Lino Cignelli, ofm: SBF Letture Bibliche: Il Natale di S. Francesco

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SBF Letture Bibliche: Il Natale di S. Francesco

Lino Cignelli, ofm
Messo on line il martedì 23 dicembre 2008 a 19h48
da  Eugenio  Invia via email

Francesco d’Assisi è stato un uomo straordinariamente devoto, devoto perché innamorato. E la sua è la devozione vera, quella che attua il dono totale di sé e porta alla piena adesione e conformità alla persona amata. Sappiamo che l’amore conforma all’amato. “Si diventa ciò che si ama” (S. Agostino). Diventi terra se ami la terra, diventi cielo se ami il cielo.

Dato che Francesco è tutto preso dal Cristo del Vangelo, è Lui – il Cristo nato, morto e risorto – che modella la sua vita e la riempie di sé. Il Poverello è un capolavoro di conformità al Cristo evangelico, una riproduzione “testuale” (Paolo VI), starei per dire “impeccabile”, della figura storica del Dio-Uomo.

«Tutta la sua anima – riferisce fra Tommaso da Celano – era assetata del suo Cristo; tutto a Lui dedicava non solo il cuore, ma anche il corpo» (II Vita 94).

E Francesco rivive i misteri di Cristo nel quadro della vita liturgica della Chiesa. Le solennità religiose lo mettono a contatto con le azioni salvifiche del Dio-Uomo, gliene danno la conoscenza sperimentale. Per lui la Liturgia è qualcosa di vivo, è ciò che essa realmente è: azione sacramentale che rinnova i misteri del Cristo, li fa presenti e operanti, e li trasferisce nel cuore dei fedeli. Ed egli vi partecipa davvero «consapevolmente, piamente e attivamente», come vuole il Concilio Vaticano II (SC 48), e ne assimila tutto il contenuto di salvezza e di vita. Al punto da sembrare “un uomo nuovo e di un altro mondo”, una perfetta “immagine di Lui” al dire del biografo (I Vita 82.115).

A Natale è il turno del mistero dell’Incarnazione. Francesco rivive, come un contemporaneo, l’evento storico di Betlem: il Dio Bambino, sbocciato da Maria, è lì vivo e palpitante davanti a lui, ed egli lo avvicina con la finezza d’amore che gli è propria.

«Celebrava con ineffabile entusiasmo – racconta fra Tommaso – più che tutte le altre solennità il Natale del Bambino Gesù, chiamando festa delle feste il giorno in cui Dio, divenuto un bambinello, succhiò latte di donna! Col pensiero avido accarezzava l’immagine di quelle membra infantili, e la compassione pel Pargoletto che gli struggeva il cuore lo faceva balbettare tenere parole alla maniera dei pargoli» (II Vita 199).

Celebrando il Natale, Francesco realizza dunque, su un piano di concretezza incomparabile, l’incontro e il contatto vivo con Cristo Signore. E mentre fa suo Gesù, il Dono infinito di Dio Padre, sente un prepotente bisogno di conformarsi a Lui. A Greccio – commenta fra Tommaso – «celebrò il Natale del Bambino di Bethlehem, facendosi bambino col Bambino» (II Vita 35). L’infanzia del Dio-Uomo, profumata di verginità e di cielo, esercita sul suo cuore di poeta e di mistico un fascino irresistibile. Francesco è un innamorato pazzo del Bimbo di Betlem. Spesso, non riuscendo più a contenere la piena del cuore, sembra perda il controllo di sé. «Spesse volte – riferisce ancora fra Tommaso – quando voleva chiamare Cristo col nome di Gesù, infiammato di immenso amore, lo chiamava il Bimbo di Bethlem, e a guisa di pecora che bela, dicendo Bethlem riempiva la bocca con la voce o, meglio, con la dolcezza della commozione; e nel nominare Gesù o Bambino di Bethlehem, con la lingua si lambiva le labbra, gustando anche col palato la dolcezza di quella parola» (I Vita 86).

Noi possiamo anche sorridere di queste effusioni affettive e magari considerarle ingenuità puerili… La ragione è che l’amore ha una logica e modi di esprimersi che l’uomo profano o comune non possono facilmente capire. Del resto Lui stesso, Gesù, ha detto che la comprensione delle meraviglie di Dio e di Dio stesso è riservata ai “piccoli”, ai “puri di cuore” (Mt 11,25; 5,8).

Francesco, perché piccolo e pieno di candore, ha la capacità di percepire la presenza e la voce del divino. Per lui la celebrazione del Natale ha perciò un valore di vita, significa ciò che esso veramente è: avere “Dio con noi”, ricevere da una madre vergine il Figlio stesso di Dio che si offre a noi nella forma, incantevole e sconvolgente insieme, di un bimbo bisognoso di tutto. Ma quando il Natale significa tutto questo, come si può restare impassibili o “normali”? Quando quel Bambino prodigio, unico al mondo, è veramente visto, preso in braccio e stretto al cuore, come non impazzire dalla gioia?

Comunque, l’esempio del Poverello ha fatto scuola nella Chiesa. Ha insegnato e continua ad insegnare che il cristiano deve rivivere il mistero del Natale, partecipandovi come attore, non come semplice spettatore. Il Figlio di Dio e di Maria, rinascendo misticamente ogni anno, deve rinascere in noi e, per mezzo nostro, negli altri. Il Natale rivissuto francescanamente è per l’appunto un Dono che si riceve e un Dono che si fa: Dono che si riceve da Dio e da Maria, Dono che si fa ai fratelli smarriti o lontani. Così, proprio così fu il Natale di Greccio. Difatti «il Bambino Gesù – racconta fra Tommaso – nei cuori di molti, ove era dimenticato, per la sua grazia veniva risuscitato dal suo servo San Francesco» (I Vita 86; cf. I Lett. 10). Riassumendo. Si celebra il Natale come Francesco, quando Gesù, il “dolce Emmanuele” (S. Teresina), nasce in noi e da noi: in noi dove ancora non siamo Lui, dove siamo ancora uomo vecchio (Adamo peccatore e infelice); da noi per la tanta gente che ancora l’aspetta o non lo conosce. Ma tutto questo è possibile solo se celebriamo bene la festa del Natale. La divina Liturgia fa la vita: come si celebra si vive, si è. Essa è la “scuola del Santi”, cioè delle persone sane e valide. Senza Liturgia non avremmo avuto S. Francesco “alter Christus” per eccellenza, uomo che ha saputo fare segno e storia di salvezza in modo esemplare. Oggi e qui è il nostro turno. Celebriamo bene il Natale del Signore! E il miracolo di Francesco che si fa “bambino col Bambino” e che Lo partecipa agli altri, si ripeterà in noi, nella nostra povertà aperta alla “grazia di Dio che porta salvezza a tutti gli uomini” (Tt 2,11).

Prima pubblicazione in «Luce di bene», Nov.-Dic. 1968, p. 6

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