Archive pour décembre, 2009

Jesus Christ born

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Publié dans:immagini sacre |on 20 décembre, 2009 |Pas de commentaires »

Magnificat: Dal «Commento su san Luca» di san Beda il Venerabile, sacerdote

dal sito:

http://www.maranatha.it/Festiv2/avvento/avvB4Page.htm

Magnificat

Dal «Commento su san Luca» di san Beda il Venerabile, sacerdote

(1, 46-55; CCL 120, 37-39)
«Maria disse: L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore» (Lc 1, 46). Dice: il Signore mi ha innalzato con un dono così grande e così inaudito che non è possibile esprimerlo con nessun linguaggio: a stento lo può comprendere il cuore nel profondo. Levo quindi un inno di ringraziamento con tutte le forze della mia anima e mi do, con tutto quello che vivo e sento e comprendo, alla contemplazione della grandezza senza fine di Dio, poiché il mio spirito si allieta della eterna divinità di quel medesimo Gesù, cioè del Salvatore, di cui il mio seno è reso fecondo con una concezione temporale.
Perché ha fatto in me cose grandi l’Onnipotente, e santo è il suo nome (cfr. Lc 1, 49). Si ripensi all’inizio del cantico dove è detto: «L’anima mia magnifica il Signore». Davvero solo quell’anima a cui il Signore si è degnato di fare grandi cose può magnificarlo con lode degna ed esortare quanti sono partecipi della medesima promessa e del medesimo disegno di salvezza: Magnificate con me il Signore, esaltiamo insieme il suo nome (cfr. Sal 33, 4). Chi trascurerà di magnificare, per quanto sta in lui, il Signore che ha conosciuto e di santificare il nome, «sarà considerato il minimo nel regno dei cieli» (Mt 5, 19).
Il suo nome poi è detto santo perché con il fastigio della sua singolare potenza trascende ogni creatura ed è di gran lunga al di là di tutto quello che ha fatto.
«Ha soccorso Israele suo servo, ricordandosi della sua misericordia» (Lc 1, 54). Assai bene dice Israele servo del Signore, cioè ubbidiente e umile, perché da lui fu accolto per essere salvato, secondo quanto dice Osea: Israele è mio servo e io l’ho amato (cfr. Os 11, 1). Colui infatti che disdegna di umiliarsi non può certo essere salvato né dire con il profeta: «Ecco, Dio è il mio aiuto, il Signore mi sostiene» (Sal 53, 6) e: «Chiunque diventerà piccolo come un bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli» (cfr. Mt 18, 4).
«Come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre» (Lc 1, 55). Si intende la discendenza spirituale, non carnale, di Abramo; sono compresi, cioè, non solo i generati secondo la carne, ma anche coloro che hanno seguito le orme della sua fede, sia nella circoncisione sia nell’incirconcisione. Anche lui credette quando non era circonciso, e gli fu ascritto a giustizia. La venuta del Salvatore fu promessa ad Abramo e alla sua discendenza, cioè ai figli della promessa, ai quali è detto: «Se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa» (Gal 3, 29). E’ da rivelare poi che le madri, quella del Signore e quella di Giovanni, prevengono profetando la nascita dei figli: e questo è bene perché come il peccato ebbe inizio da una donna, così da donne comincino anche i benefici, e come il mondo ebbe la morte per l’inganno di una donna, così da due donne, che a gara profetizzano, gli sia restituita la vita.

Papa Benedetto – Natale 2008

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2008/documents/hf_ben-xvi_hom_20081224_christmas_it.html

SANTA MESSA DI MEZZANOTTE

SOLENNITÀ DEL NATALE DEL SIGNORE

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana
Giovedì, 25 dicembre 2008 

Cari fratelli e sorelle!

“Chi è pari al Signore nostro Dio che siede nell’alto e si china a guardare nei cieli e sulla terra?” Così canta Israele in uno dei suoi Salmi (113 [112], 5s), in cui esalta insieme la grandezza di Dio e la sua benevola vicinanza agli uomini. Dio dimora nell’alto, ma si china verso il basso… Dio è immensamente grande e di gran lunga al di sopra di noi. È questa la prima esperienza dell’uomo. La distanza sembra infinita. Il Creatore dell’universo, Colui che guida il tutto, è molto lontano da noi: così sembra inizialmente. Ma poi viene l’esperienza sorprendente: Colui al quale nessuno è pari, che “siede nell’alto”, Questi guarda verso il basso. Si china in giù. Egli vede noi e vede me. Questo guardare in giù di Dio è più di uno sguardo dall’alto. Il guardare di Dio è un agire. Il fatto che Egli mi vede, mi guarda, trasforma me e il mondo intorno a me. Così il Salmo continua immediatamente: “Solleva l’indigente dalla polvere…” Con il suo guardare in giù Egli mi solleva, benevolmente mi prende per mano e mi aiuta a salire, proprio io, dal basso verso l’alto. “Dio si china”. Questa parola è una parola profetica. Nella notte di Betlemme, essa ha acquistato un significato completamente nuovo. Il chinarsi di Dio ha assunto un realismo inaudito e prima inimmaginabile. Egli si china – viene, proprio Lui, come bimbo giù fin nella miseria della stalla, simbolo di ogni necessità e stato di abbandono degli uomini. Dio scende realmente. Diventa un bambino e si mette nella condizione di dipendenza totale che è propria di un essere umano appena nato. Il Creatore che tutto tiene nelle sue mani, dal quale noi tutti dipendiamo, si fa piccolo e bisognoso dell’amore umano. Dio è nella stalla. Nell’Antico Testamento il tempio era considerato quasi come lo sgabello dei piedi di Dio; l’arca sacra come il luogo in cui Egli, in modo misterioso, era presente in mezzo agli uomini. Così si sapeva che sopra il tempio, nascostamente, stava la nube della gloria di Dio. Ora essa sta sopra la stalla. Dio è nella nube della miseria di un bimbo senza albergo: che nube impenetrabile e tuttavia – nube della gloria! In che modo, infatti, la sua predilezione per l’uomo, la sua preoccupazione per lui potrebbe apparire più grande e più pura? La nube del nascondimento, della povertà del bambino totalmente bisognoso dell’amore, è allo stesso tempo la nube della gloria. Perché niente può essere più sublime, più grande dell’amore che in questa maniera si china, discende, si rende dipendente. La gloria del vero Dio diventa visibile quando ci si aprono gli occhi del cuore davanti alla stalla di Betlemme.

Il racconto del Natale secondo san Luca, che abbiamo appena ascoltato nel brano evangelico, ci narra che Dio ha un po’ sollevato il velo del suo nascondimento dapprima davanti a persone di condizione molto bassa, davanti a persone che nella grande società erano piuttosto disprezzate: davanti ai pastori che nei campi intorno a Betlemme facevano la guardia agli animali. Luca ci dice che queste persone “vegliavano”. Possiamo così sentirci richiamati a un motivo centrale del messaggio di Gesù, in cui ripetutamente e con crescente urgenza fino all’Orto degli ulivi torna l’invito alla vigilanza – a restare svegli per accorgersi della venuta del Signore ed  esservi preparati. Pertanto anche qui la parola significa forse più del semplice essere esternamente svegli durante l’ora notturna. Erano persone veramente vigilanti, nelle quali il senso di Dio e della sua vicinanza era vivo. Persone che erano in attesa di Dio e non si rassegnavano all’apparente lontananza di Lui nella vita di ogni giorno. Ad un cuore vigilante può essere rivolto il messaggio della grande gioia: in questa notte è nato per voi il Salvatore. Solo il cuore vigilante è capace di credere al messaggio. Solo il cuore vigilante può infondere il coraggio di incamminarsi per trovare Dio nelle condizioni di un bambino nella stalla. Preghiamo in quest’ora il Signore affinché aiuti anche noi a diventare persone vigilanti.

San Luca ci racconta inoltre che i pastori stessi erano “avvolti” dalla gloria di Dio, dalla nube di luce, si trovavano nell’intimo splendore di questa gloria. Avvolti dalla nube santa ascoltano il canto di lode degli angeli: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini della sua benevolenza”. E chi sono questi uomini della sua benevolenza se non i piccoli, i vigilanti, quelli che sono in attesa, sperano nella bontà di Dio e lo cercano guardando verso di Lui da lontano?

Nei Padri della Chiesa si può trovare un commento sorprendente circa il canto con cui gli angeli salutano il Redentore. Fino a quel momento – dicono i Padri – gli angeli avevano conosciuto Dio nella grandezza dell’universo, nella logica e nella bellezza del cosmo che provengono da Lui e Lo rispecchiano. Avevano accolto, per così dire, il muto canto di lode della creazione e l’avevano trasformato in musica del cielo. Ma ora era accaduta una cosa nuova, addirittura sconvolgente per loro. Colui di cui parla l’universo, il Dio che sostiene il tutto e lo porta in mano – Egli stesso era entrato nella storia degli uomini, era diventato uno che agisce e soffre nella storia. Dal gioioso turbamento suscitato da questo evento inconcepibile, da questa seconda e nuova maniera in cui Dio si era manifestato – dicono i Padri – era nato un canto nuovo, una strofa del quale il Vangelo di Natale ha conservato per noi: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini”. Possiamo forse dire che, secondo la struttura della poesia ebraica, questo doppio versetto nei suoi due brani dice in fondo la stessa cosa, ma da un punto di vista diverso. La gloria di Dio è nel più alto dei cieli, ma questa altezza di Dio si trova ora nella stalla, ciò che era basso è diventato sublime. La sua gloria è sulla terra, è la gloria dell’umiltà e dell’amore. E ancora: la gloria di Dio è la pace. Dove c’è Lui, là c’è pace. Egli è là dove gli uomini non vogliono fare in modo autonomo della terra il paradiso, servendosi a tal fine della violenza. Egli è con le persone dal cuore vigilante; con gli umili e con coloro che corrispondono alla sua elevatezza, all’elevatezza dell’umiltà e dell’amore. A questi dona la sua pace, perché per loro mezzo la pace entri in questo mondo.

Il teologo medioevale Guglielmo di S. Thierry ha detto una volta: Dio – a partire da Adamo – ha visto che la sua grandezza provocava nell’uomo resistenza; che l’uomo si sente limitato nel suo essere se stesso e minacciato nella sua libertà. Pertanto Dio ha scelto una via nuova. È diventato un Bambino. Si è reso dipendente e debole, bisognoso del nostro amore. Ora – ci dice quel Dio che si è fatto Bambino – non potete più aver paura di me, ormai potete soltanto amarmi.

Con tali pensieri ci avviciniamo in questa notte al Bambino di Betlemme – a quel Dio che per noi ha voluto farsi bambino. Su ogni bambino c’è il riverbero del bambino di Betlemme. Ogni bambino chiede il nostro amore. Pensiamo pertanto in questa notte in modo particolare anche a quei bambini ai quali è rifiutato l’amore dei genitori. Ai bambini di strada che non hanno il dono di un focolare domestico. Ai bambini che vengono brutalmente usati come soldati e resi strumenti della violenza, invece di poter essere portatori della riconciliazione e della pace. Ai bambini che mediante l’industria della pornografia e di tutte le altre forme abominevoli di abuso vengono feriti fin nel profondo della loro anima. Il Bambino di Betlemme è un nuovo appello rivolto a noi, di fare tutto il possibile affinché finisca la tribolazione di questi bambini; di fare tutto il possibile affinché la luce di Betlemme tocchi i cuori degli uomini. Soltanto attraverso la conversione dei cuori, soltanto attraverso un cambiamento nell’intimo dell’uomo può essere superata la causa di tutto questo male, può essere vinto il potere del maligno. Solo se cambiano gli uomini, cambia il mondo e, per cambiare, gli uomini hanno bisogno della luce proveniente da Dio, di quella luce che in modo così inaspettato è entrata nella nostra notte.

E parlando del Bambino di Betlemme pensiamo anche alla località che risponde al nome di Betlemme; pensiamo a quel Paese in cui Gesù ha vissuto e che Egli ha amato profondamente. E preghiamo affinché lì si crei la pace. Che cessino l’odio e la violenza. Che si desti la comprensione reciproca, si realizzi un’apertura dei cuori che apra le frontiere. Che scenda la pace di cui hanno cantato gli angeli in quella notte.

Nel Salmo 96 [95] Israele, e con esso la Chiesa, lodano la grandezza di Dio che si manifesta nella creazione. Tutte le creature vengono chiamate ad aderire a questo canto di lode, e allora lì si trova anche l’invito: “Si rallegrino gli alberi della foresta davanti al Signore che viene” (12s). La Chiesa legge anche questo Salmo come una profezia e, insieme, come un compito. La venuta di Dio a Betlemme fu silenziosa. Soltanto i pastori che vegliavano furono per un momento avvolti nello splendore luminoso del suo arrivo e poterono ascoltare una parte di quel canto nuovo che era nato dalla meraviglia e dalla gioia degli angeli per la venuta di Dio. Questo venire silenzioso della gloria di Dio continua attraverso i secoli. Là dove c’è la fede, dove la sua parola viene annunciata ed ascoltata, Dio raduna gli uomini e si dona loro nel suo Corpo, li trasforma nel suo Corpo. Egli “viene”. E così si desta il cuore degli uomini. Il canto nuovo degli angeli diventa canto degli uomini che, attraverso tutti i secoli in modo sempre nuovo, cantano la venuta di Dio come bambino e, a partire dal loro intimo, diventano lieti. E gli alberi della foresta si recano da Lui ed esultano. L’albero in Piazza san Pietro parla di Lui, vuole trasmettere il suo splendore e dire: Sì, Egli è venuto e gli alberi della foresta lo acclamano. Gli alberi nelle città e nelle case dovrebbero essere più di un’usanza festosa: essi indicano Colui che è la ragione della nostra gioia – il Dio che viene, il Dio che per noi si è fatto bambino. Il canto di lode, nel più profondo, parla infine di Colui che è lo stesso albero della vita ritrovato. Nella fede in Lui riceviamo la vita. Nel Sacramento dell’Eucaristia Egli si dona a noi – dona una vita che giunge fin nell’eternità. In quest’ora noi aderiamo al canto di lode della creazione e la nostra lode è allo stesso tempo una preghiera: Sì, Signore, facci vedere qualcosa dello splendore della tua gloria. E dona la pace sulla terra. Rendici uomini e donne della tua pace. Amen.

buona notte

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http://www.siguiendosuspisadas.com.ar/tapices3.htm

Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 20 décembre, 2009 |Pas de commentaires »

San Giovanni Crisostomo: «Il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo»

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20091220

IV Domenica di Avvento – Anno C : Lc 1,39-45
Meditazione del giorno
San Giovanni Crisostomo (c. 345-407), sacerdote ad Antiochia poi vescovo di Costantinopoli, dottore della Chiesa
Omelia attribuita

«Il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo»

     Quale mistero nuovo e mirabile! Giovanni non è ancora nato e già parla con i suoi sussulti; non appare ancora e già proferisce avvertimenti; non può ancora gridare e già si fa sentire con degli atti; non ha ancora iniziato la sua vita e già predica Dio; non vede ancora la luce e già mostra il sole; non è ancora messo al mondo e già si affretta ad agire da precursore. Il Signore è lì: egli non riesce a trattenersi, non sopporta di aspettare i limiti stabiliti dalla natura, ma si sforza di infrangere la prigione del grembo materno e cerca di far conoscere  subito la venuta del Salvatore. «È arrivato, dice, colui che spezza i legami. E io resto incatenato, sono ancora costretto a rimanere qui? Il Verbo viene per ristabilire ogni cosa e io resto ancora prigioniero? Uscirò, correrò davanti a lui e annuncerò a tutti: «Ecco l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo!» (Gv 1,29)

      Ma dicci, Giovanni, ancora trattenuto nell’oscurità del seno di tua madre, come fai a vedere e sentire? Come fai a contemplare le cose divine? Come puoi tu sussultare ed esultare? «Grande, dice lui, è il mistero che si compie, è un atto che sfugge alla comprensione dell’uomo. A buon diritto innovo nell’ordine naturale a causa di colui che deve innovare nell’ordine soprannaturale. Io vedo, ancor prima di nascere, perché vedo in gestazione il Sole di giustizia (Ml 3,20). Percepisco con l’udito, perché venendo al mondo io sono la voce che precede il grande Verbo. Grido, perché contempo, rivestito della sua carne, il Figlio unigenito del Padre. Esulto, perché vedo il Creatore dell’universo ricevere la forma umana. Sobbalzo, perché penso che il Redentore del mondo ha preso corpo. Io sono il precursore della sua venuta e precedo la vostra testimonianza con la mia».

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 20 décembre, 2009 |Pas de commentaires »

Luk-01,39_Mary visits Elizabeth_La visitation

Luk-01,39_Mary visits Elizabeth_La visitation  dans immagini sacre 14%20HUMANAE%20SALVATION%20THE%20VISITATION

http://www.artbible.net/3JC/-Luk-01,39_Mary%20visits%20Elizabeth_La%20visitation/index2.html

Publié dans:immagini sacre |on 19 décembre, 2009 |Pas de commentaires »

Omelia (20-12-2009) : Dio viene come vita e come gioia

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/16887.html

Omelia (20-12-2009) 
padre Ermes Ronchi

Dio viene come vita e come gioia

Nel Vangelo profetizzano per prime le madri, due donne con il grembo carico di cie­lo, abitate da figli inesplica­bili. Maria ed Elisabetta so­no i primi profeti del Nuovo Testamento: la prima pa­rola di Dio è la vita.
Dio viene come vita. Due donne, la vergine e la sterile, entrambe incinte in mo­do «impossibile» annun­ciano che viene nel mondo un «di più», viene ciò che l’uomo da solo non può darsi.
Dio viene come gioia. Per due volte Luca ripete che il bambino salta di gioia nel grembo. In quel bambino è l’umanità intera che speri­menta che Dio dà gioia, la terra intera che freme per le energie divine che in essa sono deposte ogni giorno.
Dio viene come abbraccio. La preghiera di Maria non nasce nella solitudine, ma nell’abbraccio di due don­ne, in uno spazio di affetto. Dio viene nelle mie relazio­ni, mediato da persone, da incontri, da dialoghi, da ab­bracci. «Le mie braccia allargate sono appena l’ini­zio del cerchio. Un Amore più vasto lo compirà» (M. Guidacci).
«Benedetta tu fra le donne!» La prima parola di Elisa­betta è una benedizione che da Maria discende su tutte le donne. Benedetta sei tu fra le donne che sono, tutte, benedette. Ad ogni frammento, ad ogni atomo di Maria, sparso nel mon­do e che ha nome donna (G. Vannucci) vorrei ripete­re la profezia di Elisabetta: che tu sia benedetta, che benefico agli umani sia il frutto dell’intera tua vita.
Ogni prima parola tra gli uomini dovrebbe avere il «primato della benedizio­ne». Dire a qualcuno «ti be­nedico!» significa vedere il bene in lui, prima di tutto il bene e la luce, e il buon gra­no, con uno sguardo di stu­pore, senza rivalità, senza invidia. Se non imparo a benedire chi ho accanto, la vita, non potrò mai essere felice.
Ogni prima parola con Dio abbia il primato del ringra­ziamento. Come fa Maria con il suo Magnificat, che è il suo Vangelo: la lieta noti­zia dell’innamoramento di Dio, che ha posto le sue ma­ni nel folto della vita. Per dieci volte Maria ripete: è lui, è lui che guarda, è lui che innalza, è lui che riem­pie, è lui. Il centro del cristianesimo è ciò che Dio fa per me, non ciò che io fac­cio per Dio. Anch’io abiterò la vita con tutta la mia complessità, con la parte di Zaccaria che fatica a credere, di Elisa­betta che sa benedire, con la parte di Maria che sa lo­dare, di Giovanni che sa danzare, portando in mol­ti modi il Signore nel mon­do. E forse verrà pronunciata anche per me la paro­la: Benedetto sei tu perché porti il Signore, come Ma­ria. 

La Vita si prepara un corpo – Omelia per domani 20 dicembre

dal sito:

http://www.zenit.org/article-20788?l=italian

La Vita si prepara un corpo

di padre Angelo del Favero*

ROMA, venerdì, 11 dicembre 2009 (ZENIT.org).- “In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto” (Lc 1,39-45).

“E’ impossibile infatti che il sangue di tori e di capri elimini i peccati. Per questo, entrando nel mondo Cristo dice: “Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. (…). Allora ho detto: “Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà”.(…). Così egli abolisce il primo sacrificio per costituire quello nuovo. Mediante quella volontà siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre” (Eb 10,4-10).

“E tu, Betlemme di Efrata, così piccola per essere fra i villaggi di Giuda, da te uscirà per me colui che deve essere il dominatore in Israele; le sue origini sono dall’antichità, dai giorni più remoti. Perciò Dio li metterà in potere altrui fino a quando partorirà colei che deve partorire; e il resto dei tuoi fratelli ritornerà ai figli di Israele. Egli stesso sarà la pace!” (Mi 5,1-4a).

Il cuore pulsante di questa IV Domenica d’Avvento, mentre ormai “colei che deve partorire” è prossima alle doglie (il profeta Michea si rivolge a Betlemme come ad una donna incinta dalla quale sta per uscire il Messia), batte dentro queste parole: “Tu non hai voluto né sacrificio né offerta..un corpo invece mi hai preparato. Allora ho detto: ecco io vengo per fare, o Dio, la tua volontà” (Eb 10,5-7).

Questo è il messaggio del Natale: il culto gradito a Dio non può accontentarsi di devote liturgie e generose offerte, ma in primo luogo deve consistere nell’accoglienza nella fede del Verbo fatto carne nostra: Lui, Gesù, il Dio-con-noi; Lui, un “corpo”, cioè una persona che da nove mesi in Maria si sta preparando ad uscire alla luce; Lui, figlio “dell’uomo” come tutti i nati da donna, con ognuno dei quali si è identificato (Mt 25,40). L’espressione “un corpo mi hai preparato” si riferisce a molte preparazioni remote, rivelate dalla Scrittura.

Luca fa risalire la nascita di Gesù ad Adamo, capostipite del genere umano (Lc 3,38); Matteo ad Abramo, il padre dei credenti (Mt 1,1). Tutta la serie delle generazioni citate serve per dimostrare che “il piano di Dio non è improvviso: Dio dall’inizio prepara la venuta di Cristo e lo da’ nella pienezza del tempo. Una pienezza che, dal punto di vista umano è perlomeno sconcertante: il tempo non faceva sperare nulla, il luogo della nascita è un paese molto piccolo, Giuseppe è sì della stirpe di Davide, ma sconosciuto, con un lavoro modestissimo…Dio è padrone dell’impossibile e attua i suoi piani quando tutto invita a non pensarci più: lasciamolo fare anche nella nostra vita, non solo con rassegnazione, ma con fiducia piena” (A. Vanhoye, “Il pane quotidiano della Parola”, p. 40).

Queste preparazioni remote approdano e si compiono nell’ultima e decisiva preparazione: il corpo della persona della Immacolata Vergine Maria, preparazione meravigliosa operata dal suo stesso Figlio divino quando la preservò dal peccato originale per poter essere degnamente accolto nel suo grembo e diventare corpo come noi.

Certamente, perciò, il corpo preparato per l’incarnazione del Verbo è il corpo biologico del Signore: le sue mani, la sua bocca, il suo cuore, il corpo che ha vagito, che ha sorriso, che ha sudato sudore e sangue, il corpo dell’Uomo della Sindone. Ma la parola “corpo” dice molto più della biologia, dice la “persona”, una totalità costituita da “spirito, anima e corpo” (1 Ts 5,23), tre elementi che non possono essere pensati come qualcosa che l’essere umano ha o possiede. Il corpo è unità esistenziale: la realtà e verità del corpo è la persona stessa.

Perciò, riguardo a Gesù, non c’era prima il corpo biologico, preparato come un materiale in attesa e nel quale poi il Verbo si è incarnato. E nemmeno, naturalmente, il Verbo era corpo prima della sua incarnazione, quando sussisteva “in principio” (Gv 1,1) come persona divina.

Il Verbo eterno, pur attendendo un corpo “storico”, attendeva di essere corpo, attendeva il corpo come evento personale: l’assunzione della natura umana da parte della propria natura divina (Fil 2, 6-7). Il Padre, dal fondo interminabile dei secoli aveva preparato questo evento per il suo Figlio diletto e per noi. Il profeta infatti, voce di Dio e voce dell’umanità intera, annuncia l’incarnazione di Cristo con un “per me” (Mi 5,1) che orienta il nostro sguardo da Betlemme al Cenacolo: “Questo è il mio corpo, offerto in sacrificio per voi”.

Tutto ciò non è troppo lontano da ognuno di noi, anzi: ha a che fare con la nostra stessa origine. E’ nell’istante della fecondazione, infatti, che il corpo-persona, comincia ad esistere, e ad esistere dal nulla: un istante prima esisteva solo la cellula dell’ovulo femminile, non ancora fecondato. La fecondazione è perciò l’evento della creazione di ogni uomo da parte di Dio.

Nel caso unico del concepimento verginale di Gesù, tale evento fu miracolosamente operato dallo Spirito Santo, dopo il consenso di Maria. Il suo “eccomi” fu l’incipit dell’Incarnazione, evento che è descritto oggi da queste parole del Figlio di Dio: “Allora ho detto: ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà” (Eb 10,7).

La parola “allora…” indica che la decisione di incarnarsi presa dal Verbo eterno, fu conseguenza della risposta positiva di Maria all’angelo, il quale, raccoltala dalla sua bocca, “si allontanò da lei” (Lc 1,38b), per tornare al Padre e riferirla. Una decisione che è stata un sì alla vita umana e un sì alla vita di ogni uomo, in obbedienza al disegno del Padre. Ci accorgiamo allora, che l’inciso che troviamo in tale assenso di Cristo (“poiché di me sta scritto nel rotolo del libro”), corrisponde a “secondo la tua parola” (Lc 1,38a) nella risposta di Maria. Infatti il “rotolo del libro” è la Parola stessa di Dio, la Parola udita dalla Vergine con perfetta obbedienza di fede, tale da concepirla nel suo grembo.

Infine un’ultima osservazione. In quale momento sono state pronunciate le parole dell’assenso di Cristo alla propria incarnazione? Dice: “entrando nel mondo” (Eb 10,5). Non dunque prima di entrare, ma entrando, mentre entrava. E in quale mondo stava entrando il Creatore del mondo se non nel grembo della creatura Maria, che gliene apriva la porta con il suo “sì alla Vita” (Ap 3,20)?

Perciò le parole di Maria: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola” (Lc 1,38) furono la voce, e le parole di Cristo: “Allora ho detto: ecco, io vengo per fare o Dio la tua volontà” (Eb 10,7) furono l’eco di tale voce. Similmente a ciò che accadrà alcuni giorni dopo, quando la voce di Maria, raggiunte le orecchie di Elisabetta, risuonerà anche nel grembo dell’anziana parente, facendo sussultare di gioia il piccolo Giovanni Battista.
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* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E’ diventato carmelitano nel 1987. E’ stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.

Benedetto XVI: Gesù Cristo, Sapienza di Dio

dal sito:

http://www.zenit.org/article-20791?l=italian

Benedetto XVI: Gesù Cristo, Sapienza di Dio

Esorta gli universitari a essere operatori della carità intellettuale

CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 18 dicembre 2009 (ZENIT.org).- « Quella che nasce a Betlemme è la Sapienza di Dio », ha dichiarato Benedetto XVI questo giovedì pomeriggio nell’omelia dei Vespri che ha presieduto con gli universitari di Roma nella Basilica Vaticana,

Nella celebrazione che ha avuto luogo in preparazione al Natale, il Pontefice ha ricordato il « paradosso cristiano » che consiste « nell’identificazione della Sapienza divina, cioè il Logos eterno, con l’uomo Gesù di Nazaret e con la sua storia ».

« Non c’è soluzione a questo paradosso se non nella parola ‘Amore’, che in questo caso va scritta naturalmente con la ‘A’ maiuscola, trattandosi di un Amore che supera infinitamente le dimensioni umane e storiche », ha osservato.

Un professore o uno studente cristiano, ha ricordato il Papa, « porta dentro di sé l’amore appassionato per questa Sapienza ».

« Legge tutto alla sua luce; ne coglie le tracce nelle particelle elementari e nei versi dei poeti; nei codici giuridici e negli avvenimenti della storia; nelle opere artistiche e nelle espressioni matematiche ».

« Senza di Lei niente è stato fatto di tutto ciò che esiste, e dunque in ogni realtà creata se ne può intravedere un riflesso, evidentemente secondo gradi e modalità differenti ».

Chi ha accolto la Sapienza?

Benedetto XVI ha quindi esposto « una riflessione forse un po’ scomoda ma utile ».

« Chi c’era – la notte di Natale – alla grotta di Betlemme? Chi ha accolto la Sapienza quando è nata? Chi è accorso per vederla, l’ha riconosciuta e adorata? », ha chiesto, ricordando che non si è trattato di « dottori della legge, scribi o sapienti », perché i presenti erano « Maria e Giuseppe, e poi i pastori ».

Questa predilezione per i più umili, espressa dalle parole di Gesù al Padre « Hai rivelato il tuo mistero ai piccoli », non significa affatto che « non serve studiare » o « addirittura è nocivo, controproducente per conoscere la verità », ha segnalato il Papa.

« Si tratta di studiare, di approfondire le conoscenze mantenendo un animo da ‘piccoli’, uno spirito umile e semplice, come quello di Maria ».

« Quante volte abbiamo avuto paura di avvicinarci alla Grotta di Betlemme perché preoccupati che ciò fosse di ostacolo alla nostra criticità e alla nostra ‘modernità’! », ha esclamato. « Invece, in quella Grotta, ciascuno di noi può scoprire la verità su Dio e quella sull’uomo ».

Carità intellettuale

Aiutare gli altri a scoprire il vero volto di Dio, ha sottolineato il Pontefice, « è la prima forma di carità ».

Ricordando che per gli studenti universitari questo « assume la qualifica di carità intellettuale », ha espresso il proprio apprezzamento per il fatto che il cammino di quest’anno della pastorale universitaria diocesana avrà per tema « Eucaristia e carità intellettuale ».

« Una scelta impegnativa ma appropriata », ha commentato, sottolineando che « in ogni Celebrazione eucaristica Dio viene nella storia in Gesù Cristo, nella sua Parola e nel suo Corpo, donandoci quella carità che ci permette di servire l’uomo nella sua concreta esistenza ».

In questo contesto, il Papa ha invitato « tutti gli Atenei ad essere luoghi di formazione di autentici operatori della carità intellettuale ».

« Da essi dipende largamente il futuro della società, soprattutto nell’elaborazione di una nuova sintesi umanistica e di una nuova capacità progettuale ».

« Incoraggio tutti i responsabili delle istituzioni accademiche a proseguire insieme, collaborando alla costruzione di comunità in cui tutti i giovani possano formarsi ad essere uomini maturi e responsabili per realizzare la ‘civiltà dell’amore’ », ha aggiunto.

Al termine della celebrazione, la delegazione universitaria australiana ha consegnato a quella africana l’icona di Maria Sedes Sapientiae, pellegrina per le università del mondo.

La delegazione africana era guidata dall’Arcivescovo Anselme Titianma Sanon, delegato per la pastorale universitaria della Conferenza Episcopale dell’Africa e Madagascar (SECAM), e dall’Arcivescovo Felix Alaba Adeosin Job, presidente della Conferenza Episcopale Nigeriana.

« Affidiamo alla Vergine Santa tutti gli universitari del continente africano e l’impegno di cooperazione che in questi mesi, dopo il Sinodo Speciale per l’Africa, si va sviluppando tra gli Atenei di Roma e quelli africani – ha concluso il Papa -. Rinnovo il mio incoraggiamento a questa nuova prospettiva di cooperazione ed auguro che da essa possano nascere e crescere progetti culturali capaci di promuovere un vero sviluppo integrale dell’uomo ».

Publié dans:Papa Benedetto XVI |on 19 décembre, 2009 |Pas de commentaires »

buona notte

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