Archive pour le 19 décembre, 2009

Luk-01,39_Mary visits Elizabeth_La visitation

Luk-01,39_Mary visits Elizabeth_La visitation  dans immagini sacre 14%20HUMANAE%20SALVATION%20THE%20VISITATION

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Omelia (20-12-2009) : Dio viene come vita e come gioia

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/16887.html

Omelia (20-12-2009) 
padre Ermes Ronchi

Dio viene come vita e come gioia

Nel Vangelo profetizzano per prime le madri, due donne con il grembo carico di cie­lo, abitate da figli inesplica­bili. Maria ed Elisabetta so­no i primi profeti del Nuovo Testamento: la prima pa­rola di Dio è la vita.
Dio viene come vita. Due donne, la vergine e la sterile, entrambe incinte in mo­do «impossibile» annun­ciano che viene nel mondo un «di più», viene ciò che l’uomo da solo non può darsi.
Dio viene come gioia. Per due volte Luca ripete che il bambino salta di gioia nel grembo. In quel bambino è l’umanità intera che speri­menta che Dio dà gioia, la terra intera che freme per le energie divine che in essa sono deposte ogni giorno.
Dio viene come abbraccio. La preghiera di Maria non nasce nella solitudine, ma nell’abbraccio di due don­ne, in uno spazio di affetto. Dio viene nelle mie relazio­ni, mediato da persone, da incontri, da dialoghi, da ab­bracci. «Le mie braccia allargate sono appena l’ini­zio del cerchio. Un Amore più vasto lo compirà» (M. Guidacci).
«Benedetta tu fra le donne!» La prima parola di Elisa­betta è una benedizione che da Maria discende su tutte le donne. Benedetta sei tu fra le donne che sono, tutte, benedette. Ad ogni frammento, ad ogni atomo di Maria, sparso nel mon­do e che ha nome donna (G. Vannucci) vorrei ripete­re la profezia di Elisabetta: che tu sia benedetta, che benefico agli umani sia il frutto dell’intera tua vita.
Ogni prima parola tra gli uomini dovrebbe avere il «primato della benedizio­ne». Dire a qualcuno «ti be­nedico!» significa vedere il bene in lui, prima di tutto il bene e la luce, e il buon gra­no, con uno sguardo di stu­pore, senza rivalità, senza invidia. Se non imparo a benedire chi ho accanto, la vita, non potrò mai essere felice.
Ogni prima parola con Dio abbia il primato del ringra­ziamento. Come fa Maria con il suo Magnificat, che è il suo Vangelo: la lieta noti­zia dell’innamoramento di Dio, che ha posto le sue ma­ni nel folto della vita. Per dieci volte Maria ripete: è lui, è lui che guarda, è lui che innalza, è lui che riem­pie, è lui. Il centro del cristianesimo è ciò che Dio fa per me, non ciò che io fac­cio per Dio. Anch’io abiterò la vita con tutta la mia complessità, con la parte di Zaccaria che fatica a credere, di Elisa­betta che sa benedire, con la parte di Maria che sa lo­dare, di Giovanni che sa danzare, portando in mol­ti modi il Signore nel mon­do. E forse verrà pronunciata anche per me la paro­la: Benedetto sei tu perché porti il Signore, come Ma­ria. 

La Vita si prepara un corpo – Omelia per domani 20 dicembre

dal sito:

http://www.zenit.org/article-20788?l=italian

La Vita si prepara un corpo

di padre Angelo del Favero*

ROMA, venerdì, 11 dicembre 2009 (ZENIT.org).- “In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto” (Lc 1,39-45).

“E’ impossibile infatti che il sangue di tori e di capri elimini i peccati. Per questo, entrando nel mondo Cristo dice: “Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. (…). Allora ho detto: “Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà”.(…). Così egli abolisce il primo sacrificio per costituire quello nuovo. Mediante quella volontà siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre” (Eb 10,4-10).

“E tu, Betlemme di Efrata, così piccola per essere fra i villaggi di Giuda, da te uscirà per me colui che deve essere il dominatore in Israele; le sue origini sono dall’antichità, dai giorni più remoti. Perciò Dio li metterà in potere altrui fino a quando partorirà colei che deve partorire; e il resto dei tuoi fratelli ritornerà ai figli di Israele. Egli stesso sarà la pace!” (Mi 5,1-4a).

Il cuore pulsante di questa IV Domenica d’Avvento, mentre ormai “colei che deve partorire” è prossima alle doglie (il profeta Michea si rivolge a Betlemme come ad una donna incinta dalla quale sta per uscire il Messia), batte dentro queste parole: “Tu non hai voluto né sacrificio né offerta..un corpo invece mi hai preparato. Allora ho detto: ecco io vengo per fare, o Dio, la tua volontà” (Eb 10,5-7).

Questo è il messaggio del Natale: il culto gradito a Dio non può accontentarsi di devote liturgie e generose offerte, ma in primo luogo deve consistere nell’accoglienza nella fede del Verbo fatto carne nostra: Lui, Gesù, il Dio-con-noi; Lui, un “corpo”, cioè una persona che da nove mesi in Maria si sta preparando ad uscire alla luce; Lui, figlio “dell’uomo” come tutti i nati da donna, con ognuno dei quali si è identificato (Mt 25,40). L’espressione “un corpo mi hai preparato” si riferisce a molte preparazioni remote, rivelate dalla Scrittura.

Luca fa risalire la nascita di Gesù ad Adamo, capostipite del genere umano (Lc 3,38); Matteo ad Abramo, il padre dei credenti (Mt 1,1). Tutta la serie delle generazioni citate serve per dimostrare che “il piano di Dio non è improvviso: Dio dall’inizio prepara la venuta di Cristo e lo da’ nella pienezza del tempo. Una pienezza che, dal punto di vista umano è perlomeno sconcertante: il tempo non faceva sperare nulla, il luogo della nascita è un paese molto piccolo, Giuseppe è sì della stirpe di Davide, ma sconosciuto, con un lavoro modestissimo…Dio è padrone dell’impossibile e attua i suoi piani quando tutto invita a non pensarci più: lasciamolo fare anche nella nostra vita, non solo con rassegnazione, ma con fiducia piena” (A. Vanhoye, “Il pane quotidiano della Parola”, p. 40).

Queste preparazioni remote approdano e si compiono nell’ultima e decisiva preparazione: il corpo della persona della Immacolata Vergine Maria, preparazione meravigliosa operata dal suo stesso Figlio divino quando la preservò dal peccato originale per poter essere degnamente accolto nel suo grembo e diventare corpo come noi.

Certamente, perciò, il corpo preparato per l’incarnazione del Verbo è il corpo biologico del Signore: le sue mani, la sua bocca, il suo cuore, il corpo che ha vagito, che ha sorriso, che ha sudato sudore e sangue, il corpo dell’Uomo della Sindone. Ma la parola “corpo” dice molto più della biologia, dice la “persona”, una totalità costituita da “spirito, anima e corpo” (1 Ts 5,23), tre elementi che non possono essere pensati come qualcosa che l’essere umano ha o possiede. Il corpo è unità esistenziale: la realtà e verità del corpo è la persona stessa.

Perciò, riguardo a Gesù, non c’era prima il corpo biologico, preparato come un materiale in attesa e nel quale poi il Verbo si è incarnato. E nemmeno, naturalmente, il Verbo era corpo prima della sua incarnazione, quando sussisteva “in principio” (Gv 1,1) come persona divina.

Il Verbo eterno, pur attendendo un corpo “storico”, attendeva di essere corpo, attendeva il corpo come evento personale: l’assunzione della natura umana da parte della propria natura divina (Fil 2, 6-7). Il Padre, dal fondo interminabile dei secoli aveva preparato questo evento per il suo Figlio diletto e per noi. Il profeta infatti, voce di Dio e voce dell’umanità intera, annuncia l’incarnazione di Cristo con un “per me” (Mi 5,1) che orienta il nostro sguardo da Betlemme al Cenacolo: “Questo è il mio corpo, offerto in sacrificio per voi”.

Tutto ciò non è troppo lontano da ognuno di noi, anzi: ha a che fare con la nostra stessa origine. E’ nell’istante della fecondazione, infatti, che il corpo-persona, comincia ad esistere, e ad esistere dal nulla: un istante prima esisteva solo la cellula dell’ovulo femminile, non ancora fecondato. La fecondazione è perciò l’evento della creazione di ogni uomo da parte di Dio.

Nel caso unico del concepimento verginale di Gesù, tale evento fu miracolosamente operato dallo Spirito Santo, dopo il consenso di Maria. Il suo “eccomi” fu l’incipit dell’Incarnazione, evento che è descritto oggi da queste parole del Figlio di Dio: “Allora ho detto: ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà” (Eb 10,7).

La parola “allora…” indica che la decisione di incarnarsi presa dal Verbo eterno, fu conseguenza della risposta positiva di Maria all’angelo, il quale, raccoltala dalla sua bocca, “si allontanò da lei” (Lc 1,38b), per tornare al Padre e riferirla. Una decisione che è stata un sì alla vita umana e un sì alla vita di ogni uomo, in obbedienza al disegno del Padre. Ci accorgiamo allora, che l’inciso che troviamo in tale assenso di Cristo (“poiché di me sta scritto nel rotolo del libro”), corrisponde a “secondo la tua parola” (Lc 1,38a) nella risposta di Maria. Infatti il “rotolo del libro” è la Parola stessa di Dio, la Parola udita dalla Vergine con perfetta obbedienza di fede, tale da concepirla nel suo grembo.

Infine un’ultima osservazione. In quale momento sono state pronunciate le parole dell’assenso di Cristo alla propria incarnazione? Dice: “entrando nel mondo” (Eb 10,5). Non dunque prima di entrare, ma entrando, mentre entrava. E in quale mondo stava entrando il Creatore del mondo se non nel grembo della creatura Maria, che gliene apriva la porta con il suo “sì alla Vita” (Ap 3,20)?

Perciò le parole di Maria: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola” (Lc 1,38) furono la voce, e le parole di Cristo: “Allora ho detto: ecco, io vengo per fare o Dio la tua volontà” (Eb 10,7) furono l’eco di tale voce. Similmente a ciò che accadrà alcuni giorni dopo, quando la voce di Maria, raggiunte le orecchie di Elisabetta, risuonerà anche nel grembo dell’anziana parente, facendo sussultare di gioia il piccolo Giovanni Battista.
———-

* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E’ diventato carmelitano nel 1987. E’ stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.

Benedetto XVI: Gesù Cristo, Sapienza di Dio

dal sito:

http://www.zenit.org/article-20791?l=italian

Benedetto XVI: Gesù Cristo, Sapienza di Dio

Esorta gli universitari a essere operatori della carità intellettuale

CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 18 dicembre 2009 (ZENIT.org).- « Quella che nasce a Betlemme è la Sapienza di Dio », ha dichiarato Benedetto XVI questo giovedì pomeriggio nell’omelia dei Vespri che ha presieduto con gli universitari di Roma nella Basilica Vaticana,

Nella celebrazione che ha avuto luogo in preparazione al Natale, il Pontefice ha ricordato il « paradosso cristiano » che consiste « nell’identificazione della Sapienza divina, cioè il Logos eterno, con l’uomo Gesù di Nazaret e con la sua storia ».

« Non c’è soluzione a questo paradosso se non nella parola ‘Amore’, che in questo caso va scritta naturalmente con la ‘A’ maiuscola, trattandosi di un Amore che supera infinitamente le dimensioni umane e storiche », ha osservato.

Un professore o uno studente cristiano, ha ricordato il Papa, « porta dentro di sé l’amore appassionato per questa Sapienza ».

« Legge tutto alla sua luce; ne coglie le tracce nelle particelle elementari e nei versi dei poeti; nei codici giuridici e negli avvenimenti della storia; nelle opere artistiche e nelle espressioni matematiche ».

« Senza di Lei niente è stato fatto di tutto ciò che esiste, e dunque in ogni realtà creata se ne può intravedere un riflesso, evidentemente secondo gradi e modalità differenti ».

Chi ha accolto la Sapienza?

Benedetto XVI ha quindi esposto « una riflessione forse un po’ scomoda ma utile ».

« Chi c’era – la notte di Natale – alla grotta di Betlemme? Chi ha accolto la Sapienza quando è nata? Chi è accorso per vederla, l’ha riconosciuta e adorata? », ha chiesto, ricordando che non si è trattato di « dottori della legge, scribi o sapienti », perché i presenti erano « Maria e Giuseppe, e poi i pastori ».

Questa predilezione per i più umili, espressa dalle parole di Gesù al Padre « Hai rivelato il tuo mistero ai piccoli », non significa affatto che « non serve studiare » o « addirittura è nocivo, controproducente per conoscere la verità », ha segnalato il Papa.

« Si tratta di studiare, di approfondire le conoscenze mantenendo un animo da ‘piccoli’, uno spirito umile e semplice, come quello di Maria ».

« Quante volte abbiamo avuto paura di avvicinarci alla Grotta di Betlemme perché preoccupati che ciò fosse di ostacolo alla nostra criticità e alla nostra ‘modernità’! », ha esclamato. « Invece, in quella Grotta, ciascuno di noi può scoprire la verità su Dio e quella sull’uomo ».

Carità intellettuale

Aiutare gli altri a scoprire il vero volto di Dio, ha sottolineato il Pontefice, « è la prima forma di carità ».

Ricordando che per gli studenti universitari questo « assume la qualifica di carità intellettuale », ha espresso il proprio apprezzamento per il fatto che il cammino di quest’anno della pastorale universitaria diocesana avrà per tema « Eucaristia e carità intellettuale ».

« Una scelta impegnativa ma appropriata », ha commentato, sottolineando che « in ogni Celebrazione eucaristica Dio viene nella storia in Gesù Cristo, nella sua Parola e nel suo Corpo, donandoci quella carità che ci permette di servire l’uomo nella sua concreta esistenza ».

In questo contesto, il Papa ha invitato « tutti gli Atenei ad essere luoghi di formazione di autentici operatori della carità intellettuale ».

« Da essi dipende largamente il futuro della società, soprattutto nell’elaborazione di una nuova sintesi umanistica e di una nuova capacità progettuale ».

« Incoraggio tutti i responsabili delle istituzioni accademiche a proseguire insieme, collaborando alla costruzione di comunità in cui tutti i giovani possano formarsi ad essere uomini maturi e responsabili per realizzare la ‘civiltà dell’amore’ », ha aggiunto.

Al termine della celebrazione, la delegazione universitaria australiana ha consegnato a quella africana l’icona di Maria Sedes Sapientiae, pellegrina per le università del mondo.

La delegazione africana era guidata dall’Arcivescovo Anselme Titianma Sanon, delegato per la pastorale universitaria della Conferenza Episcopale dell’Africa e Madagascar (SECAM), e dall’Arcivescovo Felix Alaba Adeosin Job, presidente della Conferenza Episcopale Nigeriana.

« Affidiamo alla Vergine Santa tutti gli universitari del continente africano e l’impegno di cooperazione che in questi mesi, dopo il Sinodo Speciale per l’Africa, si va sviluppando tra gli Atenei di Roma e quelli africani – ha concluso il Papa -. Rinnovo il mio incoraggiamento a questa nuova prospettiva di cooperazione ed auguro che da essa possano nascere e crescere progetti culturali capaci di promuovere un vero sviluppo integrale dell’uomo ».

Publié dans:Papa Benedetto XVI |on 19 décembre, 2009 |Pas de commentaires »

buona notte

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Sant’Efrem: «Zaccaria tornò a casa; dopo quei giorni Elisabetta, sua moglie, concepì»

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20091219

Ferie di Avvento dal 17 al 24: 19 dicembre : Lc 1,5-25
Meditazione del giorno
Sant’Efrem (c. 306-373), diacono in Siria, dottore della Chiesa
Diatessaron, 1, 11-13

«Zaccaria tornò a casa; dopo quei giorni Elisabetta, sua moglie, concepì»

        L’angelo gli disse: «Dio ha esaudito la voce della tua preghiera». Se Zaccaria credeva che la sua preghiera sarebbe stata esaudita, pregava bene; se non credeva, pregava male. La sua preghiera era sul punto di essere esaudita; eppure,egli ne ha dubitato. È quindi giusto che in quel momento stesso la parola si sia allontanata da lui. Prima, pregava per ottenere un figlio; nel momento in cui la sua preghiera è stata esaudita, egli ha avuto un cambiamento e ha detto: «Come avverrà questo?». Poiché la sua bocca ha dubitato della sua preghiera, ha perso l’uso della parola… Finché Zaccaria credeva, parlava; non appena non ha più creduto, ha taciuto. Finché credeva, parlava: «Ho creduto e per questo ho parlato» (Sal 116,10). Poiché ha disprezzato la parola dell’angelo, questa parola lo ha tormentato, affinché egli onorasse con il suo silenzio la parola che aveva disprezzato.

      Era giusto che diventasse muta la bocca che aveva detto: «Come avverrà questo?», perché apprendesse la possibilità del miracolo. La lingua che era sciolta è stata legata perché imparasse che Colui che aveva legato la lingua poteva sciogliere il seno. In tal modo, quindi, l’esperienza ha insegnato a colui che non aveva accettato l’insegnamento della fede … Egli ha appreso così che Colui che aveva chiuso una bocca aperta poteva aprire un seno chiuso.

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 19 décembre, 2009 |Pas de commentaires »

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