Archive pour le 7 mai, 2010

Day 4 Sun moon & stars

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http://www.artbible.net/1T/Gen0114_4Sunmoon_stars/index_2.htm

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Una prospettiva educativa e teologica al consumo: In un convegno, le ragioni dell’acquisto selvaggio

dal sito:

http://www.zenit.org/article-22369?l=italian

Una prospettiva educativa e teologica al consumo

In un convegno, le ragioni dell’acquisto selvaggio

di Mariaelena Finessi

ROMA, venerdì, 7 maggio 2010 (ZENIT.org).- Gli esperti la chiamano società dei consumi, a significare che sono gli acquisti a connotare in modo sostanziale il funzionamento della struttura sociale. «Si tratta di un fenomeno affrontato da molti studiosi e in molti ambiti, e che in un’accezione più critica viene anche definito consumismo, in una declinazione che lascia intendere un giudizio negativo». Così don Dario Viganò – preside dell’Istituto Pastorale Redemptor Hominis – introduce presso la Pontificia università Lateranense la giornata di studio « »Consumo, dunque sono »? Una prospettiva educativa, teologica e sociale».

Un incontro, quello del 5 maggio, suggerito dal titolo di un libro di Bauman del 2008, a cui è stato aggiunto un interrogativo con il dichiarato proposito di sondare il tema dei consumi. E, in finale, di indagare sulla realtà esistenziale dell’uomo di oggi. Una realtà caratterizzata dalla tecnologia e dai media, i quali, per dirla con le parole di Menduni «sono prodotti culturali realizzati industrialmente, riprodotti e diffusi in un gran numero di pezzi uguali o simili, che portano a conoscenza dei loro utenti, paganti o meno, determinati contenuti che spesso sono prodotti anch’essi in forma industriale, collettiva».

Dall’altro lato, gli stessi media appaiono, come scriveva Roger Silverstone nel 1999, «dei veri e propri surrogati sociali in quanto essi si sono sostituiti alle comuni casualità dell’interazione quotidiana, generando in maniera insidiosa e continua simulacri della vita». «In questo inscatolamento mediale della società – interviene Massimiliano Padula, docente di Comunicazione Istituzionale presso la Lateranense – , non sono più chiari i confini tra consumo e consumismo».

«Individualità e socialità perdono la loro forza distintiva per mescolarsi in un omogeneizzato socio-culturale sempre più evidente in Occidente, il quale è stato in grado di imporsi e di imporre il proprio modello in tutto il mondo e ad aspetti diversi della vita». Quello stesso Occidente che ha cioè « McDonaldizzato » il mondo, per usare un’espressione di Ritzer, suggeritagli dal noto fast food che ha saputo mettere radici ovunque con una crescita esponenziale.

E in una realtà siffatta, finiamo «col vivere una specie di falso dilemma: da una parte – spiega Chiara Palazzini, CeSNAF – si coltivano intensamente gli affetti, ma nessuno vuol sentir parlare di legami; d’altra parte si stringono ogni giorno legami che tengono lontani gli affetti». «L’uomo ha senso nel riconoscimento da parte dei simili. Venendo meno il quale – chiarisce monsignor Sergio Lanza -, si affida agli oggetti di consumo e fatalmente finisce con l’essere esso stesso oggetto. Ecco perché è necessario intervenire con una pedagogia energica. In fondo, la spontaneità, lasciata a se stessa non produce roseti ma rovi».

Una ricetta magica per educare tuttavia non esiste. «Spesso, ciò che dobbiamo – sottolinea con amarezza Sergio Belardinelli, coordinatore delle iniziative del Progetto culturale della Cei – è ciò che ci costa di più nella pratica. Eppure una cosa si può fare: generare il più possibile una consapevolezza che il bene e il piacere, come sostiene Platone, non sono la stessa cosa».

E far capire che la realtà, sì, esiste ma non asseconda spontanemaente i nostri desideri. «Diceva Rousseau che se il bambino vuole la mela, non devi portare la mela al bambino ma devi condurre il bambino verso la mela». Un insegnamento pedagogicamente prezioso, che abitua alla fatica di attribuire un valore ad ogni cosa, al di là del prezzo di mercato.

«Consumare – spiega Francis-Vincent Anthony, docente di Teologia alla Pontificia università Salesiana -, cioè esaurire risorse materiali, scaturisce da una visione della realtà, cioè da un modo di comprendere la persona umana e Dio». In particolare, «dietro la nostra abitudine odierna di « usa e getta », c’è una visione meccanicistica e utilitaristica della natura, che si riduce a un indiscreto uso e consumo da parte dell’uomo. Superare questa visione eccessivamente antropocentrica e ristabilire un rapporto idoneo tra il cosmo, l’uomo e Dio è il pimo passo da compiere nell’affrontare il problema del consumismo».

Tradotto, significa che per raggiungere lo scopo ultimo della propria vita è necessario imprimere un orientamento etico all’acquisizione sia dei beni materiali, sia dei piaceri della vita. «Il consumo non è male. Lo è, invece, esaurire le risorse senza nessun riguardo per la coscienza morale e la convivenza comune». Alla domanda « Consumo, dunque sono? », Anthony risponde sicuro: «Si, consumare è indispensabile per vivere; eppure una vita degna dell’uomo orientato alla gioia piena impone la necessità di regolare eticamente la soddisfazione dei propri bisogni, sacrificando anche la propria vita per il bene comune».

«Il termine « consumare » (dal latino consumere) – composto da cum (con) e sumere (prendere, usare interamente) – nella sua accezione più ampia indica « un prendere con » gli altri. In questo senso consumare è sacrificare (sacrum facere), cioè un’azione sacra. Dalla prospettiva cristiana – conclude Anthony –, l’eucaristia rappresenta eloquentemente il consumo congiunto al sacrificio da testimoniare nella vita».

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Giovanni Paolo II: Il volto di Dio Padre, anelito dell’uomo (1999)

dal sito:

http://digilander.libero.it/carromano/gp2b.html

La catechesi di Giovanni Paolo II

IL VOLTO DI DIO PADRE. ANELITO DELL’UOMO

L’udienza generale, 13 gennaio 1999
(L’Osservatore Romano, 14/01/99, pp 4/5)

« La Chiesa guarda con rispetto ai tentativi che le varie religioni compiono per cogliere d volto di Dio, distinguendo nelle loro credenze ciò che è accettabile da quanto è incompatibile con la rivelazione cristiana ». Lo ha detto Giovanni Paolo II durante 1′udienza generale svoltasi mercoledì 13 gennaio nell’Aula Paolo VI. Questo il testo della catechesi svolta dal Santo Padre:

1. « Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te », (Conf. 1,1). Questa celebre affermazione, che apre le Confessioni di sant’Agostino, esprime efficacemente il bisogno insopprimibile che spinge 1′uomo a cercare il volto di Dio. É un’esperienza attestata dalle diverse tradizioni religiose. « Dai tempi antichi fino ad oggi – ha detto il Concilio – presso i vari popoli si nota quasi una percezione di quella forza arcana che è presente al corso delle cose c agli avvenimenti della vita umana, e anzi talvolta si avverte un riconoscimento della divinità suprema o anche del Padre » (Nostra aetate, 2).

In realtà, tante preghiere della letteratura religiosa universale esprimono la convinzione che l’Essere supremo possa essere percepito e invocato come un padre, al quale si arriva attraverso 1′esperienza delle premure affettuose ricevute dal padre terreno. Proprio questa relazione ha suscitato in alcune correnti dell’ateismo contemporaneo il sospetto che 1′idea stessa di Dio sia la proiezione dell’immagine paterna. 11 sospetto, in realtà, è infondato.

É vero tuttavia che, partendo dalla sua esperienza, 1′uomo è tentato talvolta di immaginare la divinità con tratti antropomorfici che rispecchiano troppo il mondo umano. La ricerca di Dio procede cosi « a tentoni », come Paolo disse nel discorso agli Ateniesi (cfr At 17, 27). Occorre dunque tener presente questo chiaroscuro del1′esperienza religiose, nella consapevolezza che solo la rivelazione piena, in cui Dio stesso si manifesta, può dissipare le ombre e gli equivoci e far risplendere la luce.

2. Sull’esempio di Paolo, che proprio nel discorso agli Ateniesi cita un verso del poeta Arato sul1′origine divina dell’uomo (cfr At 17, 28) la Chiesa guarda con’ rispetto ai tentativi che le varie religioni compiono per cogliere il volto di Dio, distinguendo nelle loro credenze ciò che è accettabile da quanto è incompatibile con la rivelazione cristiana.

In questa linea si deve considerare un’intuizione religiosa positiva la percezione di Dio come Padre universale del mondo e degli uomini. Non può essere invece accolta 1′idea di una divinità dominata dall’arbitrio e dal capriccio. Presso gli antichi greci, ad esempio, il Bene, quale essere sommo e divino, era chiamato anche padre, ma il dio Zeus manifestava la sua paternità tanto nella benevolenza quanto nell’ira e nella malvagità. Nell’Odissea si legge: « Padre Zeus, nessuno è più funesto di te tra gli dei: degli uomini non hai pietà, dopo. averli generati e affidati alla sventura e a gravosi dolori », (XX, 201-203).

Tuttavia 1′esigenza di un Dio superiore all’arbitrio capriccioso è presente anche tra i greci antichi, come testimonia, ad esempio, 1′ »Inno a Zeus » del poeta Cleante. L’idea di un padre divino, pronto al dono generoso della vita c provvido nel fornire i beni necessari all’esistenza, ma anche severo e punitore, e non sempre per una ragione evidente, si collega nelle società antiche all’istituzione del patriarcato e ne trasferisce la concezione più abituale sul piano religiose.

3. In Israele il riconoscimento delta paternità di Dio è progressivo e continuamente insidiato dalla tentazione idolatrica che i profeti denunciano con forza: « Dicono a un pezzo di legno: Tu sei mio padre, e a una pietra: Tu mi hai generato » (Ger 2, 27). In realtà per 1′esperienza religiosa biblica la percezione di Dio come Padre è legata, più che alla sua azione creatrice, al suo intervento storico-salvifico, attraverso il quale stabilisce con Israele uno speciale rapporto di alleanza. Spesso Dio lamenta che il suo amore paterno non ha trovato adeguata corrispondenza: « II Signore dice: Ho allevato e fatto crescere figli, ma essi si sono ribellati contro di me », (Is 1, 2).

La paternità di Dio appare a Israele più salda di quella umana: « Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto » (Sal 27, 10). I1 salmista che ha fatto questa. dolorosa esperienza di abbandono, e ha trovato in Dio un padre più sollecito di quello terreno, ci indica la via da lui percorsa per giungere a questa meta: « Di te ha detto il mio cuore: Cercate il suo volto; il tuo volto, Signore, io cerco » (Sal 27, 8). Ricercare il volto di Dio è un cammino necessario, che si deve percorrere con sincerità di cuore e impegno costante. Solo il cuore del giusto può gioire nel cercare il volto del Signore (cfr Sal 105, 3s.) e su di lui può quindi risplendere il volto paterno di Dio (cfr Sal 119, 135; cfr anche 31, 17; 67, 2; 80, 4.8.20). Osservando la legge divina si gode anche pienamente della protezione del Dio dell’alleanza. La benedizione di cui Dio gratifica il suo popolo, tramite la mediazione sacerdotale di Aronne, insiste proprio su questo svelarsi luminoso del volto di Dio: « II Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio. II Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace » (Nm 6. 25s.).

4. Da quando Gesù è venuto nel mondo, la ricerca del volto di Dio Padre ha assunto una dimensione ancora più significativa. Nel suo insegnamento Gesù, fondandosi sulla propria esperienza di Figlio, ha confermato la concezione di Dio come padre, già delineata nell’Antico Testamento; anzi 1′ha evidenziata costantemente, vissuta in modo intimo e ineffabile, e proposta come programma di vita per chi vuole ottenere la salvezza.

Soprattutto Gesù si pone in modo assolutamente unico in relazione con la paternità divina, manifestandosi come « figlio » e offrendosi come 1′unica strada per giungere al Padre. A Filippo che gli chiede « mostraci il Padre e ci basta », (Gv 14, 8), egli risponde che conoscere lui significa conoscere il Padre, perché il Padre opera attraverso lui (cfr Gv 14, 8-11). Per chi vuole dunque incontrare il Padre è necessario credere nel Figlio: mediante Lui Dio non si limita ad assicurarci una provvida assistenza paterna, ma comunica la sua stessa vita rendendoci « figli nel Figlio ». É quanto sottolinea con commossa gratitudine 1′apostolo Giovanni: « Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio e lo siamo realmente » (1 Gv 3, 1).

buona notte

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http://www.imageafter.com/category.php?offset=96&category=nature_trees&search=search

San Clemente di Roma: « Questo è il mio comandamento : che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100507

Venerdì della V settimana di Pasqua : Jn 15,12-17
Meditazione del giorno
San Clemente di Roma, papa dal 90 al 100 circa
Prima lettera ai Corinti, 49

« Questo è il mio comandamento : che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati »

        Chi ha la carità in Cristo pratichi i suoi comandamenti. Chi può spiegare «il vincolo della carità» di Dio (Col 3,14)? Chi è capace di esprimere la grandezza della sua bellezza?

        L’altezza ove conduce la carità è ineffabile. La carità ci unisce a Dio: « La carità copre la moltitudine dei peccati » (1 Pt 4,8). La carità tutto soffre, tutto sopporta (1 Cor 13,7). Nulla di banale, nulla di superbo nella carità. La carità non ha divisione, la carità non si ribella, la carità tutto compie nella concordia. Nella carità sono perfetti tutti gli eletti di Dio. Senza carità nulla è accetto a Dio. Nella carità il Signore ci ha presi con sé. Per la carità avuta per noi, Gesù Cristo nostro Signore, secondo la volontà di Dio, ha dato per noi il suo sangue, la sua carne per la nostra carne e la sua anima per la nostra anima.

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