Archive pour mai, 2010

Cottolengo, un santo alla ricerca della volontà di Dio

dal sito:

http://www.zenit.org/article-22296?l=italian

Cottolengo, un santo alla ricerca della volontà di Dio

Intervista a padre Aldo Sarotto, superiore generale dei Cottolenghini

di Chiara Santomiero

TORINO, domenica, 2 maggio 2010 (ZENIT.org).- Questa domenica Benedetto XVI venererà le spoglie di san Giuseppe Benedetto Cottolengo, fondatore nel 1832 dell’opera da lui stesso denominata « Piccola Casa della Divina Provvidenza ».

Sebbene considerato soprattutto un santo sociale, spiega in questa intervista a ZENIT padre Aldo Sarotto, superiore generale dei Cottolenghini, tuttavia l’aspetto dominante in Giuseppe Benedetto Cottolengo era il suo interrogare e mettersi in ascolto della volontà di Dio.

Qual è il significato di un’opera come il Cottolengo?

Padre Sarotto: Il Cottolengo è sempre stato un punto di riferimento per la città di Torino e per la Chiesa. E’ significativo come questo santo che ha fatto di tutto per nascondersi agli occhi degli uomini sia riuscito a colpire tante persone che sono venute qui, dall’Italia e dall’estero, per cogliere quella spinta iniziale che ha dato vita alla Piccola Casa della Divina Provvidenza così che sono nate molte altre istituzioni religiose, di varia natura, soprattutto in America latina.

Va sottolineato, però, che l’aspetto più importante di quest’opera non è la risposta alla povertà o all’esclusione sociale. Ciò che bisogna rimarcare in san Giuseppe Cottolengo è la sua determinazione nel ricercare ciò che voleva Dio da lui; senza accontentarsi semplicemente di essere un bravo e stimato sacerdote. E’ l’evento di fede che colpisce nella sua vita, perché la povertà c’era ieri, c’è oggi e ci sarà domani, ma il suo ricercare la volontà di Dio gli ha fatto scoprire un modo nuovo di mettere al centro la persona, qualsiasi essa sia. Ciò che ha fatto al suoi tempi per diverse categorie di malati, infatti, è stato mettere al centro persone che non erano considerate tali.

Molte volte si coglie il Cottolengo come un grande santo sociale che ha dato origine a benemerite opere di carità: in lui c’è senz’altro la carità, ma è quella di Cristo che lo provoca ad agire. I due momenti non vanno confusi. Dopo aver focalizzato meglio la volontà di Dio, in lui non ci sono stati confini: tutte le sfaccettature della povertà sono state prese in considerazione, con l’attenzione a dare alle persone una casa, un futuro, una realizzazione propria.

Cosa significa il rispetto per i poveri?

Padre Sarotto: Il rispetto è mettere il povero al centro, far sentire la sua dignità di persona. Non solo fare, ma fare con intelligenza e sapienza, rendendo il povero protagonista. Le tentazioni sono sempre molto sottili anche nell’oggi: facciamo « qualcosa ». Il Cottolengo ha creato un’istituzione con un concetto chiaro di famiglia, con figure femminili e maschili. Alcune persone, all’epoca, non avevano il diritto nemmeno di vivere nella propria famiglia perché considerati una vergogna. Lui ha ridato loro dignità e rispetto di sé.

Come si vive oggi l’equilibrio tra l’agire in prima persona e l’abbandono alla Divina Provvidenza?

Padre Sarotto: L’abbandono del Cottolengo alla Divina Provvidenza è straordinario, tanto che non c’è mai il minimo accenno a « io ho fatto questo o quello » . Non si trattava solo di un modo di dire o di schernirsi – sotto questo aspetto riesce a confondere anche noi che siamo i suoi figli -; la sua era una sapienza interiore molto profonda. Lui era solito dire che se Dio dà tanto a chi confida ordinariamente in lui, a chi straordinariamente confida provvederà in maniera straordinaria. L’equilibrio del suo agire lo trovava in Dio; per noi è più difficile, ma seguiamo questa indicazione. Si tratta di un equilibrio dinamico, da ricercare volta per volta.

C’è stato un cambiamento dei bisogni che interrogano il Cottolengo?

Padre Sarotto: Le realtà mutano con il trascorrere degli anni e cambiano i bisogni. Al termine della guerra il Cottolengo ha aperto le porte a persone colpite fisicamente, e non solo, dal conflitto. La famiglia degli invalidi era grande e l’attenzione era soprattutto per i giovani, per trovare il modo di farli crescere e dare loro un futuro. Per questo sono stati impiantati laboratori di sartoria e radiotecnica e molti sono usciti di qui con un mestiere e hanno dato vita a una famiglia. Durante la contestazione ciò ha provocato forti polemiche perché si vedeva il Cottolengo come un’istituzione chiusa. Adesso questa fase è terminata ed anche l’accoglienza dei disabili mentali ci viene chiesta sempre meno.

L’emergenza è costituita, invece, dagli anziani, compresi i disabili. Se si è innalzata l’età media, spesso l’invecchiamento è segnato da cattiva salute, incapacità di autogestione, malattie geriatriche. In famiglie sempre più spesso costituite da genitori con figli unici o da single, gli anziani diventano un problema. Quello che sempre di più ci viene chiesto è un’accoglienza capace di dare una risposta globale alla persona la quale chiede di essere inserita in una relazione e non soltanto di ricevere assistenza medica. Al Cottolengo è una casa che li accoglie, sono le relazioni che diventano « sananti », pure per un malato terminale.

Riceviamo lettere di persone che chiedono di poter venire a morire qui « degnamente, cristianamente » e anche richieste da parte dei familiari in questo senso. E’ una comunità sanante che si fa carico della persona, pur con tutti i limiti che ci possono essere. Un’altra categoria di persone che chiede accoglienza e assistenza è quella di chi diventa gravemente disabile a causa dei sempre più numerosi incidenti stradali che coinvolgono soprattutto i giovani. Anche in questo seguiamo la strada tracciata dal santo Cottolengo: non cercare risposte da dare, ma accogliere la domanda.

Cosa rappresenta la visita del Papa?

Padre Sarotto: C’è una sensibilità particolare di Benedetto XVI verso il Cottolengo che ha nominato già nella sua prima enciclica, sebbene non sia mai venuto prima a visitare la Piccola casa. E’ venuto, prima di lui, Giovanni Paolo II e ci ha rivolto un discorso che rimane un punto di riferimento per noi e anche per altri.

La visita al Cottolengo mi sembra renda evidente la volontà del Papa di incontrare il volto di Cristo insieme al volto dell’uomo.

Se il tema dell’Ostensione è Passio Christi, Passio hominis, così come la Sindone consente di venerare il volto di Cristo sofferente, allo stesso modo la Piccola casa è il luogo dove venerare oggi il volto della sofferenza umana, della passione dell’uomo.

Cosa significherà questa visita per gli ospiti e quanti vivono e collaborano con il Cottolengo?

Padre Sarotto: E’ molto importante per tutti perché la visita del Papa è sempre una grande gioia e le sue parole significative per il nostro cammino. Soprattutto sarà importante per i laici che affiancano i religiosi cottolenghini perché stiamo affrontando la sfida del futuro immettendo sempre più laici e investendo sulla loro formazione: la visita del Papa è un’opportunità per mettere meglio a fuoco il carisma del Cottolengo e il modo con il quale si deve portarlo avanti. Benedetto XVI ci aiuterà a non perdere di vista il filo conduttore del nostro agire.

Publié dans:Santi, santi: biografia |on 2 mai, 2010 |Pas de commentaires »

Omelia del Papa per la Messa in piazza San Carlo a Torino

dal sito:

http://www.zenit.org/article-22297?l=italian

Omelia del Papa per la Messa in piazza San Carlo a Torino

TORINO, domenica, 2 maggio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l’omelia pronunciata da Benedetto XVI nel presiedere questa domenica la Messa in piazza San Carlo a Torino.

* * *

Cari fratelli e sorelle!

Sono lieto di trovarmi con voi in questo giorno di festa e di celebrare per voi questa solenne Eucaristia. Saluto ciascuno dei presenti, in particolare il Pastore della vostra Arcidiocesi, il Cardinale Severino Poletto, che ringrazio per le calorose espressioni rivoltemi a nome di tutti. Saluto anche gli Arcivescovi e i Vescovi presenti, i Sacerdoti, i Religiosi e le Religiose, i rappresentanti delle Associazioni e dei Movimenti ecclesiali. Rivolgo un deferente pensiero al Sindaco, Dottor Sergio Chiamparino, grato per il cortese indirizzo di saluto, al rappresentante del Governo ed alle Autorità civili e militari, con un particolare ringraziamento a quanti hanno generosamente offerto la loro collaborazione per la realizzazione di questa mia Visita pastorale. Estendo il mio pensiero a quanti non hanno potuto essere presenti, in modo speciale agli ammalati, alle persone sole e a quanti si trovano in difficoltà. Affido al Signore la città di Torino e tutti i suoi abitanti in questa celebrazione eucaristica, che, come ogni domenica, ci invita a partecipare in modo comunitario alla duplice mensa della Parola di verità e del Pane di vita eterna.

Siamo nel tempo pasquale, che è il tempo della glorificazione di Gesù. Il Vangelo che abbiamo ascoltato poc’anzi ci ricorda che questa glorificazione si è realizzata mediante la passione. Nel mistero pasquale passione e glorificazione sono strettamente legate fra loro, formano un’unità inscindibile. Gesù afferma: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui» (Gv 13,31) e lo fa quando Giuda esce dal Cenacolo per attuare il piano del suo tradimento, che condurrà alla morte del Maestro: proprio in quel momento inizia la glorificazione di Gesù. L’evangelista Giovanni lo fa comprendere chiaramente: non dice, infatti, che Gesù è stato glorificato solo dopo la sua passione, per mezzo della risurrezione, ma mostra che la sua glorificazione è iniziata proprio con la passione. In essa Gesù manifesta la sua gloria, che è gloria dell’amore, che dona tutto se stesso. Egli ha amato il Padre, compiendo la sua volontà fino in fondo, con una donazione perfetta; ha amato l’umanità dando la sua vita per noi. Così già nella sua passione viene glorificato, e Dio viene glorificato in lui. Ma la passione è soltanto un inizio. Per questo Gesù afferma che la sua glorificazione sarà anche futura (cfr v. 32). Poi il Signore, nel momento in cui annuncia la sua partenza da questo mondo (cfr v. 33), quasi come testamento ai suoi discepoli per continuare in modo nuovo la sua presenza in mezzo a loro, dà ad essi un comandamento: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi gli uni gli altri» (v. 34). Se ci amiamo gli uni gli altri, Gesù continua ad essere presente in mezzo a noi.

Gesù parla di un « comandamento nuovo ». Ma qual è la sua novità? Già nell’Antico Testamento Dio aveva dato il comando dell’amore; ora, però, questo comandamento è diventato nuovo, in quanto Gesù vi apporta un’aggiunta molto importante: «Come io ho amato voi, così amatevi gli uni gli altri». Ciò che è nuovo è proprio questo « amare come Gesù ha amato ». L’Antico Testamento non presentava nessun modello di amore, ma formulava soltanto il precetto di amare. Gesù invece ci ha dato se stesso come modello e fonte di amore. Si tratta di un amore senza limiti, universale, in grado di trasformare anche tutte le circostanze negative e tutti gli ostacoli in occasioni per progredire nell’amore.

Nei secoli passati la Chiesa che è in Torino ha conosciuto una ricca tradizione di santità e di generoso servizio ai fratelli – come hanno ricordato il Cardinale Arcivescovo e il Signor Sindaco – grazie all’opera di zelanti sacerdoti, religiosi e religiose di vita attiva e contemplativa e di fedeli laici. Le parole di Gesù acquistano, allora, una risonanza particolare per questa Chiesa, una Chiesa generosa e attiva, a cominciare dai suoi preti. Dandoci il comandamento nuovo, Gesù ci chiede di vivere il suo stesso amore, che è il segno davvero credibile, eloquente ed efficace per annunciare al mondo la venuta del Regno di Dio. Ovviamente con le nostre sole forze siamo deboli e limitati. C’è sempre in noi una resistenza all’amore e nella nostra esistenza ci sono tante difficoltà che provocano divisioni, risentimenti e rancori. Ma il Signore ci ha promesso di essere presente nella nostra vita, rendendoci capaci di questo amore generoso e totale, che sa vincere tutti gli ostacoli. Se siamo uniti a Cristo, possiamo amare veramente in questo modo. Amare gli altri come Gesù ci ha amati è possibile solo con quella forza che ci viene comunicata nel rapporto con Lui, specialmente nell’Eucaristia, in cui si rende presente in modo reale il suo Sacrificio di amore che genera amore.

Vorrei dire, allora, una parola d’incoraggiamento in particolare ai Sacerdoti e ai Diaconi di questa Chiesa, che si dedicano con generosità al lavoro pastorale, come pure ai Religiosi e alle Religiose. A volte, essere operai nella vigna del Signore può essere faticoso, gli impegni si moltiplicano, le richieste sono tante, i problemi non mancano: sappiate attingere quotidianamente dal rapporto di amore con Dio nella preghiera la forza per portare l’annuncio profetico di salvezza; ri-centrate la vostra esistenza sull’essenziale del Vangelo; coltivate una reale dimensione di comunione e di fraternità all’interno del presbiterio, delle vostre comunità, nei rapporti con il Popolo di Dio; testimoniate nel ministero la potenza dell’amore che viene dall’Alto.

La prima lettura che abbiamo ascoltato, ci presenta proprio un modo particolare di glorificazione di Gesù: l’apostolato e i suoi frutti. Paolo e Barnaba, al termine del loro primo viaggio apostolico, ritornano nelle città già visitate e rianimano i discepoli, esortandoli a restare saldi nella fede, perché, come essi dicono, «dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni» (At 14,22). La vita cristiana, cari fratelli e sorelle, non è facile; so che anche a Torino non mancano difficoltà, problemi, preoccupazioni: penso, in particolare, a quanti vivono concretamente la loro esistenza in condizioni di precarietà, a causa della mancanza del lavoro, dell’incertezza per il futuro, della sofferenza fisica e morale; penso alle famiglie, ai giovani, alle persone anziane che spesso vivono la solitudine, agli emarginati, agli immigrati. Sì, la vita porta ad affrontare molte difficoltà, molti problemi, ma è proprio la certezza che ci viene dalla fede, la certezza che non siamo soli, che Dio ama ciascuno senza distinzione ed è vicino a ciascuno con il suo amore, che rende possibile affrontare, vivere e superare la fatica dei problemi quotidiani. E’ stato l’amore universale di Cristo risorto a spingere gli apostoli ad uscire da se stessi, a diffondere la parola di Dio, a spendersi senza riserve per gli altri, con coraggio, gioia e serenità. Il Risorto possiede una forza di amore che supera ogni limite, non si ferma davanti ad alcun ostacolo. E la Comunità cristiana, specialmente nelle realtà più impegnate pastoralmente, deve essere strumento concreto di questo amore di Dio.

Esorto le famiglie a vivere la dimensione cristiana dell’amore nelle semplici azioni quotidiane, nei rapporti familiari superando divisioni e incomprensioni, nel coltivare la fede che rende ancora più salda la comunione. Anche nel ricco e variegato mondo dell’Università e della cultura non manchi la testimonianza dell’amore di cui ci parla il Vangelo odierno, nella capacità dell’ascolto attento e del dialogo umile nella ricerca della Verità, certi che è la stessa Verità che ci viene incontro e ci afferra. Desidero anche incoraggiare lo sforzo, spesso difficile, di chi è chiamato ad amministrare la cosa pubblica: la collaborazione per perseguire il bene comune e rendere la Città sempre più umana e vivibile è un segno che il pensiero cristiano sull’uomo non è mai contro la sua libertà, ma in favore di una maggiore pienezza che solo in una « civiltà dell’amore » trova la sua realizzazione. A tutti, in particolare ai giovani, voglio dire di non perdere mai la speranza, quella che viene dal Cristo Risorto, dalla vittoria di Dio sul peccato e sulla morte.

La seconda lettura odierna ci mostra proprio l’esito finale della Risurrezione di Gesù: è la Gerusalemme nuova, la città santa, che scende dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo (cfr Ap 21,2). Colui che è stato crocifisso, che ha condiviso la nostra sofferenza, come ci ricorda anche, in maniera eloquente, la sacra Sindone, è colui che è risorto e ci vuole riunire tutti nel suo amore. Si tratta di una speranza stupenda, « forte », solida, perché, come dice l’Apocalisse: «(Dio) asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate» (21,4). La sacra Sindone non comunica forse lo stesso messaggio? In essa vediamo, come specchiati, i nostri patimenti nelle sofferenze di Cristo: « Passio Christi. Passio hominis ». Proprio per questo essa è un segno di speranza: Cristo ha affrontato la croce per mettere un argine al male; per farci intravvedere, nella sua Pasqua, l’anticipo di quel momento in cui anche per noi, ogni lacrima sarà asciugata e non ci sarà più morte, né lutto, né lamento, né affanno.

Il brano dell’Apocalisse termina con l’affermazione: «Colui che sedeva sul trono disse: « Ecco, io faccio nuove tutte le cose »» (21,5). La prima cosa assolutamente nuova realizzata da Dio è stata la risurrezione di Gesù, la sua glorificazione celeste. Essa è l’inizio di tutta una serie di « cose nuove », a cui partecipiamo anche noi. « Cose nuove » sono un mondo pieno di gioia, in cui non ci sono più sofferenze e sopraffazioni, non c’è più rancore e odio, ma soltanto l’amore che viene da Dio e che trasforma tutto.

Cara Chiesa che è in Torino, sono venuto in mezzo a voi per confermarvi nella fede. Desidero esortarvi, con forza e con affetto, a restare saldi in quella fede che avete ricevuto e che dà senso alla vita; a non perdere mai la luce della speranza nel Cristo Risorto, che è capace di trasformare la realtà e rendere nuove tutte le cose; a vivere in città, nei quartieri, nelle comunità, nelle famiglie, in modo semplice e concreto l’amore di Dio: « Come io ho amato voi, così amatevi gli uni gli altri ».

Amen.

buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno velvet-shank-xxx380

Velvet Shank, edible and medicinal moshroom

http://www.naturephoto-cz.com/velvet-shank:flammulina-velutipes-var.-velutipes-photo-3379.html

Beata Teresa di Calcutta: « Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100502

Meditazione del giorno
Beata Teresa di Calcutta (1910-1997), fondatrice delle Suore Missionarie della Carità
A Simple Path (Un Cammino tutto semplice)

« Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri »

        Dico spesso che l’amore comincia a casa. C’è prima la famiglia, poi la propria città. È facile pretendere di amare coloro che sono lontano, ma molto meno facile è amare coloro che vivono con noi o accanto a noi. Diffido dei grandi progetti impersonali, perché solo conta ogni persona. Per riuscire ad amare qualcuno, bisogna rendersi vicino a lui. Tutti hanno bisogno di amore. Ognuno di noi ha bisogno di sapere che conta per gli altri e che ha un valore inestimabile agli occhi di Dio.

        Cristo ha detto : « Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri ». E anche : « Ciò che fate a uno solo di questi miei fratelli umani più piccoli, lo fate a me » (Mt 25, 40). In ogni povero,  amiamo lui, e ogni uomo sulla terra è povero di qualche cosa. Egli ha detto « Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ero forestiero e mi avete ospitato » (Mt 25, 35). Ricordo spesso alle mie sorelle e ai nostri fratelli che la nostra giornata è fatta di ventiquattro ore con Gesù.

Joh-13,01_Le lavement des pieds (precede immediatamente la lettura del vangelo)

Joh-13,01_Le lavement des pieds (precede immediatamente la lettura del vangelo) dans immagini sacre 15%20HAUSBUCHMEISTER%20THE%20FEETWASHING

http://www.artbible.net/3JC/-Joh-13,01_The%20feetwashing_Le%20lavement%20des%20pieds/index3.html

Publié dans:immagini sacre |on 1 mai, 2010 |Pas de commentaires »

S. Atanasio, Contro i pagani, 32 – 33 : II corpo mortale è retto dall’anima immortale

dal sito:

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20000714_atanasio_it.htm

II corpo mortale è retto dall’anima immortale
 
« Come mai, dal momento che il corpo è naturalmente mortale, l’uomo ragiona sull’immortalità e desidera sovente di morire per la virtù? Od ancora, come mai, dal momento che il corpo è effimero, l’uomo si rappresenta le realtà eterne, al punto da disprezzare le cose presenti e rivolgere il suo desiderio verso le altre? Il corpo non saprebbe, da solo, ragionare in tal modo su se stesso né su ciò che è estraneo a lui: esso infatti, è mortale ed effimero. Bisogna dunque, necessariamente, che vi sia qualche altra cosa che ragioni su ciò che è opposto al corpo e contrario alla sua natura. Che cos’è questa, ancora una volta, se non l’anima razionale ed immortale? Ed essa non è esterna al corpo, ma gli è interna, come il musicista che, con la sua lira, faccia ascoltare i migliori suoni. Come mai, ancora, l’occhio, essendo naturalmente fatto per vedere, e l’orecchio per ascoltare, si distolgono da queste funzioni qui e preferiscono quelle là? Che cos’è che distoglie l’occhio dal vedere? O che impedisce all’orecchio di ascoltare, dal momento ch’esso è naturalmente fatto per intendere? Ed il gusto, naturalmente fatto per gustare, che cos’è che sovente lo arresta nel suo slancio naturale? La mano, naturalmente fatta per agire, chi le impedisce di toccare tale oggetto? L’odorato, fatto per sentire gli odori, chi lo distoglie dal percepirli? Chi agisce cosí al contrario delle proprietà naturali dei corpi? Come mai il corpo si lascia distogliere dalla sua natura e condurre secondo l’avviso di un altro e dirigere da un suo cenno? Tutto ciò mostra che solo l’anima razionale guida il corpo. Il corpo non è punto fatto per muoversi da solo, ma esso si lascia condurre e guidare da un altro, come il cavallo non si attacca da solo, ma si lascia dirigere da colui che l’ha ammaestrato. Vi sono anche delle leggi presso gli uomini, per indurli a compiere il bene e ad evitare il male; ma gli esseri senza ragione non possono né ragionare né discernere il male, poiché sono estranei alla razionalità ed alla riflessione logica. Cosí gli uomini possiedono un’anima razionale; penso di averlo dimostrato da quanto è stato detto.

Che l’anima sia anche immortale, l’insegnamento ecclesiastico non può ignorarlo, per trovarvi un argomento capace di rifiutare l’idolatria. Si perverrà più vicino a questa nozione, se si parte dalla conoscenza del corpo e dalla sua differenza con l’anima. Se il nostro ragionamento ha mostrato ch’essa è diversa dal corpo, e se il corpo è naturalmente mortale, ne segue necessariamente che l’anima è immortale, poiché è differente dal corpo. Inoltre se, come abbiamo dimostrato, è l’anima che trasforma il corpo, senza essere lei stessa trasformata da altri, ne segue che l’anima si trasforma da se stessa e che, dopoché il corpo sia stato posto sulla terra, essa continua ancora a trasformarsi da se stessa. Infatti non è l’anima che si trasforma, ma è quand’essa si separa dal corpo che prende a trasformare il corpo stesso. Se dunque essa fosse mutata dal corpo, ne seguirebbe che, allontanandosi il motore, essa morirebbe; se, invece, è l’anima che muta il corpo, a più forte ragione essa si muta anche da se stessa. E se ciò è vero, necessariamente, altresí, essa vive dopo la morte del corpo. Infatti il movimento dell’anima non è cosa diversa dalla sua vita medesima, allo stesso modo come noi diciamo che il corpo vive quando è in movimento, e che per esso è la morte quando cessi di muoversi. Lo si vedrà ancor più chiaramente a partire dall’attività dell’anima nel corpo. Quando l’anima è venuta nel corpo e gli si è legata, essa non è ristretta e misurata dalla piccolezza del corpo, ma assai spesso, quando questo è disteso nel suo letto, immobile e come addormentato nella morte, l’anima, secondo la sua propria virtù, è sveglia e si eleva al di sopra della natura del corpo, come se essa se ne andasse lontano da lui: restando, invece, nel profondo del corpo, essa si rappresenta e contempla gli esseri sovraterrestri. In tal modo, sovente essa incontra persino coloro che sono al di sopra dei corpi terreni, i santi e gli angeli, andandosene verso di loro e confidando nella purezza dello spirito. Come dunque, a maggior ragione, una volta distaccata dal corpo quando lo vorrà Dio che l’aveva legata ad esso, non avrà essa una conoscenza più chiara dell’immortalità? Se quando essa era legata al corpo, viveva una vita estranea al corpo, a maggior ragione, dopo la morte di quello, essa vivrà e non cesserà di vivere, poiché Dio l’ha cosí creata per mezzo del suo Verbo, il nostro Signore Gesù Cristo. E’ perché l’anima pensa e riflette sulle cose immortali ed eterne, che anch’essa è eterna. Allo stesso modo come il corpo, essendo mortale, i suoi sensi contemplano cose mortali; parimenti l’anima, contemplando realtà immortali e ragionando su di esse, deve necessariamente essere immortale e vivere eternamente. I pensieri e le considerazioni sull’immortalità non la lasciano mai, ma dimorano in essa come un focolaio che assicura l’immortalità. E’ per questo che l’anima ha il pensiero della contemplazione di Dio e si traccia da sola la sua propria strada. Non è dall’esterno, ma da se stessa che l’anima riceve la conoscenza e la comprensione del Verbo divino. »

S. Atanasio, Contro i pagani, 32 – 33   

Preghiera: 

O Dio, Tu ci hai dato un’anima immortale che ci distingue dalle creature irrazionali. Aiutaci a proteggerla dagli influssi del male e da tutto ciò che la macchia e la separa da Te. Fà che gioisca nella Tua verità e giunga a riposare in Te per l’eternità. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.  

A cura dell’Ateneo Pontificio « Regina Apostolorum »

Publié dans:meditazioni |on 1 mai, 2010 |Pas de commentaires »

Omelia (02-05-2010) : Vi do un comandamento nuovo

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/18434.html

Omelia (02-05-2010) 
mons. Gianfranco Poma
Vi do un comandamento nuovo

La pagina del Vangelo di Giovanni che leggiamo nella domenica quinta di Pasqua (Giov.13,31-35) ci fa riscoprire la novità dell’esperienza cristiana, perché ne rendiamo testimonianza davanti a tutti.
Possiamo comprendere il senso di questi pochi versetti, solo ricordando il contesto nel quale si trovano: siamo nell’ultima cena di Gesù con i suoi discepoli. Dice il Vangelo di Giovanni: « Gesù fu profondamente turbato e dichiarò: In verità, in verità io vi dico: uno di voi mi tradirà. Si guardavano l’un l’altro i discepoli, presi dal dubbio di chi parlasse. Stava disteso, uno dei suoi discepoli, nel fianco di Gesù, quello che Gesù amava. Fa cenno dunque a lui Simon Pietro, perché gli chieda di chi parlasse. Chinatosi dunque, quello, sul petto di Gesù, gli dice: Signore, chi è? Risponde Gesù: E’ quello per il quale io intingerò il boccone e glielo darò. Intingendo dunque il boccone, lo dà a Giuda di Simone Iscariota. E dopo il boccone, entrò in lui il satana…Prendendo dunque il boccone, quello uscì subito. Ed era notte » (Giov.13,21-30). Si tratta di un momento di profonda intimità di Gesù con i suoi discepoli, che noi che oggi leggiamo, possiamo rivivere nella nostra esperienza: siamo noi i discepoli ai quali Gesù manifesta tutto il suo turbamento. Gesù ha chiamato i suoi discepoli, con loro ha condiviso tutto, a loro ha mostrato tutto di sé: adesso non può nascondere il suo turbamento. « Uno di voi mi tradirà ». E il turbamento di Gesù passa in loro: nel loro sentirsi sconcertati c’è il timore che ciascuno di loro possa essere il traditore. Di fronte all’amore di Gesù tutti si sentono impari. Simon Pietro fa cenno al discepolo che Gesù amava: vuole che Gesù faccia un nome. Se Gesù dice chi è il traditore, gli altri possono mettersi in pace: se uno solo è il colpevole, gli altri si sentono assolti. Il discepolo che Gesù amava si stringe ancora di più a lui: « Signore, chi è? ». L’amato da Gesù si ritiene autorizzato ad accogliere la sua confidenza: ma Gesù risponde con un gesto di amore sublime. Non fa il nome, non indica nessuno, dice soltanto: « E’ colui per il quale intingerò il boccone e glielo darò ». Questo gesto e le parole mostrano solo che Gesù continua a rivelare che cos’è il suo amore. Egli dona soltanto e dona tutto, egli crea amicizia: egli « conosce » la fragilità dei suoi discepoli, conosce la fragilità di coloro che il Padre gli ha affidato, egli sa che gli uomini hanno solo bisogno di essere amati, sa che nessuno di coloro che egli ama può ricambiare il suo amore: ciascuno può tradirlo. Adesso è Giuda, ma ciascuno di noi può guardare a Giuda come a suo fratello: chi di noi può dire di non scaricare su Giuda le proprie infedeltà, i propri tradimenti. In questo momento Gesù percepisce tutta la sua solitudine: Lui solo, nel momento nel quale avverte l’incapacità anche di chi gli è più vicino di accogliere il suo dono, è cosciente del buio che avvolge il mondo, ma al tempo stesso sa che cosa significhi essere il dono del Padre per il mondo. Lui solo è la luce che risplende nelle tenebre: la sua carne offerta per il mondo è lo splendore della gloria di Dio. Nel momento in cui il mondo lo rifiuta, egli ama: la croce è lo splendore della gloria di Dio.
Adesso Gesù può dire: « Ora il figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito ». Nel momento nel quale Gesù esprime tutta la gratuità del suo amore per colui che lo sta tradendo e che continuerà a chiamare amico, appare la reciprocità completa delle relazioni tra il Padre e il Figlio, appare la loro unione fondamentale: e noi « vediamo la gloria » (Giov.1,14), vediamo Dio. Perché il Figlio tradito, abbandonato da tutti, perseguitato da tutti, continua ad essere solo amore, benevolenza, perdono, rivela al mondo sin dove arrivi l’amore del Padre, sino all’infinito, senza limiti.
E proprio nel momento nel quale rivela, nel piccolo gesto del boccone offerto all’amico, lo splendore della gloria di Dio, Gesù aggiunge: « Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate gli uni gli altri ». Un comandamento « nuovo »: proprio nel momento nel quale sperimenta che anche l’amico più intimo lo tradisce, Gesù ai suoi discepoli dà un « comandamento nuovo ». Nel momento nel quale risplende solo « la gloria » cioè la totale gratuità dell’amore di Dio per l’uomo incapace di amare, come può Gesù dare il comandamento: amatevi gli uni gli altri? Per questo Gesù parla di comandamento « nuovo »: se si trattasse di un precetto affidato alle forze umane sarebbe qualcosa di impossibile, impensabile. Si tratta invece di una reale « novità »: non si tratta di un precetto, ma di un dono. Gesù ama talmente i suoi discepoli che per loro dona la vita, a loro dona il suo Spirito: Gesù è vivo, ama nei suoi discepoli. Il comandamento di Gesù è « nuovo » perché non è affidato ai nostri sforzi ma è lui che vive in noi, è lui che ama in noi. L’amore con il quale egli ci ama, è il dinamismo nuovo della nostra vita: la « gloria » che la carne di Gesù ci ha manifestato, risplende anche nella nostra carne. Ai suoi discepoli Gesù chiede di lasciarsi amare da lui, lasciarsi perdonare da lui, lasciarsi vivere da lui. Il commento migliore al « comandamento nuovo » di cui parla il Vangelo di Giovanni, è la riflessione di S.Paolo nella lettera ai Galati e nel cap.8 della lettera ai Romani. Solo l’amore che lui ha per i suoi discepoli genera discepoli capaci di amarsi tra di loro: la parola evangelica che noi leggiamo è in realtà molto concreta. Essa riflette l’esperienza della comunità giovannea tutta fondata sull’amore che Gesù ha accolto dal Padre e ha donato ai suoi discepoli: l’amore è una fonte che genera amore, è una fonte divina che trasforma l’uomo e lo rende capace di vita divina. « Come io ho amato voi, amatevi anche voi gli uni gli altri »: tutto il Vangelo di Giovanni ci svela la relazione totale tra il Padre e il Figlio, una relazione che diventa vita. Gesù amando i suoi discepoli genera con loro una comunione di relazione che rende visibile nella storia la sua relazione con il Padre. « Amatevi gli uni gli altri »: la comunità giovannea è il luogo in cui si creano relazioni nuove, generate dalla gratuità dell’amore che dal Padre scorre nelle vene della storia. « Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri »: l’identità cristiana, per la comunità giovannea, è determinata dalla visibilità delle relazioni nuove, dalla novità di uno stile d’amore, che fa la differenza della comunità cristiana con il mondo. Ma è davvero questo lo stile della nostra vita cristiana di oggi? Siamo coscienti che la qualità delle nostre relazioni vicendevoli è la visibilità di Dio nel mondo e da esse dipende la sua credibilità? 

buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno protea-2

Proteas in Maui, Hawaii

http://www.flowerpictures.net/maui_flowers/protea_flowers.htm

Sant’Ireneo di Lione :« Chi ha visto me ha visto il Padre »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100501

Sabato della IV settimana di Pasqua : Jn 14,7-14
Meditazione del giorno
Sant’Ireneo di Lione (circa130-circa 208), vescovo, teologo e martire
Contro le eresie, IV, 20, 5-7

« Chi ha visto me ha visto il Padre »

        Lo splendore di Dio dona la vita: la ricevono coloro che vedono Dio. E per questo colui che è inintelligibile, incomprensibile e invisibile, si rende visibile, comprensibile e intelligibile dagli uomini, per dare la vita a coloro che lo comprendono e lo vedono. Se infatti è insondabile la sua grandezza, è pure inesprimibile la sua bontà; e grazie ad essa, egli si fa vedere e dà la vita a coloro che lo vedono.

        È impossibile vivere se non si è ricevuta la vita, ma la vita non si ha che con la partecipazione all’essere divino. Orbene tale partecipazione consiste nel vedere Dio e godere della sua bontà. Gli uomini dunque vedranno Dio per vivere… Così Mosè afferma nel Deuteronomio: «Oggi abbiamo visto che Dio può parlare con l’uomo e l’uomo aver la vita» (Dt 5, 24). Colui che opera tutto in tutti nella sua grandezza e potenza, è invisibile e indescrivibile a tutti gli esseri da lui creati, non resta però sconosciuto; tutti infatti, per mezzo del suo Verbo, imparano che il Padre è l’unico Dio, che contiene tutte le cose e dà a tutte l’esistenza, come sta scritto nel Vangelo: «Dio nessuno lo ha mai visto ; proprio il Figlio Unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» (Gv 1,18).

1...1112131415

PUERI CANTORES SACRE' ... |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31