Archive pour décembre, 2009

La mangiatoia

dal sito:

http://www.lestagioni.altervista.org/8poesia.htm

La mangiatoia

Ai Qing
 

Per l’anniversario della nascita di un Nazareno
Perché nevica ancora?
I passeri sulla staccionata guardano il cielo
il cielo è così buio
qualcuno passa oltre la mangiatoia
alla mangiatoia, il pianto di una donna
come se le lacrime di dolore e vergogna
di tutta una notte
ancora non bastassero a inumidire
la terra inaridita dell’inverno!
Qualcuno passa oltre la mangiatoia
dalla mangiatoia vengono lamenti che strappano il cuore
ah , con innumerevoli dita
la folla segna la fanciulla-madre
sprezzata come immondizia
nessuno è disposto a portarle un catino per il sangue
a versarle un secchio di acqua calda.
II vento penetra nelle crepe del muro di terra
è il ghigno del freddo invernale
lei lotta lotta lotta
la testa appoggiata alla staccionata
guardate, tra i capelli scarmigliati
scintillano febbri citanti gli occhi luminosi
questa donna di Betlemme scacciata,
esposta alla pubblica infamia
vittima del disprezzo della folla
tutto il corpo in un bagno di sudore
Vento soffia ancora con forza
perché ti sei placato?
Ascoltate i teneri vagiti
il sangue della puerpera
la mangiatoia mai prima fiorita
ha cosparso di splendidi fiori
la piccola vita
dà nuova forza alla madre
nella paglia di riso quattro membra si muovono
qualcuno passa oltre la mangiatoia
rivolge sguardi obliqui
qualcuno passa oltre la mangiatoia
si allontana sdegnoso
qualcuno passa oltre la mangiatoia
muove gelide risa
il bimbo primogenito
col suo pianto spaurito
viene a conoscere questo mondo straniero
dalla nebbia del malessere
Maria si risveglia
china il viso di cenere
e parla tra le lacrime
che scorrono ininterrotte
«Bambino mio
a Betlemme
noi saremo scacciati
noi andiamo
raminghi a farti crescere
Oggi ci incamminiamo
ricordati che sei
nato nella mangiatoia
figlio di una donna reietta
che ti ha dato la vita nel dolore e nell’ oppressione
quando ne avrai le forze
dovrai con le tue lacrime
lavare i peccati degli uomini».
Dolorosamente si leva
avvolge il neonato nel suo petto
e desolata lascia la mangiatoia
fiocchi di neve turbinano sui suoi capelli sparsi
in silenzio
va via.

Natale 1936

di Sandro Magister: « Penso che la Chiesa dovrebbe anche oggi aprire un cortile dei gentili »

dal sito:

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1341494

« Penso che la Chiesa dovrebbe anche oggi aprire un cortile dei gentili »

Era il cortile del tempio di Gerusalemme per i non ebrei. Benedetto XVI l’ha preso a simbolo del dialogo con i lontani dalla religione, nei quali tener desta la ricerca di Dio. I passi chiave del suo discorso prenatalizio alla curia romana

di Sandro Magister

ROMA, 21 dicembre 2009 – Augurando stamane un felice Natale alla curia romana, Benedetto XVI si è rivolto in realtà all’intera Chiesa e al mondo. Come già negli anni precedenti, anche questa volta nel discorso prenatalizio alla curia – integralmente scritto di suo pugno – egli ha voluto dare evidenza alle linee maestre del suo pontificato.

Nel 2005 il fuoco del discorso fu l’interpretazione e l’attuazione del Concilio Vaticano II, così come il rapporto tra continuità e rinnovamento, nella Chiesa:

> Papa Ratzinger certifica il Concilio. Quello vero

Nel 2006 il papa pose al centro la questione su Dio. Inoltre, prendendo spunto dal suo viaggio a Istanbul, formulò nel modo più chiaro la sua visione del rapporto con l’islam, proponendo al mondo musulmano quel percorso già compiuto dal cristianesimo sotto la sfida dell’Illuminismo:

> Bilancio di quattro viaggi. E di un anno di pontificato

Nel 2007 Benedetto XVI mise a fuoco l’urgenza per la Chiesa di porsi in stato di missione con tutti i popoli della terra:

> Sorpresa: il papa porta la curia in Brasile

Nel 2008 richiamò l’attenzione sulla più « dimenticata » delle persone della divina trinità, lo Spirito Santo « creatore », la cui impronta è nella struttura ordinata del cosmo e dell’uomo, da ammirare e rispettare:

> « Veni Creator Spiritus ». Per una ecologia dell’uomo

Quest’anno Benedetto XVI ha di nuovo preso spunto dai suoi ultimi viaggi, in particolare quelli in Africa, in Terra Santa e nella Repubblica Ceca, per ricavarne lezioni originali e, a tratti, sorprendenti.

In Camerun e in Angola il papa ha detto d’aver assistito a una vera « festa della fede ». E ha proposto come esempio per tutta la Chiesa la gioia popolare e insieme la forte sacralità orientata a Dio che là ha visto magnificamente espresse nelle celebrazioni liturgiche.

Ancora a proposito dell’Africa – alla quale è stato dedicato un sinodo lo scorso ottobre – il papa ha insistito sulla peculiarità dell’azione della Chiesa a servizio della politica. Questa peculiarità l’ha indicata nella « riconciliazione » che nasce da Dio e si attua tra gli uomini anche attraverso il sacramento che porta questo nome, un sacramento caduto in disuso, ma che egli vorrebbe riviva proprio come « sacramento dell’umanità in quanto tale ».

Circa il viaggio in Terra Santa, Benedetto XVI ha insistito sulla sua visita a Yad Vashem, simbolo del più profondo abisso dell’uomo e della massima lontananza da Dio, dove però Cristo è disceso a portare luce e vita, non nel mito ma nella realtà.

E infine, prendendo spunto dal viaggio nella Repubblica Ceca, un paese con una maggioranza di agnostici e di atei, Joseph Ratzinger ha lanciato una nuova evangelizzazione rivolta proprio ai lontani da Dio. Come nell’antico tempio di Gerusalemme, il papa ha proposto alla Chiesa di aprire per loro « una sorta di cortile dei gentili », ove tener desta la ricerca e la sete di lui.

Ecco qui di seguito quattro passaggi salienti del discorso prenatalizio rivolto da Benedetto XVI alla curia romana la mattina di lunedì 21 dicembre 2009:

1. IN CAMERUN E ANGOLA. LA FESTA DELLA FEDE

Era commovente per me sperimentare la grande cordialità con cui il successore di Pietro, il « Vicarius Christi », veniva accolto. La gioia festosa e l’affetto cordiale, che mi venivano incontro su tutte le strade, non riguardavano, appunto, semplicemente un qualsiasi ospite casuale. Nell’incontro col papa si rendeva sperimentabile la Chiesa universale, la comunità che abbraccia il mondo e che viene radunata da Dio mediante Cristo. [...] Proprio Lui è in mezzo a noi: questo abbiamo percepito attraverso il ministero del successore di Pietro. Così eravamo elevati al di sopra della semplice quotidianità. Il cielo era aperto, e questo è ciò che fa di un giorno una festa. Ed è al contempo qualcosa di duraturo. Continua ad essere vero, anche nella vita quotidiana, che il cielo non è più chiuso; che Dio è vicino; che in Cristo tutti ci apparteniamo a vicenda.

In modo particolarmente profondo si è impresso nella mia memoria il ricordo delle celebrazioni liturgiche. Le celebrazioni della santa eucaristia erano vere feste della fede. Vorrei menzionare due elementi che mi sembrano particolarmente importanti. C’era innanzitutto una grande gioia condivisa, che si esprimeva anche mediante il corpo, ma in maniera disciplinata ed orientata dalla presenza del Dio vivente. Con ciò è già indicato il secondo elemento: il senso della sacralità, del mistero presente del Dio vivente plasmava, per così dire, ogni singolo gesto. Il Signore è presente, il Creatore, Colui al quale tutto appartiene, dal quale noi proveniamo e verso il quale siamo in cammino. In modo spontaneo mi venivano in mente le parole di san Cipriano, che nel suo commento al Padre Nostro scrive: « Ricordiamoci di essere sotto lo sguardo di Dio rivolto su di noi. Dobbiamo piacere agli occhi di Dio, sia con l’atteggiamento del nostro corpo che con l’uso della nostra voce » (« De dominica oratione » 4 CSEL III 1 p. 269). Sì, questa consapevolezza c’era: noi stiamo al cospetto di Dio. Da questo non deriva paura o inibizione, neppure un’obbedienza esteriore alle rubriche e ancor meno un mettersi in mostra gli uni davanti agli altri o un gridare in modo indisciplinato. C’era piuttosto ciò che i Padri chiamavano « sobria ebrietas »: l’essere ricolmi di una gioia che comunque rimane sobria ed ordinata, che unisce le persone a partire dall’interno, conducendole nella lode comunitaria di Dio, una lode che al tempo stesso suscita l’amore del prossimo, la responsabilità vicendevole.

2. SINODO SULL’AFRICA. IL SACRAMENTO DELLA RICONCILIAZIONE

Il sinodo si era proposto il tema: la Chiesa in Africa a servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace. È questo un tema teologico e soprattutto pastorale di un’attualità scottante, ma poteva essere anche frainteso come un tema politico. [...] Sono riusciti i padri sinodali a trovare la strada piuttosto stretta tra una semplice teoria teologica ed un’immediata azione politica, la strada del « pastore »? [...] Riconciliazioni sono necessarie per una buona politica, ma non possono essere realizzate unicamente da essa. Sono processi pre-politici e devono scaturire da altre fonti.

Il Sinodo ha cercato di esaminare profondamente il concetto di riconciliazione come compito per la Chiesa di oggi, richiamando l’attenzione sulle sue diverse dimensioni. La chiamata che san Paolo ha rivolto ai Corinzi possiede proprio oggi una nuova attualità. « In nome di Cristo siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio! » (2 Corinzi 5, 20). Se l’uomo non è riconciliato con Dio, è in discordia anche con la creazione. Non è riconciliato con se stesso, vorrebbe essere un altro da quel che è ed è pertanto non riconciliato neppure con il prossimo. Fa inoltre parte della riconciliazione la capacità di riconoscere la colpa e di chiedere perdono, a Dio e all’altro. E infine appartiene al processo della riconciliazione la disponibilità alla penitenza, la disponibilità a soffrire fino in fondo per una colpa e a lasciarsi trasformare. E ne fa parte la gratuità, di cui l’enciclica « Caritas in veritate » parla ripetutamente: la disponibilità ad andare oltre il necessario, a non fare conti, ma ad andare al di là di ciò che richiedono le semplici condizioni giuridiche. Ne fa parte quella generosità di cui Dio stesso ci ha dato l’esempio.

Pensiamo alla parola di Gesù: « Se tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono » (Matteo 5, 23s.). Dio che sapeva che non siamo riconciliati, che vedeva che abbiamo qualcosa contro di lui, si è alzato e ci è venuto incontro, benché Egli solo fosse dalla parte della ragione. Ci è venuto incontro fino alla croce, per riconciliarci. Questa è gratuità: la disponibilità a fare il primo passo. Per primi andare incontro all’altro, offrirgli la riconciliazione, assumersi la sofferenza che comporta la rinuncia al proprio aver ragione. Non cedere nella volontà di riconciliazione: di questo Dio ci ha dato l’esempio, ed è questo il modo per diventare simili a lui, un atteggiamento di cui sempre di nuovo abbiamo bisogno nel mondo.

Dobbiamo oggi apprendere nuovamente la capacità di riconoscere la colpa, dobbiamo scuoterci di dosso l’illusione di essere innocenti. Dobbiamo apprendere la capacità di far penitenza, di lasciarci trasformare; di andare incontro all’altro e di farci donare da Dio il coraggio e la forza per un tale rinnovamento. In questo nostro mondo di oggi dobbiamo riscoprire il sacramento della penitenza e della riconciliazione. Il fatto che esso in gran parte sia scomparso dalle abitudini esistenziali dei cristiani è un sintomo di una perdita di veracità nei confronti di noi stessi e di Dio; una perdita, che mette in pericolo la nostra umanità e diminuisce la nostra capacità di pace. San Bonaventura era dell’opinione che il sacramento della penitenza fosse un sacramento dell’umanità in quanto tale, un sacramento che Dio aveva istituito nella sua essenza già immediatamente dopo il peccato originale con la penitenza imposta ad Adamo, anche se ha potuto ottenere la sua forma completa solo in Cristo, che è personalmente la forza riconciliatrice di Dio e ha preso su di sé la nostra penitenza.

3. TERRA SANTA. LA DISCESA DI DIO NELL’ABISSO

La visita a Yad Vashem ha significato un incontro sconvolgente con la crudeltà della colpa umana, con l’odio di un’ideologia accecata che, senza alcuna giustificazione, ha consegnato milioni di persone umane alla morte e che con ciò, in ultima analisi, ha voluto cacciare dal mondo anche Dio, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe e il Dio di Gesù Cristo. Così questo è in primo luogo un monumento commemorativo contro l’odio, un richiamo accorato alla purificazione e al perdono, all’amore.

Proprio questo monumento alla colpa umana ha reso poi tanto più importante la visita ai luoghi della memoria della fede e ha fatto percepire la loro inalterata attualità. In Giordania abbiamo visto il punto più basso della terra, presso il fiume Giordano. Come si potrebbe non sentirsi richiamati alla parola della lettera agli Efesini, secondo cui Cristo è « disceso nelle regioni più basse della terra » (Efesini 4, 9). In Cristo Dio è disceso fin nell’ultima profondità dell’essere umano, fin nella notte dell’odio e dell’accecamento, fin nel buio della lontananza dell’uomo da Dio, per accendere lì la luce del suo amore. Egli è presente perfino nella notte più profonda: « anche negli inferi, eccoti »; questa parola del salmo 139 [138], 8 è diventata realtà nella discesa di Gesù.

Così l’incontro con i luoghi della salvezza nella chiesa dell’annunciazione a Nazaret, nella grotta della natività a Betlemme, nel luogo della crocifissione sul Calvario, davanti al sepolcro vuoto, testimonianza della risurrezione, è stato come un toccare la storia di Dio con noi. La fede non è un mito. È storia reale, le cui tracce possiamo toccare con mano. Questo realismo della fede ci fa particolarmente bene nei travagli del presente. Dio si è veramente mostrato. In Gesù Cristo Egli si è veramente fatto carne. Come risorto Egli rimane vero uomo, apre continuamente la nostra umanità a Dio ed è sempre il garante del fatto che Dio è un Dio vicino.

4. PRAGA. UN « CORTILE » PER CHI CERCA IL DIO IGNOTO

Anche le persone che si ritengono agnostiche o atee devono stare a cuore a noi come credenti. Quando parliamo di una nuova evangelizzazione, queste persone forse si spaventano. Non vogliono vedere se stesse come oggetto di missione, né rinunciare alla loro libertà di pensiero e di volontà. Ma la questione circa Dio rimane tuttavia presente pure per loro, anche se non possono credere al carattere concreto della sua attenzione per noi. A Parigi ho parlato della ricerca di Dio come del motivo fondamentale dal quale è nato il monachesimo occidentale e, con esso, la cultura occidentale. Come primo passo dell’evangelizzazione dobbiamo cercare di tenere desta tale ricerca; dobbiamo preoccuparci che l’uomo non accantoni la questione su Dio come questione essenziale della sua esistenza. Preoccuparci perché egli accetti tale questione e la nostalgia che in essa si nasconde.

Mi viene qui in mente la parola che Gesù cita dal profeta Isaia, che cioè il tempio dovrebbe essere una casa di preghiera per tutti i popoli (cfr. Isaia 56, 7; Marco 11, 17). Egli pensava al cosiddetto cortile dei gentili, che sgomberò da affari esteriori perché ci fosse lo spazio libero per i gentili che lì volevano pregare l’unico Dio, anche se non potevano prendere parte al mistero, al cui servizio era riservato l’interno del tempio. Spazio di preghiera per tutti i popoli: si pensava con ciò a persone che conoscono Dio, per così dire, soltanto da lontano; che sono scontente con i loro dèi, riti, miti; che desiderano il Puro e il Grande, anche se Dio rimane per loro il « Dio ignoto » (cfr. Atti 17, 23). Essi dovevano poter pregare il Dio ignoto e così tuttavia essere in relazione con il Dio vero, anche se in mezzo ad oscurità di vario genere.

Io penso che la Chiesa dovrebbe anche oggi aprire una sorta di « cortile dei gentili » dove gli uomini possano in una qualche maniera agganciarsi a Dio, senza conoscerlo e prima che abbiano trovato l’accesso al suo mistero, al cui servizio sta la vita interna della Chiesa. Al dialogo con le religioni deve oggi aggiungersi soprattutto il dialogo con coloro per i quali la religione è una cosa estranea, ai quali Dio è sconosciuto e che, tuttavia, non vorrebbero rimanere semplicemente senza Dio, ma avvicinarlo almeno come Sconosciuto.

Publié dans:Sandro Magister |on 28 décembre, 2009 |Pas de commentaires »

Santi Innocenti

Santi Innocenti dans immagini sacre

http://www.santiebeati.it/

Publié dans:immagini sacre |on 28 décembre, 2009 |Pas de commentaires »

Santa Teresa Benedetta della Croce: I Santi Innocenti, poveri come il Cristo povero

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20091228

Santi Innocenti, martiri, festa : Mt 2,13-18
Meditazione del giorno
Santa Teresa Benedetta della Croce [Edith Stein] (1891-1942), carmelitana, martire, copatrona dell’Europa
Meditazione per il 6 gennaio 1941

I Santi Innocenti, poveri come il Cristo povero

        Non lontano da Stefano, il primo dei martiri, stanno i «flores Martyrum», i fiori dei martiri, i teneri germogli strappati prima di essere maturi per offrirsi da se stessi. Secondo una pia tradizione, la grazia ha anticipato il naturale sviluppo di questi bambini innocenti e ha dato loro la comprensione di quello che stava loro succedendo per renderli capaci di un dono libero di sé e assicurare loro la ricompensa riservata ai martiri. Ma anche così, non assomigliano molto al confessore della fede che ha raggiunto l’età adulta e che s’impegna con coraggio eroico per la causa di Cristo. Consegnati indifesi, assomigliano molto di più agli «agnelli condotti al macello» (Is 53,7; At 8,32).

      Essi sono così l’immagine della più estrema povertà. Non possiedono nessun altro bene che la loro vita. E ora anch’essa viene loro presa e questo si compie senza che oppongano resistenza. Essi attorniano la mangiatoia per mostrarci di quale natura sia la mirra che noi dobbiamo offrire al Bambino divino: chi vuole appartenergli totalmente deve consegnarsi a lui in una resa incondizionata di se stesso e abbandonarsi al volere divino come questi bambini.

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 28 décembre, 2009 |Pas de commentaires »

28 dicembre : Santi Innocenti Martiri

dal sito:

http://www.santiebeati.it/dettaglio/22150

Santi Innocenti Martiri

28 dicembre
 
sec. I

Gli innocenti che rendono testimonianza a Cristo non con le Parole, ma con il sangue, ci ricordano che il martirio è dono gratuito del Signore. Le vittime immolate dalla ferocia di Erode appartengono, insieme a santo Stefano e all’evangelista Giovanni, al corteo del re messiniaco e ricordano l’eminente dignità dei bambini nella Chiesa. (Mess. Rom.)

Patronato: Bambini

Emblema: Palma

Martirologio Romano: Festa dei santi Innocenti martiri, i bambini che a Betlemme di Giuda furono uccisi dall’empio re Erode, perché insieme ad essi morisse il bambino Gesù che i Magi avevano adorato, onorati come martiri fin dai primi secoli e primizia di tutti coloro che avrebbero versato il loro sangue per Dio e per l’Agnello.

La Chiesa onora come martiri questo coro di fanciulli (« infantes » o « innocentes »), vittime ignare del sospettoso e sanguinario re Erode, strappati dalle braccia materne in tenerissima età per scrivere col loro sangue la prima pagina dell’albo d’oro dei martiri cristiani e meritare la gloria eterna secondo la promessa di Gesù:  » Colui che avrà perduto la sua vita per causa mia la ritroverà ». Per essi la liturgia ripete oggi le parole del poeta Prudenzio: « Salute, o fiori dei martiri, che sulle soglie del mattino siete stati diverti dal persecutore di Gesù, come un turbine furioso tronca le rose appena sbocciate. Voi foste le prime vittime, il tenero gregge immolato, e sullo stesso altare avete ricevuto la palma e la corona ».
L’episodio è narrato soltanto dall’evangelista Matteo, che si indirizzava principalmente a lettori ebrei e pertanto intendeva dimostrare la messianicità di Gesù, nel quale si erano avverate le antiche profezie: « Allora Erode, vedendosi deluso dai magi, s’irritò grandemente e mandò ad uccidere tutti i bambini che erano in Betlem e in tutti i suoi dintorni, dai due anni in giù, secondo il tempo che aveva rilevato dai magi. Allora si adempì ciò che era stato annunciato dal profeta Geremia, quando disse: Un grido in Rama si udì, pianto e grave lamento: Rachele piange i suoi figli, né ha voluto essere consolata, perché non sono più ».
L’origine di questa festa è molto antica. Compare già nel calendario cartaginese del IV secolo e cent’anni più tardi a Roma nel Sacramentario Leoniano. Oggi, con la nuova riforma liturgica, la celebrazione ha un carattere gioioso e non più di lutto com’era agli inizi, e ciò in sintonia con le simpatiche consuetudini medioevali che celebravano in questa ricorrenza la festa dei « pueri » di coro e di servizio all’altare. Tra le curiose manifestazioni ricordiamo quella di far scendere i canonici dai loro stalli al canto del versetto « Deposuit potentes de sede et exaltavit humiles ».
Da questo momento i fanciulli, rivestiti delle insegne dei canonici, dirigevano tutto l’uffìcio del giorno. La nuova liturgia, pur non volendo accentuare il carattere folcloristico che questo giorno ha avuto nel corso della storia, ha voluto mantenere questa celebrazione, elevata al grado di festa da S. Pio V, vicinissima alla festività natalizia, collocando le innocenti vittime tra i « comites Christi », per circondare la culla di Gesù Bambino dello stuolo grazioso di piccoli fanciulli, rivestiti delle candide vesti dell’innocenza, piccola avanguardia dell’esercito di martiri che testimonieranno col sangue la loro appartenenza a Cristo.

Autore: Piero Bargellini 

Publié dans:Santi, santi martiri, santi: biografia |on 28 décembre, 2009 |Pas de commentaires »

buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno colorless-nudibranch-1162587-080809-sw

This Month in Photo of the Day: Animals
Built to feed exclusively on corals like this spindly gorgonian, a translucent 1.7-inch-long (4.3-centimeter-long) Phyllodesmium iriomotense houses its branching digestive gland within tentacle-like cerata—outgrowths the animal can shed if under attack. This species is one of the few colorless nudibranchs.
See more photographs from the June 2008 feature story « Living Color. »
Photograph by Jennifer Hayes

http://photography.nationalgeographic.com/photography/enlarge/translucent-nudibranch.html

Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 27 décembre, 2009 |Pas de commentaires »

Sant’Antonio di Padova : «Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso»

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20091227

Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, festa : Lc 2,41-52
Meditazione del giorno
Sant’Antonio di Padova (c. 1195-1231), francescano, dottore della Chiesa
Sermoni per la domenica e le feste dei santi

«Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso»

        «Stava loro sottomesso». A queste parole, si dilegui ogni orgoglio, crolli ogni rigidità, si sottometta ogni disobbedienza. «Stava sottomesso». Chi? Colui che, con una sola parola, ha creato tutto dal nulla. Colui che, come dice Isaia, «con il cavo della mano misurò il mare; che sul suo palmo prese le dimensioni dei cieli; che con tre dita sollevò la terra; colui che pesa sulla sua bilancia colline e montagne» (40,12). Colui che, come dice Giobbe, «fa tremare la terra e scuote le colonne del cielo; colui che comanda al sole e fa rientrare le stelle; colui che dispiega i cieli e cammina sulle onde del mare; colui che fece le costellazioni; colui che opera meraviglie prodigiose e senza numero» (9,6-10)… È lui, così grande, così potente, che è sottomesso. E sottomesso a chi? A un operaio e a una poverissima vergine.

      O «primo e ultimo»! (Ap 1,17) O capo degli angeli, sottomesso a degli uomini! Il Creatore del Cielo, sottomesso a un operaio, il Dio di eterna gloria sottomesso a una piccola povera vergine! Si è mai visto nulla del genere? Si è mai sentita una cosa simile?

      Allora, non esitate a obbedire, a sottomettervi… Scendere, venire a Nàzaret, essere sottomessi, obbedire perfettamente: qui sta tutta la sapienza… Questo significa essere sapiente con sobrietà. La pura semplicità è «come le acque di Siloe, che scorrono in silenzio» (Is 8,6). Ci sono dei sapienti negli ordini religiosi; ma è attraverso uomini semplici che Dio ve li ha raccolti. Dio «ha scelto quelli che erano stolti e infermi, deboli e ignoranti», per raccogliere attraverso di essi «coloro che erano sapienti, potenti e nobili», «affinché nessuna carne possa gloriarsi in se stessa» (1Co 1,26-29), bensì in colui che è sceso, che è venuto a Nàzaret, e che è stato sottomesso.

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 27 décembre, 2009 |Pas de commentaires »

Sacra famiglia, Pittore veneto (fine sec. XVII)

Sacra famiglia, Pittore veneto (fine sec. XVII) dans immagini sacre sacra%20famiglia

http://www.provincia.padova.it/COMUNI/MONSELICE/arte/duomo%20nuovo.htm

Publié dans:immagini sacre |on 26 décembre, 2009 |Pas de commentaires »

Omelia (27-12-2009) : La famiglia, dono grande di Dio

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/16868.html

Omelia (27-12-2009) 
Suor Giuseppina Pisano o.p.

La famiglia, dono grande di Dio

La famiglia, che la liturgia eucaristica oggi celebra ricordando quella di Nazareth, famiglia santa per eccellenza perché in essa era presente, quale figlio, Gesù, il Santo, come aveva detto l’Angelo a sua madre (Lc.1,35), è un dono sacro di Dio, dono che risale alle origini della stessa stirpe umana, allorché Dio, dopo aver creato l’uomo a sua somiglianza, vide che non era bene che questa sua creatura fosse sola nell’Eden, ove le altre specie viventi non erano tali da poter entrare in relazione con l’uomo e colmarne la solitudine. Fu così che Dio creò la donna e la condusse ad Adamo; la donò a lui come compagna, come un bene per la sua esistenza: lei sarebbe stata sua moglie e la madre dei suoi figli; a loro il Creatore diede un comandamento: « Siate fecondi e moltiplicatevi » (Gn 1,28); questo è il precetto che pone un fondamento sacro alla famiglia ed, allo stesso tempo, è la vocazione naturale dell’uomo a trasmettere la vita ad altre creature, all’interno di una famiglia, cosa che attira sull’uomo la benedizione di Dio.
« Beato l’uomo che teme il Signore – canta il salmista – e cammina nelle sue vie… La tua sposa, come vite feconda, nell’intimità della tua casa; i tuoi figli, come virgulti d’olivo, intorno alla tua mensa… Così, sarà benedetto l’uomo che teme il Signore… Possa tu vedere i figli dei tuoi figli » (Sl 127). La famiglia, i figli, la vita che in essi continua, sono un segno grande della benedizione dell’Altissimo; un segno che nel popolo eletto diventava attesa del Messia promesso, per cui la sterilità, veniva avvertita e vissuta come una maledizione e il dono di un figlio diventava un desiderio cocente e una supplica da elevare a Dio. Ed ecco che la liturgia di questa domenica ci presenta l’esperienza di una famiglia nella quale la speranza di un figlio sembra esser divenuta vana: è la storia di Anna, moglie di Elkana, che sembrava destinata alla sterilità, ma che, nonostante tutto, non si stancò di pregare Dio perché le concedesse un figlio: una creatura che lei gli avrebbe poi consacrato. Il Signore ascoltò la preghiera di Anna, ebbe compassione del suo tormento e le concesse quel figlio: « …al finir dell’anno – recita il testo – Anna concepì e partorì un figlio e lo chiamò Samuele. Perché – diceva – dal Signore l’ho impetrato ».
I figli sono dono di Dio, un dono prezioso che non può esser considerato proprietà dei genitori; infatti, ogni bimbo che nasce, in quanto ha in sè l’immagine di Dio, appartiene principalmente a Lui e verso di Lui deve esser guidato, perché lo conosca, e conoscendoLo conosca se stesso e diventi capace di realizzare al meglio tutte le sue potenzialità per attuare, in pienezza di libertà, il progetto che il Signore ha su di lui.
E’ la storia di Samuele, che Anna consacrò a Dio, è la storia di tanti che non possiamo conoscere e che sono stati educati nella conoscenza e nell’amore del Signore; una storia che dovrebbe essere quella di ogni figlio che viene al mondo, creatura amata da Dio, e che a Lui deve essere consacrata, e noi che crediamo in Cristo sappiamo bene che la prima, fondamentale consacrazione, avviene nel battesimo, non una semplice tradizione, ma l’inizio di un cammino che durerà per tutta la vita.
La famiglia; anche per il proprio Figlio, il Cristo salvatore, che veniva nel mondo per redimere gli uomini, Dio volle una famiglia che non fosse diversa dalle altre: una madre e un padre, o meglio, un uomo generoso che, agli occhi di tutti, avrebbe fatto le veci del Padre dal quale il Cristo proveniva. E’ la Famiglia di Nazareth: Maria, Giuseppe e Gesù. Di essa, in questo tempo di Natale, abbiamo conosciuto alcuni momenti di vita, dall’esaltante nascita del bimbo figlio di Dio, adorato dai pastori e dai re venuti dallìOriente, all’angoscia per la persecuzione di Erode e alla fuga notturna verso l’Egitto, terra d’esislio in cui i tre si trattennero fino alla morte del Re che avrebbe voluto eliminare Gesù, da poco nato.
Il Vangelo di oggi ci presenta un momento particolare della vita della Santa Famiglia, è un momento importante per la vita di quel figlio giovinetto e per quella dei suoi genitori; un momento in cui, per la prima volta, Gesù rivela a Maria e Giuseppe il suo Mistero, ed è un momento per certi versi oscuro: « essi non compresero… » recita il testo. Eppure questo evento è un momento grande, che ancora parla ad ogni famiglia che accoglie in sè il mistero di uno o più figli.
« I genitori di Gesù, si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo l’usanza; ma trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero ». Inizia così il passo del Vangelo che la liturgia oggi proclama; Gesù non è più bambino, ha compiuto dodici anni, un’età in cui ogni ragazzo ebreo entrava nella pienezza della responsabilità di fronte alla Legge e ad ogni precetto della religione; ed è in questo momento della sua vita che i genitori lo conducono al tempio di Gerusalemme; qui il ragazzo si ferma, senza peraltro avvertire i suoi.
Gesù è nella casa del Padre suo, è nella sua stessa casa, la sua vera casa, e qui rivela ai dottori della Legge una sapienza insospettabile: « tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore – nota l’evangelista – per la sua intelligenza e le sue rispost »; egli si trattiene da solo per tre giorni: quei terribili giorni in cui i suoi « angosciati » lo cercano.
Finalmente la ricerca di quel figlio, il loro figlio, sul quale sicuramente avevano fatto sogni e progetti, ha termine proprio lì nel tempio, dove si compie la prima grande autorivelazione che Gesù fa di sè e del suo destino, con quelle parole sconcertanti, rivolte principalmente a sua madre, la quale gli chiedeva ragione di quanto aveva fatto: « Perché mi cercavate? – è la risposta – Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio? ». « Ma essi non compresero le sue parole ». Precisa il testo: non compresero, in quel momento, e non risposero, anche se quanto il figlio aveva detto loro, rimase scolpito nella loro mente; soprattutto in quella di sua madre, che dovette tacitamente ripetere in cuor suo, ancora un « Sì! » al progetto di Dio che incominciava a delinearsi più chiaramente sul Figlio.
A Gerusalemme, inizia per Maria, la madre, il faticoso cammino della fede dietro a quel ragazzo, il suo ragazzo, che silenziosamente accompagnerà sino alla morte. E’ un messaggio veramente grande quello che viene a noi dalla famiglia di Nazareth, un messaggio di importanza vitale in questo nostro tempo, che vede la dissacrazione della famiglia, quella voluta da Dio, che viene sostituita da facili e illusori surrogati che non portano bene a nessuno, soprattutto ai figli, che si affacciano alla vita in un mondo, per tanti aspetti inquieto e carico di incertezze.
Maria e Giuseppe ci insegnano che in ogni figlio che nasce c’è un progetto, che non è quello che ogni padre e ogni madre fanno, dettato dall’immaginazione e dal cuore; ma è un progetto che nasce dalla volontà di Dio; sta ai genitori saperlo scorgere, saperlo accogliere e saperlo promuovere, guidando i figli in tal senso; ecco perché nel percorso educativo, volto alla piena maturazione della persona, non può assolutamente escludersi il rapporto con Dio.
D’altro canto i figli, pur non essendo proprietà dei genitori, devono crescere nell’amore verso di loro, amore che si esprime anche nel rispetto e nella sottomissione, atteggiamenti che non compromettono la realizzazione di una propria personalità ma, al contrario, valgono a maturare una autentica libertà, che è tale nella misura in cui tiene conto degli altri, anzi nella misura in cui si è capaci di amare gli altri, nel nostro caso i genitori, come lo stesso Gesù insegna, nell’episodio che il Vangelo oggi ricorda: « Partì dunque con loro – recita il testo- e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso…. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini. »
La Famiglia di Nazareth, la Sacra Famiglia, si offre perciò come icona di vita familiare, un modello importante sul piano umano, che ci parla di dedizione, di amore, di armonia e di rispetto reciproco; una vita familiare il cui centro è Cristo; infatti è lui che si deve cercare, conoscere, accogliere e seguire; perché solo Lui è la luce che può guidare i passi di tutti, genitori e figli, verso la Verità che salva.

sr Maria Giuseppina Pisano o.p.
mrita.pisano@virgilio.it 

Messaggio di Natale di Benedetto XVI

dal sito:

http://www.zenit.org/article-20872?l=italian

Messaggio di Natale di Benedetto XVI

« Oggi su di noi splenderà la luce, perché è nato per noi il Signore »

CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 25 dicembre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il messaggio di Natale pronunciato da Benedetto XVI a mezzogiorno di questo 25 dicembre dalla loggia della facciata della Basilica di San Pietro in Vaticano, prima di impartire la benedizione « Urbi et Orbi ».

* * *

Cari fratelli e sorelle di Roma e del mondo intero,

e voi tutti, uomini e donne amati dal Signore!

« Lux fulgebit hodie super nos,

quia natus est nobis Dominus.

- Oggi su di noi splenderà la luce,

Perché è nato per noi il Signore »

(Messale Romano, Natale del Signore, Messa dell’Aurora, Antifona d’ingresso).

La liturgia della Messa dell’Aurora ci ha ricordato che ormai la notte è passata, il giorno è avanzato; la luce che promana dalla grotta di Betlemme risplende su di noi.

Tuttavia, la Bibbia e la Liturgia non ci parlano della luce naturale, ma di una luce diversa, speciale, in qualche modo mirata e orientata verso un « noi », lo stesso « noi » per cui il Bambino di Betlemme « è nato ». Questo « noi » è la Chiesa, la grande famiglia universale dei credenti in Cristo, che hanno atteso con speranza la nuova nascita del Salvatore ed oggi celebrano nel mistero la perenne attualità di questo evento.

All’inizio, attorno alla mangiatoia di Betlemme, quel « noi » era quasi invisibile agli occhi degli uomini. Come ci riferisce il Vangelo di san Luca, comprendeva, oltre a Maria e a Giuseppe, pochi umili pastori, che giunsero alla grotta avvertiti dagli Angeli. La luce del primo Natale fu come un fuoco acceso nella notte. Tutt’intorno era buio, mentre nella grotta risplendeva la luce vera « che illumina ogni uomo » (Gv 1,9). Eppure tutto avviene nella semplicità e nel nascondimento, secondo lo stile con il quale Dio opera nell’intera storia della salvezza. Dio ama accendere luci circoscritte, per rischiarare poi a largo raggio. La Verità, come l’Amore, che ne sono il contenuto, si accendono là dove la luce viene accolta, diffondendosi poi a cerchi concentrici, quasi per contatto, nei cuori e nelle menti di quanti, aprendosi liberamente al suo splendore, diventano a loro volta sorgenti di luce. È la storia della Chiesa che inizia il suo cammino nella povera grotta di Betlemme, e attraverso i secoli diventa Popolo e fonte di luce per l’umanità. Anche oggi, mediante coloro che vanno incontro al Bambino, Dio accende ancora fuochi nella notte del mondo per chiamare gli uomini a riconoscere in Gesù il « segno » della sua presenza salvatrice e liberatrice e allargare il « noi » dei credenti in Cristo all’intera umanità.

Dovunque c’è un « noi » che accoglie l’amore di Dio, là risplende la luce di Cristo, anche nelle situazioni più difficili. La Chiesa, come la Vergine Maria, offre al mondo Gesù, il Figlio, che Lei stessa ha ricevuto in dono, e che è venuto a liberare l’uomo dalla schiavitù del peccato. Come Maria, la Chiesa non ha paura, perché quel Bambino è la sua forza. Ma lei non lo tiene per sé: lo offre a quanti lo cercano con cuore sincero, agli umili della terra e agli afflitti, alle vittime della violenza, a quanti bramano il bene della pace. Anche oggi, per la famiglia umana profondamente segnata da una grave crisi economica, ma prima ancora morale, e dalle dolorose ferite di guerre e conflitti, con lo stile della condivisione e della fedeltà all’uomo, la Chiesa ripete con i pastori: « Andiamo fino a Betlemme » (Lc 2,15), lì troveremo la nostra speranza.

Il « noi » della Chiesa vive là dove Gesù è nato, in Terra Santa, per invitare i suoi abitanti ad abbandonare ogni logica di violenza e di vendetta e ad impegnarsi con rinnovato vigore e generosità nel cammino verso una convivenza pacifica. Il « noi » della Chiesa è presente negli altri Paesi del Medio Oriente. Come non pensare alla tribolata situazione in Iraq e a quel piccolo gregge di cristiani che vive nella Regione? Esso talvolta soffre violenze e ingiustizie ma è sempre proteso a dare il proprio contributo all’edificazione della convivenza civile contraria alla logica dello scontro e del rifiuto del vicino. Il « noi » della Chiesa opera in Sri Lanka, nella Penisola coreana e nelle Filippine, come pure in altre terre asiatiche, quale lievito di riconciliazione e di pace. Nel Continente africano non cessa di alzare la voce verso Dio per implorare la fine di ogni sopruso nella Repubblica Democratica del Congo; invita i cittadini della Guinea e del Niger al rispetto dei diritti di ogni persona ed al dialogo; a quelli del Madagascar chiede di superare le divisioni interne e di accogliersi reciprocamente; a tutti ricorda che sono chiamati alla speranza, nonostante i drammi, le prove e le difficoltà che continuano ad affliggerli. In Europa e in America settentrionale, il « noi » della Chiesa sprona a superare la mentalità egoista e tecnicista, a promuovere il bene comune ed a rispettare le persone più deboli, a cominciare da quelle non ancora nate. In Honduras aiuta a riprendere il cammino istituzionale; in tutta l’America Latina il « noi » della Chiesa è fattore identitario, pienezza di verità e di carità che nessuna ideologia può sostituire, appello al rispetto dei diritti inalienabili di ogni persona ed al suo sviluppo integrale, annuncio di giustizia e di fraternità, fonte di unità.

Fedele al mandato del suo Fondatore, la Chiesa è solidale con coloro che sono colpiti dalle calamità naturali e dalla povertà, anche nelle società opulente. Davanti all’esodo di quanti migrano dalla loro terra e sono spinti lontano dalla fame, dall’intolleranza o dal degrado ambientale, la Chiesa è una presenza che chiama all’accoglienza. In una parola, la Chiesa annuncia ovunque il Vangelo di Cristo nonostante le persecuzioni, le discriminazioni, gli attacchi e l’indifferenza, talvolta ostile, che – anzi – le consentono di condividere la sorte del suo Maestro e Signore.

Cari fratelli e sorelle, quale grande dono far parte di una comunione che è per tutti ! È la comunione della Santissima Trinità, dal cui cuore è disceso nel mondo l’Emmanuele, Gesù, Dio-con-noi. Come i pastori di Betlemme, contempliamo pieni di meraviglia e di gratitudine questo mistero d’amore e di luce! Buon Natale a tutti!

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