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26 maggio : San Filippo Neri (m)

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26 maggio – San Filippo Neri Sacerdote (m)

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San Filippo Neri Sacerdote

26 maggio
 
Firenze, 1515 – Roma, 26 maggio 1595

L’uomo che sarebbe stato chiamato « l’Apostolo della città di Roma » era figlio di un notaio fiorentino di buona famiglia. Ricevette una buona istruzione e poi fece pratica dell’attività di suo padre; ma aveva subito l’influenza dei domenicani di san Marco, dove Savonarola era stato frate non molto tempo prima, e dei benedettini di Montecassino, e all’età di diciott’anni abbandonò gli affari e andò a Roma. Là visse come laico per diciassette anni e inizialmente si guadagnò da vivere facendo il precettore, scrisse poesie e studiò filosofia e teologia. A quel tempo la città era in uno stato di grande corruzione, e nel 1538 Filippo Neri cominciò a lavorare fra ? g?ovam della città e fondò una confraternita di laici che si incontravano per adorare Dio e per dare aiuto ai pellegrini e ai convalescenti, e che gradualmente diedero vita al grande ospizio della Trinità. Filippo passava molto tempo in preghiera, specialmente di notte e nella catacomba di san Sebastiano, dove nel 1544 sperimentò un’estasi di amore divino che si crede abbia lasciato un effetto fisico permanente sul suo cuore. Nel 1551 Filippo Neri fu ordinato prete e andò a vivere nel convitto ecclesiastico di san Girolamo, dove presto si fece un nome come confessore; gli fu attribuito il dono di saper leggere nei cuori. Ma la sua occupazione principale era ancora il lavoro tra i giovani.
Sopra la chiesa fu costruito un oratorio in cui si tenevano conferenze religiose e discussioni e si organizzavano iniziative per il soccorso dei malati e dei bisognosi; là, inoltre, furono celebrate per la prima volta funzioni consistenti in composizioni musicali su temi biblici e religiosi cantate da solisti e da un coro (da qui il nome « oratorio »). San Filippo era assistito da altri giovani chierici, e nel 1575 li aveva organizzati nella Congregazione dell’Oratorio; per la sua società (i cui membri non emettono i voti che vincolano gli ordini religiosi e le congregazioni), costruì una nuova chiesa, la Chiesa Nuova, a santa Maria « in Vallicella ». Diventò famoso in tutta la città e la sua influenza sui romani del tempo, a qualunque ceto appartenessero, fu incalcolabile.
Ma san Filippo non sfuggì alle critiche e all’opposizione: alcuni furono scandalizzati dall’anticonvenzionalità dei suo discorsi, delle sue azioni e dei suoi metodi missionari. Egli cercava di restituire salute e vigore alla vita dei cristiani di Roma in modo tranquillo, agendo dall’interno; non aveva una mentalità clericale, e pensava che il sentiero della perfezione fosse aperto tanto ai laici quanto al clero, ai monaci e alle monache. Nelle sue prediche insisteva più sull’amore e sull’integrità spirituale che sulle austerità fisiche, e le virtù che risplendevano in lui venivano trasmesse agli altri: amore per Dio e per l’uomo, umiltà e senso delle proporzioni, gentilezza e gaiezza – « riso » è una parola che compare spesso quando si tratta di san Filippo Neri.

Patronato: Giovani
Etimologia: Filippo = che ama i cavalli, dal greco

Martirologio Romano: Memoria di san Filippo Neri, sacerdote, che, adoperandosi per allontanare i giovani dal male, fondò a Roma un oratorio, nel quale si eseguivano letture spirituali, canti e opere di carità; rifulse per il suo amore verso il prossimo, la semplicità evangelica, la letizia d’animo, lo zelo esemplare e il fervore nel servire Dio.

Filippo Neri nasce a Firenze il 21 luglio 1515, e riceve il battesimo nel « bel san Giovanni » dei Fiorentini il giorno seguente, festa di S. Maria Maddalena.
La famiglia dei Neri, che aveva conosciuto in passato una certa importanza, risentiva allora delle mutate condizioni politiche e viveva in modesto stato economico. Il padre, ser Francesco, era notaio, ma l’esercizio della sua professione era ristretto ad una piccola cerchia di clienti; la madre, Lucrezia da Mosciano, proveniva da una modesta famiglia del contado, e moriva poco dopo aver dato alla luce il quarto figlio.
La famiglia si trovò affidata alle cure della nuova sposa di ser Francesco, Alessandra di Michele Lenzi, che instaurò con tutti un affettuoso rapporto, soprattutto con Filippo, il secondogenito, dotato di un bellissimo carattere, pio e gentile, vivace e lieto, il « Pippo buono » che suscitava affetto ed ammirazione tra tutti i conoscenti.
Dal padre, probabilmente, Filippo ricevette la prima istruzione, che lasciò in lui soprattutto il gusto dei libri e della lettura, una passione che lo accompagnò per tutta la vita, testimoniata dall’inventario della sua biblioteca privata, lasciata in morte alla Congregazione romana, e costituita di un notevole numero di volumi. La formazione religiosa del ragazzo ebbe nel convento dei Domenicani di San Marco un centro forte e fecondo. Si respirava, in quell’ambiente, il clima spirituale del movimento savonaroliano, e per fra Girolamo Savonarola Filippo nutrì devozione lungo tutto l’arco della vita, pur nella evidente distanza dai metodi e dalle scelte del focoso predicatore apocalittico.
Intorno ai diciotto anni, su consiglio del padre, desideroso di offrire a quel figlio delle possibilità che egli non poteva garantire, Filippo si recò da un parente, avviato commerciante e senza prole, a San Germano, l’attuale Cassino. Ma l’esperienza della mercatura durò pochissimo tempo: erano altre le aspirazioni del cuore, e non riuscirono a trattenerlo l’affetto della nuova famiglia e le prospettive di un’agiata situazione economica.
Lo troviamo infatti a Roma, a partire dal 1534. Vi si recò, probabilmente, senza un progetto preciso. Roma, la città santa delle memorie cristiane, la terra benedetta dal sangue dei martiri, ma anche allettatrice di tanti uomini desiderio di carriera e di successo, attrasse il suo desiderio di intensa vita spirituale: Filippo vi giunse come pellegrino, e con l’animo del pellegrino penitente, del « monaco della città » per usare un’espressione oggi di moda, visse gli anni della sua giovinezza, austero e lieto al tempo stesso, tutto dedito a coltivare lo spirito.
La casa del fiorentino Galeotto Caccia, capo della Dogana, gli offrì una modesta ospitalità – una piccola camera ed un ridottissimo vitto – ricambiata da Filippo con l’incarico di precettore dei figli del Caccia. Lo studio lo attira – frequenta le lezioni di filosofia e di teologia dagli Agostiniani ed alla Sapienza – ma ben maggiore è l’attrazione della vita contemplativa che impedisce talora a Filippo persino di concentrarsi sugli argomenti delle lezioni.
La vita contemplativa che egli attua è vissuta nella libertà del laico che poteva scegliere, fuori dai recinti di un chiostro, i modi ed i luoghi della sua preghiera: Filippo predilesse le chiese solitarie, i luoghi sacri delle catacombe, memoria dei primi tempi della Chiesa apostolica, il sagrato delle chiese durante le notti silenziose. Coltivò per tutta la vita questo spirito di contemplazione, alimentato anche da fenomeni straordinari, come quello della Pentecoste del 1544, quando Filippo, nelle catacombe si san Sebastiano, durante una notte di intensa preghiera, ricevette in forma sensibile il dono dello Spirito Santo che gli dilatò il cuore infiammandolo di un fuoco che arderà nel petto del santo fino al termine dei suoi giorni.
Questa intensissima vita contemplativa si sposava nel giovane Filippo ad un altrettanto intensa, quanto discreta nelle forme e libera nei metodi, attività di apostolato nei confronti di coloro che egli incontrava nelle piazze e per le vie di Roma, nel servizio della carità presso gli Ospedali degli incurabili, nella partecipazione alla vita di alcune confraternite, tra le quali, in modo speciale, quella della Trinità dei Pellegrini, di cui Filippo, se non il fondatore, fu sicuramente il principale artefice insieme al suo confessore P. Persiano Rosa.
A questo degnissimo sacerdote, che viveva a san Girolamo della Carità, e con il quale Filippo aveva profonde sintonie di temperamento lieto e di impostazione spirituale, il giovane, che ormai si avviava all’età adulta, aveva affidato la cura della sua anima. Ed è sotto la direzione spirituale di P. Persiano che maturò lentamente la chiamata alla vita sacerdotale. Filippo se ne sentiva indegno, ma sapeva il valore dell’obbedienza fiduciosa ad un padre spirituale che gli dava tanti esempi di santità. A trentasei anni, il 23 maggio del 1551, dopo aver ricevuto gli ordini minori, il suddiaconato ed il diaconato, nella chiesa parrocchiale di S. Tommaso in Parione, il vicegerente di Roma, Mons. Sebastiano Lunel, lo ordinava sacerdote.
Messer Filippo Neri continuò da sacerdote l’intensa vita apostolica che già lo aveva caratterizzato da laico. Andò ad abitare nella Casa di san Girolamo, sede della Confraternita della Carità, che ospitava a pigione un certo numero di sacerdoti secolari, dotati di ottimo spirito evangelico, i quali attendevano alla annessa chiesa. Qui il suo principale ministero divenne l’esercizio del confessionale, ed è proprio con i suoi penitenti che  Filippo iniziò, nella semplicità della sua piccola camera, quegli incontri di meditazione, di dialogo spirituale, di preghiera, che costituiscono l’anima ed il metodo dell’Oratorio. Ben presto quella cameretta non bastò al numero crescente di amici spirituali, e Filippo ottenne da « quelli della Carità » di poterli radunare in un locale, situato sopra una nave della chiesa, prima destinato a conservare il grano che i confratelli distribuivano ai poveri.
Tra i discepoli del santo, alcuni – ricordiamo tra tutti Cesare Baronio e Francesco Maria Tarugi, i futuri cardinali – maturarono la vocazione sacerdotale, innamorati del metodo e dell’azione pastorale di P. Filippo. Nacque così, senza un progetto preordinato, la « Congregazione dell’Oratorio »: la comunità dei preti che nell’Oratorio avevano non solo il centro della loro vita spirituale, ma anche il più fecondo campo di apostolato. Insieme ad altri discepoli di Filippo, nel frattempo divenuti sacerdoti, questi andarono ad abitare a San Giovanni dei Fiorentini, di cui P. Filippo aveva dovuto accettare la Rettoria per le pressioni dei suoi connazionali sostenuti dal Papa. E qui iniziò tra i discepoli di Filippo quella semplice vita famigliare, retta da poche regole essenziali, che fu la culla della futura Congregazione.
Nel 1575 Papa Gregorio XIII affidò a Filippo ed ai suoi preti la piccola e fatiscente chiesa di S. Maria in Vallicella, a due passi da S. Girolamo e da S. Giovanni dei Fiorentini, erigendo al tempo stesso con la Bolla « Copiosus in misericordia Deus » la « Congregatio presbyterorm saecularium de Oratorio nuncupanda ». Filippo, che continuò a vivere nell’amata cameretta di San Girolamo fino al 1583, e che si trasferì, solo per obbedienza al Papa, nella nuova residenza dei suoi preti, si diede con tutto l’impegno a ricostruire in dimensioni grandiose ed in bellezza la piccola chiesa della Vallicella.
Qui trascorse gli ultimi dodici anni della sua vita, nell’esercizio del suo prediletto apostolato di sempre: l’incontro paterno e dolcissimo, ma al tempo stesso forte ed impegnativo, con ogni categoria di persone, nell’intento di condurre a Dio ogni anima non attraverso difficili sentieri, ma nella semplicità evangelica, nella fiduciosa certezza dell’infallibile amore divino, nella letizia dello spirito che sgorga dall’unione con Dio. Si spense nelle prime ore del 26 maggio 1595, all’età di ottant’anni, amato dai suoi e da tutta Roma di un amore carico di stima e di affezione.
La sua vita è chiaramente suddivisa in due periodi di pressoché identica durata: trentasei anni di vita laicale, quarantaquattro di vita sacerdotale. Ma Filippo Neri, fiorentino di nascita – e quanto amava ricordarlo! – e romano di adozione – tanto egli aveva adottato Roma, quanto Roma aveva adottato lui! – fu sempre quel prodigio di carità apostolica vissuta in una mirabile unione con Dio, che la Grazia divina operò in un uomo originalissimo ed affascinante.
« Apostolo di Roma » lo definirono immediatamente i Pontefici ed il popolo Romano, attribuendogli il titolo riservato a Pietro e Paolo, titolo che Roma non diede a nessun altro dei pur grandissimi santi che, contemporaneamente a Filippo, aveva vissuto ed operato tra le mura della Città Eterna. Il cuore di Padre Filippo, ardente del fuoco dello Spirito, cessava di battere in terra in quella bella notte estiva, ma lasciava in eredità alla sua Congregazione ed alla Chiesa intera il dono di una vita a cui la Chiesa non cessa di guardare con gioioso stupore. Ne è forte testimonianza anche il Magistero del Santo Padre Giovanni Paolo II che in varie occasioni ha lumeggiato la figura di san Filippo Neri e lo ha citato, unico dei santi che compaiano esplicitamente con il loro nome, nella Bolla di indizione del Grande Giubileo del 2000.

Fonte:  www.oratoriosanfilippo.org 

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UNA STORIA D’AMORE, UN POPOLO E LA SUA LINGUA

dal sito:

http://www.nostreradici.it/popolo_lingua.htm

UNA STORIA D’AMORE, UN POPOLO E LA SUA LINGUA
 
Il popolo giudeo e la lingua ebraica intrattengono da tre millenni una relazione straordinaria: essi sono cresciuti insieme. Hanno vissuto un lungo periodo di fusione, poi amori contrastati con separazioni dolorose e ritrovamenti appassionati.

Il nome stesso della lingua è significativo: l’ivrit, è la lingua dell’ivri, dell’Ebreo – cioè, secondo le etimologie, sia il discendente di Ever (Éber, antenato di Abramo) sia l’attraversatore che viene dall’altra parte (ever) del fiume. E, nell’epoca contemporanea, quando i padri fondatori del sionismo hanno cercato un vocabolo per designare il « nuovo giudeo » il cui destino sarà legato a quello della rinascita d’Israele, la parola Ebraico è quella che essi hanno scelto del tutto naturalmente.

Legame passionale, dunque, in cui la lingua non è un mezzo di comunicazione ma esprime la quintessenza della persona.

Come ogni storia d’amore, anche questa ha il suo romanzo delle origini. Cominciamo dunque dall’inizio. Il testo biblico attribuisce al patriarca Abramo origini caldeo-mesopotamiche; nello stesso tempo le radici dell’ebraico risalgono alla madre delle lingue semitiche, l’accadico che, originario della Mesopotamia, si espande nell’insieme del Vicino-Oriente e si mescola ai dialetti locali. Nella terra di Canaan, ciò darà l’ebraico pre-biblico le cui tracce più antiche figurano nelle tavolette trovate a Tell el-Amarna, la cui datazione risale al quattordicesimo secolo prima dell’era cristiana.

L’iscrizione di Siloe, scoperta alla fine del secolo scorso e che data 700 a.C. all’incirca, riferisce lo scavo di un tunnel voluto dal re Ezechia per alimentare d’acqua la città di Gerusalemme. Due squadre di operai sono all’opera, provenienti rispettivamente dalla città e dalla sorgente. L’iscrizione descrive il momento emozionante in cui le due squadre si congiungono: « Allorché i minatori levarono il piccone e non c’erano più di tre cubiti da traforare, si udiva la voce di coloro che si chiamavano tra loro »

Un po’ più tardivi, diversi ostraca (da ostracon, « ostrica » in greco; coccio recante iscrizioni) ci informano sulla lingua usata dagli autori e nello stesso tempo sui problemi ai quali essi fanno fronte. Così un ostracon di Lakhish attesta una corrispondenza tra un funzionario di nome Hoshayahou e il suo « Signore » Yaosh, il comandante di Lakhish; siamo all’epoca del profeta Geremia, quando il regno di Giuda era alle prese con Nabucodonosor.

In questi documenti la scrittura è alfabetica con caratteri vicini al fenicio. Ma la lingua è quella della Bibbia, tale e quale noi la conosciamo. E a ragione: in quest’epoca la codificazione dei primi capitoli del testo biblico è già in corso. Ai brani più antichi, che sono caratterizzati da un ritmo magico (il cantico del mare, la profezia di Bilam o il cantico di Deborah), si aggiungono tra il VII ed il VI secolo il magnifici discorsi dei profeti. Questa lingua evolve naturalmente lungo i secoli e subisce l’influenza delle altre lingue della regione. Influenza rafforzata dall’esilio babilonese (586 a.C.) e sensibile nei capitoli della Bibbia che sono stati trascritti durante il periodo del Secondo Tempio (a partire dal 538 a.C.).

La canonizzazione della Bibbia

L’aramaico, lingua dominante del Vicino-Oriente, si sostituisce progressivamente all’ebraico nell’uso quotidiano. In seguito vi si aggiungerà il greco, soprattutto nelle classi agiate. Il libro di riferimento rimane tuttavia la Bibbia ebraica. Questa conosce un lungo processo di canonizzazione, cioè di definizione formale del contenuto. Il canone della Torah nel senso stretto del termine (i cinque primi libri della Bibbia, o Pentateuco) è senza dubbio anteriore all’esilio di Babilonia. Il canone dei Profeti daterebbe all’inizio del III secolo prima dell’era cristiana, mentre gli altri scritti (Ktuvim) che formano la terza parte della Bibbia sono intervenuti più tardi ancora.

In questo processo di canonizzazione che è durato svariati secoli, numerosi testi sono stati scartati (alcuni troveranno posto nella versione cattolica della Bibbia) ed altri, ben più numerosi, sono stati perduti per sempre. I testi conservati, al termine di questo processo, coprono un millennio di civilizzazione e sono lontani da una omogeneità sia di vocabolario che di grammatica. L’insieme, tuttavia, forma un libro che si legge con continuità e le cui diverse componenti definiscono la lingua della Bibbia.

Questa lingua – a ben considerare – non si chiama ancora l’ebraico. Chiamata in Isaia « lingua di Canaan », o ancora »lingua giudea » cioè lingua del regno di Giuda, essa nella letteratura talmudica è designata dall’espressione « lingua santa » (si tratta allora di distinguere la lingua biblica dagli idiomi in uso a quell’epoca). Essa non prenderà il suo nome attuale se non quando è stata presa coscienza della sua unicità profonda, una unicità che non si riferisce tanto alla sua struttura sintattica quanto alla sua funzione simbolica. La denominazione « ebraico » sarà allora adottata per designare non questo o quello strato linguistico ma la lingua del popolo giudeo nella sua continuità. L’ebraico fonda la Bibbia ed è fondato da essa; la lingua e il libro, custoditi dagli ebrei al pari dei gioielli più preziosi, serviranno loro come viatico in tutti i paesi in cui saranno dispersi.

Una lingua vivente

In Terra d’Israele, abbiamo visto, le dominazioni politiche e le influenze culturali hanno tolto all’ebraico il suo ruolo esclusivo di mezzo di comunicazione. Nella vita quotidiana le persone sono ricorse ad altri linguaggi. L’ebraico non sparì fintantoché i Giudei rimasero la maggioranza nel paese e mantennero vivo il desiderio di restaurarvi la propria indipendenza. Sembra anche che esso si trasformi e si arricchisca degli apporti di altre lingue. I manoscritti del mar Morto – scoperti da mezzo secolo e tuttora oggetto di studio e di controversie – indicano che alla fine del periodo del secondo tempio, due mila anni fa circa, la lingua ebraica classica coesiste, almeno sotto forma scritta, con un ebraico piuttosto moderno. Quest’ultimo ci è conosciuto sotto la denominazione di « ebraico della Mishna », dal nome del codice della legge giudaica la cui redazione finale è datata alla fine del secondo secolo dell’era cristiana.

Gli esperti oggi considerano che questo ebraico, benché ritenuto come « la lingua dei Saggi », in quel momento conserva ancora le caratteristiche di una lingua popolare. Tuttavia, il peso crescente della comunità della diaspora relativamente al numero di ebrei residenti in Terra d’Israele e poi lo schiacciamento da parte di Roma delle ultime rivolte giudaiche, mettono termine a questa evoluzione. La Guemarà, il commentario della Mishna compilato tra il terzo ed il quinto secolo e che con essa costituisce il Talmud, è redatto in aramaico. Con la perdita dell’autonomia giudaica in Terra d’Israele, la lingua ebraica sembra aver perduto la sua caratteristica di lingua parlata.

L’ebraico resta pertanto, contro tutte le apparenze, una lingua vivente. Lungo tutto il Medio-Evo esso è oggetto degli studi dei sapienti ebrei. Essi lo dotano di una grammatica, fino allora inesistente – o, più esattamente, essi estraggono regole grammaticali latenti nei desti antichi, che permetteranno di meglio leggerli e di scriverne di nuovi -. I saggi ebrei sviluppano anche sistemi di vocalizzazione, da cui il sistema detto di Tiberiade, inventato nell’VIII secolo, che si imporrà nella globalità del mondo ebraico.

Poiché la scrittura dell’ebreo antico non indicava che le consonanti. Procedimento economico e logico, dal momento che ognuno sapeva pronunciare le parole. In caso di dubbio, qualche aggiunta di lettere (presenti già nell’ebraico biblico) permetteva di risolvere il problema. Ma quando l’ebraico cessa di essere una lingua parlata, la questione diviene critica: Non si sapeva più come pronunciare a colpo sicuro – e, peggio ancora, ragione dell’esistenza di numerosi dubbi -, lo stesso senso delle parole poteva prestarsi a confusione. Si immaginano dunque dei simboli, posti a lato delle lettere o sotto di esse, destinati a colmare questa carenza (1). La vocalizzazione obbediva a regole che costituivano un sottoinsieme della grammatica ebraica. Lo stesso testo biblico fu vocalizzato retroattivamente (ad eccezione dei rotoli della Torah, che conservano la loro forma originale) e si aggiungono segni necessari alla recitazione cantilenata dei testi.

Così, grazie al lavoro dei masoreti (dal termine ebraico massora, tradizione), l’ebraico fu sia rinforzato nella sua struttura tradizionale, sia arricchito de regole che ne facilitarono la trasmissione.

Poemi religiosi e poesia erotica

La storia d’amore che unisce il popolo ebreo alla lingua ebraica acquista quindi tutto il suo significato. Esiliati dalla loro terra ma mai cessando di sperare il ritorno a Sion, gli ebrei si aggrappano alla loro lingua come a un simbolo di identità. Essi, non soltanto pregano in ebraico tre volte al giorno, non soltanto i testi sui quali si basa la loro cultura sono scritti principalmente in ebraico (più una parte in aramaico, l’antica lingua popolare divenuta paradossalmente una sorta d’estensione sapiente dell’ebraico), ma continuano a corrispondere in questa lingua da un paese all’altro.

Ed essi continuano a creare in ebraico. Poemi religiosi, alcuni dei quali (i pyutim) assumono una forma rituale molto elaborata e altri, come quelli di Yehouda Halevi, sono meraviglie di freschezza. Anche poesie profane, con canzoni e poemi erotici che si moltiplicano nella Spagna dell’Età d’Oro. Testi filosofici e scientifici molto numerosi, che coprono tutte le discipline allora tenute in considerazione. Commentari rabbinici, trattati di pensiero ebraico, cronache, opere di fantasia. In una parola, una letteratura che si estende su un arco di secoli e che, per la sua abbondanza, varietà e qualità ben sta alla pari con quella prodotta da qualsivoglia popolo durante lo stesso periodo. Con la differenza che il popolo ebraico vive disperso e che le persecuzioni da una parte, la pressione dell’ambiente dall’altra, riducono poco a poco il campo in cui si esercita l’influenza dell’ebraico.

Un compagno segreto

Si può dire, dunque, dell’ebraico ciò che si dice del sabato: gli ebrei l’hanno conservato ed esso li ha conservati. Lingua di cultura e di religione, di comunicazione e di riflessione, esso è rimasto il perno della continuità ebraica. La lettera ebraica ha sempre esercitato sugli ebrei un fascino che non ha alcun equivalente tra le altre culture.

L’ebraico rappresentava ciò di cui gli ebrei erano stati privati da generazioni: la capacità di esprimere essi stessi, senza ostacoli, i loro propri termini, in rapporto al mondo. Qualunque fosse il comportamento dei propri vicini non ebrei – benevolo od ostile, rispettoso o pieno di disprezzo, l’ebreo non  tornava pienamente se stesso se non nel momento in cui rientrava nel suo focolare, nella sua sinagoga, nella sua aula di studio. L’ebraico letto, pregato o cantato era allora il suo compagno segreto. Una vera e propria storia d’amore.

Spesso il rinnovamento della lingua ebraica viene attribuito alla rinascita dello Stato d’Israele. C’è una gran parte di verità in questo: l’esistenza di un centro in cui l’ebraico si parla, si vive e si trasmette ha svolto senza dubbio un ruolo essenziale per questa lingua – e per il patrimonio di cui essa è portatrice -. Tuttavia si può anche rovesciare la proposizione. La volontà di ravvivare la sorgente ebraica del giudaismo, il desiderio di creare in ebraico una nuova letteratura che abbracci ogni tematica, l’aspirazione naturale ad un nuovo uomo « ebreo » affrancato dalle catene dell’esilio: tutte espressioni d’un rinnovamento che hanno preceduto il sionismo politico e sono indissolubili dai suoi progressi ulteriori. In questo mese in cui gli ebrei d’Israele e del resto del mondo commemorano la rinascita dello Stato ebraico, era dunque necessario ricordare quest’altra storia d’amore che ogni ebreo porta nel suo cuore.
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(1) Nell’ebraico contemporaneo, la vocalizzazione non è più utilizzata che per i testi d’insegnamento dell’ebraico e per la poesia. Tuttavia, nel caso in cui potrebbe sorgere ambiguità sul significato di una parola precisa, si aggiungono le vocali. La scrittura detta « piena », il cui uso si generalizza, permette allo stesso modo di precisare il senso con l’aiuto dei caratteri abituali, senza ricorrere alla vocalizzazione.
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 Fonte: L’arche, mensile dell’ebraismo francese, n.518 – aprile 2001 – p.32-38, Henri Pasternak (Tradotto per Le nostre Radici da Maria Guarini)

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di Sandro Magister: Pentecoste sul Monte Athos

dal sito:

http://chiesa.espresso.repubblica.it:80/articolo/1337041

Pentecoste sul Monte Athos

Viaggio sulla santa montagna della Chiesa ortodossa. Compiuto e raccontato la prima volta nel 1997. Cioè ora, quest’anno. Perché sull’Athos i tempi della terra fanno tutt’uno con l’oggi eterno del cielo

di Sandro Magister

MONTE ATHOS – Fermate gli orologi, quando dai vapori del Mar Egeo vedete sbucare la cima dell’Athos. Perchè lì sono cose d’altri tempi. Il calendario è il giuliano, in ritardo di 13 giorni su quello latino che ha invaso il resto del mondo. Le ore non si contano a partire da mezzanotte, ma dal tramonto del sole. E non è sotto il sole meridiano, ma nel buio notturno che l’Athos più vive e più palpita. Di canti, di luci, di misteri.

Il Monte Athos è vera terra santa, che incute timor di Dio. Non è per tutti. Intanto non è per le donne, che già sono una buona metà degli umani. L’ultima pellegrina autorizzata vi ha messo piede sedici secoli fa. Si chiamava Galla Placidia, quella dei mosaici blu e oro di una chiesa di Ravenna a lei intitolata. A nulla le valse d’esser figlia del grande Teodosio, imperatore cristiano di Roma e Costantinopoli. Entrata in un monastero dell’Athos, un’icona della Vergine le ordinò: férmati! e le ingiunse di lasciar la montagna. Che doveva restare da lì in poi inviolata da donna. Dal secolo XI – dicono – neanche gli animali femmina, vacche, capre, coniglie, osano più salire impunemente il santo monte.

URANÚPOLIS

Uranúpolis, città del cielo, ultimo villaggio greco prima del sacro confine, è posto di frontiera specialissimo. Cartelli di ferro smaltato vi avvertono fino all’ultimo che non la passerete liscia se siete donna travestita da uomo o se vi scoveranno senza i giusti permessi. La sacra epistassía, il governo dei monaci, vi consegnerà a un tribunale di Grecia. Il quale è sempre severo nel tutelare l’extraterritorialità dell’Athos e le sue leggi di autonoma teocrazia, sancite nella costituzione ellenica e forti di riconoscimento internazionale.

Sudati monaci in tonaca e cappello a cilindro tengono a freno la calca dei viaggiatori in cerca d’un lasciapassare. Molti i chiamati ma pochi gli eletti, dice il Vangelo. E pochissimi sono i visti d’ingresso timbrati ogni mattina col sigillo della Vergine. Chi finalmente riceve la similpergamena che autorizza la visita corre al molo d’imbarco. Perché nell’Athos si entra solo via mare, su navigli che hanno nomi di santi.

Lo sbarco è un porticciolo a metà penisola che si chiama Dafne, come la ninfa di Apollo. Ma il lontano Olimpo, che da lì si scorge nelle giornate ventose, dimenticàtelo. Un vecchio autobus panciuto, del color della terra anche nei finestrini, arranca sulla salita fino a Kariès, ombelico amministrativo dell’Athos, sede dalla sacra epistassìa.

KARIÈS

A Kariès ci sono la gendarmeria, un paio di viuzze con botteghe che vendono semi di farro, icone, grani d’incenso e tonache monacali; ci sono il finecorsa dell’autobus e una trattoria. C’è anche un telefono pubblico, che ha tutta l’aria d’essere il primo e l’ultimo.

Kariès è uno strano paesetto senza abitanti. Quei pochi che compaiono sono tutti provvisori: monaci itineranti, gendarmi, operai di giornata, viaggiatori smarriti. Da lì in avanti si procede a piedi, ore di marcia su strade sterrate, senz’ombra, in nuvole di polvere impalpabile come cacao. Oppure su camionette prese a nolo da un altro degli strani greci provvisori. Oppure saltando su jeep di passaggio, di proprietà dei monasteri più ammodernati.

Ma sempre con grande supplizio corporeo. L’Athos è per tempre forti, ascetiche. Da subito vi torchia. Ogni giorno di visita avrà la sua via crucis di polvere e sassi e precipizi: perchè sul prezioso vostro permesso c’è scritto che non potete fermarvi più di una notte in un monastero e tra l’uno e l’altro ci sono ore di cammino. Il pellegrinare è d’obbligo.

GRANDE LAVRA

Ma quando arrivate esausti in uno dei venti grandi monasteri, che paradiso. La Grande Lavra, il primo nella gerarchia dei venti, vi accoglie tra le sue mura sospese tra terra e cielo, verso la punta della penisola proprio sotto la santa montagna. Compare un giovane monaco e vi ritira pergamena e passaporto. Ricompare come l’angelo dell’Apocalisse dopo un silenzio in cielo di circa mezz’ora, ristorandovi con un bicchier d’acqua fresca, un bicchierino di liquor d’anice, una zolletta di gelatina di frutta e un caffè alla turca, speziato. È il segno che siete stato ammesso tra gli ospiti. Vi tocca un letto in una camera a sei tra mura vecchie di secoli, con le lenzuola fresche di bucato e l’asciugamano. Da lì in avanti farete vita da monaci.

Ossia farete come vi pare. I monasteri dell’Athos non sono come quelli d’Occidente, cittadelle murate dove ogni mossa, ogni parola sono sotto regola collettiva. Sull’Athos c’è di tutto e per tutti. C’è l’eremita solitario sullo strapiombo di roccia, cui mandano su il cibo di tanto in tanto con una cesta. Ci sono gli anacoreti nelle loro casupole sperdute tra ginestre e corbezzoli, sulla costa della montagna. Ci sono i senza fissa dimora, sempre in cammino e sempre irrequieti. Ci sono i solenni cenobi di vita comune retti da un abate, che qui si chiama igúmeno. Ci sono i monasteri villaggio dove ciascun monaco fa un po’ a ritmo suo.

La Grande Lavra è uno di questi. Dentro le sue mura ci sono piazze, stradine, chiese, pergole, fontane, mulini. Le celle fanno blocco come in una kasbah orientale. Spiccano gli intonaci azzurri, mentre il rosso è il sacro colore delle chiese. Quando suona il richiamo della preghiera, con campane dai sette suoni e con il martellare dei legni, i monaci s’avviano al katholikón, la chiesa centrale. Ma se qualcuno vuol pregare o mangiare in solitudine, niente gli vieta di restare nella sua cella. Anche per il visitatore è così, salvo che lui di alternative ne ha proprio poche. Al vespero accorre impaziente. Alla preghiera notturna ci prova, presto indotto a ripiegare dal sonno. Alla liturgia mattutina ci riprova, vagamente stordito.

O inebriato? C’è profumo d’Oriente, di Bisanzio, nella Grande Lavra. C’è aroma di cipresso e d’incenso, fragranza di cera d’api, di reliquie, di antichità misteriosamente prossime. Perchè i monaci dell’Athos non patiscono il tempo. Vi parlano dei loro santi, di quel sant’Atanasio che ha piantato i due cipressi al centro della Lavra, che ha costruito con forza erculea il katholikón, che ha plasmato il monachesimo athonita, come se non fosse morto nell’anno 1000 ma appena ieri, come se l’avessero incontrato di persona e da poco.

Santi, secoli, imperi, città terrene e celesti, tutto par che oscilli e fluisca senza più distanza. Ai visitatori sono offerti in venerazione, al centro della navata, i tesori del monastero: scrigni d’oro e d’argento con zaffiri e rubini, che incastonano la cintura della Vergine, il cranio di san Basilio Magno, la mano destra di san Giovanni Crisostomo. La luce del tramonto li accende, li fa vibrare. E s’accendono anche gli affreschi di Teofane, maestro della scuola cretese del primo Cinquecento, le maioliche azzurre alle pareti, le madreperle dell’iconostasi, del leggio, della cattedra.

Dopo il vespero si esce in processione dal katholikón e si entra, dirimpetto sulla piazza, nel refettorio, che ha anch’esso l’architettura di una chiesa ed è anch’esso tutto affrescato dal grande Teofane. È la stessa liturgia che continua. L’igúmeno prende posto al centro dell’abside. Dal pulpito un monaco legge, quasi cantando, storie di santi. Si mangia cibo benedetto, zuppe ed ortaggi in antiche stoviglie di ferro, nelle feste si beve del vino color ambra, su spesse tavole di marmo scolpite a corolla, a loro volta poggianti su sostegni marmorei: vecchie di mille anni ma che evocano i dolmen della preistoria. Anche l’uscita avviene in processione. Un monaco porge a ciascuno del pane santificato. Un altro lo incensa con tale arte che anche in bocca ve ne resta a lungo il profumo.

VATOPÉDI

Dopo la Grande Lavra, nella gerarchia dei venti monasteri, viene Vatopédi. Sorge sul mare tra dolci colline vagamente toscane. Lì, raccontano, si salvò il naufrago Arcadio, figlio di Teodosio. E lì dovette riprendere il largo la sorella, Galla Placidia, la prima delle donne interdette dall’Athos.

Come la Lavra è rustica, così Vatopédi è raffinato. E lo fu sin troppo, in qualche tratto della sua storia passata: opulento e decadente. Ancora non molti anni fa albergava monaci sodomiti, disonore dell’Athos. Ma poi è venuta la sferza purificatrice d’un manipolo di monaci rigoristi giunti da Cipro, che hanno messo al bando i reprobi e imposto la regola cenobitica. Oggi Vatopédi è tornato monastero tra i più fiorenti. Accoglie giovani novizi fin dalla lontana America, figli di ortodossi emigrati.

Vatopédi è l’aristocrazia dell’Athos. Dice solenne l’igúmeno Efrem, barba color rame, occhi chiari e voce melodiosa: « L’Athos è unico. È il solo Stato monastico al mondo ». Ma se è città del cielo sulla terra, allora tutto lì dev’essere sublime. Come le liturgie, che a Vatopédi sublimi lo sono per davvero. Specie nelle grandi feste: Pasqua, Epifania, Pentecoste. Il pellegrino vinca il sonno e non perda, per niente al mondo, i suoi meravigliosi uffici notturni.

Già la chiesa è di grande suggestione: è a croce greca come tutte le chiese dell’Athos, mirabilmente affrescata dai maestri macedoni del Trecento, con un’iconostasi fulgentissima d’ori e d’icone. Ma è il canto che a tutto dà vita: canto a più voci, maschio, senza strumenti, che fluisce ininterrotto anche per sette, dieci ore di fila, perché più la festa è grande e più si prolunga nella notte, canto ora robusto ora sussurrato come marea che cresce e si ritrae.

I cori guida sono due: grappoli di monaci raccolti attorno al leggio a colonna del rispettivo transetto, con il maestro cantore che intona la strofa e il coro che ne coglie il motivo e lo fa fiorire in melodie e in accordi. E quando il maestro cantore si sposta dal primo al secondo coro e traversa la navata a passi veloci, il suo leggero mantello dalle pieghe minute si gonfia a formare due ali maestose. Sembra volare, come le note.

E poi le luci. C’è elettricità nel monastero, ma non nella chiesa. Qui le luci sono solo di fuoco: miriadi di piccoli ceri il cui accendersi e spegnersi e muoversi è anch’esso parte del rito. In ogni katholikón dell’Athos pende dalla cupola centrale, tenuto da lunghe catene, un lampadario a forma di corona regale, di circonferenza pari alla cupola stessa. La corona è di rame, di bronzo, di ottone scintillanti, alterna ceri e icone, reca appese uova giganti che sono simbolo di risurrezione. Scende molto in basso, fin quasi a esser sfiorato, proprio davanti all’iconostasi che delimita il sancta sanctorum. Altri fastosi lampadari dorati scendono dalle volte dei transetti.

Ebbene, nelle liturgie solenni c’è il momento in cui tutte le luci vengono accese: quelle dei lampadari e quelle della corona centrale; e poi i primi sono fatti ampiamente oscillare, mentre la grande corona viene fatta ruotare attorno al suo asse. Almeno un’ora dura la danza di luce, prima che pian piano si plachi. Il palpito delle mille fiammelle, il brillare degli ori, il tintinnio dei metalli, il trascolorare delle icone, l’onda sonora del coro che accompagna queste galassie di stelle rotanti come sfere celesti: tutto fa balenare la vera essenza dell’Athos. Il suo affacciarsi sui sovrumani misteri.

Quali liturgie occidentali, cattoliche, sono oggi capaci d’iniziare a simili misteri e d’infiammare di cose celesti i cuori semplici? Joseph Ratzinger, ieri da cardinale e oggi da papa, coglie nel segno quando individua nella volgarizzazione della liturgia il punto critico del cattolicesimo d’oggi. All’Athos la diagnosi è ancor più radicale: a forza di umanizzare Dio, le Chiese d’Occidente lo fanno sparire. « Il nostro non è il Dio dello scolasticismo occidentale », sentenzia Gheorghios, igúmeno del monastero athonita di Grigoríu. « Un Dio che non deifichi l’uomo non può avere alcun interesse, che esista o meno. È in questo cristianesimo funzionale, accessorio, che stanno gran parte delle ragioni dell’ondata di ateismo in Occidente ».

Gli fa eco Vassilios, igúmeno dell’altro monastero di Ivíron: « In Occidente comanda l’azione, ci chiedono come possiamo rimanere per così tante ore in chiesa senza far nulla. Rispondo: cosa fa l’embrione nel grembo materno? Niente, ma poiché è nel ventre di sua madre si sviluppa e cresce. Così il monaco. Custodisce lo spazio santo in cui si trova ed è custodito, plasmato da questo stesso spazio. È qui il miracolo: stiamo entrando in paradiso, qui e ora. Siamo nel cuore della comunione dei santi ».

SIMONOS PETRA

Simonos Petra è un altro dei monasteri che sono alla testa della rinascita athonita. Si erge su uno sperone di roccia, tra la vetta dell’Athos e il mare, coi terrazzi a vertigine sul precipizio. Eliseo, l’igúmeno, è appena tornato da un viaggio tra i monasteri di Francia. Apprezza Solesmes, baluardo del canto gregoriano. Ma giudica la Chiesa occidentale troppo « prigioniera di un sistema », troppo « istituzionale ».

L’Athos invece – dice – è spazio degli spiriti liberi, dei grandi carismatici. All’Athos « il logos si sposa alla praxis », la parola ai fatti. « Il monaco deve mostrare che le verità sono realtà. Vivere il Vangelo in modo perfetto. Per questo la presenza del monaco è così essenziale per il mondo. Scriveva san Giovanni Climaco: luce per i monaci sono gli angeli, luce per gli uomini sono i monaci ».

Simonos Petra fa scuola, anche fuori dei confini dell’Athos. Ha dato vita a un monastero per monache, un’ottantina, nel cuore della penisola Calcidica. Un altro ne ha fatto sorgere vicino al confine tra Grecia e Bulgaria. E ha aperto tre altri suoi nuclei monastici persino in Francia. È un monastero colto, dotato d’una ricca biblioteca. A notte alta i suoi ottanta monaci, prima della liturgia antelucana, vegliano in cella da tre a cinque ore leggendo e meditando i libri dei Padri.

Athos insonne. Senza tempo che non sia quello delle sfere angeliche. Lasciarlo è una dura scossa anche per il visitatore più disincantato. A Dafne si risale sul traghetto. Il cadenzato ronfare dei motori vi rimette in pari con gli orologi mondani. La ragazza greca, la prima, che a Uranúpolis vi serve il caffé, vi viene incontro come un’apparizione. Con la folgorante bellezza d’una Nike di Samotracia.

Publié dans:Sandro Magister |on 25 mai, 2010 |Pas de commentaires »

buona notte

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Fiore Capo dei Leoni

http://www.publicdomainpictures.net/browse-category.php?page=390&c=natura&s=1

Cardinal John Henry Newman: « Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100525

Martedì dell’VIII settimana delle ferie del Tempo Ordinario : Mc 10,28-31
Meditazione del giorno
Cardinal John Henry Newman (1801-1890), sacerdote, fondatore di una comunità religiosa, teologo
PPS, vol. 8, n° 2 « Divine Calls »

« Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito »

        Non veniamo chiamati una sola volta, ma tante volte ; per tutta la nostra vita, Cristo ci chiama. Ci ha chiamati dapprima nel battesimo, ma anche dopo ; sia che ubbidiamo alla sua voce oppure no, ci chiama ancora nella sua misericordia. Se veniamo meno alle promesse battesimali, ci chiama al pentimento. Se ci sforziamo di rispondere alla nostra vocazione, ci chiama sempre più avanti, di grazia in grazia, di santità in santità finché ci sarà lasciata la vita per questo.

        Abramo è stato chiamato a lasciare la sua casa e il suo paese (Gen 12,1), Pietro le sue reti (Mt 4,18), Matteo il suo lavoro (Mt 9,9), Eliseo la sua fattoria (1 Re 19,19), Natanaèle il suo luogo in disparte (Gv 1,47). Senza sosta tutti siamo chiamati, da una cosa ad un’alta, sempre più avanti, senza avere nessun luogo per riposarci, ma salendo verso il nostro riposo eterno, e ubbidendo ad una chiamata interiore nell’unico scopo di essere pronti a sentirne un’altra.

        Cristo ci chiama senza sosta, per giustificarci senza sosta ; senza sosta e sempre di più, egli vuole santificarci e glorificarci. Occorre che lo capiamo, ma siamo lenti ad accorgerci di questa grande verità, che cioè Cristo cammina, in un certo senso, in mezzo a noi, e con la mano, gli occhi, la voce, ci fa cenno di seguirlo. Non comprendiamo che la sua chiamata ha luogo proprio in questo momento. Pensiamo che ha avuto luogo al tempo degli apostoli ; ma non ci crediamo, non l’aspettiamo veramente per noi stessi.

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