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Il presepe di S. Francesco (Greccio, pittore umbro XIV / XV sec.)

Il presepe di S. Francesco (Greccio, pittore umbro XIV / XV sec.) dans immagini sacre greccio-madonna

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di padre Lino Cignelli ofm: SBF Letture bibliche: Il Natale di madonna Chiara

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SBF Letture bibliche: Il Natale di madonna Chiara
di padre Lino Cignelli ofm

Chiara d’Assisi è una figura che profuma di Vangelo come san Francesco, suo padre e maestro spirituale. Anche in lei il Vangelo torna a ripetersi, viene rivissuto, vede – per così dire – una nuova edizione.

Per Chiara le narrazioni evangeliche sono veramente il «memoriale» della vita del Signore, cioè attualizzano – rendendolo contemporaneo ad ogni generazione – il mistero salvifico dell’Uomo-Dio. Questo vale soprattutto per i fatti centrali della redenzione, come la Natività e la Passione e Risurrezione di Cristo Signore. In forza di un contatto vivo con la Parola di Dio, la vita di Chiara risulta tutta segnata dalla presenza di «quel Signore che – al dire della stessa Santa – povero fu posto nel presepio, povero visse nel mondo, e nudo morì sulla croce» (Testamento).

Sulla base delle fonti più antiche, vogliamo tentare di ricostruire l’esperienza clariana del mistero natalizio.

NATALE RIVISSUTO

Come Francesco, anche la sua «Pianticella» sente l’attrattiva misteriosa del Natale, e lo rivive come un avvenimento del suo tempo, partecipandovi attivamente can tutte le fibre del suo essere. Naturalmente lo rivive can la sua sensibilità femminile, con il suo cuore di donna. Solo in questo si distingue da colui che in lei trovò la sua migliore interprete, oltre che il suo perfetto complemento.

L’atmosfera del Natale, così ricca di poesia e di misticismo, fa provare a Chiara sensazioni inenarrabili e accende nel suo cuore desideri potenti, capaci di ottenere il miracolo.

«Nella notte della Natività del Signore ultimamente passata, – narra una testimone auricolare – non potendo ella per la grave infermità levarsi dal letto per entrare nella cappella, le suore andarono tutte al mattutino al modo usato, lasciandola sola. Allora madonna Chiara sospirando disse: “O Signore Dio, ecco che sono lasciata sola a te in questa luogo”. Allora subitamente incominciò a udire gli organi e responsori e tutto l’ufficio dei frati della chiesa di san Francesco, come se fosse stata lì presente» (Processo, test. III). E un’altra testimone aggiunge che «aveva udito da madonna Chiara che in quella notte della Natività del Signore vide anche il presepio del Signore nostro Gesù Cristo» (ivi, test. IV; cf. Vita di S. Chiara, 29).

Come il Poverello a Greccio, così Chiara nella chiesa di san Francesco in Assisi ha la visione mistica e la conoscenza sperimentale dell’evento di Betlem. Ella vede, contempla, fa suo il pargolo Gesù, il Dono supremo di Dio Padre all’umanità: quel Dono in cui Dio non dà più le sue cose, ma se stesso nella persona del Figlio unigenito! E si dona nella forma più toccante possibile, specialmente per un cuore di donna, perché viene a noi nella forma, concreta e tangibile, di un bimbo bellissimo e bisognoso di tutto…

La liturgia della Chiesa, in cui si evidenzia al massimo la funzione di «memoriale» della Bibbia, mette Chiara a diretto contatto con il miracolo di Betlem e la riempie tutta di «gaudio» : è il «gaudio grande» annunciato dagli angeli nella Notte Santa (Lc 2,10). Per la «pianticella» di Francesco la liturgia significa esattamente ciò che ha detto il Vaticano II: «venire a contatto» con i misteri del Cristo «ed essere ripieni della grazia della salvezza» (Sacros. Conc., 102).

E quel gaudio dura a lungo nel cuore di Chiara. Anzi la visione del «presepio» le è abituale, perché vi attinge continuamente ispirazione e stimolo per la vita. La scena evangelica, rivissuta nella rinnovazione liturgica, lascia in lei un segno indelebile che la conforma sempre più al prototipo divino: al Cristo povero. Il suo amore all’altissima povertà, che la fa degna emula di Francesco, nasce e si alimenta anzitutto con la contemplazione del mistero di Betlem. L’antichissima liturgia francescana del 12 agosto ce la presenta «conformata al piccolo Povero del nostro presepio (III Resp.). E il suo primo biografo aggiunge che la Santa insegna alle figlie spirituali a fare altrettanto: «Le esorta a conformarsi, nel piccolo nido di povertà, al Cristo povero che la Madre poverella depose pargoletto in un misero presepio. Invero con questo peculiare ricordo, quasi a mo’ di monile d’oro, s’affibbiava il petto, affinché polvere di terreni desideri non trovasse il passaggio all’interno» (Vita di S. Chiara, 13).

Anche nei suoi pochi scritti Chiara ama rievocare la scena della Natività. Nella Regola, al cap. II, scrive: «Per amore del santissimo e dilettissimo Bambino, avvolto in poveri pannicelli e posto nel presepio, e della sua santissima Madre, prego ed esorto le mie Suore che si vestano sempre di panni vili». E nella Lettera IV, a sant’Agnese di Praga: «Guarda, ripeto, al principio di questo specchio la povertà (di Chi) è deposto nel presepe e avvolto in poveri pannicelli. O ammirabile umiltà! O stupefacente povertà! Il Re degli angeli, il Signore del cielo e della terra è adagiato in un presepe!».

La povertà delle fasce e della culla del Bambino di Betlem inteneriscono il cuore di Chiara e suscitano in lei il prepotente bisogno di condividere la stessa sorte.

COME MARIA

Sopra abbiamo accennato a un particolare molto importante: a differenza di Francesco, Chiara rivive il mistero natalizio con la sua sensibilità femminile, con il suo cuore di donna. Ma già le primitive fonti francescane ci dicono apertamente che Chiara, come donna, porta il segno di una incomparabile conformità a Maria. II suo più antico biografo arriva a chiamarla «orma della Madre di Dio» (Vita cit., prol.). L’espressione contiene la migliore definizione di Chiara ed è passata, leggermente variata, nella liturgia della Santa (cf. Inno dei Vespri del 12 agosto). «Orma o impronta della Madre di Cristo» vuol dire che Maria è passata in Chiara e ha stampato se stessa in lei. Così Chiara è diventata «la dolce Maria italiana», come il Poverello d’Assisi è «il dolce Gesù italiano» (G. Pascoli).

Nella famiglia di Francesco, «alter Christus» per eccellenza, «madonna Chiara» è appunto la mistica presenza di Maria. E perciò, rivivendo il mistero di Betlem, lo rivive – per così dire – dal posto di Maria. A Natale ella sente e possiede il Tesoro infinito di Dio Padre a livello mariano, fa la parte della Vergine Madre, è una nuova Maria associata alla povertà redentrice del Verbo incarnato.

L’infanzia dell’Uomo-Dio, profumata di verginità e di cielo, tocca profondamente la sensibilità materna di Chiara; ed ella, chinandosi amorosamente sulla culla del Bambino di Betlem, diventa partecipe del gaudio materno di Maria. Dalle fonti più antiche sappiamo che la sua vita è piena della presenza di Gesù Bambino. Non dice forse questa presenza che, per il Verbo incarnato, il piccolo San Damiano ha tutto il sapore di Betlem e Chiara tutta l’attrattiva materna di Maria? II tabernacolo del povero monastero è praticamente una culla di Gesù. Difatti quando, per respingere l’assalto dei Saraceni, la Santa chiede aiuto al Cristo eucaristico, «tosto – racconta il biografo – dal propiziatorio della nuova grazia una voce come di bambinello risonò alle sue orecchie: “Io sempre vi difenderò”» (Vita cit., 22; cf. 37; Processo, test. IX).

Il Bambino sta di casa a San Damiano. E madonna Chiara, con l’esempio e la parola, educa le figlie spirituali a convivere maternamente con Lui, a prodigargli le tenerezze della loro maternità verginale. Lei sa bene, e lo scrive pure, che la donna consacrata non è soltanto «sorella e sposa», ma anche «madre del Figlio dell’Altissimo Padre e della gloriosa Vergine» (Lett. I cf. Lett. III; Lc 8,21).

Possiamo concludere che un aspetto essenziale del carisma clariano è proprio quello di testimoniare nella Chiesa il mistero di Betlem, e precisamente la presenza di Maria china maternamente sulla culla del Figlio di Dio fatto «bambino» per la nostra salvezza e la nostra gioia (Lc 2,16; Mt 2,11).

(Prima pubblicazione in «Forma Sororum», Nov.-Dic. 1967, pp. 140-43)

Lino Cignelli, ofm: SBF Letture Bibliche: Il Natale di S. Francesco

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SBF Letture Bibliche: Il Natale di S. Francesco

Lino Cignelli, ofm
Messo on line il martedì 23 dicembre 2008 a 19h48
da  Eugenio  Invia via email

Francesco d’Assisi è stato un uomo straordinariamente devoto, devoto perché innamorato. E la sua è la devozione vera, quella che attua il dono totale di sé e porta alla piena adesione e conformità alla persona amata. Sappiamo che l’amore conforma all’amato. “Si diventa ciò che si ama” (S. Agostino). Diventi terra se ami la terra, diventi cielo se ami il cielo.

Dato che Francesco è tutto preso dal Cristo del Vangelo, è Lui – il Cristo nato, morto e risorto – che modella la sua vita e la riempie di sé. Il Poverello è un capolavoro di conformità al Cristo evangelico, una riproduzione “testuale” (Paolo VI), starei per dire “impeccabile”, della figura storica del Dio-Uomo.

«Tutta la sua anima – riferisce fra Tommaso da Celano – era assetata del suo Cristo; tutto a Lui dedicava non solo il cuore, ma anche il corpo» (II Vita 94).

E Francesco rivive i misteri di Cristo nel quadro della vita liturgica della Chiesa. Le solennità religiose lo mettono a contatto con le azioni salvifiche del Dio-Uomo, gliene danno la conoscenza sperimentale. Per lui la Liturgia è qualcosa di vivo, è ciò che essa realmente è: azione sacramentale che rinnova i misteri del Cristo, li fa presenti e operanti, e li trasferisce nel cuore dei fedeli. Ed egli vi partecipa davvero «consapevolmente, piamente e attivamente», come vuole il Concilio Vaticano II (SC 48), e ne assimila tutto il contenuto di salvezza e di vita. Al punto da sembrare “un uomo nuovo e di un altro mondo”, una perfetta “immagine di Lui” al dire del biografo (I Vita 82.115).

A Natale è il turno del mistero dell’Incarnazione. Francesco rivive, come un contemporaneo, l’evento storico di Betlem: il Dio Bambino, sbocciato da Maria, è lì vivo e palpitante davanti a lui, ed egli lo avvicina con la finezza d’amore che gli è propria.

«Celebrava con ineffabile entusiasmo – racconta fra Tommaso – più che tutte le altre solennità il Natale del Bambino Gesù, chiamando festa delle feste il giorno in cui Dio, divenuto un bambinello, succhiò latte di donna! Col pensiero avido accarezzava l’immagine di quelle membra infantili, e la compassione pel Pargoletto che gli struggeva il cuore lo faceva balbettare tenere parole alla maniera dei pargoli» (II Vita 199).

Celebrando il Natale, Francesco realizza dunque, su un piano di concretezza incomparabile, l’incontro e il contatto vivo con Cristo Signore. E mentre fa suo Gesù, il Dono infinito di Dio Padre, sente un prepotente bisogno di conformarsi a Lui. A Greccio – commenta fra Tommaso – «celebrò il Natale del Bambino di Bethlehem, facendosi bambino col Bambino» (II Vita 35). L’infanzia del Dio-Uomo, profumata di verginità e di cielo, esercita sul suo cuore di poeta e di mistico un fascino irresistibile. Francesco è un innamorato pazzo del Bimbo di Betlem. Spesso, non riuscendo più a contenere la piena del cuore, sembra perda il controllo di sé. «Spesse volte – riferisce ancora fra Tommaso – quando voleva chiamare Cristo col nome di Gesù, infiammato di immenso amore, lo chiamava il Bimbo di Bethlem, e a guisa di pecora che bela, dicendo Bethlem riempiva la bocca con la voce o, meglio, con la dolcezza della commozione; e nel nominare Gesù o Bambino di Bethlehem, con la lingua si lambiva le labbra, gustando anche col palato la dolcezza di quella parola» (I Vita 86).

Noi possiamo anche sorridere di queste effusioni affettive e magari considerarle ingenuità puerili… La ragione è che l’amore ha una logica e modi di esprimersi che l’uomo profano o comune non possono facilmente capire. Del resto Lui stesso, Gesù, ha detto che la comprensione delle meraviglie di Dio e di Dio stesso è riservata ai “piccoli”, ai “puri di cuore” (Mt 11,25; 5,8).

Francesco, perché piccolo e pieno di candore, ha la capacità di percepire la presenza e la voce del divino. Per lui la celebrazione del Natale ha perciò un valore di vita, significa ciò che esso veramente è: avere “Dio con noi”, ricevere da una madre vergine il Figlio stesso di Dio che si offre a noi nella forma, incantevole e sconvolgente insieme, di un bimbo bisognoso di tutto. Ma quando il Natale significa tutto questo, come si può restare impassibili o “normali”? Quando quel Bambino prodigio, unico al mondo, è veramente visto, preso in braccio e stretto al cuore, come non impazzire dalla gioia?

Comunque, l’esempio del Poverello ha fatto scuola nella Chiesa. Ha insegnato e continua ad insegnare che il cristiano deve rivivere il mistero del Natale, partecipandovi come attore, non come semplice spettatore. Il Figlio di Dio e di Maria, rinascendo misticamente ogni anno, deve rinascere in noi e, per mezzo nostro, negli altri. Il Natale rivissuto francescanamente è per l’appunto un Dono che si riceve e un Dono che si fa: Dono che si riceve da Dio e da Maria, Dono che si fa ai fratelli smarriti o lontani. Così, proprio così fu il Natale di Greccio. Difatti «il Bambino Gesù – racconta fra Tommaso – nei cuori di molti, ove era dimenticato, per la sua grazia veniva risuscitato dal suo servo San Francesco» (I Vita 86; cf. I Lett. 10). Riassumendo. Si celebra il Natale come Francesco, quando Gesù, il “dolce Emmanuele” (S. Teresina), nasce in noi e da noi: in noi dove ancora non siamo Lui, dove siamo ancora uomo vecchio (Adamo peccatore e infelice); da noi per la tanta gente che ancora l’aspetta o non lo conosce. Ma tutto questo è possibile solo se celebriamo bene la festa del Natale. La divina Liturgia fa la vita: come si celebra si vive, si è. Essa è la “scuola del Santi”, cioè delle persone sane e valide. Senza Liturgia non avremmo avuto S. Francesco “alter Christus” per eccellenza, uomo che ha saputo fare segno e storia di salvezza in modo esemplare. Oggi e qui è il nostro turno. Celebriamo bene il Natale del Signore! E il miracolo di Francesco che si fa “bambino col Bambino” e che Lo partecipa agli altri, si ripeterà in noi, nella nostra povertà aperta alla “grazia di Dio che porta salvezza a tutti gli uomini” (Tt 2,11).

Prima pubblicazione in «Luce di bene», Nov.-Dic. 1968, p. 6

buona notte

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Jesus born

http://www.zazzle.com/jesus_birth_poster_15x15-228336327214579166

Omelia attribuita a san Gregorio il Taumaturgo: «Parlava benedicendo Dio»

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20091223

Ferie di Avvento dal 17 al 24: 23 dicembre : Lc 1,57-66
Meditazione del giorno
Omelia attribuita a san Gregorio il Taumaturgo (c. 213 – c. 270), vescovo
Omelia sulla santa Teofania, 4 ; PG 10, 1181

«Parlava benedicendo Dio»

      [Giovanni Battista diceva:] Alla tua presenza, Signore Gesù, non posso tacere, perché «Io sono la voce, e la voce di colui che grida nel deserto: preparate la via del Signore. Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e sei tu che vieni da me!» (Mt 3,3.14)

      Io, quando sono nato, ho cancellato la sterilità di colei che mi metteva al mondo; e quando ero appena un neonato, ho portato rimedio al mutismo di mio padre ricevendo da te la grazia di questo miracolo. Ma tu, nato da Maria Vergine nel modo che hai voluto e che sei il solo a conoscere, non hai cancellato la sua verginità, tu l’hai protetta aggiungendole il titolo di madre; né la sua verginità ha impedito la tua nascita, né la tua nascita ha intaccato la sua verginità. Queste due realtà incompatibili, il parto e la verginità, sono state riunite in un’unica armonia, il che è alla portata del Creatore della natura.

      Io, che sono un uomo, non faccio che partecipare alla grazia divina; ma tu, tu sei nello stesso tempo Dio e uomo, perché sei per natura l’amico degli uomini (cfr Sap 1,6).

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 23 décembre, 2009 |Pas de commentaires »

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