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Benedetto XVI: “La nostra speranza getti radici!”

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Benedetto XVI: “La nostra speranza getti radici!”

Omelia al Santuario di Fatima

FATIMA, giovedì, 13 maggio 2010 (ZENIT.org).- Riportiamo di seguito l’omelia pronunciata questo giovedì dal Papa nella spianata del Santuario di Fatima nella celebrazione del 10° anniversario della beatificazione dei pastorelli Giacinta e Francesco.

* * *

Cari pellegrini,

«Sarà famosa tra le genti la loro stirpe, […] essi sono la stirpe benedetta dal Signore » (Is 61, 9). Così iniziava la prima lettura di questa Eucaristia, le cui parole trovano mirabile compimento in questa assemblea devotamente raccolta ai piedi della Madonna di Fatima. Sorelle e fratelli tanto amati, anch’io sono venuto come pellegrino a Fatima, a questa «casa» che Maria ha scelto per parlare a noi nei tempi moderni. Sono venuto a Fatima per gioire della presenza di Maria e della sua materna protezione. Sono venuto a Fatima, perché verso questo luogo converge oggi la Chiesa pellegrinante, voluta dal Figlio suo quale strumento di evangelizzazione e sacramento di salvezza. Sono venuto a Fatima per pregare, con Maria e con tanti pellegrini, per la nostra umanità afflitta da miserie e sofferenze. Infine, sono venuto a Fatima, con gli stessi sentimenti dei Beati Francesco e Giacinta e della Serva di Dio Lucia, per affidare alla Madonna l’intima confessione che «amo», che la Chiesa, che i sacerdoti «amano» Gesù e desiderano tenere fissi gli occhi in Lui, mentre si conclude quest’Anno Sacerdotale, e per affidare alla materna protezione di Maria i sacerdoti, i consacrati e le consacrate, i missionari e tutti gli operatori di bene che rendono accogliente e benefica la Casa di Dio.

Essi sono la stirpe che il Signore ha benedetto… Stirpe che il Signore ha benedetto sei tu, amata diocesi di Leiria-Fatima, con il tuo Pastore Mons. Antonio Marto, che ringrazio per il saluto rivoltomi all’inizio e per ogni premura di cui mi ha colmato, anche mediante i suoi collaboratori, in questo santuario. Saluto il Signor Presidente della Repubblica e le altre autorità al servizio di questa gloriosa Nazione. Idealmente abbraccio tutte le diocesi del Portogallo, qui rappresentate dai loro Vescovi, e affido al Cielo tutti i popoli e le nazioni della terra. In Dio, stringo al cuore tutti i loro figli e figlie, in particolare quanti di loro vivono nella tribolazione o abbandonati, nel desiderio di trasmettere loro quella speranza grande che arde nel mio cuore e che qui, a Fatima, si fa trovare in maniera più palpabile. La nostra grande speranza getti radici nella vita di ognuno di voi, cari pellegrini qui presenti, e di quanti sono uniti con noi attraverso i mezzi di comunicazione sociale.

Sì! Il Signore, la nostra grande speranza, è con noi; nel suo amore misericordioso, offre un futuro al suo popolo: un futuro di comunione con sé. Avendo sperimentato la misericordia e la consolazione di Dio che non lo aveva abbandonato lungo il faticoso cammino di ritorno dall’esilio di Babilonia, il popolo di Dio esclama: «Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio» (Is 61,10). Figlia eccelsa di questo popolo è la Vergine Madre di Nazaret, la quale, rivestita di grazia e dolcemente sorpresa per la gestazione di Dio che si veniva compiendo nel suo grembo, fa ugualmente propria questa gioia e questa speranza nel cantico del Magnificat: «Il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore». Nel frattempo Ella non si vede come una privilegiata in mezzo a un popolo sterile, anzi profetizza per loro le dolci gioie di una prodigiosa maternità di Dio, perché «di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono» (Lc 1, 47.50).

Ne è prova questo luogo benedetto. Tra sette anni ritornerete qui per celebrare il centenario della prima visita fatta dalla Signora «venuta dal Cielo», come Maestra che introduce i piccoli veggenti nell’intima conoscenza dell’Amore trinitario e li porta ad assaporare Dio stesso come la cosa più bella dell’esistenza umana. Un’esperienza di grazia che li ha fatti diventare innamorati di Dio in Gesù, al punto che Giacinta esclamava: «Mi piace tanto dire a Gesù che Lo amo! Quando Glielo dico molte volte, mi sembra di avere un fuoco nel petto, ma non mi brucio». E Francesco diceva: «Quel che m’è piaciuto più di tutto, fu di vedere Nostro Signore in quella luce che la Nostra Madre ci mise nel petto. Voglio tanto bene a Dio!» (Memorie di Suor Lucia, I, 42 e 126).

Fratelli, nell’udire queste innocenti e profonde confidenze mistiche dei Pastorelli, qualcuno potrebbe guardarli con un po’ d’invidia perché essi hanno visto, oppure con la delusa rassegnazione di chi non ha avuto la stessa fortuna, ma insiste nel voler vedere. A tali persone, il Papa dice come Gesù: «Non è forse per questo che siete in errore, perché non conoscete le Scritture, né la potenza di Dio?» (Mc 12,24). Le Scritture ci invitano a credere: «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto» (Gv 20, 29), ma Dio – più intimo a me di quanto lo sia io stesso (cfr S. Agostino, Confessioni, III, 6, 11) – ha il potere di arrivare fino a noi, in particolare mediante i sensi interiori, così che l’anima riceve il tocco soave di una realtà che si trova oltre il sensibile e che la rende capace di raggiungere il non sensibile, il non visibile ai sensi. A tale scopo si richiede una vigilanza interiore del cuore che, per la maggior parte del tempo, non abbiamo a causa della forte pressione delle realtà esterne e delle immagini e preoccupazioni che riempiono l’anima (cfr Commento teologico del Messaggio di Fatima, anno 2000). Sì! Dio può raggiungerci, offrendosi alla nostra visione interiore.

Di più, quella Luce nell’intimo dei Pastorelli, che proviene dal futuro di Dio, è la stessa che si è manifestata nella pienezza dei tempi ed è venuta per tutti: il Figlio di Dio fatto uomo. Che Egli abbia il potere di infiammare i cuori più freddi e tristi, lo vediamo nei discepoli di Emmaus (cfr Lc 24,32). Perciò la nostra speranza ha fondamento reale, poggia su un evento che si colloca nella storia e al tempo stesso la supera: è Gesù di Nazaret. E l’entusiasmo suscitato dalla sua saggezza e dalla sua potenza salvifica nella gente di allora era tale che una donna in mezzo alla moltitudine – come abbiamo ascoltato nel Vangelo – esclama: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato». Tuttavia Gesù rispose: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!» (Lc 11, 27.28). Ma chi ha tempo per ascoltare la sua parola e lasciarsi affascinare dal suo amore? Chi veglia, nella notte del dubbio e dell’incertezza, con il cuore desto in preghiera? Chi aspetta l’alba del nuovo giorno, tenendo accesa la fiamma della fede? La fede in Dio apre all’uomo l’orizzonte di una speranza certa che non delude; indica un solido fondamento sul quale poggiare, senza paura, la propria vita; richiede l’abbandono, pieno di fiducia, nelle mani dell’Amore che sostiene il mondo.

«Sarà famosa tra le genti la loro stirpe, […] essi sono la stirpe benedetta dal Signore» (Is 61,9) con una speranza incrollabile e che fruttifica in un amore che si sacrifica per gli altri ma non sacrifica gli altri; anzi – come abbiamo ascoltato nella seconda lettura – «tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta» (1Cor 13,7). Di ciò sono esempio e stimolo i Pastorelli, che hanno fatto della loro vita un’offerta a Dio e una condivisione con gli altri per amore di Dio. La Madonna li ha aiutati ad aprire il cuore all’universalità dell’amore. In particolare, la beata Giacinta si mostrava instancabile nella condivisione con i poveri e nel sacrificio per la conversione dei peccatori. Soltanto con questo amore di fraternità e di condivisione riusciremo ad edificare la civiltà dell’Amore e della Pace.

Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa. Qui rivive quel disegno di Dio che interpella l’umanità sin dai suoi primordi: «Dov’è Abele, tuo fratello? […] La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!» (Gen 4, 9). L’uomo ha potuto scatenare un ciclo di morte e di terrore, ma non riesce ad interromperlo… Nella Sacra Scrittura appare frequentemente che Dio sia alla ricerca di giusti per salvare la città degli uomini e lo stesso fa qui, in Fatima, quando la Madonna domanda: «Volete offrirvi a Dio per sopportare tutte le sofferenze che Egli vorrà mandarvi, in atto di riparazione per i peccati con cui Egli è offeso, e di supplica per la conversione dei peccatori?» (Memorie di Suor Lucia, I, 162).

Con la famiglia umana pronta a sacrificare i suoi legami più santi sull’altare di gretti egoismi di nazione, razza, ideologia, gruppo, individuo, è venuta dal Cielo la nostra Madre benedetta offrendosi per trapiantare nel cuore di quanti le si affidano l’Amore di Dio che arde nel suo. In quel tempo erano soltanto tre, il cui esempio di vita si è diffuso e moltiplicato in gruppi innumerevoli per l’intera superficie della terra, in particolare al passaggio della Vergine Pellegrina, i quali si sono dedicati alla causa della solidarietà fraterna. Possano questi sette anni che ci separano dal centenario delle Apparizioni affrettare il preannunciato trionfo del Cuore Immacolato di Maria a gloria della Santissima Trinità.

Il lavoro come dovere e perfezionamento dell’uomo

dal sito:

http://www.zenit.org/article-22445?l=italian

Il lavoro come dovere e perfezionamento dell’uomo

di mons. Angelo Casile*

ROMA, giovedì, 13 maggio 2010 (ZENIT.org).- Sono passati 55 anni da quando il papa Pio XII istituì la festa liturgica di san Giuseppe lavoratore nel giorno del 1° maggio e affidò ogni uomo che lavora sotto la custodia dell’umile artigiano di Nazareth, che «impersona presso Dio e la Santa Chiesa la dignità del lavoratore».[1]

In modo eminente nella memoria di san Giuseppe si riconosce la dignità del lavoro umano, come dovere e perfezionamento dell’uomo, esercizio benefico della sua custodia del creato, servizio della comunità, prolungamento dell’opera del Creatore, contributo al piano della salvezza (cfr Conc. Vat. II, Gaudium et spes, 34).

Il culto

San Giuseppe, uomo giusto, nato dalla stirpe di Davide, sposo della beata Vergine Maria, fece da padre a Gesù, e da falegname di Nazareth, provvide con il suo lavoro a procurare, nella santità della vita, beni di sussistenza per la Sacra Famiglia. Nella sua bottega iniziò il Figlio di Dio al lavoro tra gli uomini al punto che Gesù è conosciuto come «il figlio del falegname» (Mt 13,55). La Chiesa con speciale onore lo venera come patrono, posto da Dio a custodia di ogni famiglia e dei lavoratori che lo venerano come esempio di dedizione.

Il Vangelo definisce san Giuseppe «uomo giusto» (Mt 1,19), la tradizione lo qualifica come nutritor Domini, la locuzione italiana “padre putativo” è giuridica, il titolo latino indica piuttosto i compiti di sicurezza, educazione umana e tutela svolti da chi seguì da vicino la crescita di Gesù. Per trovare i primi accenni a un culto pubblico ufficiale diffuso dobbiamo arrivare all’XI secolo. La data del 19 marzo, come propria di una memoria liturgica di san Giuseppe, è segnalata per la prima volta in un martirologio dell’VIII secolo, originario probabilmente della Francia settentrionale o del Belgio. Il motivo della scelta di questa data ci è sconosciuto. Qualche studioso la riconduce a una festa che si celebrava a Roma in onore della dea Minerva e che era assegnata proprio al 19 marzo. Tale ricorrenza, a Roma, era la festa di tutti gli artifices, una specie di grande festa operaia, quasi un’anticipazione del nostro 1° maggio.

Fin dall’antichità, quindi, la Chiesa aveva associato la figura di san Giuseppe al lavoro. Dalla seconda metà del Quattrocento la figura del santo acquista sempre maggiore rilievo, come testimonia il continuo crescere di grado della memoria liturgica. Ma per un collegamento esplicito con il mondo del lavoro dobbiamo attendere Leone XIII, che inviterà gli operai a ricorrere a san Giuseppe «quasi per un diritto loro proprio e imparare da lui quello che devono imitare… Nessun lavoro, anche manuale, è indecoroso. Anzi, può diventare titolo di nobiltà, se esercitato con dignità».[2] Anche Pio XI presenterà san Giuseppe come modello e patrono degli operai: Egli «con una vita di fedelissimo adempimento del dovere quotidiano, ha lasciato un esempio a tutti quelli che devono guadagnarsi il pane col lavoro delle loro mani e meritò di essere chiamato il Giusto, esempio vivente di quella giustizia cristiana, che deve dominare nella vita sociale».[3]

Pio XII e il 1° maggio 1955
Nel 1955 la Chiesa propose ufficialmente la figura di san Giuseppe come modello per i lavoratori. Si introduceva così una prospettiva religiosa in una giornata la cui origine risaliva al 1° maggio 1890, giorno in cui simultaneamente i lavoratori di vari paesi per la prima volta chiedevano, con pubbliche manifestazioni, la riduzione dell’orario di lavoro ad otto ore. Nascerà così la festa del lavoro, che la Chiesa volle illuminare con l’esemplarità dell’artigiano di Nazaret, cui fu affidato lo stesso Divino Lavoratore.

Il 1° maggio 1955 papa Pio XII si rivolgeva alle ACLI nel decennale di fondazione. Siamo nella terza fase del lungo pontificato di papa Pacelli e, dopo i duri contrasti con i regimi fascista e nazista, dopo il ciclone bellico, l’azione del Papa mostra una precisa scelta pastorale per la ricompaginazione del mondo cattolico in un decennio di veloci cambiamenti: il crescente inurbamento, l’affermazione dell’industria e la perdita di peso di artigianato e agricoltura, la diffusione di costumi e modelli di vita estranei alla cultura cattolica italiana, i prodromi di un miglioramento economico che avrebbe toccato il culmine nei successivi anni Sessanta.

Nel suo discorso Pio XII esortava con forza i lavoratori: «Se voi volete essere vicini a Cristo, Noi anche oggi vi ripetiamo “Ite ad Ioseph”: Andate da Giuseppe! (Gen. 41, 55)». L’Osservatore Romano ne dava così notizia: «La presenza di Cristo e della Chiesa nel mondo operaio. Il 1° Maggio solennità cristiana». Le foto dell’epoca presentano un colpo d’occhio straordinario: piazza San Pietro era gremita e la folla, riempita anche piazza Pio XI, debordava lungo il corso di via della Conciliazione.

Giovanni XXIII e Paolo VI
Giovanni XXIII propone l’esempio di S. Giuseppe a tutti gli uomini, «che nella legge del lavoro trovano segnata la loro condizione di vita» e li invita «a fare delle loro attività un mezzo potente di perfezionamento personale, e di merito eterno. Il lavoro è infatti un’alta missione: esso è per l’uomo come una collaborazione intelligente ed effettiva con Dio Creatore, dal quale ha ricevuto i beni della terra, per coltivarli e farli prosperare». La Chiesa è maternamente «vicina a quanti compiono nel nascondimento lavori ingrati e pesanti… a chi ancora non ha una stabile occupazione… a chi la malattia o la sventura sul lavoro ha dolorosamente provato».[4]

Celebrando il decimo anniversario della festa, Paolo VI motivava su un piano teologico la decisione di porre un forte sigillo cristiano su una festa che aveva trovato altrove i suoi natali: ciò è coerente con il genio teologico del cristianesimo, «il quale scopre in ogni manifestazione autentica della vita un campo sempre possibile e quasi predisposto all’economia dell’Incarnazione, alla penetrazione del divino nell’umano, all’infusione redentrice e sublimante della grazia». Occorre «pregare per il mondo del lavoro, per quanti in esso sono oggi sofferenti: disoccupati, sottoccupati, emigrati, mal sicuri del loro pane, mal retribuiti della loro fatica, amareggiati della loro sorte… affinché “la giustizia e la pace” auspice l’umile e grande Artigiano di Nazareth, abbiano a rifiorire cristianamente nel mondo del lavoro».[5] San Giuseppe è il «modello degli umili che il cristianesimo solleva a grandi destini; san Giuseppe è la prova che per essere buoni ed autentici seguaci di Cristo non occorrono “grandi cose”, ma si richiedono solo virtù comuni, umane, semplici. ma vere ed autentiche».[6]

Giovanni Paolo II

Giovanni Paolo II nella Redemptoris custos presenta il lavoro come espressione quotidiana di «amore nella vita della Famiglia di Nazareth… Grazie al banco di lavoro presso il quale esercitava il suo mestiere insieme con Gesù, Giuseppe avvicinò il lavoro umano al mistero della redenzione». La virtù della laboriosità è capace di rendere «l’uomo in un certo senso più uomo» e apre alla «santificazione della vita quotidiana, che ciascuno deve acquisire secondo il proprio stato e che può esser promossa secondo un modello accessibile a tutti: San Giuseppe».[7]

Nello storico incontro per il Giubileo mondiale dei lavoratori, Giovanni Paolo II ebbe ad affermare che «la globalizzazione è oggi un fenomeno presente ormai in ogni ambito della vita degli uomini, ma è fenomeno da governare con saggezza. Occorre globalizzare la solidarietà». E appellandosi agli imprenditori e dirigenti, ai sindacati dei lavoratori, agli uomini della finanza, agli artigiani, ai commercianti e ai lavoratori dipendenti, ha sottolineato come tutti devono «operare perché il sistema economico, in cui viviamo, non sconvolga l’ordine fondamentale della priorità del lavoro sul capitale, del bene comune su quello privato. è quanto mai necessario che si costituisca nel mondo una globale coalizione a favore del “lavoro dignitoso”».[8]

Benedetto XVI

Nel 2006, la Chiesa italiana e le associazioni del mondo del lavoro si sono stretti attorno a Benedetto XVI per far memoria grata e pregare insieme nella festa di san Giuseppe. Il Papa sottolineava la necessità di «vivere una spiritualità che aiuti i credenti a santificarsi attraverso il proprio lavoro, imitando san Giuseppe… La sua testimonianza mostra che l’uomo è soggetto e protagonista del lavoro. Vorrei affidare a lui i giovani che a fatica riescono ad inserirsi nel mondo del lavoro, i disoccupati e coloro che soffrono i disagi dovuti alla diffusa crisi occupazionale».[9]

Nella Caritas in veritate, Benedetto XVI indica la priorità dell’«obiettivo dell’accesso al lavoro o del suo mantenimento, per tutti»[10] e ripropone quanto auspicato da Giovanni Paolo II nel corso del Giubileo dei Lavoratori sul lavoro decente, dignitoso, cioè «un lavoro che, in ogni società, sia l’espressione della dignità essenziale di ogni uomo e di ogni donna… scelto liberamente… permetta ai lavoratori di essere rispettati al di fuori di ogni discriminazione… consenta di soddisfare le necessità delle famiglie e di scolarizzare i figli… lasci uno spazio sufficiente per ritrovare le proprie radici a livello personale, familiare e spirituale… assicuri ai lavoratori giunti alla pensione una condizione dignitosa».[11]

Il Vangelo del lavoro

Fenomeni gravi, presenti in tante parti del mondo, come la disoccupazione, lo sfruttamento dei minori, l’insufficienza dei salari, la precarietà del lavoro femminile, attendono ancora di essere affrontati e risolti. In questo senso gli aspetti negativi della globalizzazione del lavoro non devono mortificare le possibilità che si sono aperte per tutti di dare espressione ad un umanesimo del lavoro a livello planetario, affinché lavorando in un simile contesto sempre più ampio e interconnesso, l’uomo comprenda la sua vocazione unitaria e solidale.[12]

È necessario «testimoniare anche nell’odierna società il “Vangelo del lavoro”, di cui parlava Giovanni Paolo II nell’enciclica Laborem exercens. Auspico che non manchi il lavoro specialmente per i giovani, e che le condizioni lavorative siano sempre più rispettose della dignità della persona umana».[13] È dunque urgente impegnarsi in un’articolata formazione ai diversi livelli di responsabilità in modo che si aprano strade percorribili al “Vangelo del lavoro” e alla testimonianza effettiva dei laici cattolici nella società del lavoro e si possa promuovere l’autentico sviluppo delle persone e dell’intera umanità. Come ci ricordano i nostri vescovi, «i veri attori dello sviluppo non sono i mezzi economici, ma le persone. E le persone, come tali, vanno educate e formate: “lo sviluppo è impossibile senza uomini retti, senza operatori economici e uomini politici che vivano fortemente nelle loro coscienze l’appello del bene comune” (Caritas in veritate, n. 71».[14]

Il 1° maggio, memoria di san Giuseppe lavoratore, ci richiama a cogliere il lavoro dentro una visione dell’uomo che è illuminata profondamente da Gesù di Nazareth. Egli ci aiuti a vivere in pienezza il rapporto tra lavoro e resto della vita, lavoro e festa, lavoro e famiglia, lavoro e figli, lavoro e realizzazione di se stessi, e quindi il rapporto con Dio, gli altri, il creato.
—-

*Mons. Angelo Casile è Direttore dell’Ufficio Nazionale per i problemi sociali e il lavoro.

1) Pio XII, Discorso in occasione della festività di San Giuseppe, 1° maggio 1955.
2) Leone XIII, Lettera enciclica Quamquam pluries, 15 agosto 1889.
3) Pio XI, lettera enciclica Divini Redemptoris, 19 marzo 1937. Altri riferimenti a san Giuseppe come «modello» degli operai e dei lavoratori si possono trovare in: cfr Benedetto XV, Motu proprio Bonum sane, 25 luglio 1920; Pio XII, Allocuzione, 11 marzo l945.
4) Giovanni XXIII, Radiomessaggio, 1º maggio 1960.
5) Paolo VI, Udienza generale, 1° maggio 1965.
6) Idem, Allocuzione, 19 marzo 1969.
7) Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica Redemptoris custos, 15 agosto 1989.
8) Idem, Discorso all’incontro con il mondo del lavoro, Tor Vergata, 1° maggio 2000.
9) Benedetto XVI, Omelia, 19 marzo 2006.
10) Idem, Lettera enciclica Caritas in veritate, 29 giugno 2009, n. 32.
11) Ibidem, n. 63.
12) Cfr Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 25 ottobre 2004, n. 322.
13) Benedetto XVI, Angelus, 1° maggio 2005.
14) Conferenza Episcopale Italiana, Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno, 21 febbraio 2010, n. 16.

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Una marmotta in Paradiso in Mount Rainier Parco Nazionale

Una marmotta in Paradiso in Mount Rainier Parco Nazionale  dans immagini buon...notte, giorno 322-1222568027XSgy

http://www.publicdomainpictures.net/browse-category.php?page=60&c=natura&s=1

San Basilio: « Ancora un poco e non mi vedrete ; un po’ ancora e mi vedrete »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100513

Giovedì della VI settimana di Pasqua : Jn 16,16-20
Meditazione del giorno
San Basilio (circa 330-379), monaco e vescovo di Cesarea in Cappadocia, dottore della Chiesa
Hexaemeron, 6

« Ancora un poco e non mi vedrete ; un po’ ancora e mi vedrete »

        Se qualche volta, nella quiete di una notte serena, fissando gli occhi sulla bellezza inesprimibile degli astri, hai pensato all’autore dell’universo, chiedendoti chi ha seminato tali fiori sul firmamento, allora sei pronto a seguire questa assemblea e ad ascoltare il commento del racconto ispirato…

        Vieni pure : come si tengano per mano e si conducono nelle città quelli che non le conoscono, così sarò la vostra guida per farvi scoprire le meraviglie misteriose dell’universo. In questa città, nostra antica patria dalla quale siamo stati cacciati dal demonio che ha ridotto in schiavitù l’uomo per mezzo della seduzione, vedrai la creazione dell’uomo e la morte che si è impadronita di noi, questa morte nata dal peccato, creatura del demonio, maestro del male… Dio, mediante l’esperienza del presente, ci conferma nell’attesa dell’avvenire : se infatti i beni materiali sono così importanti, cosa saranno i beni eterni ? Se gli esseri visibili sono così belli, quale sarà la bellezza degli esseri invisibili ? Se la grandezza del cielo oltrepassa la misura dell’intelligenza umana, quale intelligenza potrà scoprire la natura di ciò che è eterno ? Se questo sole caduco è così bello, così grande, così veloce nei suoi moti, così regolare nel suo ciclo, di una grandezza così proporzionata al resto dell’universo, se nessuno può saziarsi di godersene, quale bellezza sarà quella di Cristo chiamato nella Scrittura « Sole di giustizia » (Mal 3,20). E se è un grande danno per il cieco essere privo del sole, che danno sarà per il peccatore essere privo della luce vera ed eterna…

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