Archive pour décembre, 2009

Joseph Ratzinger : Omelia nel venerdì della seconda settimana di Avvento 2003

dal sito:

http://www.ratzinger.us/modules.php?name=News&file=article&sid=152

Trascrizione dell’omelia pronunciata a braccio dal cardinale Joseph Ratzinger, Centro Internazionale Giovanile San Lorenzo, 12 dicembre 2003

Letture
Orazione – Rafforza, o Padre, la nostra vigilanza nell’attesa del tuo Figlio, perché, illuminati dalla sua parola di salvezza, andiamo incontro a lui con le lampade accese.
Prima lettura (dal libro del profeta Isaia, 48, 17-19) – Le nostre sventure dipendono solo dalla nostra infedeltà al Signore, dal fatto d’aver abbandonato la strada che Dio ci ha indicato.
Dal Vangelo secondo Matteo (11, 16-19) – E’ possibile chiudere gli occhi sulle opere di Dio, e in particolare su Gesù Cristo, la Sapienza incarnata. Questo avviene per la nostra incoerenza e contraddizione nel non riconoscerlo.

Homilia

Cari amici, fratelli e sorelle, i testi della liturgia di oggi, del venerdì della seconda settimana di Avvento, sono pieni di luce per il nostro cammino e ci aiutano di realizzare l’essenza dell’attesa che poi è l’essenza del nostro essere cristiani. Vorrei cominciare con l’orazione: la parola fondamentale dell’orazione di oggi è “vigilanza” che tra l’altro è la parola chiave di tutto l’Avvento. Vigilanza, essere vigilanti, che cosa vuol dire? Chi dorme è chiuso in se stesso, non percepisce la realtà fuori di sé, e anche nei suoi sogni non è in grado di percepire la realtà, ma solo ombre riflesse della sua mente, del suo subcosciente. Svegliandosi, esce dal carcere, dal muro di sé e percepisce la realtà stessa che lo circonda. Si apre ad essa. La nostra generazione è convinta di essere realmente molto “sveglia”, più di tutte le altre generazioni precedenti solo perché percepisce molto più del mondo: il nostro occhio va fino alle distanze più lontane, distanze immense sia spaziali che temporali. E nello stesso tempo siamo capaci di entrare anche all’interno della materia, fino alle ultime particelle che la compongono.
L’orizzonte è allargato enormemente, così anche le nostre possibilità di agire in questo mondo. E ciò nonostante dobbiamo dire che questa generazione, in un senso più profondo, dorme. È chiusa in sé, perché vede soltanto quanto può fare e avere, e si ferma alla facciata esteriore della realtà, alle cose materiali che può prendere in mano. Ma proprio così, siamo sempre più chiusi in noi stessi e non siamo più capaci di andare realmente all’infinito, di vedere la trasparenza della luce divina nella materia creata, in noi stessi l’occhio del nostro cuore: i nostri sensi interiori sono ottenebrati dal vedere tutte queste cose esteriori che ci aiutano a fare e ad avere, non rispondono più, non funzionano più, non hanno più accesso alla vera realtà, alla grandezza del mondo. È per questo che dormiamo. Dorme la nostra generazione.
Tramite l’Avvento il Signore ci dice di risvegliarci, di uscire da questo cerchio, da questo carcere del materiale, di aprire i cuori e cominciare a vedere la realtà più grande, il senso di Dio nel mondo, la presenza di Dio nel Signore Gesù Cristo, nella sua Parola, nei suoi sacramenti.
Questo è il primo imperativo che ci obbliga anche ad andare avanti per aprire gli occhi del cuore e ad aiutare i nostri amici, i nostri contemporanei perché possano ricominciare a vedere la vera profondità e la vera grandezza della realtà. Vedere è anche partire e così logicamente dalla parola vigilanza viene fuori l’altra, propria del cammino d’Avvento: “andare incontro al Signore”.
La fede non è un mucchio di idee, ma un’avventura della vita, un cammino, un mettersi in moto verso il Signore e il cammino esteriore che facciamo preparandoci a Colonia, dovrebbe essere nello stesso tempo e soprattutto un cammino interiore, un uscire da noi stessi per andare incontro a Dio, alla vera realtà, all’amore e al prossimo.
Appaiono poi una terza parola, importante in questa orazione, la Parola di Dio, chiamata Luce e l’invito ad accendere le lampade del nostro essere per arrivare al Signore. Cosa vuol dire questo?
Se vediamo la storia della Chiesa, la storia dei santi, vediamo queste “lampade” accese che illuminano il mondo, e vediamo che esse non solo illuminano questo tempo, ma saranno decorazioni e luce nella festa eterna dell’amore di Dio. Cominciamo con i martiri dei primi secoli, con i grandi dottori, Agostino, Ambrogio, Bonaventura, Tommaso, lampade accese che illuminano il cammino della storia e continuano ad illuminare. E san Francesco d’Assisi, san Carlo Borromeo, san Domenico, santa Teresa d’Avila, san Giovanni della Croce, santa Teresa di Lisieaux, fino a Massimiliano Kolbe, Padre Pio, Edith Stein, Madre Teresa …
Realmente, nell’oscura notte della storia, perché spesso è oscura – pensiamo alle violenze di questo tempo, a tutte le guerre – sono veramente lampade accese che illuminano, ci fanno vedere che c’è luce, che l’uomo non è una creatura fallita, ma può essere simile a Dio, conformandosi nella strada dell’amore perché Dio è amore. E siamo simili a Dio nella misura in cui percorriamo la strada dell’amore.
Passiamo ora dall’orazione alla lettura e al Vangelo. Ambedue sono intimamente connesse tra di loro e si vede proprio oggi , tra la lettura e il Vangelo, l’intima unità dell’Antico e del Nuovo Testamento.
Le letture parlano della sofferenza di Dio nel rapporto con la sua creatura uomo. Dio soffre. Perché non si impone con forza con la sua onnipotenza a questa creatura? Va chiedendo il suo amore, va incontro alla nostra libertà, perché desidera non una cosa da ottenere con forza, ma desidera amore, cioè il sì libero, e così lascia alla nostra libertà di dire sì o di dire anche no, alla sua offerta e invito di amore.
Purtroppo succede che la creatura uomo dica quasi sempre di no e pensi che solo il dire no, rappresenti la prova della libertà. Dio cerca l’uomo con tutti i registri possibili; il Signore lo dice in questa parabola di oggi, cerca il cammino del rigore, della severità, nel Sinai, nel tempo dei profeti, nelle parole di Giovanni battista.
E l’uomo risponde: no, io sono libero, non accetto il rigore di questi comandamenti, prendo la mia strada. Dio cerca anche con la strada dell’umiltà, della bontà, della sua vita, dell’amore all’uomo. E cosa succede? Anche qui l’uomo dice no, anzi, deride questo Dio debole che cerca il suo consenso e si rivela così non onnipotente.
Abbiamo questa parola, abbiamo suonato il flauto e non avete cantato o ballato, lamento e non avete pianto… L’uomo non entra in questo gioco del divino amore, si oppone. Questa è la tristezza e la sofferenza divina con questa sua storia.
E nella lettura sentiamo questo lamento di Dio: se avesse prestato attenzione ai miei comandi, il tuo benessere sarebbe come un fiume…
La stessa parola ritorna nel salmo 81, forse fatto anche dello stesso periodo: se tu avessi prestato attenzione ai miei comandi, io ti nutrirei con miele con fior di frumento.
E la stessa parola ritorna anche nella bocca del Signore: se avessi compreso anche tu la via della pace. A Gerusalemme, probabilmente molti di voi conoscono la cappella sulla collina il Signore piange, che è stata costruita sul punto dove Gesù vedendo la sua città avrebbe detto queste parole. Se tu avessi compreso, anche tu la via della pace.

E la storia prova la verità di questo lamento di Dio.

Il testo della lettura, così come del salmo, probabilmente appartengono al tempo dell’esilio. Prima Geremia aveva detto con chiarezza ai re e a tutti i potenti di Israele, ”non fate questa guerra contro Babilonia”, non comportatevi come se Israele fosse uno dei grandi poteri che può entrare in guerra contro Babele, non fate questo e non pensate questo. L’elezione, l’essere totalmente a Dio e tutt’altra cosa. Fate pace e rimarrete in questo paese.
Ma non l’hanno sentito, Israele non ha ascoltato, è andato per 70 anni in esilio, è sparito dalla storia, come soggetto proprio. Il Signore prende proprio la stessa predicazione di Geremia: non entrate in opposizione militare contro i romani, non pensate che il Signore sia un guerriero che vi dia forze militari che non avete.
Prendete la strada del pentimento, della fede, dell’amore, la strada della comunione con Dio, che sola può trasformare il mondo. Ma di nuovo non ascoltarono, facendo come la generazione di Geremia. Credono a Barabba … e alla fine è la distruzione di Gerusalemme, e san Luca dice nel Vangelo: va calpestata la città di Gerusalemme dai pagani, fino alla fine del mondo.
E le stesse parole sono vere anche nel nostro presente, nel secolo che viviamo: perché non avete ascoltato? Può di nuovo dire il Signore. Avreste potuto evitare il disastro del governo comunista che ha distrutto le anime e la terra, avreste potuto evitare questo grande disastro del nazismo che è una vergogna per noi, una ferita all’umanità, soprattutto della coscienza, particolarmente del popolo tedesco.
Non hanno ascoltato, Signore. Così vediamo la verità che è questo lamento di Dio, che è nello stesso tempo non solo una descrizione del passato, ma un avviso e un’ammonizione forte a noi e alla nostra generazione: ascoltate finalmente, la cosa non è ancora persa, ascoltate e seguite il Signore, il Signore della pace e non il signore della guerra.
È una parola che il Signore dice proprio a voi, la nuova generazione che ha in mano la chiave del futuro. È un grido forte: ascoltate, non c’è una sorte inevitabile. È libertà dell’uomo di dire sì, a questi cambiamenti per il meglio. E il nostro dovere, il vostro dovere è veramente di ascoltare, cari fratelli, e prendere questa strada con coraggio, gridare anche al mondo questo, anche se non vuol sentire, per lo meno far sentire questo lamento e grido del Signore, con tutto il peso del passato che conosciamo …
Così, queste parole dell’Antico e del Nuovo Testamento, sono uguali, dicono la stessa cosa per generazioni diverse, e anche tra di noi la storia appare ancora aperta nelle nostre mani. Questa è la grande sfida che ci è data dai testi della liturgia di oggi.
Ma, alla fine del Vangelo, dopo la tristezza degli uomini di tante generazioni, e il pericolo che anche quelli di questa generazione dicano no, appare tuttavia una parola di gioia: una parola di promessa vittoriosa. Il Signore dice, nonostante tutto, alla sapienza è stata resa giustizia dalle sue opere.
Sentendo questo, prima ci domandiamo: è vero che Dio è sapiente? Possiamo dire che Dio è la sapienza, che Cristo vinto sulla croce è la sapienza? In realtà il Signore vinto ha lasciato un germe della nuova vita per il suo popolo e per il mondo, un lievito che trasformerà tutto. È così creata una nuova forma di vivere la fede.
La Gerusalemme terrestre è stata distrutta sì, ma dalla croce di Cristo cresce una nuova Gerusalemme, una città nuova diffusa in tutte le parti del mondo, nelle piccole e anche nelle grandi comunità dei credenti. Cresce una città nuova, animata dalla fede, una immagine della Gerusalemme futura. E la sapienza va giustificata per le sue opere, nascono le prime comunità cristiane, un nuovo umanesimo, un amore per i sofferenti e i poveri che prima non esisteva nel mondo, una luce della verità che illumina le strade dell’umanità, trasforma il mondo e nonostante la vittoria del male.
Abbiamo già parlato della strada delle lampade accese, una strada di luce che si apre sempre di più nella storia. È stata così creata una nuova città, una nuova vita.
Nell’Apocalisse sta scritto: ho visto una folla immensa, vestiti di bianco, che vengono dalla grande tribolazione e sono la nuova umanità. La sapienza è giustificata. Dio è sapiente, nonostante queste sconfitte cresce la nuova umanità, cresce il dono dell’amore della fede della speranza che ci ha dato Cristo.
San Luca nel suo Vangelo trasmette questa parola con una variante, dicendo: la sapienza è stata giustificata dai suoi figli, i figli di Cristo, i suoi fratelli. Cominciando dai primi martiri, fino ai grandi testimoni di oggi, essi giustificano Cristo come la vera sapienza divina. E così il testo invita ad essere figli della sapienza e a fare le opere della sapienza, per trasformare il mondo.
Alla fine, i testi arrivano proprio nel concreto della liturgia; il testo citato nel salmo 81 dice, se tu avessi prestato attenzione ai miei comandi, io ti avrei dato il miele ti avrei nutrito con fior di frumento. Il Signore ci nutre con fior di frumento, con se stesso, ci dà questo pane, nella piccola quantità di frumento dona se stesso. Si mette nelle nostre mani, nei nostri cuori.
Preghiamo il Signore Gesù che ci illumini, che ci permetta di ascoltare e di realizzare la sua Parola. E così di essere suoi figli, di fare le sue opere, opere della sapienza divina. Amen.

[Tratto da: http://www.korazym.org/news1.asp?Id=4718]

Il Patriarca di Costantinopoli crede nell’unità con la Chiesa cattolica

dal sito:

http://www.zenit.org/article-20576?l=italian

Il Patriarca di Costantinopoli crede nell’unità con la Chiesa cattolica

Pensa che le divergenze sul primato del Papa si possano risolvere

ISTANBUL, martedì, 1° dicembre 2009 (ZENIT.org).- La presenza della delegazione della Santa Sede a Istanbul per la festa di Sant’Andrea è « una conferma del desiderio di eliminare gli impedimenti accumulati nel corso di un millennio e di pervenire alla pienezza della comunione », considera il Patriarca ecumenico Bartolomeo I.

L’Arcivescovo di Costantinopoli ha accolto questo lunedì con calore il Cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, il Vescovo Brian Farrell, segretario del dicastero, il reverendo Andrea Palmieri e padre Vladimiro Caroli, officiali della sezione orientale, inviati da Benedetto XVI a Istanbul per la celebrazione del santo patrono del Patriarcato ecumenico, secondo quanto rende noto « L’Osservatore Romano ».

La visita rientra nel quadro dell’annuale scambio di delegazioni per le rispettive feste dei santi patroni (l’incontro a Roma è il 29 giugno in occasione della festa dei Santi Pietro e Paolo).

« Attribuiamo grande significato simbolico alla vostra presenza qui – ha detto Bartolomeo nel suo messaggio, riportato in parte dal Sir – in quanto rivela anche il desiderio della santissima Chiesa di Roma di fare tutto il possibile, da parte sua, per ritrovare la nostra unità nella stessa fede e la comunione sacramentale secondo la volontà di Colui che ci ha chiamati all’unità perché il mondo creda ».

La strada verso la piena comunione, « così come vissuta dalle nostre Chiese nel primo millennio, è stata intrapresa con il dialogo dell’amore e della verità e continua per grazia di Dio, nonostante difficoltà occasionali », ha affermato il Patriarca, ricordando la « grande attenzione » e la « preghiera incessante » con cui viene seguito il processo di dialogo teologico ufficiale tra cattolici e ortodossi.

Bartolomeo I cita, in particolare, la questione ecclesiologica del primato in generale e del ruolo del Vescovo di Roma nella comunione della Chiesa nel primo millennio, tema al centro dell’XI sessione plenaria della Commissione mista internazionale per il dialogo teologico svoltasi a Paphos (Cipro) dal 16 al 23 ottobre.

« Ognuno è consapevole che questa spinosa questione ha provocato un grave contenzioso nelle relazioni tra le nostre due Chiese », ha detto il Patriarca ecumenico. « Ecco perché lo sradicamento di tale impedimento tra noi favorirebbe sicuramente il nostro cammino verso l’unità ».

Lo studio della storia della Chiesa nel primo millennio « fornirà anche la pietra angolare per la valutazione di ulteriori sviluppi successivi nel corso del secondo millennio », ha concluso Bartolomeo I, invocando i doni dell’umiltà e del dialogo per l’accoglimento della verità.

Publié dans:Ortodossia |on 2 décembre, 2009 |Pas de commentaires »

buona notte

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Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 2 décembre, 2009 |Pas de commentaires »

San Gaudenzio da Brescia: Pane per il viaggio : « Ogni volta che mangiate di questo pane… voi annunziate la morte del Signore finché egli venga » (1Cor 11,26)

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20091202

Mercoledì della I settimana di Avvento : Mt 15,29-37
Meditazione del giorno
San Gaudenzio da Brescia (? – dopo il 406), vescovo
Trattati, 2 ; PL 20, 859

Pane per il viaggio : « Ogni volta che mangiate di questo pane… voi annunziate la morte del Signore finché egli venga » (1Cor 11,26)

Il sacrificio celeste istituito da Cristo è veramente il dono ereditario del suo Nuovo Testamento : è il dono che ci ha lasciato come pegno della sua presenza quella notte, quando veniva consegnato per essere crocifisso. È il viatico del nostro cammino. È  un alimento e sostegno indispensabile per poter percorrere la via della vita, finché non giungiamo, dopo aver lasciato questo mondo, alla nostra vera meta, che è il Signore. Perciò egli disse : « Se non mangerete la mia carne e non berrete il mio sangue, non avrete la vita in voi » (Gv 6, 53). E proprio al fine di non lasciarci privi di questa necessaria risorsa, comandò agli apostoli, cioè ai primi sacerdoti della Chiesa, di celebrare sempre i misteri della vita eterna… È dunque necessario che i sacramenti siano celebrati dai sacerdoti nelle singole chiese del mondo sino al ritorno di Cristo dal cielo, perché tutti, sacerdoti e laici, abbiano ogni giorno davanti agli occhi la viva rappresentazione della Passione del Signore, la tocchino con mano, la ricevano con la bocca e col cuore e conservino indelebile memoria della redenzione.

Publié dans:immagini sacre |on 2 décembre, 2009 |Pas de commentaires »

Luk-01,26_Annunciation_L Annonce a Marie

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http://www.artbible.net/Jesuschrist_fr.html

Publié dans:immagini sacre |on 1 décembre, 2009 |Pas de commentaires »

Frédéric Manns: Perché Dio s’è fatto uomo? L’Incarnazione secondo il Giudaismo e l’Islamismo

dal sito:

http://www.christusrex.org/www1/ofm/pope/40GPit/44/44GPar04.html

Il Verbo si è fatto carne

Perché Dio s’è fatto uomo? L’Incarnazione secondo il Giudaismo e l’Islamismo. – Dio comunica con l’uomo, perché è in comunione con sé stesso.

Vi é una fede semplice alla quale non manca niente. Ma la semplicità non si riceve in anticipo: va conquistata. La fede si può anche meditare e approfondire. La fede si considera intelligente: cerca di comprendere. Il cristiano ha bisogno di lucidità di fronte alle domande che incontra ogni momento. Benché il vissuto abbia più importanza del cammino intellettuale, la ricerca teologica è gelosa del suo diritto di cittadinanza.

Le Scritture testimoniano la rivelazione di Dio nel corso dei secoli e soprattutto in Gesù Cristo. A questa testimonianza fondamentale bisogna aggiungere le confessioni della fede ecclesiale. Alla domanda: « Chi è Gesù Cristo? », la comunità cristiana non poteva sfuggire.

Dio fatto uomo
Il Cristo non è l’uomo divino celebrato dalla mitologia greca. E neanche è il simbolo dell’umanità, esaltato fino al punto da divenire Dio. Egli è Dio che si fa uomo. Lo scandalo cristiano è l’umanizzazione di Dio, la sua kenosis, il suo annientamento. « Da Nazareth può uscire mai qualcosa di buono? » Ecco la domanda che da secoli scandalizza l’umanità.

Il messaggio di un Dio che si umilia è già contenuto nel Vangelo dell’infanzia. Mentre il Vangelo di Marco si apre sulla proclamazione del Regno di Dio, Matteo e Luca hanno sentito il bisogno d’insistere sul mistero dell’Incarnazione di Dio. Il Dio che si fa uomo viene a
realizzare le Scritture d’Israele: « Se tu potessi squarciare i cieli e discendere! » (Is 64,1). Un Dio che condivide la condizione dell’uomo, che soffre con il suo popolo, che interviene per liberarlo: ecco una novità stupefacente.

L’Emmanuele
La Bibbia aveva celebrato l’efficacia della Parola come strumento della creazione del mondo: « Per la sua Parola furono fatti i cieli » (Sir 42,15). Questa Parola non è altro che la Sapienza di Dio. Ben Sira è arrivato a questa conclusione dopo lunghe meditazioni. Il Nuovo Testamento, che completa l’Antico, superandolo, afferma nel prologo del Vangelo di S. Giovanni: « Il Verbo s’è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi ». La Parola diviene una Persona in cui si manifesta la gloria di Dio. Betlemme, la città del re David, accoglie questo messaggio rivelato ai piccoli e non ai sapienti. La sapienza ha alzato la sua tenda in mezzo agli uomini. Dio si è rivelato come Emmanuele, come Dio con gli uomini.

I Padri della Chiesa, colpiti da una tale novità, hanno voluto mettere in musica le note di questa partitura. Una buona notizia di tale vastità non può essere che cantata, perché rallegra il cuore. Essa apre le porte a una speranza illimitata.

Ireneo di Lione, erede della tradizione giovannea, celebra la novità assoluta dell’Incarnazione. Dio fa nuove tutte le cose. La nascita del Verbo spacca la scorza della vecchiaia del mondo. Tutto ciò che è vecchio e usato indietreggia davanti alla nascita di Gesù. Colui che viene da Dio porta con sé tutta la novità. Cieli nuovi e terra nuova », aveva annunziato il profeta Isaia. Cioè, la nascita del Bambino di Betlemme ha una dimensione cosmica. Tutta la creazione attende la liberazione, perché era stata sottomessa al peccato.

Con l’Incarnazione la Parola di Dio si fa ciò che noi siamo, perché noi diventiamo ciò che essa è. La terra trasformata in cielo al momento dell’Incarnazione per mezzo di colui che si fa « il coltivatore di Dio », secondo l’espressione di Clemente d’Alessandria. Dio s’è fatto uomo perché l’uomo diventi Dio, ripeteranno i Padri della Chiesa.

Si è fatto povero per arricchirci. Si è fatto piccolo per farci grandi.
L’Incarnazione del Figlio di Dio dice la vocazione dell’uomo a essere divinizzato. « Figli di Dio noi lo siamo realmente », afferma S. Giovanni nella sua prima Lettera. Riconoscere questa dignità è rinunziare a proclamare l’assurdità del mondo. La condizione umana è stata talmente nobilitata che una scintilla divina risplende in ogni creatura. Lo Spirito di Dio che ha coperto Maria della sua ombra è ancora capace di ripetere lo stesso miracolo.

Agostino commenta con il suo abituale acume e il suo senso pastorale: « Dio che aveva fatto l’uomo è divenuto sua opera, affinché la sua opera non perisse. Senza l’Incarnazione l’opera di Dio sarebbe rimasta incompiuta e incompleta. La Parola si è incarnata prendendo ciò che non aveva, senza perdere ciò che era ».

Paolo, nella sua Lettera ai Colossesi, aveva affermato che tutto è stato creato per il Cristo. Il grande movimento di « umanizzazione », per prendere un’espressione di Teilhard de Chardin, culmina nell’Incarnazione del Figlio di Dio.

Nozze di Dio e dell’uomo
Bisognerebbe a questo punto citare le Omelie di S. Leone sulla Natività, per godere l’orchestrazione della stupefacente alleanza tra Dio e l’uomo. S. Leone fu il cantore incontestabile della grande sinfonia in cui si celebrano le nozze fra l’eterno e il temporaneo, lo spirituale e il corporeo, il terrestre e il celestiale, poiché l’uno non può crescere e prosperare senza radicarsi profondamente nell’altro.

S. Gregorio Magno, nelle sue omelie sui Vangeli mette in rilievo un altro elemento dell’Incarnazione: « Non è nella casa dei suoi genitori che avviene la sua nascita, ma in viaggio. Egli voleva mostrare che nel prendere in prestito la natura umana, nasceva per così dire in un luogo straniero. Straniero non alla sua potenza, ma soltanto alla sua natura, poiché, per quanto concerne la sua potenza, è scritto: – Egli è venuto in mezzo ai suoi -. Nella sua natura egli è nato prima del tempo; è nella nostra che egli è venuto nel corso del tempo. Se dunque Colui che rimane l’Eterno ha ben voluto mostrarsi nel tempo, il luogo in cui è disceso gli è certamente straniero ». Gesù è non solamente Dio fatto uomo, ma è il Verbo di Dio fatto povero, inserito nella storia di un popolo oppresso, pronto a condividere la vita della piccola gente del suo popolo.

Verbum abbreviatum
Dal canto loro i maestri di spirito, nel meditare il mistero del Verbo incarnato, hanno parlato spesso del Verbo abbreviato. La lunga Parola del Vecchio Testamento che ha ispirato molti profeti si fa breve nel Bambino che nasce a Betlemme. E questa Parola chiede di nascere nel cuore dei credenti. S. Francesco ne prenderà spunto per dire che il predicatore deve parlare brevemente, poiché Cristo è la Parola breve del Padre, quella che riassume la legge e i profeti. Il Cristo, Parola breve, riassume il suo insegnamento in un solo comandamento, quello dell’amore. E’ sufficiente che il predicatore centri il suo discorso su questo tema fondamentale.

Il Natale evoca una triplice nascita:

la nascita del Figlio unico generato dal Padre celeste nell’essenza divina;
la nascita che si compie per una Madre che, nella fecondità, conserva l’assoluta purezza della sua castità;
la vera nascita di Dio in coloro che lo accolgono.

Ciò significa che la sinfonia del Natale resta una sinfonia incompiuta finché il cuore del credente rimane chiuso.

Primato di Cristo
Il B. Giovanni Duns Scoto ha scrutato il mistero dell’Incarnazione alla luce dei testi paolini. La principale intuizione della sua teologia è l’affermazione del primato universale del Cristo, punto di vista che si ricollega alla Lettera di Paolo ai Colossesi. Curiosamente la teologia cristiana sembrava averlo dimenticato.

L’Incarnazione di Gesù era generalmente presentata come una riparazione del peccato. Diventava così un evento accidentale, una sorta di progetto di seconda mano, una reazione di Dio alla caduta iniziale dell’uomo. Anche nel recente Catechismo della Chiesa Cattolica il capitolo sul Cristo si snoda nel paragrafo sulla caduta di Adamo. La Cristologia sembra ridotta a Soteriologia, teologia della salvezza.

Duns Scoto contesta che il peccato d’origine sia la pietra angolare del dogma cristiano. L’Incarnazione del Figlio di Dio non può essere tributaria del peccato degli uomini. Anche se l’uomo non avesse peccato, il Cristo sarebbe venuto tra noi. L’uomo, creato a immagine di Dio, è già l’uomo destinato ad essere identificato, incorporato al Cristo per partecipare con Lui alla vita stessa di Dio. E’ l’amore il motivo predominante dell’Incrnazione. E poiché il Cristo è il capo di tutta la creazione, l’amore è la sorgente stessa di tutto il creato.

Il B. Scoto si ricollega qui al pensiero giudaico. Secondo la tradizione sinagogale il primo versetto della Genesi: « In principio Dio ha creato il cielo e la terra », era interpretato così: « E’ nel principio, che è la Sapienza, che Dio ha creato. La creazione dunque esiste in vista di quel medesimo principio. La Lettera di Paolo ai Colossesi s’ispira a queste affermazioni: « Tutto è stato creato in Lui e per Lui ».

Il Vaticano II nella Gaudium et spes n. 45 ritrova degli accenti di Duns Scoto e di T. de Chardin per celebrare il Cristo come « punto verso il quale convergono i desideri della storia e della civilizzazione ».

La Parola che s’incarna chiede di metter via tutto ciò che è disincarnato, ristretto, contorto. Essa non è più semplicemente oggetto di studio e di approfondimento intellettuale. Poiché si è fatta persona, esige adorazione, contemplazione e rispetto.

Natale è l’inizio
Ricordare l’Incarnazione alla luce dei Vangeli è ridire l’originalità del pensiero cristiano. Il Figlio di Dio che condivide la condizione dell’uomo è il nuovo Adamo, colui che realizza pienamente la vocazione dell’uomo. E’ la Sapienza di Dio annunziata nel Vecchio Testamento che stabilisce la sua dimora fra gli uomini. E’ l’Emmanuele che soffre e si unisce all’umanità e la riconduce verso il Padre. Dio è venuto in modo tale che non gli è più possibile ritrovare lo splendore della sua gloria senza il mondo e senza l’uomo. Iniziando dal Natale tutto s’incammina sotto la spinta dell’amore verso il Volto del Padre. Il tempo è già avvolto di eternità, perché l’eternità si è impegnata nel tempo. La notte del mondo si trasforma progressivamente in chiarore.

Quando il Figlio di Dio diventa figlio della terra si lascia contenere in un punto dello spazio e del tempo. Più ancora si lascia incasellare in una lingua e in una cultura. In realtà è Lui che contiene l’universo. Attraverso il suo corpo Egli non vuole appropiarsi del mondo come di una preda, ma lo fa corpo d’unità, carne cosmica ed eucaristica. In Lui il mondo diventa corporeità spirituale, vivificata dallo Spirito. Egli infonde la sua corporeità luminosa nel nostro corpo sofferente, affinché sulla croce tutto s’illumini: non solamente l’universo, ma anche tutto lo sforzo dell’uomo per trasformarlo.

L’uomo non separi ciò che Dio ha unito
Scrive S. Cirillo: « La bellezza del Figlio è maturata nel tempo perché noi siamo condotti come per mano verso la bellezza di Colui che lo genera ». Tale bellezza è maturata nel tempo dell’Incarnazione e della Passione, bellezza di un Volto insanguinato e risorto, vincitore della Morte. L’uomo dei dolori, senza bellezza nè splendore, si rivela come il trasfigurato. La croce, in cui la ricerca è placata per l’epifania dell’Amore, ci svela l’icona del suo Volto. Soltanto il Volto di Dio nell’uomo ci permette di decifrare il volto di tutto l’uomo in Dio e di decodificare nella comunione dei santi l’enigma dei volti che circondano l’uomo contemporaneo. Non è il Volto di Dio senza l’uomo che Mosè ha contemplato sul Sinai. Non è il volto dell’uomo senza Dio che svanisce nel nulla. E’ il Volto dell’Emmanuele, Dio con noi.

Il Giudaismo e l’Islam rifiutano l’incarnazione del Figlio di Dio in ragione della trascendenza di Dio. Un Dio non può mischiarsi con la sua creatura che a rischio di perdere la propria divinità, dicono loro. Il Cristianesimo insegna che Dio ama gli uomini fino a farsi uomo. L’Incarnazione non è un’umiliazione della ragione dell’uomo, ma il riconoscimento della vera dignità dell’uomo. Origene, nel Commentario al Vangelo di Matteo (14,7), sottolinea che il corpo del Cristo non è affatto qualcosa a fianco della Chiesa, che è il suo corpo. Dio non li ha uniti come due, ma come una sola carne, impedendo che l’uomo separi ciò che Dio ha unito, la Chiesa e Dio. In maniera invisibile il mistero dell’Incarnazione si prolunga nella Chiesa.

La vita che Dio ci ha comunicato è un’irradiazione del suo amore trinitario. Il fine dell’Incarnazione del Figlio di Dio è stato quello di rendere possibile la comunione con Dio e tra gli uomini. Un Dio che non è trinitario non fa condivisione. Ora tale condivisione comincia per noi a Natale, ed è la salvezza. « Oggi è nato per voi il Salvatore ».

Frédéric Manns
SBF – Jerusalem

Publié dans:Padre Fréderic Manns |on 1 décembre, 2009 |Pas de commentaires »

Giovanni Paolo II: 1. Tra i doni più grandi, che San Paolo indica ai Corinzi come permanenti, vi è la speranza (cf. 1 Cor 12, 31).

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/1991/documents/hf_jp-ii_aud_19910703_it.html

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 3 luglio 1991
 

1. Tra i doni più grandi, che San Paolo indica ai Corinzi come permanenti, vi è la speranza (cf. 1 Cor 12, 31).

Essa ha un ruolo fondamentale nella vita cristiana, come l’hanno la fede e la carità, benché “di tutte più grande sia la carità!” (cf. 1 Cor 13, 13). È chiaro che la speranza non va intesa nel senso restrittivo di dono particolare o straordinario, concesso ad alcuni per il bene della comunità, ma come dono dello Spirito Santo offerto ad ogni uomo, che nella fede si apre a Cristo. A questo dono va prestata una particolare attenzione, specialmente nel nostro tempo, nel quale molti uomini – anche non pochi cristiani – si dibattono tra l’illusione e il mito di una infinita capacità di autoredenzione e realizzazione di sé, e la tentazione del pessimismo nell’esperienza delle frequenti delusioni e sconfitte.

La speranza cristiana, pur includendo il moto psicologico dell’animo che tende al bene arduo, tuttavia si colloca al livello soprannaturale delle virtù derivate dalla grazia (cf. S. Thomae, Summa theologiae, III, q. 7, a. 2), come dono che Dio fa al credente, in ordine alla vita eterna. È, dunque, una virtù tipica dell’“homo viator”, dell’uomo pellegrino, che – anche se conosce Dio e la vocazione eterna per mezzo della fede – non è ancora giunto alla visione. La speranza in certo modo lo fa “passare al di là del velo”, come dice la Lettera agli Ebrei (cf. Eb 6, 19).

2. Essenziale, perciò, in questa virtù è la dimensione escatologica. Nella Pentecoste lo Spirito Santo è venuto a compiere le promesse incluse nell’annuncio della salvezza, come leggiamo negli Atti degli Apostoli: “Gesù, innalzato alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo che egli aveva promesso, lo ha effuso” (At 2, 33). Ma questo compimento della promessa si proietta su tutta la storia, fino agli ultimi tempi. Per coloro che posseggono la fede nella parola di Dio risonata in Cristo e predicata dagli Apostoli, l’escatologia ha cominciato a realizzarsi, anzi può dirsi già realizzata nel suo aspetto fondamentale: la presenza dello Spirito Santo nella storia umana, che dall’evento della Pentecoste prende significato e slancio vitale in ordine alla meta divina di ogni uomo e dell’umanità intera. Mentre la speranza dell’Antico Testamento aveva come fondamento la promessa della perenne presenza e provvidenza di Dio, che si sarebbe manifestata nel Messia, nel Nuovo Testamento la speranza, per la grazia dello Spirito Santo che ne è all’origine, comporta già un possesso anticipativo della futura gloria.

In questa prospettiva San Paolo afferma che il dono dello Spirito Santo è come una caparra della felicità futura: “Avete ricevuto – egli scrive agli Efesini – il suggello dello Spirito Santo che era stato promesso, il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato, a lode della sua gloria” (Ef 1, 13-14; cf.4, 30; 2 Cor 1, 22).

Si può dire che nella vita cristiana sulla terra vi è come una iniziazione alla piena partecipazione alla gloria di Dio: ed è lo Spirito Santo a costituire la garanzia del raggiungimento della pienezza della vita eterna, quando per effetto della redenzione saranno vinti anche tutti i resti del peccato, come il dolore e la morte. Così la speranza cristiana è non solo una garanzia, ma un anticipo della realtà futura.

3. La speranza accesa nel cristiano dallo Spirito Santo ha anche una dimensione che si direbbe cosmica, includente la terra e il cielo, lo sperimentabile e l’inaccessibile, il noto e l’ignoto. “La creazione stessa – scrive San Paolo – attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa – e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo” (cf. Rm 8, 19-23). Il cristiano, consapevole della vocazione dell’uomo e della destinazione dell’universo, coglie il senso di quella gestazione universale e scopre che si tratta della divina adozione per tutti gli uomini, chiamati a partecipare alla gloria di Dio che si riflette su tutto il creato. Di questa adozione il cristiano sa di possedere già le primizie nello Spirito Santo, e perciò guarda con serena speranza al destino del mondo, pur tra le tribolazioni del tempo.

Illuminato dalla fede, egli capisce il significato e quasi sperimenta la verità del brano successivo della Lettera ai Romani, dove l’Apostolo ci assicura che “lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente chiedere, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio. Del resto noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno” (Rm 8, 26-28).

4. Come si vede, è nel sacrario dell’anima che vive, prega e opera lo Spirito Santo, il quale ci fa entrare sempre più nella prospettiva del fine ultimo, Dio, conformando tutta la nostra vita al suo piano salvifico. Perciò egli stesso ci fa pregare pregando in noi, con sentimenti e parole di figli di Dio (cf. Rm 8, 15.26-27; Gal 4, 6; Ef 6, 18), in intimo collegamento spirituale ed escatologico col Cristo che siede alla destra di Dio, dove intercede per noi (cf. Rm 8, 34; Eb 7, 25; 1 Gv 2, 1). Così egli ci salva dalle illusioni e dalle false vie di salvezza, mentre, muovendo il cuore verso lo scopo autentico della vita, ci libera dal pessimismo e dal nichilismo, tentazioni particolarmente insidiose per chi non parta da premesse di fede o almeno di sincera ricerca di Dio.

Occorre aggiungere che anche il corpo è coinvolto in questa dimensione di speranza, data dallo Spirito Santo alla persona umana. Ce lo dice ancora San Paolo: “Se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo Gesù dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi” (Rm 8, 11; cf.2 Cor 5, 5). Per ora contentiamoci di aver fatto presente questo aspetto della speranza nella sua dimensione antropologica e personale, ma anche in quella cosmica ed escatologica, sulla quale dovremo ritornare nelle catechesi che, se a Dio piacerà, dedicheremo a suo tempo a questi articoli affascinanti e fondamentali del Credo cristiano: la risurrezione dei morti e la vita eterna dell’uomo intero, anima e corpo.

5. Un’ultima annotazione: l’itinerario terreno della vita ha un termine che, se raggiunto nell’amicizia con Dio, coincide col primo momento della vita beata. Anche se l’anima dovesse in quel passaggio al Cielo subire la purificazione dalle ultime scorie mediante il purgatorio, essa è già piena di luce, di certezza, di gioia, perché sa di appartenere per sempre al suo Dio. A quel punto culminante l’anima è condotta dallo Spirito Santo, autore e datore non solo della “prima grazia” giustificante e della grazia santificante lungo tutta la vita terrena, ma anche della grazia glorificante in “hora mortis”. È la grazia della perseveranza finale, secondo la dottrina del Concilio di Orange (cf. Denz.-S. 183,199) e del Concilio di Trento (cf. Denz.-S. 806,809,832), fondata sull’insegnamento dell’Apostolo, secondo il quale appartiene a Dio concedere “il volere e l’operare” il bene (Fil 2,13), e l’uomo deve pregare per ottenere la grazia di fare il bene sino alla fine (cf. Rm 14, 4; 1 Cor 10, 12; Mt 10, 22; 24,13).

6. Le parole dell’apostolo Paolo ci insegnano a vedere nel dono della Terza Persona divina la garanzia del compimento della nostra aspirazione alla salvezza: “La speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm 5, 5). E perciò: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo?”. La risposta è decisa: nulla “potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8, 35.39). Pertanto l’auspicio di Paolo è che abbondiamo “nella speranza per virtù dello Spirito Santo” (Rm 15, 13). Radica qui l’ottimismo cristiano: ottimismo sul destino del mondo, sulla possibilità di salvezza dell’uomo in tutti i tempi, anche nei più difficili e duri, sullo sviluppo della storia verso la glorificazione perfetta di Cristo (“Egli mi glorificherà”: Gv 16, 14), e la partecipazione piena dei credenti alla gloria dei figli di Dio.

Con questa prospettiva il cristiano può tener levato il capo e associarsi all’invocazione che secondo l’Apocalisse è il sospiro più profondo, suscitato nella storia dallo Spirito Santo: “Lo Spirito e la Sposa dicono: Vieni!” (Ap 22, 17). Ed ecco l’invito finale dell’Apocalisse e del Nuovo Testamento: “Chi ascolta, ripeta: Vieni! Chi ha sete, venga, chi vuole, attinga gratuitamente l’acqua della vita . . . Vieni, Signore Gesù!” (Ap 22, 17.20).

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Omelia per domani: Un cuore semplice per vedere

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/11776.html

Omelia (04-12-2007) 

Messa Meditazione
Un cuore semplice per vedere

Lo spirito di Dio che, secondo il profeta Isaia, si posa sul Messia, si rivela nel Vangelo come lo Spirito Santo che fa vibrare il Figlio nell’invocazione del Padre a favore dei poveri e dei piccoli. Il dono di Dio si amplifica e passa dal Messia ai suoi discepoli. In lui troviamo conforto per questa giornata e per tutta la nostra vita.

I sette doni dello Spirito Santo vengono enumerati secondo la scansione indicata dal profeta Isaia. Il numero sette indica pienezza e abbondanza, fino a traboccare. Il clima di ingiustizia che pervadeva la società antica e che trova anche oggi tante manifestazioni, sottili o palesi, si apre alla sorpresa del Dio che salva. Essere poveri non vorrà più dire essere oppressi; l’esercizio della giustizia non sarà più casuale, poiché sta per fiorire un mondo di pace, quasi una ripresa del paradiso terrestre nel quale anche gli animali feroci saranno in pace, tra loro e con gli uomini. Dove e come e quando possiamo fare esperienza di questa rappacificazione? Il mondo è attraversato da ingiustizie e usurpazioni, è sconvolto da guerre e soprusi. Dov’è la pace dei popoli, la pace del cuore? Esiste un luogo dove questo è possibile, e Gesù lo indica: « Venite a me voi tutti, che siete affaticati e oppressi… » Il luogo è Gesù stesso. Come scriveva Papa Ratzinger nel suo libro su Gesù, Gesù non è venuto tanto a portarci i suoi doni, ma il suo Regno, che si identifica con Lui stesso. Gesù è venuto a portarci Dio. Dove trovare quindi la pace? Dove sperimentare il Regno presente? Ecco la risposta: nell’affidamento al Signore Gesù, nella familiarità con Lui, nel riconoscimento della sua presenza, resa viva e amica nella Chiesa. Non possiamo vivere come se il mondo e la nostra vita fossero vuoti della sua presenza; come se non fosse accaduto nulla alla nostra vita. Non vale la pena perdere tempo a invidiare chi l’ha riconosciuto in Palestina prima di noi. « Molti profeti e re hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, e non lo videro… » Viviamo consapevoli che ‘già viene il suo bisbiglio’ (Clemente Rebora). Anzi, ‘Egli è qui, come il primo giorno’ (Charles Péguy).

Ti rendo lode o Padre, per avermi rivelato e donato Gesù. Donami un cuore semplice di fanciullo per riconoscere e accogliere il dono della presenza del tuo Figlio.

Cerco tante cose e tanti luoghi per trovare la pace. C’è un luogo e una persona: Gesù. In un momento di adorazione silenziosa in chiesa o di preghiera in casa voglio affidarmi a lui e gustare la sua presenza.

Commento a cura di don Angelo Busetto

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