Archive pour le 6 mai, 2010

Gesù: « Pane degli angeli »

Gesù:

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KARL RAHNER : DIO DELLA MIA PREGHIERA

dal sito:

http://www.atma-o-jibon.org/italiano7/rahner_tu_sei_il_silenzio3.htm

KARL RAHNER 
TU SEI IL SILENZIO
Colloqui con il Dio Altissimo

DIO DELLA MIA PREGHIERA

Della mia preghiera voglio parlarti, Signore. E se pure mi sembra che tu quasi non ti curi di quello che ti soglia dire nella mia preghiera, ascolta le mie parole quest’unica volta.
Ah, Signore Dio, io non mi meraviglio se le mie preghiere ricadono a terra senza arrivare presso a te! Non bado spesso neanch ‘io a quello che dico. La mia preghiera è spesso un impegno, un « compito» che devo sbrigare, e son contento quando l’ho dietro a me. E invece di essere preso dalla tua presenza, sono impegnato nel mio pregare, nel mio « compito».
Così è la mia preghiera. lo lo confesso. Ma me ne devo pentire? Quella non è preghiera; ma pure non mi riesce quasi di pentirmene, mio Dio. Come posso riuscire a parlare con te? Tu sei così lontano e inafferrabile. E quando prego, mi pare che le mie parole cadano tutte nel buio sordo; che nessun’eco mi risponda e mi venga a dire che la mia preghiera ha toccato il tuo cuore. Oh Signore, pregare, parlare tutta una vita, e non udire una risposta, non è troppo per me? Tu comprendi come io ti sfugga sempre, per tornare agli uomini e alle cose – che hanno una risposta da darmi.

O dovrò dare per tue illustrazioni la tenerezza che mi prende pregando, o l’idea che mi viene nel meditare? Oh Dio! La gente devota s’adatta presto e se ne persuade. Ma a me è così difficile crederei. lo ritrovo sempre me stesso in queste esperienze, e solo l’eco vuota della mia propria invocazione. Ma la tua parola io cerco, e te mio Dio. lo con tutti i miei pensieri, sarò forse utile agli altri, anche se i miei pensieri riguardano te; anche se gli altri finiscono per trovarli profondi. Brivido e orrore provo io della mia « profondità» che non è che lo spirito sciatto di un uomo, e di un ordinarissimo uomo. E un’ « interiorità » in cui non trovo che me stesso, svuota il mio cuore anche più di ogni distrazione e di ogni abbandonarmi alle cose del mondo.

Solo se riesco a dimenticarmi nella preghiera, rivolgendo a te la mia vita, solo allora divento sopportabile a me stesso. Ma come ci devo riuscire se tu non mi ti mostri mai, se tu rimani così lontano? Perchè taci così tu, e perchè vuoi che io ti parli, se poi sembra che tu non m’ascolti? O non è un segno che tu non ascolti se taci? O ascolti tu forse attento il mio parlare; ascolti tutta lunga la mia vita finché io abbia narrato tutto me stesso, ti abbia detta tutta la mia vita? Taci forse perchè quieto e attento ascolti fin ch’io finisca, per dirmi la tua parola, la parola della tua eternità, per mettere fine con la luce della tua vita eterna, quando la tua risposta mi dirà te stesso dentro nel cuore, al buio e all’oppressione del lungo monologo che fu la mia vita in questo mondo?

Forse la mia vita è tutta una sola breve invocazione (e le mie preghiere la traducono in parole umane) a cui è eterna risposta la tua eterna visione. Forse il tuo silenzio di fronte alla mia preghiera è una parola piena di infinita promessa, indicibilmente più ricca di ogni parola che dovesse proporzionarsi al mio piccolo e povero cuore, se tu mi parlassi adesso.

Sarà così, Signore. Ma, se è questa la risposta che daresti al mio lamento se tu mi volessi parlare, allora ho ancora da – dire qualcosa che mi preme l’anima anche più che il tuo silenzio, mio Dio lontano.

Se la mia vita dev’essere una sola preghiera, e il mio pregare solo una parte di questa vita che passa così, in preghiera, davanti a te, allora devo poter presentare la mia vita, me stesso a te. Ma vedi che proprio questo è sopra le mie forze. Quando prego parla la mia bocca, e, se faccio una « buona» preghiera, pensieri e propositi eseguono docili la parte che ho imparato a recitare. Ma sono proprio io, nella preghiera ?Perchè non parole o pensieri o propositi dovrei pregare, ma me stesso.

La mia buona volontà sta pur sempre su un piano superficiale della mia anima, è troppo debole per spingersi fino a quell’intimo del mio essere, dov’io sono io, dove l’onda della mia vita fiotta libera nel suo proprio ritmo. Che poca forza ho io su me stesso! Amo io proprio quel ch’io voglio amare? Amore è riversarsi e fluire in te, pendere da te e aderire a te con l’ultimo fondo del mio essere. E come dovrò io pregare in amore se la preghiera dell’amore è questa consegna della mia intimità, lo schiudere a te l’ultimo sacrario dell’anima, e io non ho forza su questo chiuso sacrario e sto così impotente e smarrito in faccia all’ultimo mio segreto che giace sepolto immobile e sordo in quel cuore del mio essere dove non penetra la libertà in cui vivo io i miei giorni?

So bene, mio Dio, che la preghiera non è di necessità entusiasmo e rapimento, e mi può tuttavia mettere intero in mano a te, a tua discrezione, senza riserva alcuna. La preghiera, che si chiama giustamente preghiera, non è necessariamente giubilo e gioia di abbandonata e felice donazione di se stesso. La preghiera può essere afflizione e dolore e intimo sanguinare del cuore, che penetra in silenzio nella profondità dell’uomo interiore. E io sarei contento di una preghiera o di un’altra, perché giungessi a darti pregando quello che solo tu vuoi. non pensieri, affetti e propositi, ma me stesso. Ma a questo appunto non riesco, perchè nell’abituale superficialità, in cui la necessaria mia povertà risospinge sempre la mia vita, sono assente e straniero a me stesso. Come posso cercare te, lontanissimo Dio, e consegnare la mia anima a te, se io stesso non mi sono trovato?

Abbi pietà, mio Dio. Se io fuggo la preghiera, non è te che io voglio fuggire, ma solo me e la mia superficialità. Non voglio sottrarmi alla tua santità infinita, ma alla desolazione di questo vuòto della mia anima dov’io devo vagare quando fuggo il mondo senza riuscire a penetrare nel vero santuario della mia intimità dove solo potrei trovare e adorare te.

Non comprendi nella tua pietà che, escluso dal luogo della tua dimora, devo, mio malgrado, riempire del traffico mondano questo sagrato della tua casa, al quale sono ridotto; non comprendi nella tua misericordia che il chiasso di quel traffico mi è più dolce dello sconcertante silenzio a cui mi condanno se faccio tacere il mondo senza che tu mi attiri in te, almeno all’intelligenza del tuo eloquente silenzio?

Che posso più fare? Tu m’hai comandato di pregare. E potrei credere che tu mi imponga qualcosa che io non possa fare con la tua grazia? lo credo che tu vuoi che io preghi e che posso pregare con la tua grazia. Ma allora la preghiera che tu vuoi da me non può essere in fondo, che lo stare ad aspettarti, lo stare pronto, in silenzio, finché tu, che sempre dimori in fondo al mio essere, mi apra l’adito a che entri anch’io nel santuario segreto della mia vita, per offrirti una volta il sacrificio del sangue del mio cuore.

E questa sarà l’ora del mio amore. Se quest’ora coinciderà con una preghiera quella che sogliamo chiamare così – o con un’altra ora decisiva per la mia salvezza, o con la mia morte; se io m’accorgerò che quella è l’ora della mia vita; se sarà lunga e se saranno pochi momenti, tutto questo è noto solo a te. Ma io devo vivere in attesa, perchè quando tu mi chiami a decidere della mia vita – forse sottovoce o quasi impercettibile – non m’avvenga di perdere la sorte di entrare in me e in te, dissipato com’io sono sulle cose di questo mondo.

Mi troverò allora ad avere me stesso nelle mani tremanti, quel misterioso senza-nome in cui tutte le mie forze e le mie potenze sono ancora uno, come nella loro sorgente; e lo renderò a te in sacrificio di amore. lo non se se quest’ora è già cominciata nella mia vita; so che solo la morte ne segnerà la fine. In quest’ora, beata e terribile, del mio amore tu tacerai ancora, e lascerai dire me, . ch’io dica me stesso. Notte dello spirito han chiamato questo tuo silenzio coloro che hanno fatto la teologia di quell’ora dell’elezione, e coloro che l’hanno sperimentata, coloro che non solo sono vissuti in quest’ora dell’elezione dell’amore, come tutti gli uomini, ma che quasi hanno potuto vedersi vivere in quell’ora, son detti « mistici »; nome che ha per molti un senso tanto vano. E dopo l’ora del mio amore, che tu veli nel tuo silenzio, viene il giorno del tuo amore: la visione beatifica.

Ora dunque, che io non so quando la mia ora viene, o se è già iniziata, devo stare in attesa sul sagrato del mio e tuo santuario; devo liberarlo dal rumore del mondo, devo soffrire, con la: tua grazia e in fede pura, l’amaro silenzio e la desolazione che succede al rumore del mondo: notte dei sensi.

Questo è l’ultimo senso delle mie preghiere d’ogni giorno.

Non quello che io penso nella mia preghiera, non quello che io sento o decido, non questo adoperare della mente e del volere, non questo è che a te piace in se stesso. Tutto questo è precetto e grazia tua, perchè l’anima sia pronta per l’ora in cui tu le darai di pregare davvero se stessa e di entrare in te. Dammi, o Dio della mia preghiera, ch’io viva, pregando, nella tua attesa.

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« Il cuore parla al cuore », motto della vista del Papa in Gran Bretagna

dal sito:

http://www.zenit.org/article-22360?l=italian

« Il cuore parla al cuore », motto della vista del Papa in Gran Bretagna

LONDRA, giovedì, 6 maggio 2010 (ZENIT.org).- Il motto cardinalizio del porporato John Henry Newman – Cor ad cor loquitur, ovvero Il cuore parla al cuore – è stato scelto come motto della visita di Benedetto XVI in Gran Bretagna.

« Il cuore parla al cuore è una scelta appropriata per questa visita papale, visto che l’ultimo giorno del suo viaggio apostolico il Santo Padre beatificherà il Cardinale Newman, il teologo vittoriano più amato », indica un comunicato pubblicato sulla web dedicata a questa visita storica, che si svolgerà dal 16 al 19 settembre prossimi.

Le parole che il Cardinale Newman scelse per il suo stemma quando divenne porporato nel 1879 sono di San Francesco di Sales, Vescovo francese al quale era molto devoto.

Questa definizione, trasformata ora nel motto della visita papale, dice molto sulla concezione dell’essere umano che aveva il Cardinale, convinto che la vera comunicazione tra le persone andava al di là dell’intelligenza, si raggiungeva dal proprio cuore a quello degli altri.

In un sermone anglicano, scrisse: « L’eloquenza e l’ingegno, l’astuzia e la destrezza difendono bene una causa e la diffondono rapidamente, ma muore con loro. Non ha radici nel cuore degli uomini e non vive oltre una generazione ».

La verità, invece, parla dal centro della persona, dal suo cuore, sosteneva Newman, che avrebbe scritto: « Attraverso un cuore sveglio tra i morti e mediante affetti forgiati in cielo, possiamo (…) davvero testimoniare che Cristo vive ».

Per l’ecclesiastico, Cristo parla dal cuore. « Quando la Chiesa parla, Tu passi a parlare », pregava.

Per preparare la visita del Papa nel Regno Unito, la Conferenza Episcopale di Inghilterra e Galles ha chiesto ai cattolici di coinvolgersi attivamente, con preghiere e contributi economici.

Il 23 maggio, festa di Pentecoste, in tutte le parrocchie di Scozia, Inghilterra e Galles si eleveranno preghiere e si svolgerà una colletta speciale per il viaggio apostolico.

Nelle Messe verranno distribuiti cartoncini con una preghiera per la visita del Papa, ha reso noto un comunicato della Conferenza Episcopale pubblicato questo mercoledì.

Il denaro che verrà raccolto nella colletta speciale di quel giorno aiuterà a pagare i costi della visita a carico della Chiesa, attualmente stimati intorno agli 8.200.000 euro, dei quali sono già stati ottenuti più di 3,5 milioni.

Le spese collegate agli aspetti statali della visita verranno pagate dal Governo; quelle a carico della Chiesa consistono principalmente nei costi di organizzazione dei tre maggiori incontri pubblici pastorali: in Scozia, a Londra e nelle West Midlands.

« Esorto tutta la comunità cattolica a pregare per questa visita e a sostenere la colletta nel modo più generoso possibile », ha indicato il presidente della Conferenza dei Vescovi di Inghilterra e Galles, l’Arcivescovo Vincent Nichols.

« La visita del Santo Padre è un’opportunità meravigliosa affinché la dolce luce della fede sia contemplata di nuovo da tutti – ha aggiunto -. Egli confermerà la forte fede della nostra comunità ».

Monsignor Nichols ha rivelato di pregare perché « la visita serva per accendere una nuova vitalità spirituale, una messa in discussione del cuore di tanti nella nostra società che possono non avere alcuna affiliazione religiosa ma stanno in qualche modo cercando un significato più profondo e un obiettivo per la propria vita ».

Benedetto XVI giungerà il 16 settembre in Scozia, a Edimburgo, dove sarà ricevuto dalla regina Elisabetta II – che ha invitato ufficialmente il Papa a visitare la Gran Bretagna – e dal marito, il duca di Edimburgo, nel Palazzo di Holyroodhouse.

Durante questo viaggio di quattro giorni, il Papa visiterà anche Glasgow, Londra e Coventry. Nel Palazzo di Westminster rivolgerà un discorso ai rappresentanti della società civile.

Nella sua visita alle West Midlands beatificherà il Cardinale Newman il 19 settembre durante una Messa pubblica all’aeroporto di Coventry, nell’Arcidiocesi di Birmingham, alla quale sono attesi 250.000 pellegrini.

Durante il viaggio, il Papa presiederà anche una Messa pubblica a Glasgow, una veglia di preghiera a Londra e un evento « concentrato sull’educazione ».

Uno dei temi principali della visita sarà rappresentato dal rapporto tra le Chiese cristiane e dalle relazioni tra le maggiori confessioni.

In questo senso, Benedetto XVI farà visita all’Arcivescovo di Canterbury, nel Palazzo di Lambeth, e pregherà con « altri responsabili » della Chiesa nell’abbazia di Westminster.

La visita di Giovanni Paolo II nel 1982 segnò il ristabilimento di piene relazioni diplomatiche tra il Regno Unito e la Santa Sede, ma non fu una visita papale ufficiale.

Quella di settembre, invece, sarà una visita papale con la condizione di visita di Stato.

Benedetto XVI e la missione di santificare dei sacerdoti

dal sito:

http://www.zenit.org/article-22346?l=italian

Benedetto XVI e la missione di santificare dei sacerdoti

Catechesi all’Udienza generale in piazza San Pietro

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 5 maggio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato mercoledì da Benedetto XVI in occasione dell’Udienza generale in piazza San Pietro e dedicato alla missione di santificare gli uomini affidata ai sacerdoti.

* * *

Cari fratelli e sorelle,

domenica scorsa, nella mia Visita Pastorale a Torino, ho avuto la gioia di sostare in preghiera davanti alla sacra Sindone, unendomi agli oltre due milioni di pellegrini che durante la solenne Ostensione di questi giorni, hanno potuto contemplarla. Quel sacro Telo può nutrire ed alimentare la fede e rinvigorire la pietà cristiana, perché spinge ad andare al Volto di Cristo, al Corpo del Cristo crocifisso e risorto, a contemplare il Mistero Pasquale, centro del Messaggio cristiano. Del Corpo di Cristo risorto, vivo e operante nella storia (cfr. Rm 12, 5), noi, cari fratelli e sorelle, siamo membra vive, ciascuno secondo la propria funzione, con il compito cioè che il Signore ha voluto affidarci. Oggi, in questa catechesi, vorrei ritornare ai compiti specifici dei sacerdoti, che, secondo la tradizione, sono essenzialmente tre: insegnare, santificare e governare. In una delle catechesi precedenti ho parlato sulla prima di queste tre missioni: l’insegnamento, l’annuncio della verità, l’annuncio del Dio rivelato in Cristo, o — con altre parole — il compito profetico di mettere l’uomo in contatto con la verità, di aiutarlo a conoscere l’essenziale della sua vita, della realtà stessa.

Oggi vorrei soffermarmi brevemente con voi sul secondo compito che ha il sacerdote, quello di santificare gli uomini, soprattutto mediante i Sacramenti e il culto della Chiesa. Qui dobbiamo innanzitutto chiederci: Che cosa vuol dire la parola «Santo»? La risposta è: «Santo» è la qualità specifica dell’essere di Dio, cioè assoluta verità, bontà, amore, bellezza — luce pura. Santificare una persona significa quindi metterla in contatto con Dio, con questo suo essere luce, verità, amore puro. È ovvio che tale contatto trasforma la persona. Nell’antichità c’era questa ferma convinzione: Nessuno può vedere Dio senza morire subito. Troppo grande è la forza di verità e di luce! Se l’uomo tocca questa corrente assoluta, non sopravvive. D’altra parte c’era anche la convinzione: Senza un minimo contatto con Dio l’uomo non può vivere. Verità, bontà, amore sono condizioni fondamentali del suo essere. La questione è: Come può trovare l’uomo quel contatto con Dio, che è fondamentale, senza morire sopraffatto dalla grandezza dell’essere divino? La fede della Chiesa ci dice che Dio stesso crea questo contatto, che ci trasforma man mano in vere immagini di Dio.

Così siamo di nuovo arrivati al compito del sacerdote di «santificare». Nessun uomo da sé, a partire dalla sua propria forza può mettere l’altro in contatto con Dio. Parte essenziale della grazia del sacerdozio è il dono, il compito di creare questo contatto. Questo si realizza nell’annuncio della parola di Dio, nella quale la sua luce ci viene incontro. Si realizza in un modo particolarmente denso nei Sacramenti. L’immersione nel Mistero pasquale di morte e risurrezione di Cristo avviene nel Battesimo, è rafforzata nella Confermazione e nella Riconciliazione, è alimentata dall’Eucaristia, Sacramento che edifica la Chiesa come Popolo di Dio, Corpo di Cristo, Tempio dello Spirito Santo (cfr. Giovanni Paolo II, Esort. ap. Pastores gregis, n. 32). È quindi Cristo stesso che rende santi, cioè ci attira nella sfera di Dio. Ma come atto della sua infinita misericordia chiama alcuni a «stare» con Lui (cfr. Mc 3, 14) e diventare, mediante il Sacramento dell’Ordine, nonostante la povertà umana, partecipi del suo stesso Sacerdozio, ministri di questa santificazione, dispensatori dei suoi misteri, «ponti» dell’incontro con Lui, della sua mediazione tra Dio e gli uomini e tra gli uomini e Dio (cfr. po, 5).

Negli ultimi decenni, vi sono state tendenze orientate a far prevalere, nell’identità e nella missione del sacerdote, la dimensione dell’annuncio, staccandola da quella della santificazione; spesso si è affermato che sarebbe necessario superare una pastorale meramente sacramentale. Ma è possibile esercitare autenticamente il Ministero sacerdotale «superando» la pastorale sacramentale? Che cosa significa propriamente per i sacerdoti evangelizzare, in che cosa consiste il cosiddetto primato dell’annuncio? Come riportano i Vangeli, Gesù afferma che l’annuncio del Regno di Dio è lo scopo della sua missione; questo annuncio, però, non è solo un «discorso», ma include, nel medesimo tempo, il suo stesso agire; i segni, i miracoli che Gesù compie indicano che il Regno viene come realtà presente e che coincide alla fine con la sua stessa persona, con il dono di sé, come abbiamo sentito oggi nella lettura del Vangelo. E lo stesso vale per il ministro ordinato: egli, il sacerdote, rappresenta Cristo, l’Inviato del Padre, ne continua la sua missione, mediante la «parola» e il «sacramento», in questa totalità di corpo e anima, di segno e parola. Sant’Agostino, in una lettera al Vescovo Onorato di Thiabe, riferendosi ai sacerdoti afferma: «Facciano dunque i servi di Cristo, i ministri della parola e del sacramento di Lui, ciò che egli comandò o permise» (Epist. 228, 2). È necessario riflettere se, in taluni casi, l’aver sottovalutato l’esercizio fedele del munus sanctificandi, non abbia forse rappresentato un indebolimento della stessa fede nell’efficacia salvifica dei Sacramenti e, in definitiva, nell’operare attuale di Cristo e del suo Spirito, attraverso la Chiesa, nel mondo.

Chi dunque salva il mondo e l’uomo? L’unica risposta che possiamo dare è: Gesù di Nazaret, Signore e Cristo, crocifisso e risorto. E dove si attualizza il Mistero della morte e risurrezione di Cristo, che porta la salvezza? Nell’azione di Cristo mediante la Chiesa, in particolare nel Sacramento dell’Eucaristia, che rende presente l’offerta sacrificale redentrice del Figlio di Dio, nel Sacramento della Riconciliazione, in cui dalla morte del peccato si torna alla vita nuova, e in ogni altro atto sacramentale di santificazione (cfr. po, 5). È importante, quindi, promuovere una catechesi adeguata per aiutare i fedeli a comprendere il valore dei Sacramenti, ma è altrettanto necessario, sull’esempio del Santo Curato d’Ars, essere disponibili, generosi e attenti nel donare ai fratelli i tesori di grazia che Dio ha posto nelle nostre mani, e dei quali non siamo i «padroni», ma custodi ed amministratori. Soprattutto in questo nostro tempo, nel quale, da un lato, sembra che la fede vada indebolendosi e, dall’altro, emergono un profondo bisogno e una diffusa ricerca di spiritualità, è necessario che ogni sacerdote ricordi che nella sua missione l’annuncio missionario e il culto e i sacramenti non sono mai separati e promuova una sana pastorale sacramentale, per formare il Popolo di Dio e aiutarlo a vivere in pienezza la Liturgia, il culto della Chiesa, i Sacramenti come doni gratuiti di Dio, atti liberi ed efficaci della sua azione di salvezza.

Come ricordavo nella santa Messa Crismale di quest’anno: «Centro del culto della Chiesa è il Sacramento. Sacramento significa che in primo luogo non siamo noi uomini a fare qualcosa, ma Dio in anticipo ci viene incontro con il suo agire, ci guarda e ci conduce verso di Sé. (…) Dio ci tocca per mezzo di realtà materiali (…) che Egli assume al suo servizio, facendone strumenti dell’incontro tra noi e Lui stesso» (S. Messa Crismale, 1 aprile 2010). La verità secondo la quale nel Sacramento «non siamo noi uomini a fare qualcosa» riguarda, e deve riguardare, anche la coscienza sacerdotale: ciascun presbitero sa bene di essere strumento necessario all’agire salvifico di Dio, ma pur sempre strumento. Tale coscienza deve rendere umili e generosi nell’amministrazione dei Sacramenti, nel rispetto delle norme canoniche, ma anche nella profonda convinzione che la propria missione è far sì che tutti gli uomini, uniti a Cristo, possano offrirsi a Dio come ostia viva e santa a Lui gradita (cfr. Rm 12, 1). Esemplare, circa il primato del munus sanctificandi e della giusta interpretazione della pastorale sacramentale, è ancora san Giovanni Maria Vianney, il quale, un giorno, di fronte ad un uomo che diceva di non aver fede e desiderava discutere con lui, il parroco rispose: «Oh! amico mio, v’indirizzate assai male, io non so ragionare… ma se avete bisogno di qualche consolazione, mettetevi là… (il suo dito indicava l’inesorabile sgabello [del confessionale]) e credetemi, che molti altri vi si sono messi prima di voi, e non ebbero a pentirsene» (cfr. Monnin A., Il Curato d’Ars. Vita di Gian-Battista-Maria Vianney, vol. i, Torino 1870, pp. 163-164).

Cari sacerdoti, vivete con gioia e con amore la Liturgia e il culto: è azione che il Risorto compie nella potenza dello Spirito Santo in noi, con noi e per noi. Vorrei rinnovare l’invito fatto recentemente a «tornare al confessionale, come luogo nel quale celebrare il Sacramento della Riconciliazione, ma anche come luogo in cui “abitare” più spesso, perché il fedele possa trovare misericordia, consiglio e conforto, sentirsi amato e compreso da Dio e sperimentare la presenza della Misericordia Divina, accanto alla Presenza reale nell’Eucaristia» (Discorso alla Penitenzieria Apostolica, 11 marzo 2010). E vorrei anche invitare ogni sacerdote a celebrare e vivere con intensità l’Eucaristia, che è nel cuore del compito di santificare; è Gesù che vuole stare con noi, vivere in noi, donarci se stesso, mostrarci l’infinita misericordia e tenerezza di Dio; è l’unico Sacrificio di amore di Cristo che si rende presente, si realizza tra di noi e giunge fino al trono della Grazia, alla presenza di Dio, abbraccia l’umanità e ci unisce a Lui (cfr. Discorso al Clero di Roma, 18 febbraio 2010). E il sacerdote è chiamato ad essere ministro di questo grande Mistero, nel Sacramento e nella vita. Se «la grande tradizione ecclesiale ha giustamente svincolato l’efficacia sacramentale dalla concreta situazione esistenziale del singolo sacerdote, e così le legittime attese dei fedeli sono adeguatamente salvaguardate», ciò non toglie nulla «alla necessaria, anzi indispensabile tensione verso la perfezione morale, che deve abitare ogni cuore autenticamente sacerdotale»: c’è anche un esempio di fede e di testimonianza di santità, che il Popolo di Dio si attende giustamente dai suoi Pastori (cfr. Benedetto XVI, Discorso alla Plenaria della Congr. per il Clero, 16 marzo 2009). Ed è nella celebrazione dei Santi Misteri che il sacerdote trova la radice della sua santificazione (cfr. po, 12-13).

Cari amici, siate consapevoli del grande dono che i sacerdoti sono per la Chiesa e per il mondo; attraverso il loro ministero, il Signore continua a salvare gli uomini, a rendersi presente, a santificare. Sappiate ringraziare Dio, e soprattutto siate vicini ai vostri sacerdoti con la preghiera e con il sostegno, specialmente nelle difficoltà, affinché siano sempre più Pastori secondo il cuore di Dio. Grazie.

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