Archive pour janvier, 2010

Mat-06,01-Prayer Our Father_Priere Notre Pere

Mat-06,01-Prayer Our Father_Priere Notre Pere dans immagini sacre 16%20COLIN%20NOYLIER%20EMAIL%20NP

http://www.artbible.net/3JC/-Mat-06,01-Prayer%20Our%20Father_Priere%20Notre%20Pere/index.html

Publié dans:immagini sacre |on 13 janvier, 2010 |Pas de commentaires »

http://www.piemontesacro.it/ortodossi/preghiera_al_signore_gesu_cristo.htm

dal sito:

http://www.piemontesacro.it/ortodossi/preghiera_al_signore_gesu_cristo.htm

Preghiera al Signore Gesù Cristo (composta da Sant’Isaaco il Siro)

 Preghiere del cristiano ortodosso

O Signore Gesù Cristo, nostro Dio, Tu che hai pianto per Lazzaro versando per lui lacrime di tristezza e di misericordia, ricevi le mie lacrime e con la Tua Passione guarisci le mie passioni. Con le Tue ferite, guarisci le mie ferite. Con il Tuo sangue purifica il mio sangue e mescola nel mio corpo il profumo del Tuo corpo datore di vita. Il fiele che i Tuoi nemici Ti hanno fatto bere addolcisca il fiele che mi ha fatto bere il Nemico. Il Tuo Corpo steso sulla Croce, stenda verso di Te la mia mente trascinata in basso dai demoni. La testa che Tu hai chinata sulla Croce, alzi la mia testa schiaffeggiata dai nemici. Le Tue Santissime Mani, inchiodate dagli empi sulla Croce, mi tirino dall’abisso della perdizione , così come Tu stesso hai promesso. Il Tuo volto beffeggiato con schiaffi e sputi, riempia di splendore il mio volto macchiato dalle iniquità. Il Tuo Spirito che mentre eri crocifisso hai affidato al Padre, mi guidi verso di Te con l’aiuto della Tua grazia. Non ho un cuore addolorato per cercarti. Non ho il pentimento e l’umiltà che fanno ritornare i figli alla loro eredità. Non ho lacrime di consolazione, o Signore. La mia mente è stata offuscata da preoccupazioni mondane, e non è in grado di cercarti con sentimenti di dolore.
A causa di tante tentazioni il mio cuore si è raffreddato e non può riscaldarsi con lacrime d’amore verso di Te. Ma Tu, o Signore Gesù Cristo, nostro Dio, Tesoro di beni, dammi pentimento perfetto ed anima addolorata ed infranta per andare con tutto il cuore alla Tua ricerca; poiché senza di Te, diventerò estraneo ad ogni bene. Dammi dunque, o Buono, la Tua grazia!
Il Padre Tuo, dal quale sei nato prima di tutti i secoli, rinnovi in me la Tua immagine. Ti ho abbandonato, Signore; non abbandonarmi! Mi sono allontanato da Te; esci per ricercarmi. Portami al Tuo pascolo spirituale. Numerami tra le pecore del Tuo gregge eletto. Nutrimi insieme con loro alla erba dei Tuoi divini Sacramenti.
Poiché Tu dimori nelle loro anime pure e risplenda in esse la luce delle Tue rivelazioni.
Il Tuo Splendore è la consolazione ed il riposo di quanti hanno faticato per Te in tentazioni e nelle sofferenze. Di questo Splendore rendi degno, me indegno, con la grazia e l’amore per gli uomini del nostro Salvatore Gesù Cristo, nei secoli dei secoli. Amen!

Publié dans:Ortodossia, preghiere |on 13 janvier, 2010 |Pas de commentaires »

San Gregorio di Nazianzo: Può parlare di Dio solo chi si è sufficientemente purificato

dal sito:

http://www.tradizione.oodegr.com/tradizione_index/insegnamenti/parlpurifgregteol.htm

San Gregorio di Nazianzo detto “il Teologo”

Può parlare di Dio solo chi si è sufficientemente purificato

San Gregorio, nato a Nazianzo, una piccola città della Cappadocia, intorno al 330 fu Arcivescovo di Costantinopoli dal 379 al 381. Con Basilio il Grande e Gregorio di Nissa fa la triade dei Padri cappadoci della Chiesa. Essi si sono distinti per santità di vita e profondità di dottrina. Presentiamo in questa sezione un estratto dalle Orazioni di San Gregorio di Nazianzo sulla teologia. In un tempo difficile come il nostro, le parole del Nazianzeno sono una vivida luce in confronto alla quale la maggioranza delle pubblicazioni teologiche pare fitta nebbia.

Non a tutti, miei cari, compete di parlare di Dio, non a tutti: non si tratta di una capacità che si acquista a basso prezzo né che appartiene a quanti procedono senza staccarsi da terra. Voglio aggiungere che non si può fare sempre, né davanti a tutti, né riguardo a ogni argomento, ma c’è un tempo opportuno, un uditorio opportuno e ci sono argomenti opportuni.

Non compete a tutti, ma a quelli che si sono esercitati e hanno fatto progressi nella contemplazione, e che prima di tutto hanno purificato anima e corpo, o, più esattamente, li purificano. Chi non è puro non può senza pericolo venire a contatto con la purezza, come il raggio del sole non può senza danno raggiungere occhi malati. E quando lo può fare? Quando noi ci allontaniamo dal fango esteriore e dal disordine, e quando la parte direttrice che è in noi non viene confusa da immagini malvagie e deviate, come una bella scrittura mescolata a lettere di cattiva qualità, o un buon profumo mescolato al puzzo della melma. Bisogna realmente starsene liberi, infatti, per conoscere Dio, e “quando ci troveremo nella circostanza favorevole, giudicare” l’esattezza della teologia. Con chi bisogna parlarne? Con coloro dai quali l’argomento è affrontato con impegno e non come uno dei tanti argomenti inutili che con piacere si discutono dopo le corse dei cavalli, dopo gli spettacoli teatrali, dopo i canti, dopo aver accontentato il ventre e ciò che sta al di sotto del ventre: per queste persone è un piacere ciarlare su simili argomenti e mostrarsi abili nelle controversie.

Su cosa dobbiamo meditare e in quale misura? Sulle cose a noi accessibili, e fin dove arrivano la disposizione e la capacità degli ascoltatori. Questo per evitare che, come i suoni e gli alimenti in eccesso danneggiano l’udito o i corpi o, se preferisci, come i carichi troppo pesanti affaticano chi li sostiene, o le piogge troppo impetuose devastano la terra, così anche chi ascolta, pressato e gravato dalle parti più consistenti, per così dire, dei discorsi, venga a perdere anche la forza che prima possedeva.

E non dico che non bisogna ricordare affatto Dio non mi attacchino nuovamente quelli che sono proclivi e pronti a tutto!

Infatti, bisogna ricordarsi di Dio più spesso di quanto respiriamo, e, se è possibile dirlo, non bisogna fare altro che questo. Anche io sono tra quelli che approvano le parole che prescrivono di “esercitarsi giorno e notte”, di “raccontarlo a sera, al mattino e a mezzogiorno” e di “benedire il Signore in ogni circostanza”; se bisogna anche ripetere le parole di Mosè, “quando riposiamo a letto, quando ci alziamo e quando siamo in viaggio” mentre facciamo qualunque altra cosa, conformandosi alla purezza ricordandoci di Lui.

Quindi io non vieto di ricordare Dio continuamente, ma di disputare su Dio; e non proibisco la teologia in quanto cosa empia, ma in quanto cosa inopportuna; io non proibisco l’insegnamento, ma la mancanza di misura. Riempirsi di miele fino a sazietà provoca il vomito, anche se si tratta di miele: allo stesso modo “per ogni cosa c’è il suo tempo”, come sembra a Salomone e a me, e il bello non è più bello, quando non si produce in maniera bella, come il fiore che è in inverno è completamente fuori stagione, o come un’acconciatura maschile è inopportuna per le donne e una femminile lo è per gli uomini, o, ancora, come la geometria è inopportuna in un lutto e le lacrime in un banchetto. Non terremo in considerazione, dunque, il momento opportuno proprio laddove esso deve essere tenuto nella massima considerazione?

(Orazione 27, II-IV)

Pubblicato originariamente in: http://digilander.libero.it/ortodossia/parlare.htm

Mons. Bruno Forte: I colori dell’amore: il matrimonio e la bellezza di Dio

dal sito:

http://www.zenit.org/article-20940?l=italian

I colori dell’amore: il matrimonio e la bellezza di Dio

ROMA, sabato, 9 gennaio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito la Lettera pastorale per l’anno 2009-2010 di mons. Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto.

* * *

Perché è giusto e bello sposarsi in Chiesa?
Come prepararsi a un passo così importante?
Come farne tesoro per tutta la vita?
Proviamo a capirlo insieme.
Non si tratta di una semplice convenzione sociale,
ma del momento decisivo in cui sull’amore dei due
viene impresso il sigillo dell’amore eterno.
È il dono che potrà renderli capaci di amarsi fedelmente,
camminando uniti nella buona e nella cattiva sorte,
per costruire una nuova famiglia di figli di Dio.
È la sfida e la promessa di un amore
che sia ogni giorno nuovo
e che non abbia fine…

1. I colori dell’amore. Erano centinaia le coppie venute a celebrare col Vescovo la festa annuale dei fidanzati. A ognuna gli organizzatori avevano dato un fazzoletto colorato. Con i sei colori dovevano formarsi altrettanti gruppi, incaricati di formulare ciascuno una domanda. Fu così che gli interrogativi dei fidanzati mi raggiunsero come “suoni colorati”: il rosso mi domandò come l’amore potesse essere sempre vivo. Il colore del sangue e del fuoco – risposi -, colore della vita che scorre e del calore che riscalda, ci aiuta a capire come la bellezza e la durata dell’amore siano legate alla vita che vi si investe, all’ardore con cui lo si vive e al prezzo che si è pronti a pagare per esso. Il bianco mi chiese chi potesse dare a una coppia, formata da creature fragili e limitate, la forza di un simile amore: mi venne naturale dire che come il bianco è il colore della luce, che tutto abbraccia facendo risaltare la forma di ogni cosa, così l’amore che ci avvolge e dà a ciascuno la consistenza dei propri doni e delle proprie capacità è l’amore di Dio. Presente Lui nel rapporto di coppia, invocata e accolta la Sua luce, non mancherà la forza di amare. Il giallo mi domandò se l’amore potesse essere eterno: il colore dell’oro, risposi, rimanda allo splendore di Dio, che solo può garantire l’eternità del dono reciproco fra i due. Più la coppia è unita a Lui, docile al Suo Spirito di santità, più l’amore è anticipo di eternità. L’azzurro mi chiese come può esprimersi al meglio l’amore nella vita di coppia: colore del cielo, continuamente cangiante, ma sempre abissalmente profondo, l’azzurro fa pensare a un rapporto sempre nuovo, che sa passare dalle nuvole al sole dorato, dai colori roventi dell’aurora e del tramonto a quelli del meriggio o della notte, senza perdere mai la profondità, cui attingere e da cui far scaturire la linfa del dono reciproco, radicato nell’amore eterno. Il verde mi domandò come si potesse guardare avanti con fiducia nella vita insieme: colore della speranza, dissi, contiene in sé la risposta. Un amore che non spera non è neanche amore: la speranza è l’amore proiettato in avanti, è la dilatazione del dono reciproco al tempo che verrà, ed è tanto più affidabile, quanto più è radicata nelle sorgenti eterne, che ci danno il coraggio e la forza di amare. Infine, il rosa mi chiese come vanno vissute le relazioni di coppia per crescere e perseverare nell’amore: colore della mitezza – risposi – indica da sé la risposta, che punta sul rispetto reciproco, sulla capacità di rapportarsi l’uno all’altro con la disponibilità ad ascoltarsi e comprendersi. Ai fidanzati piacque questa tavolozza dell’amore, tanto che chiesi ad ognuno di scegliere ed indicare all’altro il colore in cui più si ritrovava: ne venne fuori un arcobaleno, che mi fece pensare a quanto sia vario e ricco il mondo delle relazioni di coppia, ma anche a come – per essere autentico – esso debba muoversi su alcune note di fondo, la profondità, la fedeltà, il ricorso ad un amore più grande, che non ci abbandonerà mai. Il settimo colore era la somma di tutti, il loro canto fermo, la loro armonia, più forte di ogni lacerazione: il colore della luce, quello di una vita unificata in tutti i suoi rapporti dall’amore…

2. I colori di Dio: il bianco della luce, il rosso della passione e l’oro dell’eternità. I primi tre colori potrebbero essere riferiti a Dio, Trinità d’amore: se il bianco rinvia alla luce del Padre, che tutto avvolge ed in cui tutto vive, il rosso evoca la vicenda del Figlio, venuto nella carne per versare il suo sangue sulla Croce e risorgere alla vita per noi, mentre il giallo-oro richiama la presenza dello Spirito Santo, vincolo che unisce il Padre e il Figlio e irradia nel tempo lo splendore dell’eternità. Nella realtà misteriosa significata da questi colori si può trovare la risposta alla domanda che ci riguarda tutti: chi ci renderà capaci di amare? Kahlil Gibran nel suo libro Il Profeta risponde in modo semplice e denso: “Quando ami non dire: ‘Ho Dio nel cuore’; dì piuttosto: ‘Sono nel cuore di Dio’”. Si diventa capaci di amare quando ci si scopre amati da Dio, lasciandoci condurre da Lui verso il futuro, che Egli vuole costruire con noi. Fare questa esperienza vuol dire credere nel Dio Trinità, che si è rivelato nella Croce e Risurrezione del Signore Gesù. È lì che la fede riconosce anzitutto la presenza del Padre, eterna sorgente dell’Amore, gratuità pura e assoluta, che amando dà inizio a ogni cosa e non smette di amare neanche di fronte al peccato degli uomini, fino a non risparmiare Suo Figlio e a consegnarlo per tutti noi. Accanto all’eterno Amante, la fede contempla sulla Croce il Figlio abbandonato per amore nostro, l’eterno Amato, che ci insegna come divino non sia soltanto il dare, ma anche il ricevere, e con la Sua vita fra noi ci fa riconoscere e accogliere l’iniziativa della carità di Dio. Con l’Amante e con l’Amato la fede si apre infine all’opera dello Spirito Santo, che unisce l’uno all’altro nel vincolo dell’amore eterno ed insieme li apre al dono di questo stesso amore: estasi di Dio, lo Spirito viene a liberare l’amore, a renderlo sempre nuovo e irradiante. Nell’unità del reciproco darsi ed accogliersi dei Tre, il Dio cristiano si offre come l’evento irradiante dell’amore eterno: “In verità, vedi la Trinità, se vedi l’amore”. “Ecco sono tre: l’Amante, l’Amato e l’Amore” (Sant’Agostino). Sposarsi nel nome della Trinità vuol dire entrare nell’esperienza viva e profonda di questo amore: perciò, non solo è giusto e necessario per chi crede, ma è bello, della bellezza a cui solo la partecipazione all’amore infinito può aprirci.

3. Immersi nei colori del Dio amore. Attraverso la missione del Figlio e dello Spirito Santo la Trinità si rivela come l’origine, il grembo e la patria dell’amore. Tutto ha origine in essa e ne porta l’impronta: l’essere è, nel più profondo, amore e l’uomo è fatto per amare. Tutto è immerso nei colori dell’amore eterno e vive in essi: e quando il nostro cuore si apre nella fede a questo amore, proclamato e donato nella Parola di Dio e nei Sacramenti, ecco che diventa possibile anche alla nostra fragilità la gratuità di un amore sempre nuovo. È il miracolo della carità, che nel rapporto di coppia è tanto necessaria per non rinunciare mai a prendere l’iniziativa del dono e del perdono verso l’altro e per camminare uniti nelle piccole e grandi scelte della vita. Solo quando si riconosce amata dal suo Dio, la creatura diviene capace di amare l’altro al di là di ogni misura di stanchezza: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi” (Giovanni 15,12). “Siano in noi una cosa sola come tu, Padre, sei in me e io in te” (17,21). Sentendosi avvolto dall’amore dei Tre, che sono uno, chi crede scopre di poter costruire storie d’amore vere e definitive. Chi fa esperienza di questo amore, impara a credere nella possibilità di un amore eterno. La fede non cesserà allora di sostenere la fatica di amare con il racconto dell’amore, che ci è stato rivelato nella Croce e Risurrezione di Gesù e continua a raggiungerci nella preghiera e nei sacramenti. Quanti hanno incontrato il Dio di Gesù Cristo, hanno creduto all’amore che non delude. Immersi nei colori della Trinità, essi sanno di poter giocare la propria vita in un vincolo definitivo, che richiede il dono completo di sé. Un vincolo che, affidato a Dio e benedetto nel Suo santo nome, può fondare famiglie, che siano dimore affidabili dell’amore che non delude. Anche per questo motivo è giusto ed è bello sposarsi in Chiesa!

4. L’alleanza nuziale e il colore del cielo. Il sacramento del matrimonio è l’alleanza definitiva fra un uomo e una donna, benedetta nel nome della Trinità, davanti alla Chiesa. Esso si fonda sul disegno divino per il quale l’uomo e la donna sono costituiti in un’unità originaria, radice della loro pari dignità e della loro vocazione alla reciprocità: “Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio li creò, maschio e femmina li creò” (Genesi 1,27). “Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne” (2,24). Quest’unione è simbolo del rapporto d’amore fra Dio e il suo popolo (cf. nel profeta Osea i capitoli 1-3 o il Cantico dei Cantici), definitiva come lo è la fedeltà dell’Eterno: “L’uomo non divida quello che Dio ha congiunto” (Matteo 19,6). Nell’amore dei due, incondizionato e totale, è l’amore di Cristo per la Chiesa che viene a comunicarsi ed esprimersi: “L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola. Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!” (Efesini 5,31s). Perciò, la fede riconosce nel patto d’eterna e indissolubile alleanza fra i coniugi un vincolo sacro, di cui essi stessi sono ministri. Segno efficace dell’opera di Dio, il sacramento del matrimonio comunica agli sposi la grazia dell’incontro con Cristo, Sposo della Chiesa, la presenza santificante dello Spirito e la promessa della fedeltà di Dio Padre per tutta la vita. Questa profonda unità, radicata in Dio e capace di sostenere i due nella varietà delle opere e dei giorni, può essere significata dal colore del cielo, sempre profondo nella pur continua varietà dei toni e delle forme, che vanno dall’azzurro assolato al profondo blu delle notti, dalle tinte infuocate dei tramonti al rosa dell’aurora apportatrice di luce. Come la profondità del cielo e la varietà dei suoi colori non si contraddicono, così la fedeltà e la novità nella vita di coppia fanno parte l’una dell’altra: gli sposi, consacrati a Dio, vengono accolti e custoditi da Lui, sempre nuovo nella fedeltà. Confidando in questo aiuto, essi si promettono fedeltà eterna, con l’impegno “di amarsi e onorarsi tutti i giorni della loro vita”, di rinnovare cioè ogni giorno il sì della reciproca accoglienza, nella buona e nella cattiva sorte, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia. Senza questo continuo, reciproco accogliersi, nutrito alle sorgenti eterne dell’amore, non ci potrà essere vera gioia fra i due: “Il fiore del primo amore appassisce, se non supera la prova della fedeltà” (Søren Kierkegaard).

5. Lo stile dell’amore: il verde della speranza e il rosa della tenerezza. Due colori possono evocare lo stile di comportamento più adatto al rapporto di coppia: il verde della speranza e il rosa della mitezza e del rispetto. Colore delle piante semprevive, sul quale il trascorrere delle stagioni non incide, il verde evoca la virtù forse più necessaria alla scelta di sposarsi e di aprirsi al dono dei figli: la speranza, fondata sull’amore di Dio e sull’impegno di reciproca fedeltà dei due. Chi non spera non ama, perché non riesce ad accettare il rischio che ogni amore comporta, in quanto è il prezzo dell’incontro delle due libertà che scelgono di donarsi l’una all’altra. Senza speranza la fatica arresta il cammino. L’amore vive di speranza, dovendo ogni giorno aprirsi alle sorprese del futuro, che chiamano i due a mettersi in gioco sempre di nuovo: se non è l’impegno di ogni giorno, l’amore è il rimpianto di tutta la vita! La forza della speranza rende capaci di cominciare ogni giorno da capo: essa fa giovane l’amore, anche quando il peso degli anni e le prove della vita lo espongono ai rischi della stanchezza e delle disillusioni. Lo testimonia la Sposa del Cantico dei Cantici, meraviglioso inno all’amore: “Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio; perché forte come la morte è l’amore” (8,6). Con la speranza, lo stile dell’amore esige la tenerezza, nutrita di attenzione e di rispetto e capace di dare gioia al cuore dell’altro: il rosa della mitezza tenera ed accogliente è non meno necessario degli altri colori dell’amore. Gli sposi sono chiamati a custodire ciascuno la libertà e la dignità dell’altro e a vivere la generosità del reciproco darsi. Perciò, una parola mite, un gesto di tenerezza sono capaci di sanare tante ferite e di far crescere i due nella pace. La stessa unione dei corpi, aperta alla fecondità in maniera responsabile e vissuta con generosità, tenerezza e rispetto, fa degli sposi veicolo dello Spirito Santo l’uno per l’altra. L’esperienza della vita condivisa mostra peraltro come l’elogio della tenerezza non escluda nessuna delle età dell’amore! Non è forse vero che la tenerezza che si dimostrano due sposi avanti negli anni, il loro guardarsi con un amore che li riconosce belli l’uno per l’altra nonostante il tempo passato, tocca il cuore e fa sperare che l’amore sia sempre possibile, e che perciò la vita può essere sempre bella?

6. La tavolozza dell’amore e gli altri colori. Qualcuno dei fidanzati mi chiese di aggiungere ai colori citati almeno qualche altro: ad esempio, il grigio, per significare la monotonia in cui a volte può cadere il rapporto di coppia, o il viola, che simboleggia i tempi della prova o quelli dell’attesa, e rimanda a situazioni in cui tutti possono trovarsi di fronte alle sfide della vita, quali le ore del dolore e della malinconia o i momenti in cui l’impatto con una prova inaspettata o una delusione impensabile rischia di mettere in crisi il rapporto. L’osservazione mi sembrò giusta, al punto che sarei stato tentato di aggiungere all’elenco l’indaco delle notti oscure o il turchese delle fasi di transizione. Avrei voluto perfino aggiungere il nero del lutto e delle lacrime, ma una coppia mi fece notare che questo colore non appartiene all’amore, perché l’amore non perdona la morte: “Amare qualcuno significa dirgli: Tu non morirai!” (Gabriel Marcel). Tutti questi colori evocano, comunque, le debolezze e le fatiche possibili nella vita di coppia: la fragilità psicologica e affettiva delle relazioni fra i due e in famiglia; l’impoverimento della qualità dei rapporti che può convivere con “ménages” all’apparenza stabili e normali; lo stress originato dalle abitudini e dai ritmi imposti dall’organizzazione sociale, dai tempi di lavoro, dalle esigenze della mobilità; la cultura di massa veicolata dai media che influenza e corrode le relazioni familiari, invadendo in maniera indiscreta la vita della famiglia con messaggi che banalizzano il rapporto coniugale. Gli stessi colori “di transizione”, tuttavia, in quanto tesi verso la luce, possono richiamare i punti di forza della scelta di fare famiglia: la sua corrispondenza alla natura intima e profonda della persona umana fatta per amare; il suo essere non a caso la prima e la più originaria delle comunità naturali; la sua capacità di resistere alle sfide dei cambiamenti, attingendo di volta in volta alle risorse morali e affettive delle quali è custode. Agli occhi della fede, poi, appare qualcosa di ancora più grande: la famiglia ha un legame profondo con la Trinità. Tutti i colori di Dio vengono a riflettersi in essa. Lo aveva intuito una bambina, che la catechista aveva invitato a riflettere così: “Il Padre è Dio, il Figlio è Dio, lo Spirito Santo è Dio. Come spiegheresti questo?” La piccola, fattasi tutta seria, rispose dopo qualche istante: “Dio sarà il nome di famiglia”. La teologa in erba aveva percepito qualcosa di grande: la comunione dei Tre che sono Uno si riflette e vive nella comunità familiare. Certo, anche la differenza è grande: le tre Persone in Dio sono Uno, mentre nella famiglia il legame d’amore non renderà mai perfettamente uno chi la compone. Tuttavia, si è famiglia quando si tende con tutte le forze ad essere uno nell’amore, non nonostante, ma proprio grazie alle diversità, analogamente a come avviene nell’amore eterno.

7. La somma di tutti i colori. È la luce a comprendere tutti colori, a renderli visibili. Per chi crede la luce vera, venuta in questo mondo, arriva dall’alto, non a distruggere, ma a plasmare, costruire ed esaltare le forme della vita, come nei meravigliosi quadri di Caravaggio. È la luce della grazia divina che illumina, salva, perdona, risana. Essa non annulla le difficoltà, ma ci rende capaci di superarle: col suo aiuto possiamo dire veramente che “non è il cammino che è difficile, è il difficile che è cammino!” (Pavel Evdokimov). L’ultima parola sull’amore non potrà essere perciò che l’invocazione di questa luce, vissuta nel silenzio dell’ascolto e dell’adorazione di Dio, dove ci si lascia semplicemente amare da Lui, e nella supplica, che chiede umilmente alla Trinità di renderci partecipi della Sua vita divina: è l’inno del grazie, della lode, dell’intercessione, che vorrei innalzare per tutti gli sposi, presenti e futuri, ed insieme con loro. Ti ringraziamo, Padre, per tutti gli sposi, che hai chiamato ad amarsi in Te, segno reciproco della Tua tenerezza e della Tua fedeltà. Il loro amore, tante volte faticoso ed esigente, è riflesso del dialogo e del dono senza fine, che unisce Te al Figlio Amato nello Spirito dell’eterno amore. Grazie per quanto hai loro dato, grazie per quanti li hanno amati, grazie per quanti essi hanno amato, grazie per quelli ai quali attraverso il loro amore hai dato o donerai la vita, grazie perché li hai donati l’uno all’altra e, insieme, a Te. Aiutali a vivere il loro amore come Cristo ha amato la Chiesa, nel dono di sé fino alla fine. Rendili capaci di una continua e sempre nuova accoglienza reciproca. Fa’ che siano sempre uno, e contagino a quanti incontreranno l’amore che viene da Te, che è rispetto, attenzione, cura e giustizia verso ogni persona. Benedici il loro amore, mantienilo vivo nella freschezza di una fedeltà sempre nuova, rendilo irradiante ed operoso nel seno del Tuo popolo e custodisci nella gioia il loro dono reciproco, perché sia segno per tutti della vocazione all’amore che hai posto nel cuore di ciascuno, come immagine fedele di Te. Te lo chiediamo per Cristo, Sposo della Chiesa, nello Spirito dell’eterna alleanza nuziale, confidando nell’intercessione di Maria, la Sposa delle nozze eterne. Amen.

8. Decalogo dell’Amore coniugale e familiare. Questo decalogo, che ho scritto anni fa insieme ad alcune coppie e che ha aiutato tante di esse a verificarsi sull’amore e a viverne i colori, meravigliosi e talvolta difficili, potrà servire anche a Te / a Voi due come semplice guida a fare un esame di coscienza, che spero sia opportuno e proficuo. Te / Ve lo offro come un mio piccolo dono d’amore:

1. Rispetta la persona dell’altro come mistero
2. Sforzati di capire le ragioni dell’altro
3. Prendi sempre l’iniziativa di perdonare e di donare
4. Sii trasparente con l’altro e ringraziala/o della sua trasparenza con te
5. Ascolta sempre l’altro, senza trovare alibi per chiuderTi o evadere da lui/lei
6. Rispetta i figli come persone libere
7. Dà ai tuoi figli ragioni di vita e di speranza, insieme al tuo sposo/alla tua sposa
8. Lasciati mettere in discussione dalle attese dei figli e sappi discuterne con loro
9. Chiedi ogni giorno a Dio un amore più grande
10. Sforzati di essere per l’altro e per i figli dono e testimonianza di Lui.
Il Signore porti a compimento l’opera bella che ha iniziato in Te / in Voi…

Publié dans:Bruno Forte |on 13 janvier, 2010 |Pas de commentaires »

buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno banksia_blechnifolia_368

Southern Blechnum Banksia

http://www.floralimages.co.uk/index2.htm

Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 13 janvier, 2010 |Pas de commentaires »

Guigo il Certosino: « Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100113

Mercoledì della I settimana delle ferie del Tempo Ordinario : Mc 1,29-39
Meditazione del giorno
Guigo il Certosino (1083-1136), priore della Grande Certosa
Meditazioni 1, 1-49 ; SC 163, 127

« Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava »

      Gesù stesso, che è Dio e Signore, la cui fortezza non aveva bisogno di trovare sostegno in alcun ritiro, e non veniva intralciata dalla compagnia degli uomini, purtuttavia ebbe cura di lasciarci un esempio. Prima del suo ministero di predicazione e prima di fare miracoli, si è sottomesso, nella solitudine, alla prova della tentazione e del digiuno (Mt 4,1s). La Scrittura ci riferisce che, trascurata la folla dei discepoli, saliva sul monte a pregare, solo (Mc 6,46). Poi, nell’ora in cui la sua Passione si avvicina, abbandona i suoi discepoli per andare a pregare solo (Mt 26,36). Questo è un esempio adatto per farci capire quanti vantaggi la preghiera trae dalla solitudine, visto che egli non vuole pregare accanto a dei compagni, fossero anche i suoi apostoli.

      Non bisogna passare sotto silenzio tale mistero che ci riguarda tutti. Lui, il Signore, il Salvatore del genere umano, offre nella sua persona un esempio vivo: solo, nel deserto, si dedica alla preghiera e agli esercizi della vita interiore – il digiuno, le veglie, e altri frutti di penitenza – superando così le tentazioni dell’Avversario con le armi dello Spirito.

      O Gesù, accetto che all’esterno, non ci sia nessuno con me; ma purché dentro di me, io sia maggiormente con te. Guai all’uomo solitario, se non sei con lui! Quanti uomini mentre stanno nella folla, sono veramente soli, perché non sono con te. Vorrei, con te, non essere mai solo. Poiché in questo momento, anche se nessuno è con me, io non sono solo: da solo sono una folla.

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 13 janvier, 2010 |Pas de commentaires »

Anna, 1Sam 1,1ss

Anna, 1Sam 1,1ss dans immagini sacre VictorsAnnaConsegnaSamuele1

http://www.conmaria.it/Samuele_Anna.htm

Publié dans:immagini sacre |on 12 janvier, 2010 |Pas de commentaires »

Il sinassario bizantino nella quaresima di Natale : I profeti e i santi che annunciano l’Incarnazione di Cristo

dal sito:

http://famigliacattolica.freeforumzone.leonardo.it/discussione.aspx?idd=8976438&a=2

Il sinassario bizantino nella quaresima di Natale

I profeti e i santi che annunciano l’Incarnazione di Cristo 

di Manuel Nin

Nella tradizione bizantina a metà novembre inizia la quaresima di Natale, una preparazione fatta in un modo discreto e umile. Diverse celebrazioni ne scandiscono il percorso:  il concepimento di sant’Anna; le commemorazioni di profeti, dottori, monaci, le due domeniche prima di Natale chiamate dei progenitori e dei santi Padri. La liturgia bizantina prepara l’umiliazione (kènosis) del Verbo di Dio nell’umiltà della liturgia. Nel sinassario di dicembre ricorrono la Madre di Dio, profeti, martiri, vescovi, monaci, come se la liturgia volesse radunare questi grandi cristiani – e noi con loro – per preparare e testimoniare il mistero dell’Incarnazione.

La Madre di Dio è presente nella festa del concepimento di sant’Anna, « madre della Madre di Dio », che contempla la benedizione di Dio verso Gioacchino e Anna, con la divina maternità di Maria:  « Una coppia di sposi produce la venerabile e divina giovenca dalla quale in modo inesprimibile procederà il vero vitello grasso, immolato per il mondo intero; lo straordinario mistero, profetizzato dall’eternità, si mostra oggi in un infante nei lombi della casta Anna:  è Maria, la bimba divina, preparata per divenire dimora dell’universale Re dei secoli e per riplasmare la nostra stirpe ».

Cinque profeti – Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Daniele – vengono celebrati con i tre fanciulli Anania, Azaria e Misaele come coloro che hanno preannunciato l’avvento di Cristo:  « Stando sulla sua divina vedetta, il venerabile Abacuc ha udito il mistero ineffabile del tuo avvento fra noi, o Cristo, e profetizza l’annuncio che si farà di te, poiché vede in anticipo i sapienti apostoli come cavalli che sconvolgono il mare delle genti numerose ». Daniele e i tre fanciulli sono presentati come modelli di vita integra e di virtù, « che, non d’oro per natura, si rivelano più provati dell’oro:  infatti, non li fuse il fuoco della fornace, ma li conservò illesi ». E Daniele è cantato come profeta della divinità di Cristo e della divina maternità di Maria:  « Si onori ora Daniele, sommo tra i profeti:  egli vide infatti il Cristo Dio nostro come pietra tagliata, non per mano d’uomo, dal monte che è la pura Madre di Dio ».

Quattro martiri – Barbara, Lucia, Sebastiano, Bonifacio – sono ricordati in dicembre. Per Barbara la liturgia bizantina sottolinea il ruolo della croce dove la martire, come Cristo, vince la morte. E di Lucia il tropario della festa mette in evidenza la dimensione sponsale della martire, della Chiesa e dell’anima di ogni cristiano:  « Te, mio sposo, io desidero, e per cercare te combatto, sono con te crocifissa e con te sepolta nel tuo battesimo; soffro con te, per poter regnare con te, e muoio per te, per vivere in te ».

Grandi vescovi e Padri della Chiesa – Giovanni Damasceno, Nicola di Mira, Ambrogio di Milano, Spiridione e Ignazio di Antiochia – sono radunati in questo periodo. Il Damasceno è presentato come teologo e cantore della fede:  « Sapientissimo padre Giovanni, hai fatto bella la Chiesa con inni, cantando con alta ispirazione, toccando la tua cetra, o padre, per l’energia dello Spirito, a imitazione di quella armoniosissima di Davide ». Di Nicola la tradizione bizantina mette in risalto la figura di taumaturgo e intercessore:  « Pastori e maestri, conveniamo insieme per lodare il pastore emulo del buon pastore; i malati facendo l’elogio del medico; quelli che sono nei pericoli, del liberatore; i peccatori, dell’avvocato; i poveri, del tesoro, gli afflitti, del conforto; i viaggiatori, del compagno di viaggio; quelli che sono in mare, del nocchiero ».

Ambrogio, uno dei pochi Padri latini presenti nel sinassario bizantino, è presentato come difensore della vera professione di fede della Chiesa:  « Padre santo, Ambrogio sacratissimo, lira che canta per tutti noi la melodia salvifica delle dottrine ortodosse, cetra sonora del divino Paraclito; grande strumento di Dio, tu proclami con chiarezza un unico Figlio in due nature, fatto carne, che si è manifestato a noi dall’ignara di nozze, e che è consustanziale al Padre, al Padre coeterno e a lui naturalmente unito; hai così represso con la potenza dello Spirito la blasfema loquacità di Ario ».

Ignazio di Antiochia viene celebrato alle porte del Natale con un intreccio di testi ispirati o presi dalle sue lettere:  « O ferito dalla carità perfetta, quando la folgorante passione infiammò la tua anima, o sacratissimo, affrettandoti, o padre, ad andare verso il Sovrano, gridasti quella parola degna d’esser celebrata:  Frumento del Creatore io sono, e bisogna che io sia macinato dai denti delle fiere, affinché io divenga purissimo pane per il Verbo Dio nostro ».

Tra i santi monaci di questo periodo – Saba, Patapio, Daniele Stilita – in modo speciale viene celebrato san Saba, « simile agli angeli, compagno dei santi, consorte dei profeti, coerede dei martiri e degli apostoli, lampada inestinguibile della continenza, tersissimo luminare dei monaci, risplendente per i fulgori della carità ». La Madre di Dio, i profeti, i martiri, i Padri e i monaci sono così i punti di riferimento verso la celebrazione e la contemplazione dell’Incarnazione del Verbo, il nuovo bambino e Dio prima dei secoli.

(L’Osservatore Romano – 13 dicembre 2009)

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Riflessione del Papa a 20 anni dalla caduta del Muro di Berlino

dal  sito:

http://www.zenit.org/article-20628?l=italian

Riflessione del Papa a 20 anni dalla caduta del Muro di Berlino

Discorso dopo il Concerto in suo onore nella Cappella Sistina

CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 6 dicembre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il testo del discorso che Benedetto XVI ha pronunciato venerdì pomeriggio dopo il Concerto in suo onore svoltosi nella Cappella Sistina, offerto dal Presidente della Repubblica Federale di Germania, Horst Köhler, in occasione del 60° anniversario della fondazione della Repubblica e del 20° della caduta del muro di Berlino.

* * *

Cari amici,

riesce difficile parlare ancora dopo una musica tanto maestosa e profondamente toccante. Ma per quanto povera essa possa essere, ritengo sia opportuna una parola di saluto, di ringraziamento e di riflessione. Vorrei così salutare di cuore tutti Voi qui convenuti nella Cappella Sistina. Innanzitutto sono grato al Signor Presidente Federale e alla sua gentile Consorte perché ci onorano stasera della loro presenza. Caro Signor Presidente Federale, la Sua visita è un vero piacere per me. Con ciò, Ella esprime la vicinanza e l’affetto del Popolo tedesco al Successore di Pietro, che è Suo connazionale. Un sentito Vergelt’s Gott («Dio Vi renda merito») anche per le Sue gentili parole che entrano in profondità, e per il fatto che Ella ha reso possibile questa serata per noi. Parimenti ringrazio di cuore il Domkapellmeister, Signor Reinhard Kammler, gli Augsburger Domsingknaben e la Residenz-Kammerorchester München per la magistrale esecuzione di questo magnifico Oratorio. Grazie per questo meraviglioso dono!

L’occasione di questa serata solenne è – come abbiamo sentito – duplice. Da un lato, quest’anno celebriamo i 60 anni della fondazione della Repubblica Federale di Germania, con la firma della Legge Fondamentale il 23 maggio 1949; dall’altro, ricordiamo il 20° anniversario della caduta del Muro di Berlino, quella frontiera di morte che per tanti anni aveva diviso la nostra patria e aveva separato a forza uomini, famiglie, vicini e amici. Molti allora avevano avvertito gli avvenimenti del 9 novembre 1989 come gli albori inaspettati della libertà, dopo una lunga e sofferta notte di violenza ed oppressione per un sistema totalitario che, alla fin fine, conduceva in un nichilismo, in uno svuotamento delle anime. Nella dittatura comunista, non vi era azione alcuna che sarebbe stata ritenuta male in sé e sempre immorale. Ciò che serviva agli obiettivi del partito era buono – per quanto disumano poteva pur essere. Oggi, qualcuno si domanda se l’ordine sociale occidentale sia tanto migliore e più umanitario. Di fatto, la storia della Repubblica Federale di Germania ne è una prova. E ciò lo dobbiamo in buona parte alla Legge Fondamentale. Tale Costituzione ha contribuito essenzialmente allo sviluppo pacifico della Germania nei sei decenni trascorsi. Perché essa esorta gli uomini a dare, in responsabilità davanti a Dio Creatore, alla dignità umana la priorità in ogni legislazione statale, a rispettare il matrimonio e la famiglia quali fondamento di ogni società, nonché ad avere riguardo e profondo rispetto per quanto è sacro agli altri. Che i cittadini della Germania, nell’adempiere il dovere del rinnovamento spirituale-politico, dopo il nazionalsocialismo e dopo il Secondo Conflitto Mondiale, come è stato espresso nella Legge Fondamentale, possano continuare a collaborare per la costruzione di una società libera e sociale.

Cari amici, guardando la storia della nostra Patria negli ultimi sessant’anni, abbiamo motivo di ringraziare Dio con tutta l’anima. E con questo siamo consapevoli che tale sviluppo non è nostro merito. Esso è stato reso possibile da uomini che hanno agito con una profonda convinzione cristiana nella responsabilità davanti a Dio, avviando così processi di riconciliazione che hanno permesso un nuovo rapporto vicendevole e comunitario dei Paesi europei. La storia dell’Europa nel xx secolo dimostra che la responsabilità davanti a Dio è di importanza decisiva per il retto agire politico (cfr. l’Enciclica Caritas in veritate). Dio ricongiunge gli uomini in una vera comunione, ed Egli fa capire al singolo che nella comunione con l’altro è pur presente Uno più grande, il Quale è la causa originaria della nostra vita e del nostro essere insieme. Ciò si manifesta a noi, in modo particolare, anche nel mistero del Natale, dove questo Dio si avvicina nel suo amore, dove Egli stesso da uomo, da bambino chiede il nostro amore.

Un passo dell’Oratorio di Natale illustra in modo impressionante questa comunione che si fonda nell’amore e aspira all’amore eterno: Maria si trattiene presso la mangiatoia e ascolta le parole dei pastori diventati testimoni e annunciatori del messaggio degli angeli su quel bambino. Questo momento, nel quale Ella serba quanto avvenuto meditandolo nel cuore (cfr. Lc 2, 19), Bach lo trasforma, con la stupenda aria per contralto, in un invito a ciascuno:

Racchiudi, o mio cuore,
questo miracolo di beatitudine
saldamente nella tua fede!
Che questo miracolo,
quest’opera divina
sempre rafforzi la tua debole fede!

Ogni uomo, nella comunione con Gesù Cristo, può essere per l’altro un mediatore verso Dio. Nessuno crede per sé solo, ognuno vive nella propria fede anche grazie a mediazioni umane. Da sola, però, nessuna di esse sarebbe sufficiente per gettare il ponte verso Dio, perché nessun uomo può ricavare da ciò che è assoluta garanzia dell’esistenza e della vicinanza di Dio. Ma nella comunione con Colui che in se stesso è tale vicinanza, noi uomini possiamo essere – e lo siamo – mediatori gli uni per gli altri. Come tali saremo capaci di suscitare un nuovo modo di pensare e di generare nuove energie nel servizio di un umanesimo integrale.

Il mio ringraziamento va ancora ai promotori di questa bella serata, ai musicisti e a tutti coloro che hanno reso possibile la realizzazione di questo concerto tramite il loro generoso contributo. La splendida musica che abbiamo ascoltato nel singolare ambiente della Cappella Sistina rafforzi la nostra fede e la nostra gioia nel Signore, affinché possiamo essere Suoi testimoni nel mondo. A tutti imparto di cuore la mia Benedizione Apostolica.

Traduzione dall’originale in tedesco a cura de L’Osservatore Romano

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Svalbard – Artic Norway – 80° parallels –

Svalbard - Artic Norway - 80° parallels -  dans immagini buon...notte, giorno

http://www.tunliweb.no/SM/alb_svalbard.htm

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