Archive pour le 17 décembre, 2009

Madonna di Guadalupe (mf il 12 dicembre)

Madonna di Guadalupe (mf il 12 dicembre) dans immagini sacre cuzco-guadalupe

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di Hans Christian Andersen : L’ultimo sogno della vecchia quercia (Storia di Natale)

dal sito:

http://www.andersenstories.com/it/andersen_fiabe/ultimo_sogno_della_vecchia_quercia

L’ultimo sogno della vecchia quercia (Storia di Natale)

Fiaba di Hans Christian Andersen – 081
 
Nel bosco in cima alla collina, verso la spiaggia aperta, si trovava una vecchissima quercia che aveva proprio trecentosessantacinque anni, ma questo lungo periodo di tempo corrisponde per la quercia a non più di altrettanti giorni per noi uomini; noi ci svegliamo al mattino, dormiamo di notte e facciamo i nostri sogni; per gli alberi è diverso: restano svegli per tre stagioni e solo d’inverno dormono, l’inverno è il loro periodo di riposo, è la loro notte dopo il lungo giorno che si chiama primavera, estate e autunno.
Per molte giornate estive le effimere avevano danzato intorno alla sua corona di foglie, avevano vissuto, volato e erano state felici, e quando quelle creaturine si riposavano un attimo, nella loro beatitudine, su una delle grosse foglie fresche della quercia, questa diceva «Poverine! Tutta la vostra vita dura solo un giorno! com’è corta! è così triste!».
«Triste?» rispondevano sempre le effimere «che cosa intendi? Tutto è straordinariamente limpido, così caldo e bello, e noi siamo felici!»
«Ma dura solo un giorno, poi tutto è finito!»
«Finito?» dicevano le effìmere «che cosa è finito? Anche tu finisci?»
«No, io vivrò probabilmente ancora migliaia dei vostri giorni e la mia giornata corrisponde a un anno intero. È un tempo così lungo che non siete neppure in grado di immaginarlo!»
«No, ma non ti capiamo. Tu hai migliaia dei nostri giorni, ma noi abbiamo migliaia di momenti di gioia e di felicità! Finirà tutta la bellezza di questo mondo, quando tu morirai?»
«No» rispose l’albero «durerà certamente a lungo e molto più a lungo di quanto si possa pensare!»
«Allora è proprio lo stesso, solo che calcoliamo in modo diverso!»
L’effìmera danzò e si mosse nell’aria, si rallegrò per le sue sottili ali ben fatte di velluto e di veli, si rallegrò per l’aria mite, dove si diffondeva un forte profumo che veniva dal campo di trifoglio e dalle rose selvatiche della siepe, dal sambuco e dal caprifoglio, per non parlare dell’asperula odorosa, della primula e della menta selvatica; il profumo era così intenso che l’effìmera credette di essere un po’ ubriaca. Il giorno fu lungo e bellissimo, pieno di gioia e di dolci sensazioni; quando il sole tramontò l’effimera si sentì, come sempre, piacevolmente stanca per tutto quel divertimento. Le ali non la volevano più sostenere, così si posò lentamente su un morbido stelo d’erba ondeggiante, piegò la testa come potè e si addormento felice: era la morte.
«Povera piccola effìmera!» esclamò la quercia «è stata una vita molto breve!»
Ogni giorno d’estate si ripeteva la stessa danza, lo stesso discorso, la stessa risposta, e lo stesso sonno finale; si ripeteva per ogni generazione di effimere e tutte erano ugualmente felici, ugualmente gaie. La quercia rimase sveglia al mattino della primavera, al mezzogiorno dell’estate e alla sera dell’autunno; ora era quasi tempo di dormire: la sua notte, l’inverno, stava arrivando.
Già le tempeste cantavano: «Buona notte! Buona notte! È caduta una foglia, un’altra! Noi le raccogliamo. Cerca di dormire! Ti canteremo la ninna nanna, ti scuoteremo nel sonno, ma questo giova ai vecchi rami, vero? Scricchiolano già dalla gioia! dormi bene! dormi bene! È la tua trecentosessantacinquesima notte, in realtà hai solamente un anno! dormi bene! Le nuvole ti cospargeranno di neve che diventerà come un lenzuolo, un tiepido tappeto ai tuoi piedi; dormi bene e sogni d’oro!».
La quercia si spogliò del suo fogliame per potersi riposare nel lungo inverno e sognare molte volte, sempre qualche esperienza vissuta, proprio come i sogni degli uomini.
Una volta era stata piccola e aveva tratto origine da una ghianda; secondo il calcolo degli uomini stava vivendo il suo quarto secolo, era l’albero più grande e più robusto del bosco: con la sua corona dominava su tutti gli altri alberi e la si vedeva anche da molto lontano, dal mare aperto costituiva un punto di riferimento per le navi. Non sapeva neppure quanti occhi la cercavano. In cima alle sue fronde verdi si era stabilita la colomba, e il cuculo gridava il suo cucù; in autunno, quando le foglie sembravano lamine di rame battuto, arrivavano gli uccelli migratori e vi si riposavano prima di partire per il mare aperto. Ora però era inverno, l’albero era senza foglie, e si vedeva con chiarezza il disegno dei rami contorti e nodosi. Le cornacchie e i corvi vi si posavano a turno e parlavano dei tempi diffìcili che stavano per cominciare e delle difficoltà invernali per trovare il cibo.
Era quasi il giorno di Natale quando la quercia fece il suo sogno più bello: ascoltiamolo!
Ebbe la sensazione che quella fosse una giornata di festa, le sembrò di sentire tutte le campane delle chiese suonare a festa e le sembrò anche che fosse un bel giorno estivo, tanto l’aria era calda e mite; la quercia allargava il suo fitto fogliame, fresco e verde, i raggi del sole giocavano tra i rami e le foglie, l’aria era piena del profumo delle erbe e dei cespugli, le farfalle variopinte giocavano « a prendersi » e le effìmere ballavano, era come se tutto esistesse affinché potessero ballare e divertirsi. Tutto quello che l’albero aveva vissuto e visto nei suoi lunghi anni di vita, gli sfilò davanti, come in un corteo. Vide cavalieri e dame dei tempi antichi, con le piume sui cappelli e i falchi in pugno, cavalcare nel bosco; il corno da caccia risuonò e i cani abbaiarono. Vide i soldati nemici con armi lucenti, abiti variopinti e lance e alabarde montare e smontare le tende; i fuochi delle sentinelle ardevano e si cantava e si dormiva sotto i rami tesi della quercia. Vide anche gli innamorati che s’incontravano pieni di gioia al chiaro di luna e incidevano i loro nomi, le loro iniziali, nella sua corteccia grigio-verde.
Una volta, moltissimi anni prima, cetre e arpe eolie erano state appese ai suoi rami da alcuni giovani viaggiatori; ora erano ancora li appese e risuonavano con tanta dolcezza. Le colombe tubavano come volessero raccontare quello che l’albero provava, e il cuculo gridò il suo cucù per tante volte quante erano i giorni d’estate che la quercia avrebbe vissuto.
Fu come se un nuovo flusso di vita scorresse dalle radici più piccole fino ai rami più esposti, fino alle foglie; l’albero sentì che si stava allargando, sentì con le radici che anche nella terra c’era vita e calore; sentì crescere le sue forze e crebbe sempre più alto. Il tronco s’innalzò senza un attimo di sosta, continuò a crescere, la corona di foglie si infìtti, si allargò, si sollevò, e, crescendo l’albero, cresceva anche il suo senso di benessere, il suo desiderio beatificante di andare sempre più in alto, fino al caldo sole luminoso.
Ormai era già cresciuto oltre le nubi, che come schiere di neri uccelli migratori o come stormi di grandi cigni bianchi passavano sotto di lui!
Ogni foglia della quercia poteva vedere quasi avesse avuto gli occhi; le stelle erano visibili alla luce del giorno, così grosse e luccicanti, brillavano come occhi chiari e trasparenti e ricordavano tutti quei cari occhi conosciuti, appartenuti ai bambini, agli innamorati che si erano incontrati sotto la quercia.
Che momento meraviglioso e che gioia! Eppure, in tutta quella gioia, la quercia provò nostalgia, e desiderò che tutti gli altri alberi del bosco, tutti i cespugli, le erbe e i fiori si potessero innalzare insieme a lei, e potessero provare quella gioia e godere quello splendore. La grande quercia, nel suo sogno di grandezza, non era completamente felice se non aveva con sé tutti quanti, grandi e piccini, e questo sentimento si ripercosse in modo profondo tra le foglie e i rami, come fosse stato un cuore umano.
Il fogliame della quercia ondeggiò quasi in un gesto di nostalgia, riandò al passato e risentì il profumo delle asperule e subito dopo, ancor più intenso, quello dei caprifogli e delle viole, poi le sembrò di sentire il cuculo cantare.
Tra le nuvole spuntavano le cime verdi degli altri alberi del bosco; la quercia vide che, sotto di sé, gli altri alberi crescevano e si innalzavano come lei, i cespugli e le erbe si tendevano verso l’alto; alcuni di loro si liberarono delle radici e si innalzarono prima degli altri. La betulla fu la più veloce, come un raggio bianco luminoso il suo tronco slanciato si allungò, i rami si piegarono come verdi veli o bandiere; tutta la natura del bosco, persino le canne brune e piumate, cresceva con la quercia, e gli uccelli la seguivano cantando; su un filo d’erba che pareva uno svolazzante nastro di seta verde stava una cavalletta che suonava con le ali; i maggiolini brontolavano e le api ronzavano; ogni uccello usava il proprio strumento, e tutto fu un solo canto di gioia verso il cielo.
«Quel fiorellino rosso che si trovava vicino all’acqua, anche lui doveva salire!» esclamò la quercia «e anche la campanula azzurra, e la margheritina!» Certo, la quercia li voleva tutti con sé.
«Ci siamo anche noi, ci siamo anche noi!» si sentiva risuonare.
«E quelle belle asperule dell’estate scorsa; e l’anno prima c’era un’aiuola di mughetti! e il melo selvatico, come era bello! E tutta quella bellezza del bosco, per tanti e tanti anni! Se fossero vissuti fino a oggi, sarebbero potuti venire anche loro!»
«Ci siamo anche noi, ci siamo anche noi!» si sentì di nuovo ancora più in alto; sembrava che la avessero preceduta in volo.
«È troppo bello per potervi credere!» gridò la quercia piena di gioia. «Sono tutti qui, grandi e piccoli! Nessuno è stato dimenticato! Dove è possibile immaginare una tale beatitudine?»
«Nel regno di Dio è possibile e immaginabile!» si sentì risuonare.
La quercia, che continuava a crescere, sentì che le radici si erano staccate dalla terra.
«Adesso è ancora meglio!» commentò «ora non c’è più nulla che mi trattiene! Posso volare in cielo fino all’Onnipotente, nella luce e nella magnificenza. E ho con me tutti i miei cari. Grandi e piccoli. Tutti quanti, tutti!»
Questo fu il sogno della quercia, ma mentre sognava ci fu una violenta tempesta sia in mare che sulla terra, proprio nella notte santa di Natale; il mare rovesciò grosse onde sulla spiaggia, l’albero scricchiolò, si schiantò e si sradicò proprio nel momento in cui la quercia sognò che le radici si erano liberate. La quercia cadde. I suoi trecentosessantacinque anni valevano ormai come un sol giorno dell’effimera.
Il mattino di Natale, quando spuntò il giorno, la tempesta si era ormai calmata. Tutte le campane delle chiese suonarono a festa e da ogni camino, anche da quello così piccolo del bracciante, si levò il fumo, azzurro come quello che nelle feste dei druidi si levava dall’ara; era il fumo del sacrificio, del ringraziamento. Il mare divenne sempre più calmo e su una grande imbarcazione che durante la notte aveva affrontato quel tempaccio terribile si innalzarono ora tutte le bandiere, per festeggiare il Natale.
«L’albero non c’è più! La vecchia quercia, il nostro punto di riferimento sulla terra!» esclamarono i marinai. «È caduta con la tempesta di questa notte. Potremo mai sostituirla con qualcos’altro?»
Fu questo il breve, ma accorato discorso funebre per la quercia, che si trovava distesa su un manto di neve sulla spiaggia; sopra di lei risuonò l’inno cantato sulla nave, quello sulla gioia del Natale, sulla liberazione degli uomini in Cristo e sulla vita eterna.
Cantate al cielo,
Cantate Alleluia, schiere della Chiesa, Questa gioia è senza uguali! Alleluia, Alleluia!
Così diceva l’antico inno, e ognuno di coloro che si trovavano sulla nave si sentì sollevare da quelle parole e dalle preghiere, proprio nello stesso modo in cui la quercia si era sentita innalzare nel suo ultimo e magnifico sogno della notte di Natale.

FINE

Omelia del Papa per i 90 anni del Cardinale Tomáš Špidlík

dal sito:

http://www.zenit.org/article-20773?l=italian

Omelia del Papa per i 90 anni del Cardinale Tomáš Špidlík

(una persona straordinaria che ho avuto l’0nore di conoscere)

CITTA’ DEL VATICANO, giovedì, 17 dicembre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l’omelia pronunciata da Benedetto XVI nel corso della Messa presieduta questo giovedì mattina, nella Cappella Redemptoris Mater del Palazzo Apostolico Vaticano, con la Comunità del Centro « Aletti » di Roma, in occasione del novantesimo compleanno del Cardinale Tomáš Špidlík, S.I.

* * *

Cari amici,

con l’odierna Liturgia entriamo nell’ultimo tratto del cammino dell’Avvento, che esorta ad intensificare la nostra preparazione, per celebrare con fede e con gioia il Natale del Signore, accogliendo con intimo stupore Dio che si fa vicino all’uomo, a ciascuno di noi.

La prima lettura ci presenta l’anziano Giacobbe che raduna i suoi figli per la benedizione: è un evento di grande intensità e commozione. Questa benedizione è come un sigillo della fedeltà all’alleanza con Dio, ma è anche una visione profetica, che guarda in avanti e indica una missione. Giacobbe è il padre che, attraverso le vie non sempre lineari della propria storia, giunge alla gioia di radunare i suoi figli attorno a sé e tracciare il futuro di ciascuno e della loro discendenza. In particolare, oggi abbiamo ascoltato il riferimento alla tribù di Giuda, di cui si esalta la forza regale, rappresentata dal leone, come pure alla monarchia di Davide, rappresentata dallo scettro, dal bastone del comando, che allude alla venuta del Messia. Così, in questa duplice immagine, traspare il futuro mistero del leone che si fa agnello, del re il cui bastone di comando è la Croce, segno della vera regalità. Giacobbe ha preso progressivamente coscienza del primato di Dio, ha compreso che il suo cammino è guidato e sostenuto dalla fedeltà del Signore, e non può che rispondere con adesione piena all’alleanza e al disegno di salvezza di Dio, diventando a sua volta, insieme con la propria discendenza, anello del progetto divino.

Il brano del Vangelo di Matteo ci presenta la « genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo » (Mt 1,1), sottolineando ed esplicitando ulteriormente la fedeltà di Dio alla promessa, che Egli attua non soltanto mediante gli uomini, ma con loro e, come per Giacobbe, talora attraverso vie tortuose e impreviste. Il Messia atteso, oggetto della promessa, è vero Dio, ma anche vero uomo; Figlio di Dio, ma anche Figlio partorito dalla Vergine, Maria di Nazaret, carne santa di Abramo, nel cui seme saranno benedetti tutti i popoli della terra (cfr Gen 22,18). In questa genealogia, oltre a Maria, vengono ricordate quattro donne. Non sono Sara, Rebecca, Lia, Rachele, cioè le grandi figure della storia d’Israele. Paradossalmente, invece, sono quattro donne pagane: Racab, Rut, Betsabea, Tamar, che apparentemente « disturbano » la purezza di una genealogia. Ma in queste donne pagane, che appaiono in punti determinanti della storia della salvezza, traspare il mistero della chiesa dei pagani, l’universalità della salvezza. Sono donne pagane nelle quali appare il futuro, l’universalità della salvezza. Sono anche donne peccatrici e così appare in loro anche il mistero della grazia: non sono le nostre opere che redimono il mondo, ma è il Signore che ci dà la vera vita. Sono donne peccatrici, sì, in cui appare la grandezza della grazia della quale noi tutti abbiamo bisogno. Queste donne rivelano tuttaviauna risposta esemplare alla fedeltà di Dio, mostrando la fede nel Dio di Israele. E così vediamo trasparire la chiesa dei pagani, mistero della grazia, la fede come dono e come cammino verso la comunione con Dio.La genealogia di Matteo, pertanto, non è semplicemente l’elenco delle generazioni: è la storia realizzata primariamente da Dio, ma con la risposta dell’umanità. È una genealogia della grazia e della fede: proprio sulla fedeltà assoluta di Dio e sulla fede solida di queste donne poggia la prosecuzione della promessa fatta a Israele.

La benedizione di Giacobbe si accosta molto bene all’odierna felice ricorrenza del 90.mo compleanno del caro Cardinale Špidlík. La sua lunga vita e il suo singolare cammino di fede testimoniano come sia Dio a guidare chi a Lui si affida. Ma egli ha percorso anche un ricco itinerario di pensiero, comunicando sempre con ardore e profonda convinzione che il centro di tutta la Rivelazione è un Dio Tripersonale e che, di conseguenza, l’uomo creato a sua immagine è essenzialmente un mistero di libertà e di amore, che si realizza nella comunione: il modo stesso di essere di Dio. Questa comunione non esiste per se stessa, ma procede – come non si stanca di affermare l’Oriente cristiano – dalle Persone divine che liberamente si amano. La libertà e l’amore, elementi costitutivi della persona, non sono afferrabili per mezzo delle categorie razionali, per cui non si può comprendere la persona se non nel mistero di Cristo, vero Dio e vero uomo, e nella comunione con Lui, che diventa accoglienza della « divinoumanità » anche nella nostra stessa esistenza. Fedele a questo principio, il Cardinale Špidlík ha intessuto lungo gli anni una visione teologica vivace e, per moltiaspetti, originale nella quale confluiscono organicamente l’Oriente e l’Occidente cristiani, scambiandosi reciprocamente i loro doni. Il suo fondamento è la vita nello Spirito; il principio della conoscenza: l’amore; lo studio: un’iniziazione alla memoria spirituale; il dialogo con l’uomo concreto: un criterio indispensabile, e il suo contesto: il corpo sempre vivo di Cristo, che è la sua Chiesa. Strettamente legata a questa visione teologica è l’esercizio della paternità spirituale, che il Cardinale Špidlík ha costantemente svolto e continua a svolgere. Oggi, potremmo dire che si raduna attorno a lui, nella celebrazione dei Divini Misteri, una sua « piccola discendenza » spirituale, il Centro Aletti, che vuole raccogliere il suo prezioso insegnamento, facendolo fruttificare con nuove intuizioni e nuove ricerche, anche attraverso la raffigurazione artistica. In questo contesto, mi sembra particolarmente bello sottolineare il legame tra teologia ed arte scaturito dal suo pensiero. Ricorrono infatti dieci anni da quando il mio venerato e amato predecessore, il Servo di Dio Giovanni Paolo II, ha dedicato questa Cappella, la Redemptoris Mater, affermando che « quest’opera si propone come espressione di quella teologia a due polmoni dalla quale può attingere nuova vitalità la Chiesa del terzo millennio ». E continua il Papa: « L’immagine della Redemptoris Mater, che campeggia nella parete centrale pone davanti ai nostri occhi il mistero dell’amore di Dio, che si è fatto uomo per dare a noi, esseri umani, la capacità di diventare figli di Dio… (E’ il) messaggio della salvezza e di gioia che Cristo, nato da Maria, ha portato all’umanità » (Insegnamenti XXII, 2 [1999], p. 895).

A Lei, caro Cardinale Špidlík, auguro di vero cuore l’abbondanza delle grazie del Signore, perché continui ad illuminare con sapienza i Membri del « Centro Aletti » e tutti i suoi figli spirituali. Continuando la Celebrazione dei Santi Misteri, affido ciascuno alla materna protezione della Madre del Redentore, invocando dal Verbo divino, che ha assunto la nostra carne, la luce e la pace annunciata dagli Angeli a Betlemme. Amen

Publié dans:Cardinali, Papa Benedetto XVI |on 17 décembre, 2009 |Pas de commentaires »

Benedetto XVI: “scollamento preoccupante” tra ragione e libertà

dal sito:

http://www.zenit.org/article-20767?l=italian

Benedetto XVI: “scollamento preoccupante” tra ragione e libertà

Sono eque le leggi che rispettano la vita e promuovono la solidarietà

ROMA, mercoledì, 16 dicembre 2009 (ZENIT.org).- In molti paesi si assiste oggi a uno “scollamento preoccupante” tra ragione e libertà che può portare a una dittatura del relativismo. E’ quanto ha osservatore questo mercoledì Benedetto XVI in occasione dell’Udienza generale, riflettendo sul pensiero del teologo inglese Giovanni di Salisbury.

Parlando alle circa novemila persone presenti nell’aula Paolo VI, il Pontefice ha spiegato che questo pensatore del Medioevo, vissuto tra il 1100 e il 1180, e che fu Vescovo di Chartres, sosteneva che le leggi umane e l’agire politico dovrebbero sempre conformarsi alla legge naturale.

Per Giovanni di Salisbury, ha continuato il Papa, esiste “una verità oggettiva e immutabile, la cui origine è in Dio, accessibile alla ragione umana e che riguarda l’agire pratico e sociale. Si tratta di un diritto naturale, al quale le leggi umane e le autorità politiche e religiose devono ispirarsi, affinché possano promuovere il bene comune”.

Nel nostro tempo, ha osservato al contrario il Pontefice, “soprattutto in alcuni Paesi, assistiamo a uno scollamento preoccupante tra la ragione, che ha il compito di scoprire i valori etici legati alla dignità della persona umana, e la libertà, che ha la responsabilità di accoglierli e promuoverli”.

“Forse – ha proseguito – Giovanni di Salisbury ci ricorderebbe oggi che sono conformi all’equità solo quelle leggi che tutelano la sacralità della vita umana e respingono la liceità dell’aborto, dell’eutanasia e delle disinvolte sperimentazioni genetiche, quelle leggi che rispettano la dignità del matrimonio tra l’uomo e la donna, che si ispirano a una corretta laicità dello Stato – laicità che comporta pur sempre la salvaguardia della libertà religiosa – e che perseguono la sussidiarietà e la solidarietà a livello nazionale e internazionale”.

“Diversamente – ha continuato –, finirebbe per instaurarsi quella che Giovanni di Salisbury definisce la ‘tirannia del principe’ o, diremmo noi, ‘la dittatura del relativismo’: un relativismo che, come ricordavo qualche anno fa, ‘non riconosce nulla come definitivo e lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie’”.

Un tipo di relativismo etico, quello sottolineato dal Papa, che spesso si allarga ai mass media.

“Oggi – ha proseguito – , quella che Giovanni definiva ‘eloquenza’, cioè la possibilità di comunicare con strumenti sempre più elaborati e diffusi, si è enormemente moltiplicata. Tuttavia, rimane urgente la necessità di comunicare messaggi dotati di ‘sapienza’, ispirati cioè alla verità, alla bontà, alla bellezza”.

“È questa una grande responsabilità – ha continuato –, che interpella in particolare le persone che operano nell’ambito multiforme e complesso della cultura, della comunicazione, dei media”.

“Fonte ultima” di questa verità, ha detto il Santo Padre, che deve guidare ogni sfera dell’agire umano è Dio: “Questo principio è assai importante per la società e per lo sviluppo, in quanto né l’una né l’altro possono essere solo prodotti umani”.

“La stessa vocazione allo sviluppo delle persone e dei popoli non si fonda su una semplice deliberazione umana, ma è inscritta in un piano che ci precede, e che costituisce per tutti noi un dovere che deve essere liberamente accolto […] perché nasca la giustizia”.

“Ma possiamo trovarlo e accoglierlo solo con un cuore, una volontà, una ragione purificati nella luce di Dio”, ha quindi concluso.

Nei saluti finali, Benedetto XVI ha rivolto un pensiero speciale ai partecipanti al pellegrinaggio promosso dall’associazione “Fraternità”, per i venticinque anni della sua fondazione, accompagnati dal Cardinale Ennio Antonelli, Presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, e dal Vescovo di Crema, mons. Oscar Cantoni.

“Li incoraggio – ha detto il Papa – a testimoniare con crescente impegno i valori dell’accoglienza e della solidarietà, specialmente verso i bambini e le famiglie più provate”.

Benedetto XVI ha quindi incontrato anche Rumiana Jeleva, ministro degli Esteri della Bulgaria, ricevuta poi dall’Arcivescovo Dominique Mamberti, Segretario per i Rapporti con gli Stati.

Il Papa ha inoltre salutato, tra gli altri, l’equipaggio dello Space Shuttle e l’ex cestista Dino Meneghin, Presidente della Federazione Basket, che gli ha regalato un pallone e la maglietta della nazionale personalizzata col nome di Benedetto XVI.

Publié dans:Papa Benedetto XVI |on 17 décembre, 2009 |Pas de commentaires »

buona notte

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San Leone Magno: «Genealogia di Gesù Cristo»

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20091217

Ferie di Avvento dal 17 al 24: 17 dicembre : Mt 1,1-17
Meditazione del giorno
San Leone Magno (?-c. 461), papa e dottore della Chiesa
Lettera 31; PL 54, 791

«Genealogia di Gesù Cristo»

      Non giova a nulla affermare che nostro Signore, figlio della Vergine Maria, è veramente uomo, se non si crede che lo è nel modo proclamato dal Vangelo. Quando Matteo ci parla della «genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo», egli segue, a partire dalla sua origine, la discendenza umana con tutte le generazioni fino a Giuseppe, al quale era fidanzata Maria. Luca, invece, percorre a ritroso la successione delle generazioni per arrivare all’inizio del genere umano, mostrando così che il primo Adamo e l’ultimo sono della stessa natura (3,23ss).

      Era certo possibile all’onnipotenza del Figlio di Dio manifestarsi, per l’istruzione e la giustificazione degli uomini, nello stesso modo in cui era apparso ai patriarchi e ai profeti, sotto una forma carnale; per esempio, quando lottava con Giacobbe (Gn 32,25) o entrava in conversazione con Abramo, accettando il servizio della sua ospitalità al punto di mangiare il cibo che questi gli presentava (Gn 18). Ma queste apparizioni erano soltanto segni, immagini di quell’uomo di cui annunciavano la realtà assunta dalla stirpe di questi antenati.

      Il mistero della nostra redenzione, preparato fin da prima del tempo, dall’eternità, nessuna immagine poteva compierlo. Lo Spirito non era ancora disceso nella Vergine, e la potenza dell’Altissimo non l’aveva ancora coperta con la sua ombra (Lc 1,35). La Sapienza non si era ancora costruita una casa perché il Verbo vi si incarnasse, perché il Creatore del tempo, con l’unione in una sola persona della natura di Dio e di quella dello schiavo, nascesse nel tempo, e colui per mezzo del quale tutto è stato fatto fosse generato tra tutte le creature. Se l’uomo nuovo non si fosse fatto a somiglianza della carne del peccato e non si fosse caricato del nostro uomo vecchio, se egli, che è consustanziale al Padre, non si fosse degnato di prendere sostanza da sua madre e assumere la nostra natura – eccetto il peccato – l’umanità sarebbe rimasta prigioniera alla mercé del demonio e noi non potremmo aver parte alla vittoria trionfale di Cristo, perché essa avrebbe avuto luogo al di fuori della nostra natura. È quindi dalla mirabile partecipazione di Cristo alla nostra natura che rifulse su di noi la luce del sacramento della rigenerazione.

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 17 décembre, 2009 |Pas de commentaires »

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