino.

Quando iniziarono gli arresti la mattina del 16 ottobre 1943, Pio XII venne avvertito dalla principessa Enza Pignatelli Aragona Cortes. Si mise subito in azione per costringere i tedeschi a fermare le detenzioni. Chiamò il Segretario di Stato vaticano, il Cardinal Maglione, e gli diede istruzioni per lanciare una decisa protesta contro gli arresti. Il porporato avvertì von Weizsäcker quella mattina stessa del fatto che il Papa non poteva restare in silenzio, visto che gli ebrei venivano arrestati proprio sotto le sue finestre, nella sua Diocesi. Pio XII inviò allora suo nipote, Carlo Pacelli, a incontrare un simpatizzante della Germania, il Vescovo Alois Hudal, ordinandogli di scrivere una lettera ai suoi contatti tedeschi per fermare immediatamente gli arresti.

Anche questa mossa risultò priva di efficacia. L’ultimo sforzo di Pio XII, quello che ebbe maggior successo, fu inviare il suo confidente, il Superiore Generale dei Salvatoriani, padre Pankratius Pfeiffer, perché incontrasse direttamente il governatore militare di Roma, il generale Stahel. Padre Pfeiffer avvertì Stahel che il Papa avrebbe lanciato una protesta forte e pubblica contro questi arresti se non si fossero fermati. Il timore che la protesta pubblica provocasse l’ordine di Hitler di invadere la Santa Sede spinse Stahel ad agire.

Il generale telefonò subito a Heinrich Himmler e inventò delle ragioni militari per fermare gli arresti. Confidando nelle valutazioni di Stahel, Himmler avvisò Hitler di bloccare le detenzioni. L’ordine di fermare gli arresti venne comunicato a mezzogiorno del 16 ottobre, e divenne effettivo alle 14.00 di quello stesso giorno.

Questa sequenza di fatti è stata confermata in modo indipendente dal generale Dietrich Beelitz, ufficiale di collegamento con l’ufficio del maresciallo da campo Albert Kesselring e il comando di Hitler. Beelitz ascoltò personalmente la conversazione tra  Stahel e Himmler. Quando emerse l’inganno di Stahel, Himmler punì il generale inviandolo sul fronte orientale.

Si sa che in Vaticano c’erano delle spie infiltrate. Il Papa poteva inviare solo sacerdoti di fiducia e confidenti per Roma e l’Italia, con ordini verbali e scritti del Papa di permettere a uomini e donne di entrare nei conventi e nei monasteri cattolici, e ordinando che tutte le istituzioni ecclesiastiche nascondessero gli ebrei dove potevano.

Secondo il celebre storico britannico sir Martin Gilbert, il Vaticano nascose migliaia di ebrei letteralmente in un giorno. Dopo averli nascosti, continuò a nutrire e a mantenere i suoi “ospiti” fino alla liberazione di Roma, il 4 giugno 1944.

Documenti di Berlino e del processo ad Eichmann in Israele mostrano anche che gli 8.000 ebrei romani che dovevano essere arrestati non sarebbero stati spediti ad Auschwitz ma nel campo di lavoro di Mauthausen, dove sarebbero rimasti come ostaggi. Quest’ordine venne tuttavia revocato in seguito da persone sconosciute, e 1.007 ebrei vennero mandati a morire ad Auschwitz. Ne sopravvissero solo 17. Ci sono persone che criticano Pio XII per non aver salvato quelle 1.007 persone, ma tacciono sulle sue azioni dirette, che portarono al salvataggio di una comunità ebraica, quella romana, vecchia di oltre 2.000 anni.

Di recente è stato scoperto negli archivi nordamericani che gli Alleati avevano decifrato i codici tedeschi e sapevano con una settimana d’anticipo dell’intenzione di arrestare gli ebrei di Roma. Decisero di non avvisare i romani perché questo avrebbe potuto mettere in guardia i tedeschi su questa falla nel loro servizio di intelligence. Qusta “decisione militare” lasciò Pio XII solo, senza avvisi previ, a cercare di porre fine agli arresti.

Parlando di Papa Pio XII, il maggiore esperto ebreo sull’Olocausto in Ungheria, Jeno Levai, ha dichiarato che è “particolarmente deplorevole il fatto che l’unica persona in tutta l’Europa occupata che agì più di tutti gli altri per frenare il terribile crimine e mitigarne le conseguenze sia diventata oggi il capro espiatorio degli insuccessi altrui”.

————

*Gary Krupp è il fondatore della Pave the Way Foundation (PTWF), un’organizzazione la cui missione è quella di individuare e cercare di eliminare gli ostacoli tra le religioni e di avviare azioni positive per migliorare le relazioni interreligiose.

Publié dans:Papa Pio XII |on 29 mai, 2010 |Pas de commentaires »

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Sant’Ilario di Poitiers: « Con quale autorità fai queste cose ? »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100529

Sabato della VIII settimana delle ferie del Tempo Ordinario : Mc 11,27-33
Meditazione del giorno
Sant’Ilario di Poitiers (circa 315-367), vescovo, dottore della Chiesa
De Trinitate, VII, 26-27

« Con quale autorità fai queste cose ? »

        Dipende dal Padre, il fatto che il Figlio gli assomogli. Viene da lui, quel Figlio che gli si può paragonare, perché è simile a lui. È pari a lui, il Figlio che compie le stesse opere di lui (Gv 5,36)… Sì, il Figlio compie le opere del Padre ; perciò ci chiede di credere che egli è il Figlio di Dio. Non si arroga in questo un titolo che non gli sarebbe dovuto ; non fonda la sua rivendicazione sulle sue opere. No, rende testimonianza che queste non sono le sue opere, bensì quelle del Padre suo. E attesta così che lo splendore delle sue azioni è dovuto alla sua divina nascita. Ma come gli uomini avrebbero potuto riconoscere in lui il Figlio di Dio, nel mistero di questo corpo che aveva assunto, in questo uomo nato da Maria ? Il Signore compieva dunque tutte queste opere allo scopo di fare penetrare nel loro cuore la fede in lui : « Se compio le opere del Padre mio, anche se non volete credere in me, credete almeno alle opere ! » (Gv 10,38).

        Se l’umile condizione del suo sorpo sembra costituire un ostacolo per credere alla sua parola, ci chiede di credere almeno alle sue opere. Perché, infatti, il mistero della sua nascita umana ci impedirebbe di percepire la sua nascita divina ? … « Se non volete credere a me, credete alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me e io nel Padre »…

        Tale è la natura che egli possiede fin dalla sua nascita ; tale è il mistero di una fede che ci garantirà la salvezza : occorre non dividere coloro che sono una cosa sola, non privare il Figlio dalla sua natura e proclamare la verità del Dio Vivo nato dal Dio Vivo… « Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me, così io vivo per il Padre » (Gv 6,57). « Come il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso al Figlio di avere la vita in se stesso » (Gv 5,26).

Santa Trinità

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Publié dans:immagini sacre |on 28 mai, 2010 |Pas de commentaires »

Le virtù teologali: fede, speranza e carità: Un’interpretazione spirituale

dal sito:

http://www.fonteavellana.it/it/home/ospitalita/pagina_aperta/2009/maggio.html

Le virtù teologali: fede, speranza e carità.

Un’interpretazione spirituale

di Andreas Schnoeller *
 
Nell’esperienza cristiana il percorso spirituale poggia su tre pilastri. Sono le tre virtù teologali – che hanno cioè un esplicito riferimento a Dio: la fede, la speranza e la carità. La fede – che è sempre fede-fiducia, abbandono fiducioso – è un atteggiamento che si vive nel presente. Nella Dei Verbum del Concilio Vaticano II si usa la formula: «abbandonarci fiduciosamente a Dio, prestando l’ossequio dell’intelletto e della volontà». Tuttavia, il suo sguardo è rivolto al passato. Si nutre, nel contesto della tradizione cristiana, della testimonianza che ci viene dal passato. La fede coglie le risonanze dell’azione di Dio che ci provengono dagli eventi del passato, dalle testimonianze di coloro che ci hanno educato alla fede, di coloro che ci hanno trasmesso le tradizioni. Questo è il motivo per cui, nella liturgia cristiana, si leggono le Scritture. Volendo nutrire l’atteggiamento di fede nel presente, ci richiamiamo alle testimonianze che ci vengono dal passato. 
Ne celebriamo la «memoria», che è una componente essenziale dell’esperienza cristiana. Vale anche per gli Ebrei e, forse, vale per tutti, per ogni uomo e per ogni cultura. Perché noi, in quanto creature, ci portiamo costantemente con noi il passato. Come si legge nella seconda lettera di Pietro 1,19: «Le parole dei profeti sono degne di fiducia, oggi ancora più di prima. E voi fate bene a considerarle con attenzione. Esse sono come una lampada che brilla in un luogo oscuro, fino a quando non comincerà il giorno, e la stella del mattino illuminerà i vostri cuori». Oggi, però, questo sguardo della fede si estende e abbraccia territori che si fanno sempre più vasti dell’umanità. Perché ogni cammino spirituale dell’umanità è veicolo di un’immensa ricchezza che confluisce nel presente. Senza rinnegare o trascurare il proprio passato specifico, l’attuale impegno ecumenico e il dialogo interreligioso richiedono quest’apertura e questo passaggio. Naturalmente, non c’è solo il passato. C’è anche il presente. Esso non è solo il luogo in cui si vive di fede, attingendo al passato. È anche il luogo in cui, in virtù del silenzio che ascolta, la fede si alimenta e cresce. Per i padri della chiesa, la grande Bibbia non sono le Sacre Scritture, ma la vita. Quel roveto ardente, alla cui presenza Mosè si toglie i calzari, perché sa di trovarsi a faccia a faccia con il Dio vivente. «Mio Dio è ogni cosa», ripete estatico Francesco d’Assisi.
 La speranza, ossia l’attesa di Dio che viene. Perché questo è la speranza: attesa del dono di Dio che erompe dal futuro. Qui, però, occorre essere chiari. Perché la speranza non consista nell’attendere il bene che ci sarà domani. Oggi va male, ma domani sarà diverso. La speranza a livello teologale è l’attesa di Dio che viene. Dice l’Apocalisse: «Io sono l’Alfa e l’Omega, il principio e la fine. Io sono colui che è, che era e che viene» (Ap 1,8; 21,6; 22,13). Per chi crede in Dio, Dio già è. Cioè, la perfezione totale, la perfezione compiuta, c’è già. Per cui la speranza è essere aperti alla perfezione compiuta che ci viene incontro. È accogliere i frammenti di vita sempre nuovi che ci offre, per condurci alla nostra identità di figli. La speranza è attendere il dono di Dio che ci rende suoi figli. Però, anche qui, occorre di nuovo essere attenti. Perché questo è di nuovo un punto fondamentale. 
Infatti, il dono di Dio, cioè la sua azione, per essere veramente nostro, cioè accolto, deve diventare nostra azione, nostra decisione. Non è come ricevere in dono un libro, che rimane nostro anche se lo mettiamo in un cassetto. Se il dono di Dio non diventa nostra azione, nostra decisione, si perde nel vuoto. Il dono c’è. Ma se non viene accolto, non può diventare frammento di vita che ci arricchisce. La speranza è apertura accogliente al dono di Dio che ci arricchisce. È passività, perché tutto è dono di Dio. Ma è passività accogliente, che ci pone nella condizione di essere capaci di attività. La famosa formula di Levinas che, riferendosi al rapporto con Dio, dice: «Quando c’è la massima passività, lì c’è la massima attività», suppone l’accoglienza. Se manca l’accoglienza, la crescita è impossibile. Si tenga oltre tutto presente il fatto che viene continuamente sottolineato dai padri della chiesa, ossia che Dio non si impone, ma si propone. Una proposta, o viene accolta, o cade nel vuoto. La speranza è come la meditazione. D’una parte è riposo, è perfetta serenità. Ma dall’altra parte è consapevolezza, che vuol dire essere svegli, accoglienti, vigilanti.
Allora, ancora una volta, cosa vuol dire sperare, attendere Dio che viene? – Vuol dire assumere l’atteggiamento per cui l’azione di Dio in noi può diventare gesto nuovo di amore, forma nuova di misericordia, intuizione nuova della verità degli altri, capacità nuova di dialogo, di attenzione reciproca, e così via. Cioè è permettere all’azione di Dio di diventare nostra qualità umana. Allora l’esercizio della speranza non è passività. È disponibilità a compiere gesti inediti, a esprimere potenze nuove di vita. Per cui, se noi ci esaminiamo, io credo che noi troveremo che raramente esercitiamo la speranza teologale. Sì, abbiamo fiducia in Dio. Diciamo: «Sì, spero e lotto per un futuro diverso». Però, nell’affermare questo, noi ci fidiamo poi delle nostre capacità, delle nostre finanze, degli amici potenti che abbiamo… Cioè, non attendiamo il dono di Dio, anche quando attendiamo cose buone.
Vi faccio un piccolo esempio. Se voi fate un elenco delle attività che svolgete quotidianamente, e poi vi chiedete: «Quando faccio questo, cosa mi attendo, cosa aspetto?», scoprirete che aspettate tante cose che non hanno molto collegamento con l’azione di Dio in noi. Aspettiamo il riconoscimento degli altri, la stima degli altri, l’applauso, il compenso economico, il successo, ecc. Cose anche buone. Non dico che sono cose cattive. Però, tutte queste cose non sono il dono di Dio. In questo caso, e per anni noi c’impegniamo in una determinata attività, e poi quello che attendevamo non viene – perché non c’è il successo, perché gli altri non ci approvano – ci sembra di avere fallito, di avere perso tempo, perché quello che attendevamo non è venuto.
Ma se, invece, noi impariamo ad attendere Dio che viene, cioè quel dono di vita per cui cresciamo come figli suoi, allora anche quando la nostra azione non ha successo, anche quando quello che abbiamo profuso non produce nulla, non viene riconosciuto, queste delusioni non scalfiscono in nulla la nostra interiorità. Il dono di Dio l’abbiamo accolto e nessuno ci può impedire di accogliere il suo amore e di crescere come suoi figli attraverso ciò che facciamo. Come abbiamo visto, Romani 8,35: «Nessuno ci può separare dall’amore». Per questo Paolo può dire, Romani 5,5: «La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito che ci è stato dato».
La speranza non delude. La speranza teologica non delude perché Dio viene sempre se tu lo riconosci e lo accogli, anche quando fallisce la tua impresa, anche quando viene meno la ragione immediata, superficiale per cui ti eri mosso.
Il dono di Dio ti viene offerto, solo che tu non lo aspettavi. Attendevi altro, per cui non lo riconosci e non lo accogli. Per questo, vedete, la speranza teologale non è facile e forse, tra le tre virtù teologali è quella meno esercitata, la più povera. È – come diceva qualcuno – la virtù dimenticata, trascurata. Credo sia esatto. Perché noi attendiamo sempre altre cose, anche buone; ma non Dio che viene nella nostra vita. Per questo, chiedetevi spesso: «Che cosa attendo?». E poi: «Come reagisco?».
L’amore, la carità, l’amore-carità. Il termine greco è agàpe. Indica l’amore di Dio che si esprime in forma creata.
Partirei con una citazione. Gv 15,9-10.17: «Come il Padre ha amato me e io resto nel suo amore, così ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Amatevi gli uni gli altri». Credo che in questi versetti è riassunta, in modo schematico ma esemplare, la dinamica dell’agàpe. «Come il Padre»: quel katòs – come – non è semplicemente la misura; è anche la ragione: per il fatto che il Padre mi ha amato e io resto nel suo amore, per questo io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Amatevi gli uni gli altri.
Allora vedete i tre momenti: il rapporto con Dio, che è fondamentale, perché è la fonte a cui tutto attinge. Ma poi c’è la forma creata, la creature che accoglie e che offre. Quindi l’agàpe è l’amore di Dio che si esprime in forma creata, in chi consapevolmente lo accoglie e lo offre. Sono tre gli elementi: Dio, io, l’atro.
L’agàpe, quindi, non è semplicemente il mio voler bene, la mia buona volontà. Nella prospettiva agàpica non si dovrebbe dire «Io amo». Si dovrebbe dire: «L’Amore in me si esprime». Non si dovrebbe dire: «Io ti voglio bene», ma: «Il Bene in me si offre a te». Cioè, il soggetto agente è più grande di noi. È il Bene che si offre, è l’Amore che si esprime.
Allora, quando c’è l’amore agàpico? – Quando permettiamo a Dio di esprimersi in noi. Quando ci apriamo così all’azione di Dio, da permettergli di far fiorire in noi un dono di vita per i fratelli. Questa è la ragione per cui Gesù unisce sempre il rapporto con Dio e l’amore per gli altri, o quello che viene chiamato l’amore di Dio e l’amore dei fratelli.
L’amore di Dio non è l’amore verso Dio. È l’amore di Dio che si riversa in noi e che, in noi, diventa dono per i fratelli. Questo vuol dire lasciarsi investire dall’azione di Dio, in modo da poter esprimere il suo amore agli altri. Per questo sono sempre collegati, nei vangeli, l’amore di Dio e l’amore per gli altri.
Allora, io credo che se ci esaminiamo tutti nei nostri rapporti, scopriamo che non sono frequenti nella nostra vita gesti di amore agàpico. Non sono frequenti.
Ma vorrei adesso brevissimamente indicare alcune caratteristiche dell’amore agàpico. Perché da quello che riusciamo a dedurre, da quello che riusciamo a capire dell’azione di Dio, potremmo evidenziare quattro caratteristiche, quattro qualità dell’amore agàpico, che sono poi anche il riflesso dell’azione di Dio in noi.
Allora: primo, l’amore agàpico è creativo; secondo, è oblativo; terzo, è gratuito; quarto, è universale. Sono le caratteristiche dell’amore di Dio come Gesù ce lo ha rivelato.
Primo: è un amore creativo. Cioè, un amore che non si esercita per il bene che l’altro ha, ma per il bene che l’altro ancora non ha. Noi cominciamo la nostra vita con un atteggiamento diverso. Noi siamo attratti dal bene che c’è in coloro che incontriamo. Siamo attratti da una persona intelligente, da una persona gentile, affidabile, amabile. È legittimo. È doveroso. Non possiamo fare altrimenti. Perché dobbiamo demonizzare questo tipo di amore? Però l’amore agàpico non si muove in questa direzione. L’amore agàpico è un amore che crea, cioè che si esercita nei confronti del vuoto, del nulla. Per cui – pigliate per esempio un rapporto di amicizia, di coppia – man mano che si scoprono i limiti, i difetti dell’altro, l’amore agàpico assume le modalità più profonde, cioè comincia ad esprimersi con modalità nuove, appunto perché offre ciò che non c’è. In questo senso è creatore, si esercita nei confronti del vuoto, del nulla. Certo, non possiamo radicalizzare, portare all’estremo tutte le conseguenze che questo implica, perché non siamo Dio. Però voi vedete: l’amore agàpico mette in atto dinamiche che acquistano rilevanza proprio quando si scoprono difetti, vuoti, insufficienze, quando ci troviamo di fronte al male, al peccato. È allora che l’amore investe, cresce, è sollecitato a donare di più.
Secondo, dunque, è un amore oblativo. Offre. Non ha paura di donarsi, non si tira indietro davanti alla difficoltà. Noi tutti cominciamo la nostra esistenza con atteggiamenti necessariamente possessivi. Ci aggrappiamo agli altri, succhiamo la vita dagli altri. Non possiamo fare altrimenti. Ma man mano che cresciamo, la vita ci sollecita ed esige che diventiamo anche noi oblativi. Offriamo. Perché altrimenti, se tutti succhiano e nessuno offre, alla fine non c’è niente. E quindi, man mano che cresciamo dobbiamo diventare capaci di offerta, di dono. Voi sapete che oggi l’antropologia e la filosofia mettono in luce queste dinamiche essenziali del dono come costitutive proprie della persona.
Terzo, è gratuito. Perché se noi offriamo con l’esigenza che ci venga qualcosa di ritorno, già condizioniamo molto la nostra offerta. Ora, la forza creatrice è radicalmente gratuita. Non chiede nulla. Offre e non chiede nulla. Anche nei confronti del peccato, come vi ho già detto altre volte: «Dimenticherò le loro iniquità, perdonerò i loro peccati». Per cui potremmo anche utilizzare questo criterio dell’oblatività, della gratuità per individuare le dinamiche di agape che noi viviamo, di cui siamo capaci.
Infine, quarto, è universale. Nel senso che non mette confini. Universale non vuol dire che è indifferente, che è uguale per tutti. C’è un vescovo libanese che riportava un detto del Libano. Diceva: «Quello ama come un prete». Per dire che ama tutti allo stesso modo. Ossia, in modo un po’ indifferenziato, per non scendere troppo nei particolari, per non giungere alla concretezza della persona.
Dio non ama come un prete. Cioè, l’amore giunge alla persona, con le sue caratteristiche. Quindi è diverso l’uno dall’altro. Certo, anche Gesù aveva modalità diverse di amare le persone. Universale vuol dire che non pone confini, non pone limiti. Cioè, non dice: fin lì arrivo, oltre no. Ma proprio perché ci stanno tutte le altre caratteristiche, anche quando è di fronte al male, al peccato, l’amore si esercita. La forza creatrice trova sempre spazi per esprimersi. Anzi, a volte diventa proprio più ricca nei confronti del male, come abbiamo visto nel caso dell’insufficienza. Quindi universale, nel senso che non pone confini. Allora, se noi scopriamo di porre dei limiti nel nostro tipo di amore, vuol dire che ancora non abbiamo assunto le modalità agàpiche dell’amore. Cioè, non viviamo in rapporto con Dio quando stabiliamo rapporti con gli altri.  
      
* Frate Francescano Cappuccino, Svizzera (conferenza tenuta ad Ancona)

Publié dans:meditazioni, spiritualità  |on 28 mai, 2010 |Pas de commentaires »

La morte è vinta: le finalità ultime secondo i Padri della Chiesa

dal sito:

http://www.tradizione.oodegr.com/tradizione_index/escatologia/mortefindeseille.htm

La morte è vinta: le finalità ultime secondo i Padri della Chiesa

Padre Placide Deseille

Scopo della creazione

Il Cristiano è un uomo che attende. Il Signore ci dice nel Vangelo: “Tenete sempre la cintura ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quei servi che attendono il padrone, che ritorna dalle nozze, per aprirgli al momento che verrà e busserà” (Lc 12, 35-36). Pochi testi ci rivelano tanto perfettamente quali debbano essere il senso e l’orientamento profondo della vita cristiana.
Scopo della creazione è la deificazione dell’uomo e dell’universo. Tutta l’economia della salvezza, l’opera redentrice di Cristo, l’azione santificante dello Spirito, hanno come scopo ricondurre l’umanità decaduta al fine per cui è stata creata, verso la pienezza della deificazione. Col ritorno di Cristo, che aspettiamo, si realizzerà il completamento supremo di questo disegno di Dio, questa economia della salvezza raggiungerà la sua definitiva realizzazione.
Se vogliamo ritrovare un cristianesimo vivente, che sia per noi fonte perpetua di gioia e di slancio spirituale, dobbiamo ricollocare al centro della nostra vita cristiana il desiderio impaziente e la certezza del ritorno glorioso del Signore, quel desiderio e quella certezza che animavano le prime generazioni cristiane.
Lo Spirito e la Sposa dicano: “Vieni!”. Colui che ascolta dica:“Vieni!”. Colui che ha sete venga e colui che lo desideri prenda l’acqua della vita, gratuitamente (Ap 22, 17).
L’essenza del messaggio cristiano, la “buona novella” della salvezza, è l’annuncio della resurrezione, dell’irruzione della vita nuova e immortale nel nostro mondo destinato alla sofferenza e alla morte, per il peccato dell’uomo. Questa irruzione della vita vera si è realizzata, fondamentalmente, nella resurrezione del Cristo, nel suo passaggio pasquale dalla morte alla vita. La morte è stata già vinta, la vita ha già trionfato. Ma occorre che ciascuno di noi, nel corso della propria vita, e la Chiesa nel corso della sua storia, faccia proprio questo passaggio, che lo riviva con Cristo – o meglio che Cristo lo riviva in lui – apportando il consenso della propria libertà all’opera della grazia divina. La Parusia di Cristo, la sua venuta gloriosa alla fine dei tempi, manifesterà tutto ciò che era contenuto virtualmente nella resurrezione di Cristo nel giorno di Pasqua, facendo partecipare tutto il suo Corpo, che è la Chiesa, al suo trionfo definitivo sul peccato, sulla sofferenza e sulla morte. Questa è la speranza della Chiesa e la sua certezza fondamentale.

L’attesa dei defunti

Su questo punto, il pensiero dei Padri della Chiesa era diverso da quello che, a partire dal Medioevo, è divenuto posizione comune nel cristianesimo occidentale.
In questa epoca, infatti, l’accento si sposta sulla fine ultima dell’individuo; si considera che la sorte eterna di ciascuno viene fissata definitivamente al momento della morte: i santi vanno direttamente in cielo, i peccatori non pentiti vanno all’inferno, e quelli che ancor hanno qualche pena da espiare vanno al purgatorio per un tempo più o meno lungo, ma la loro salvezza finale è assicurata. La resurrezione finale apporterà solo un completamento accidentale alla beatitudine già plenaria degli eletti, o al castigo dei dannati. Il giudizio finale manifesterà soltanto la sentenza già definitiva data nel “giudizio particolare”, al momento della morte.
Da allora, l’importanza data alla Parusia come fine della storia, la tensione escatologica nella vita del cristiano e nella vita della Chiesa, sono singolarmente diminuite.
Secondo i Padri della Chiesa, è solo con la Parusia che gli uomini entreranno nel loro destino definitivo, e la sorte finale di molti sarà fissata solo al momento del giudizio finale. Fino alla resurrezione, gli stessi santi, benché vicini a Cristo, sono in uno stato di attesa.
La maniera in cui la Chiesa antica concepiva la situazione delle diverse categorie di defunti nell’attesa della Parusia potrebbe essere riassunta così: innanzi tutto, il pensiero cristiano è assolutamente unanime nell’affermare che la nostra esistenza terrena è unica. La fede cristiana è inconciliabile con ogni altra idea di vite successive e di reincarnazione. Sono concezioni che si ritrovano spesso in correnti filosofiche o religiose non cristiane, soprattutto di origine estremo-orientale, e sono assolutamente estranee al cristianesimo. E’ un dato fondamentale della fede cristiana che la vita terrena è unica e che il destino eterno dell’uomo si gioca durante questa unica esistenza terrena.
Dopo la morte, l’anima resta altrettanto viva, altrettanto cosciente, altrettanto attiva come durante la vita terrena, sebbene in maniera diversa. Ma essa non può (fare) più nulla per la propria salvezza. Non può neppure entrare in comunicazione con i viventi, se non con permesso divino, ed ogni forma di evocazione magica dei defunti, di comunicazione medianica con loro e di spiritismo è stata condannata tanto dalla Parola di Dio nell’Antico Testamento quanto dalla coscienza cristiana lungo i secoli: “Non ci sia fra i tuoi alcuno che si dedichi alla divinazione e alla magia…, che faccia ricorso a sortilegi, che consulti evocatori e indovini e che interroghi i morti. Ogni uomo che fa queste cose, infatti, è in odio al Signore” (Dt 18, 10).
Nella tradizione ortodossa, che si fonda sulle visioni accordate a certi santi, si stima che, durante i primi due giorni dopo la morte, l’anima resti ancora sulla terra, a percorrere i luoghi in cui ha vissuto e ai quali è stata legata durante la vita terrena. Dopo il terzo giorno, passa da quello che i Padri della Chiesa chiamano “posto di pedaggio”.
Nelle visioni di Sant’Antonio il Grande, raccontateci da Sant’Atanasio, i “pedaggi” vengono rappresentati nel modo seguente: «Un giorno, al momento di mangiare, mentre era ancora in piedi per pregare verso l’ora nona, vide se stesso rapito in spirito. Cosa straordinaria, in piedi, vide se stesso fuori di se stesso come se fosse condotto in aria da alcuni personaggi; poi ne vide altri, amari e crudeli, in piedi nell’aria che volevano impedirgli di salire. Poiché coloro che lo portavano lo difendevano, gli altri chiesero se fosse sottomesso ad essi e vollero fargli rendicontare a cominciare dalla sua nascita. Le guide di Antonio vi si opposero, dicendo agli avversari: il Signore ha rimesso i peccati commessi dopo la sua nascita; gli potete chiedere conto di quelli che ha commesso dopo che si è fatto monaco e consacrato al Signore. Gli avversari lo accusavano, senza potere provare nulla. La strada fu libera e senza ostacoli. Allora Antonio si vide rinvenire; in piedi davanti a sé, e di nuovo fu sé stesso. Dimenticando il suo pasto, passò il resto del giorno e la notte tra gemiti e preghiere. Ammirava con quale lotta e quali travagli si deve attraversare l’aria e si ricordava di ciò che disse l’Apostolo del principe della potenza dell’aria (Ef 2, 2). Il nemico ha potere di combattere e di ostacolare coloro che salgono attraverso l’aria. Faceva dunque soprattutto questa esortazione: “Per questo prendete l’armatura di Dio, per potere resistere ai giorni cattivi in modo che l’avversario rimanga confuso: non avendo alcuna (cattiveria) da dire su di noi (2 Cor 12, 2).
In seguito, ebbe una controversia con alcuni visitatori riguardo al passaggio e al soggiorno dell’anima dopo la morte; la notte seguente, qualcuno lo chiamò dall’alto: “Antonio, alzati e guarda”. Egli uscì, perché sapeva a chi si doveva ubbidire; alzando gli occhi, vide un essere gigantesco, mostruoso terribile, in piedi alto sino alle nuvole. Esseri che sembravano alati salivano. Il gigante stendeva le mani, ostacolava gli uni; mentre gli altri, volando al di sotto, attraversavano, erano condotti in alto senza essere disturbati. Per questi ultimi, il gigante strideva i denti; ma godeva di vedere cadere gli altri. Subito Antonio sentì una voce: “Comprendi quello che vedi”. Lo spirito gli fu aperto: capì che era il passaggio delle anime, che il gigante in piedi era il nemico che ha invidia dei fedeli, regna su coloro che gli si sono sottomessi e impedisce loro di passare; ma non può dominare dall’alto coloro che non si sono lasciati persuadere da lui. Avvertito da questa nuova visione, lottava sempre di più per progredire ogni giorno»[1].
Così, per i quaranta giorni che precedono l’attribuzione all’anima del defunto della dimora provvisoria sino alla Parusia, i demoni presentano tutto ciò che essa ha potuto commettere come colpe durante la vita terrena; suo solo soccorso è il pentimento che avrà manifestato per i peccati che gli sono imputati, le buone azioni che avrà compiuto durante la vita terrena e l’intercessione della Chiesa e dei santi. La preghiera per i defunti riveste così, dal momento della morte, una grande importanza; protegge l’anima e la difende contro le imprese dei demoni.

Il luogo di ristoro e di riposo

Se l’anima attraversa vittoriosamente questi posti di pedaggio, se i demoni non trovano in lei nulla che essi possano rivendicare, allora viene introdotta dagli angeli nel paradiso o seno di Abramo, in quel “luogo di luce, di ristoro e di riposo, dove non c’è dolore, né lacrime”, ma dove, anzi, in compagnia dei santi gode una ineffabile felicità.
In un bellissimo articolo dedicato a “La beatitudine nell’Oriente cristiano”[2], Myrrha Lot-Borodine riassumeva così l’insegnamento della tradizione patristica su questo soggiorno dei felici:
«“Requies aeterna: requies beata [riposo eterno: riposo dei felici]”. Espressione consacrata dalla Chiesa, presentata come voto supremo a coloro che si sono addormentati nel Signore, a quei destinati postumi che ai nostri occhi non hanno più forma. Espressione che si deve intendere innanzitutto come cessazione di ogni attività esterna “in absolutione corporis [nella liberazione dal corpo]”. L’immagine troppo familiare del sonno, tanto vicina – in apparenza – alla morte, può dare adito a confusione e tradire una realtà altrettanto singolare e profonda. Vi si dovrebbe piuttosto riconoscere quello stato di calma mentale, chiamato dai Greci “apatheia”, o “impassibilità perfetta”, che imita quella divina. Secondo San Massimo che riprende, correggendolo, l’ideale degli Alessandrini, essa è un’assenza totale di turbamento, di pensiero, una stabilità permanente dello spirito che non aspira più al cambiamento. Una tranquillità serena, la “magna tranquillitas” (sant’Ambrogio) che governa l’essere semplificato ridotto alla sua sola essenza, con la sospensione o l’assopimento delle potenze. Oasi della Pace, al di sopra di ogni pace, quella che il mondo non ci dà, ristoro e riposo nel paese della Consolazione: “Gloriosa requies futura [il glorioso riposo che verrà]” (sant’Ambrogio).
Ecco il “beatum esse” [l’essere felice] della prima resurrezione. Questo riposo inalterabile, che non esclude la coscienza né la vita interiore, immanente a questo nuovo modo esistenziale, è uno stato eminentemente contemplativo il cui cuore resta il simbolo. La Scrittura lo paragona al riposo divino della Genesi. Sul suo modello, infatti, il Creatore istituì il sabato di Israele, prototipo del sabato paradisiaco. L’autore dell’Epistola agli Ebrei, riprendendo l’antica minaccia del Signore corrucciato contro razza infedele: “non entreranno nel mio riposo” (Ps 94, 11) aggiunge subito: “C’è dunque un riposo del sabato riservato al popolo di Dio. Perché colui che entra nel riposo di Dio si riposa delle proprie opere, come Dio si è riposato delle sue” (Eb 14, 19) Paragone illuminante, che si trova nello stupendo ufficio ortodosso del Sabato della Passione, quel “sabato dei sabati”, in cui Cristo nel Sepolcro, avendo completato la sua opera salvifica, entrò nel riposo benedetto del triduum. Ed ecco l’ultima alta parola dell’Apocalisse: “Sì, disse lo Spirito, che adesso essi (i Santi) si riposino, perché le loro opere sono appresso a loro” (Ap 14, 13). Parola che sta a significare la fine di ogni travaglio, sia esso fatica o schiavitù. E d’altronde il lino puro che indosserà tutta la Chiesa trionfante, sono le opere stesse dei Santi (Ap. 19, 8). Simili ai gigli dell’evangelo, che non tessono e non filano, le anime quiescenti si espandono, profumate super omnia armata [oltre ogni immaginabile profumo] dalle loro virtù. Si espandono nella libertas paradisi [libertà del paradiso] in unione a Cristo che le porta con Lui. E’ la felice armonia, l’accordo definitivo, il non turbam del requies aeterna [l’impertubabilità dell’eterno riposo], implicando quest’ultimo aggettivo un’altra ottica del tempo, incompatibile con la nostra: la durata senza durata o senza successione di stati. Quietudine che presuppone il non posse peccare [incapacità di peccare] della perfezione, finalmente raggiunta con la similitudo [la somiglianza (a Dio)]. Perfezione del volere e del potere, infinitamente superiore a quella degli avi, ancora in divenire. E con essa, sarà il dono totale dell’impertubatus amor [l’amore senza faglia], l’agape divina e la gioia perpetua del vacare Deo [Nome di Dio] conosciuti e gustati solo da coloro che, avendo maturato e portato i loro frutti terreni, si fondono col silenzio dei doni celesti. Come la sposa del Cantico, con l’anima quiescente fa sentire la confessione segreta della sua veglia: Ego dormio sed cor meum vigilat [io dormo ma il mio cuore vigila]. Sonno mistico della micra anastasis [la “piccola” o prima resurrezione]»[3].
Tra i santi e il mondo dei viventi, nessuna comunicazione “naturale” o di tipo spiritico può essere stabilita legittimamente (cfr. sopra). Ma esiste tra gli eletti e la Chiesa terrena un altro modo di comunicare, puramente spirituale, ma non meno reale. Nella preghiera possiamo rivolgerci a loro; essi possono assisterci costantemente. Tra la liturgia celeste che essi celebrano con gli angeli e le nostre liturgie terrene, esiste una misteriosa compenetrazione che viene evocata nei mosaici e negli affreschi delle nostre chiese.
Qualunque sia la felicità di cui godono così i santi, essi però sono ancora sotto il segno dell’attesa. La loro beatitudine non sarà perfetta se non il giorno in cui Cristo ritornerà, il giorno della resurrezione finale. 

L’Ade

Quanto ai peccatori che non hanno potuto superare vittoriosamente la prova dei “posti di pedaggio” perché il loro pentimento non era stato sufficiente e toppo rare le loro buone opere, essi vanno in un luogo di sofferenza dove sono tormentati dai demoni. Anche qui, la visione dei Padri della Chiesa diverge da quella che ha prevalso in Occidente nel Medioevo.
In primo luogo, questa sofferenza non ha un carattere espiatorio e di “soddisfazione” penale temporanea. Il defunto non può (fare) più nulla per se stesso, e la sua sofferenza non può in alcun modo contribuire alla sua liberazione. Egli non è condannato ad una pena più o meno lunga, al termine della quale sarebbe immancabilmente salvato. Non “in purgatorio”, ma nell’Ade, all’inferno, e il suo tormento, di per sé, non avrà fine.
Ma, in secondo luogo, questa sofferenza non ha necessariamente un carattere definitivo. Il pensiero comune della Chiesa antica è, infatti, che prima del giudizio finale, i dannati potranno essere salvati, ma ciò solo e unicamente grazie alla preghiera dei membri della Chiesa terrena. Per questo motivo la preghiera dei defunti riveste, nella coscienza della Chiesa antica e della Chiesa ortodossa odierna, un’importanza estrema: non si tratta, infatti, solo di pregare perché il loro “tempo del purgatorio” sia accorciato, ma perché siano liberati dall’inferno eterno. Lo attestano tutte le liturgie antiche della Chiesa, ivi compresa la liturgia romana così come è stata in vigore fino a poco tempo addietro: sempre, nella preghiera per i defunti, La Chiesa ha chiesto la “liberazione delle anime dal purgatorio”; tutte le formule liturgiche chiedono a Dio di essere misericordioso nel suo giudizio e di liberare il defunto dalla morte eterna. La Chiesa prega da una parte perché i defunti siano protetti dalla misericordia divina al momento del passaggio attraverso i “posti di pedaggio” e giungano in paradiso, e dall’altra, se sono già condannati, perché Dio li salvi nella sua misericordia.

Il ritorno di Cristo e la fine dei tempi

Oggetto dell’attesa ardente della Chiesa, dei vivi e dei morti (che sono altrettanto vivi) è il ritorno di Cristo. La fine dei tempi non deve essere concepita dal cristiano come una catastrofe da temere, ma come la vittoria definitiva del bene sul male, di Dio e del suo regno sul Maligno ed i suoi alleati. La Parusia è la risposta cristiana al problema del male. Essa sarà il compimento finale del mistero della Pasqua, l’ultimo passaggio dalla croce delle prove terrene (e quelle degli ultimi tempi, la “grande tribolazione” escatologica sarà temibile per la Chiesa) alla gioia radiosa della resurrezione.
In questa prospettiva dobbiamo guardare il giudizio finale. Come tutti i “giudizi” divini nella Bibbia, esso sarà essenzialmente un atto di liberazione e di salvezza. Coloro che saranno condannati, sono coloro che volontariamente si saranno identificati con le forze del male, con l’opposizione al regno di Dio, al suo disegno di salvezza e di felicità infinita per le sue creature. Alla loro sconfitta definitiva si oppone la vittoria di tutti coloro che avranno accettato di essere salvati, di essere amati e di amare Colui che li ha amati: “Sforziamoci dunque innanzitutto di portare dentro di noi il segno e il sigillo del Signore, perché quando verrà il Giudizio, quando si vedrà il rigore di Dio” (cfr. Rm 11, 22), quando tutte le tribù della terra e tutto il Genere umano (Adamo) saranno riuniti, quando il pastore chiamerà le sue pecore, tutti coloro che avranno il suo segno riconosceranno il loro pastore, e il pastore riconoscerà coloro che porteranno il suo sigillo speciale. Egli li riunirà da tutte le nazioni. Perché “i suoi ascoltano la sua voce e lo seguono” (Gv 10, 27). Il mondo infatti verrà diviso in due: da un alto, il gregge scuro che andrà al fuoco eterno; dall’altro, il gregge risplendente di luce, che sarà condotto verso la sua eredità celeste. Ebbene sarà precisamente ciò che sin da adesso possediamo nella nostra anima, che allora risplenderà, si manifesterà e rivestirà di gloria i nostri corpi.
Nel mese dello xantico, le radici sotterrate producono ciascuna i propri fiori e i propri frutti con la loro bellezza, e fruttificano. Le buone radici e quelle che portano spine diverranno manifeste. E’ così che in quel Giorno ciascuno rivelerà col fulgore del suo corpo le proprie azioni passate; il bene e il male saranno manifesti. In questo infatti consistono tutto il giudizio e la ricompensa[4].

L’apocatastasi

Apocatastasi è una parola greca che significa restaurazione di uno stato anteriore, il ritorno ad una situazione originaria. Applicata all’escatologia cristiana, esprime una teoria secondo cui, alla fine dei tempi, tutto l’universo creato sarà ristabilito nella sua armonia originaria e tutti saranno salvati, ivi compresi i dannati e i demoni.
Questa concezione si collega alla visione “mitica” del cosmo elaborata da Origene (185 – 254). Questi pensava che in origine Dio avesse creato un universo composto di esseri puramente spirituali; facendo cattivo uso della loro libertà, tutti – ad eccezione dell’anima di Cristo – avrebbero peccato più o meno gravemente, e pertanto sarebbero stati rivestiti di corpi più o meno “densi”, e così sarebbero divenuti angeli, uomini o demoni. Alla fine dei tempi, dopo successive purificazioni, tutti ritornerebbero alla loro prima condizione e ricostituirebbero l’originaria enade, cioè l’unità primigenia delle creature spirituali.
Questa concezione della salvezza universale, che nega l’eternità dell’inferno, misconosce sia l’insondabile mistero dell’amore di Dio, che trascende ogni nostra concezione razionale o sentimentale, sia il mistero della persona umana e della sua libertà. L’amore di Dio implica un totale rispetto delle sue creature, andando sino ad una “impotenza volontaria” di fronte all’eventuale rifiuto della loro libertà. I testi della Scrittura ci obbligano a mantenere le due affermazioni antitetiche della totale vittoria di Dio sul male alla fine dei tempi, e della possibilità della dannazione eterna, essendo la seconda l’inverso della prima. Qui, dinanzi al mistero si addice solo il silenzio dell’intelletto.
Per questo la dottrina dell’apocatastasi, accettata da San Gregorio di Nissa e, poi, dai grandi mistici siriani Isacco di Ninive e Giuseppe Hazzaya, è stata condannata nel 553 dal V Concilio ecumenico, contestualmente ad un certo numero di elementi della dottrina di Origene, ridotta a sistema da tardivi discepoli. Il rifiuto dell’affermazione della salvezza universale da parte della tradizione ortodossa non impedisce evidentemente l’intercessione ardente per la salvezza di tutti e la speranza della loro conversione finale.

L’epictasi

Ancora un’altra domanda può essere fatta a proposito della beatitudine eterna degli eletti: essa deve essere concepita come una contemplazione immobile e saziante, o può comportare una crescita, una scoperta incessantemente rinnovata da una Realtà inesauribile?
Uno degli aspetti più originali del pensiero di San Gregorio di Nissa è la sua dottrina dell’epictasi, secondo cui la divinizzazione dell’uomo, quaggiù e nell’eternità, implica un progresso e una tensione che non ha fine, illustrata dall’immagine del corridore dell’Epistola ai Filippesi (3, 13): “Dimenticando il cammino percorso, vado dritto in avanti, con tutto il mio essere proteso (épeicteimenos: donde il termine epictasi) e corro verso la meta…”. Come spiega Jean Daniélou, uno dei migliori conoscitori del grande Cappadoce: “C’è per l’anima contemporaneamente un aspetto di stabilità, dato dalla sua partecipazione a Dio, e un aspetto di movimento, dato dallo scarto sempre infinito fra ciò che essa possiede e ciò che è Dio… La vita spirituale è pertanto una trasformazione perpetua dell’anima in Gesù Cristo sotto forma di un ardore crescente, la sete di Dio aumenta a misura in cui Egli è sempre più partecipato, e di una stabilità crescente, unendosi e fissandosi l’anima sempre più in Dio”[5].
Senza prendere in considerazione l’idea di una crescita nella beatitudine, numerosi autori dell’epoca patristica – in particolare San Massimo il Confessore – hanno utilizzato il tema del desiderio, dell’assenza di sazietà in seno stesso alla visione di Dio per esprimere l’eterna novità della gioia degli eletti. In Occidente, se ne ritrova l’eco in Gregorio il Grande. Si trattava per lui di conciliare due affermazioni antitetiche della Scrittura: “Gli angeli desiderano fissare i loro sguardi su di Lui” (1Pt 1, 12); e “In cielo i loro angeli vedono incessantemente il volto di mio Padre che è nei cieli” (Mt 18, 10): se si confrontano queste due affermazioni, si constaterà che esse non si contraddicono in nulla. Perché gli angeli, contemporaneamente, vedono Dio e desiderano vederlo; hanno sete di contemplarlo e lo contemplano. Se lo desiderassero senza godere dell’effetto del loro desiderio, questo desiderio sterile sarebbe causa di ansietà, e l’ansietà di sofferenza. Ma felici gli angeli sono lungi da ogni sofferenza di ansietà, poiché sofferenza e beatitudine non sono compatibili… Perché dunque non vi sia ansietà nel desiderio essi sono sazi pur desiderando, e perché la sazietà non comporti disgusto, essi desiderano pur essendo sazi… sarà così pure per noi quando giungeremo alla fonte della Vita: proveremo con delizia, insieme sete e sazietà[6].

Opuscolo edito dal
Monastero Saint-Antoine-le-Grand,
26190 St-Laurent-en-Royans, France.
Riprodotto nella rivista Le chemin n 33 (1996)

Traduzione dal francese del prof. G. M.
Agosto 2005

[1] S. Athanase d’Alexandrie, Vie de saint Antoine, c. 65-66.
[2] Myrrha Lot-Borodine, “La béatitude dans l’Orient chrétien”, in Dieu Vivant, 15 (1950), pp. 85 ss.
[3] Idem., pp. 106-107.
[4] Macaire d’Égypte, Homélies spirituelles, 12, 13-14, (“Spiritualité orientale”, n° 40), Abbaye de Bellefontaine, 1984, p. 170.
[5] J. Daniélou, Platonisme et théologie mystique, Paris, 1944, pp. 305-307.
[6] S. Grégoire le Grand, Morales sur Job, 18, 54, 91; PL 76, 94ac.

buona notte

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Giovanni Taulero: « Sta scritto :  »La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti ». Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100528

Venerdì della VIII settimana delle ferie del Tempo Ordinario : Mc 11,11-26
Meditazione del giorno
Giovanni Taulero (circa 1300-1361), domenicano a Strasburgo
Discorsi, 46

« Sta scritto :  »La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti ». Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri »

        Il nostro Signore entrò nel Tempio e, con l’aiuto di una sferza, scacciò fuori dal Tempio tutti coloro che compravano e vendevano e disse : « La mia casa sarà chiamata casa di preghiera. Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri ». Quale tempio è questo, divenuto una spelonca di ladri ? È l’anima e il corpo dell’uomo, i quali sono ben più realmente il tempio di Dio, di tutti i templi mai edificati (1 Cor 3,17 ; 6,19).

        Quando il Nostro Signore vuole entrare in questo tempio, lo trova mutato in una spelonca di ladri e in un luogo di mercato. Chi sono questi mercanti ? Sono coloro che danno quello che hanno – il libero arbitrio – per ciò che non hanno – le cose di questo mondo. Quanto il mondo intero è pieno di tali mercanti ! Ce ne sono fra i sacerdoti e i laici, fra i religiosi, i monaci e le monache. Che vasto argomento di ricerca per chi volesse studiare come tanta gente sia così piena della propria volontà !… Dappertutto non vi si trova altro se non natura e volontà propria ; tanti sono coloro che cercano in ogni cosa il proprio interesse. Se volessero, invece, concludere con Dio un contratto, donandogli la loro volontà, che felice affare farebbero !

        Occorre che l’uomo voglia, segua, cerchi Dio in tutto quello che fa ; e quando avrà fatto tutto questo – bere, dormire, mangiare, parlare, ascoltare – lasci allora interamente le immagini delle cose, cosìcché il suo tempio rimanga vuoto. Una volta che il tempio sarà vuotato, una volta che ne avrai scacciato questa frotta di ladri, cioè le immagini che lo imgombrano, potrai essere una casa di Dio (Ef 2,19), ma non prima, qualunque altra cosa tu faccia. Avrai allora la pace e la gioia del cuore, e nulla potrà più turbarti, nulla di ciò che ora ti preoccupa senza sosta, ti deprime e ti fa soffrire.

The pain and trial of relationships / La peine et l’épreuve des relations/ Job eprouvé par sa femme

The pain and trial of relationships / La peine et l'épreuve des relations/ Job eprouvé par sa femme dans immagini sacre 15%20CHOQUEZ%20JOB%20EPROUVE%20PAR%20SA%20FEMME

http://www.artbible.net/1T/job_c_relationships_trial/index_2.htm

Publié dans:immagini sacre |on 27 mai, 2010 |Pas de commentaires »
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