Archive pour le 1 mai, 2010

Joh-13,01_Le lavement des pieds (precede immediatamente la lettura del vangelo)

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http://www.artbible.net/3JC/-Joh-13,01_The%20feetwashing_Le%20lavement%20des%20pieds/index3.html

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S. Atanasio, Contro i pagani, 32 – 33 : II corpo mortale è retto dall’anima immortale

dal sito:

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20000714_atanasio_it.htm

II corpo mortale è retto dall’anima immortale
 
« Come mai, dal momento che il corpo è naturalmente mortale, l’uomo ragiona sull’immortalità e desidera sovente di morire per la virtù? Od ancora, come mai, dal momento che il corpo è effimero, l’uomo si rappresenta le realtà eterne, al punto da disprezzare le cose presenti e rivolgere il suo desiderio verso le altre? Il corpo non saprebbe, da solo, ragionare in tal modo su se stesso né su ciò che è estraneo a lui: esso infatti, è mortale ed effimero. Bisogna dunque, necessariamente, che vi sia qualche altra cosa che ragioni su ciò che è opposto al corpo e contrario alla sua natura. Che cos’è questa, ancora una volta, se non l’anima razionale ed immortale? Ed essa non è esterna al corpo, ma gli è interna, come il musicista che, con la sua lira, faccia ascoltare i migliori suoni. Come mai, ancora, l’occhio, essendo naturalmente fatto per vedere, e l’orecchio per ascoltare, si distolgono da queste funzioni qui e preferiscono quelle là? Che cos’è che distoglie l’occhio dal vedere? O che impedisce all’orecchio di ascoltare, dal momento ch’esso è naturalmente fatto per intendere? Ed il gusto, naturalmente fatto per gustare, che cos’è che sovente lo arresta nel suo slancio naturale? La mano, naturalmente fatta per agire, chi le impedisce di toccare tale oggetto? L’odorato, fatto per sentire gli odori, chi lo distoglie dal percepirli? Chi agisce cosí al contrario delle proprietà naturali dei corpi? Come mai il corpo si lascia distogliere dalla sua natura e condurre secondo l’avviso di un altro e dirigere da un suo cenno? Tutto ciò mostra che solo l’anima razionale guida il corpo. Il corpo non è punto fatto per muoversi da solo, ma esso si lascia condurre e guidare da un altro, come il cavallo non si attacca da solo, ma si lascia dirigere da colui che l’ha ammaestrato. Vi sono anche delle leggi presso gli uomini, per indurli a compiere il bene e ad evitare il male; ma gli esseri senza ragione non possono né ragionare né discernere il male, poiché sono estranei alla razionalità ed alla riflessione logica. Cosí gli uomini possiedono un’anima razionale; penso di averlo dimostrato da quanto è stato detto.

Che l’anima sia anche immortale, l’insegnamento ecclesiastico non può ignorarlo, per trovarvi un argomento capace di rifiutare l’idolatria. Si perverrà più vicino a questa nozione, se si parte dalla conoscenza del corpo e dalla sua differenza con l’anima. Se il nostro ragionamento ha mostrato ch’essa è diversa dal corpo, e se il corpo è naturalmente mortale, ne segue necessariamente che l’anima è immortale, poiché è differente dal corpo. Inoltre se, come abbiamo dimostrato, è l’anima che trasforma il corpo, senza essere lei stessa trasformata da altri, ne segue che l’anima si trasforma da se stessa e che, dopoché il corpo sia stato posto sulla terra, essa continua ancora a trasformarsi da se stessa. Infatti non è l’anima che si trasforma, ma è quand’essa si separa dal corpo che prende a trasformare il corpo stesso. Se dunque essa fosse mutata dal corpo, ne seguirebbe che, allontanandosi il motore, essa morirebbe; se, invece, è l’anima che muta il corpo, a più forte ragione essa si muta anche da se stessa. E se ciò è vero, necessariamente, altresí, essa vive dopo la morte del corpo. Infatti il movimento dell’anima non è cosa diversa dalla sua vita medesima, allo stesso modo come noi diciamo che il corpo vive quando è in movimento, e che per esso è la morte quando cessi di muoversi. Lo si vedrà ancor più chiaramente a partire dall’attività dell’anima nel corpo. Quando l’anima è venuta nel corpo e gli si è legata, essa non è ristretta e misurata dalla piccolezza del corpo, ma assai spesso, quando questo è disteso nel suo letto, immobile e come addormentato nella morte, l’anima, secondo la sua propria virtù, è sveglia e si eleva al di sopra della natura del corpo, come se essa se ne andasse lontano da lui: restando, invece, nel profondo del corpo, essa si rappresenta e contempla gli esseri sovraterrestri. In tal modo, sovente essa incontra persino coloro che sono al di sopra dei corpi terreni, i santi e gli angeli, andandosene verso di loro e confidando nella purezza dello spirito. Come dunque, a maggior ragione, una volta distaccata dal corpo quando lo vorrà Dio che l’aveva legata ad esso, non avrà essa una conoscenza più chiara dell’immortalità? Se quando essa era legata al corpo, viveva una vita estranea al corpo, a maggior ragione, dopo la morte di quello, essa vivrà e non cesserà di vivere, poiché Dio l’ha cosí creata per mezzo del suo Verbo, il nostro Signore Gesù Cristo. E’ perché l’anima pensa e riflette sulle cose immortali ed eterne, che anch’essa è eterna. Allo stesso modo come il corpo, essendo mortale, i suoi sensi contemplano cose mortali; parimenti l’anima, contemplando realtà immortali e ragionando su di esse, deve necessariamente essere immortale e vivere eternamente. I pensieri e le considerazioni sull’immortalità non la lasciano mai, ma dimorano in essa come un focolaio che assicura l’immortalità. E’ per questo che l’anima ha il pensiero della contemplazione di Dio e si traccia da sola la sua propria strada. Non è dall’esterno, ma da se stessa che l’anima riceve la conoscenza e la comprensione del Verbo divino. »

S. Atanasio, Contro i pagani, 32 – 33   

Preghiera: 

O Dio, Tu ci hai dato un’anima immortale che ci distingue dalle creature irrazionali. Aiutaci a proteggerla dagli influssi del male e da tutto ciò che la macchia e la separa da Te. Fà che gioisca nella Tua verità e giunga a riposare in Te per l’eternità. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.  

A cura dell’Ateneo Pontificio « Regina Apostolorum »

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Omelia (02-05-2010) : Vi do un comandamento nuovo

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/18434.html

Omelia (02-05-2010) 
mons. Gianfranco Poma
Vi do un comandamento nuovo

La pagina del Vangelo di Giovanni che leggiamo nella domenica quinta di Pasqua (Giov.13,31-35) ci fa riscoprire la novità dell’esperienza cristiana, perché ne rendiamo testimonianza davanti a tutti.
Possiamo comprendere il senso di questi pochi versetti, solo ricordando il contesto nel quale si trovano: siamo nell’ultima cena di Gesù con i suoi discepoli. Dice il Vangelo di Giovanni: « Gesù fu profondamente turbato e dichiarò: In verità, in verità io vi dico: uno di voi mi tradirà. Si guardavano l’un l’altro i discepoli, presi dal dubbio di chi parlasse. Stava disteso, uno dei suoi discepoli, nel fianco di Gesù, quello che Gesù amava. Fa cenno dunque a lui Simon Pietro, perché gli chieda di chi parlasse. Chinatosi dunque, quello, sul petto di Gesù, gli dice: Signore, chi è? Risponde Gesù: E’ quello per il quale io intingerò il boccone e glielo darò. Intingendo dunque il boccone, lo dà a Giuda di Simone Iscariota. E dopo il boccone, entrò in lui il satana…Prendendo dunque il boccone, quello uscì subito. Ed era notte » (Giov.13,21-30). Si tratta di un momento di profonda intimità di Gesù con i suoi discepoli, che noi che oggi leggiamo, possiamo rivivere nella nostra esperienza: siamo noi i discepoli ai quali Gesù manifesta tutto il suo turbamento. Gesù ha chiamato i suoi discepoli, con loro ha condiviso tutto, a loro ha mostrato tutto di sé: adesso non può nascondere il suo turbamento. « Uno di voi mi tradirà ». E il turbamento di Gesù passa in loro: nel loro sentirsi sconcertati c’è il timore che ciascuno di loro possa essere il traditore. Di fronte all’amore di Gesù tutti si sentono impari. Simon Pietro fa cenno al discepolo che Gesù amava: vuole che Gesù faccia un nome. Se Gesù dice chi è il traditore, gli altri possono mettersi in pace: se uno solo è il colpevole, gli altri si sentono assolti. Il discepolo che Gesù amava si stringe ancora di più a lui: « Signore, chi è? ». L’amato da Gesù si ritiene autorizzato ad accogliere la sua confidenza: ma Gesù risponde con un gesto di amore sublime. Non fa il nome, non indica nessuno, dice soltanto: « E’ colui per il quale intingerò il boccone e glielo darò ». Questo gesto e le parole mostrano solo che Gesù continua a rivelare che cos’è il suo amore. Egli dona soltanto e dona tutto, egli crea amicizia: egli « conosce » la fragilità dei suoi discepoli, conosce la fragilità di coloro che il Padre gli ha affidato, egli sa che gli uomini hanno solo bisogno di essere amati, sa che nessuno di coloro che egli ama può ricambiare il suo amore: ciascuno può tradirlo. Adesso è Giuda, ma ciascuno di noi può guardare a Giuda come a suo fratello: chi di noi può dire di non scaricare su Giuda le proprie infedeltà, i propri tradimenti. In questo momento Gesù percepisce tutta la sua solitudine: Lui solo, nel momento nel quale avverte l’incapacità anche di chi gli è più vicino di accogliere il suo dono, è cosciente del buio che avvolge il mondo, ma al tempo stesso sa che cosa significhi essere il dono del Padre per il mondo. Lui solo è la luce che risplende nelle tenebre: la sua carne offerta per il mondo è lo splendore della gloria di Dio. Nel momento in cui il mondo lo rifiuta, egli ama: la croce è lo splendore della gloria di Dio.
Adesso Gesù può dire: « Ora il figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito ». Nel momento nel quale Gesù esprime tutta la gratuità del suo amore per colui che lo sta tradendo e che continuerà a chiamare amico, appare la reciprocità completa delle relazioni tra il Padre e il Figlio, appare la loro unione fondamentale: e noi « vediamo la gloria » (Giov.1,14), vediamo Dio. Perché il Figlio tradito, abbandonato da tutti, perseguitato da tutti, continua ad essere solo amore, benevolenza, perdono, rivela al mondo sin dove arrivi l’amore del Padre, sino all’infinito, senza limiti.
E proprio nel momento nel quale rivela, nel piccolo gesto del boccone offerto all’amico, lo splendore della gloria di Dio, Gesù aggiunge: « Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate gli uni gli altri ». Un comandamento « nuovo »: proprio nel momento nel quale sperimenta che anche l’amico più intimo lo tradisce, Gesù ai suoi discepoli dà un « comandamento nuovo ». Nel momento nel quale risplende solo « la gloria » cioè la totale gratuità dell’amore di Dio per l’uomo incapace di amare, come può Gesù dare il comandamento: amatevi gli uni gli altri? Per questo Gesù parla di comandamento « nuovo »: se si trattasse di un precetto affidato alle forze umane sarebbe qualcosa di impossibile, impensabile. Si tratta invece di una reale « novità »: non si tratta di un precetto, ma di un dono. Gesù ama talmente i suoi discepoli che per loro dona la vita, a loro dona il suo Spirito: Gesù è vivo, ama nei suoi discepoli. Il comandamento di Gesù è « nuovo » perché non è affidato ai nostri sforzi ma è lui che vive in noi, è lui che ama in noi. L’amore con il quale egli ci ama, è il dinamismo nuovo della nostra vita: la « gloria » che la carne di Gesù ci ha manifestato, risplende anche nella nostra carne. Ai suoi discepoli Gesù chiede di lasciarsi amare da lui, lasciarsi perdonare da lui, lasciarsi vivere da lui. Il commento migliore al « comandamento nuovo » di cui parla il Vangelo di Giovanni, è la riflessione di S.Paolo nella lettera ai Galati e nel cap.8 della lettera ai Romani. Solo l’amore che lui ha per i suoi discepoli genera discepoli capaci di amarsi tra di loro: la parola evangelica che noi leggiamo è in realtà molto concreta. Essa riflette l’esperienza della comunità giovannea tutta fondata sull’amore che Gesù ha accolto dal Padre e ha donato ai suoi discepoli: l’amore è una fonte che genera amore, è una fonte divina che trasforma l’uomo e lo rende capace di vita divina. « Come io ho amato voi, amatevi anche voi gli uni gli altri »: tutto il Vangelo di Giovanni ci svela la relazione totale tra il Padre e il Figlio, una relazione che diventa vita. Gesù amando i suoi discepoli genera con loro una comunione di relazione che rende visibile nella storia la sua relazione con il Padre. « Amatevi gli uni gli altri »: la comunità giovannea è il luogo in cui si creano relazioni nuove, generate dalla gratuità dell’amore che dal Padre scorre nelle vene della storia. « Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri »: l’identità cristiana, per la comunità giovannea, è determinata dalla visibilità delle relazioni nuove, dalla novità di uno stile d’amore, che fa la differenza della comunità cristiana con il mondo. Ma è davvero questo lo stile della nostra vita cristiana di oggi? Siamo coscienti che la qualità delle nostre relazioni vicendevoli è la visibilità di Dio nel mondo e da esse dipende la sua credibilità? 

buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno protea-2

Proteas in Maui, Hawaii

http://www.flowerpictures.net/maui_flowers/protea_flowers.htm

Sant’Ireneo di Lione :« Chi ha visto me ha visto il Padre »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100501

Sabato della IV settimana di Pasqua : Jn 14,7-14
Meditazione del giorno
Sant’Ireneo di Lione (circa130-circa 208), vescovo, teologo e martire
Contro le eresie, IV, 20, 5-7

« Chi ha visto me ha visto il Padre »

        Lo splendore di Dio dona la vita: la ricevono coloro che vedono Dio. E per questo colui che è inintelligibile, incomprensibile e invisibile, si rende visibile, comprensibile e intelligibile dagli uomini, per dare la vita a coloro che lo comprendono e lo vedono. Se infatti è insondabile la sua grandezza, è pure inesprimibile la sua bontà; e grazie ad essa, egli si fa vedere e dà la vita a coloro che lo vedono.

        È impossibile vivere se non si è ricevuta la vita, ma la vita non si ha che con la partecipazione all’essere divino. Orbene tale partecipazione consiste nel vedere Dio e godere della sua bontà. Gli uomini dunque vedranno Dio per vivere… Così Mosè afferma nel Deuteronomio: «Oggi abbiamo visto che Dio può parlare con l’uomo e l’uomo aver la vita» (Dt 5, 24). Colui che opera tutto in tutti nella sua grandezza e potenza, è invisibile e indescrivibile a tutti gli esseri da lui creati, non resta però sconosciuto; tutti infatti, per mezzo del suo Verbo, imparano che il Padre è l’unico Dio, che contiene tutte le cose e dà a tutte l’esistenza, come sta scritto nel Vangelo: «Dio nessuno lo ha mai visto ; proprio il Figlio Unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» (Gv 1,18).

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