Archive pour le 13 décembre, 2009

San Giovanni Battista

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LE PAROLE DEL PAPA (nelle lettere di Paolo: «cantus firmus» del suo pensiero: «gaudete».)

dal sito:

http://www.agensir.it/pls/sir/V3_S2EW_consultazione.mostra_paginat0?id_pagina=1021

Dossier > Sinodo Dei Vescovi > Le Parole Del Papa > MEDITAZIONE (3 OTTOBRE)

LE PAROLE DEL PAPA (nelle lettere di Paolo: «cantus firmus» del suo pensiero: «gaudete».)

Pubblichiamo di seguito il testo della meditazione che il Santo Padre Benedetto XVI ha tenuto questa mattina (3 ottobre) in apertura dei lavori dell’XI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, dopo la lectio brevis dell’Ora Terza:
Cari fratelli,
questo testo dell’Ora Terza di oggi implica cinque imperativi ed una promessa. Cerchiamo di capire un po’ meglio che cosa l’Apostolo intende dirci con queste parole.
Il primo imperativo è molto frequente nelle Lettere di San Paolo, anzi si potrebbe dire è quasi il «cantus firmus» del suo pensiero: «gaudete».
In una vita così tormentata come era la sua, una vita piena di persecuzioni, di fame, di sofferenze di tutti i tipi, tuttavia una parola chiave rimane sempre presente: «gaudete».
Nasce qui la domanda: è possibile quasi comandare la gioia? La gioia, vorremmo dire, viene o non viene, ma non può essere imposta come un dovere. E qui ci aiuta pensare al testo più conosciuto sulla gioia delle Lettere paoline, quello della «Domenica Gaudete», nel cuore della Liturgia dell’Avvento: «gaudete, iterum dico gaudete quia Dominus propest».
Qui sentiamo il motivo del perché Paolo in tutte le sofferenze, in tutte le tribolazioni, poteva non solo dire agli altri «gaudete»: lo poteva dire perché in lui stesso la gioia era presente. «gaudete, Dominus enim prope est».
Se l’amato, l’amore, il più grande dono della mia vita, mi è vicino, se posso essere convinto che colui che mi ama è vicino a me, anche in situazioni di tribolazione, rimane nel fondo del cuore la gioia che è più grande di tutte le sofferenze.
L’apostolo può dire «gaudete» perché il Signore è vicino ad ognuno di noi. E così questo imperativo in realtà è un invito ad accorgersi della presenza del Signore vicino a noi. È, una sensibilizzazione per la presenza del Signore. L’Apostolo intende farci attenti a questa – nascosta ma molto reale – presenza di Cristo vicino ad ognuno di noi. Per ognuno di noi sono vere le parole dell’Apocalisse: io busso alla tua porta, ascoltami, aprimi.
È quindi anche un invito ad essere sensibili per questa presenza del Signore che bussa alla mia porta. Non essere sordi a Lui, perché le orecchie dei nostri cuori sono talmente piene di tanti rumori del mondo che non possiamo sentire questa silenziosa presenza che bussa alle nostre porte. Riflettiamo, nello stesso momento, se siamo realmente disponibili ad aprire le porte del nostro cuore; o forse questo cuore è pieno di tante altre cose che non c’è spazio per il Signore e per il momento non abbiamo tempo per il Signore. E così, insensibili, sordi alla sua presenza, pieni di altre cose, non sentiamo l’essenziale: Lui bussa alla porta, ci è vicino e così è vicina la vera gioia, che è più forte di tutte le tristezze del mondo, della nostra vita.
Preghiamo, quindi, nel contesto di questo primo imperativo: Signore facci sensibili alla Tua presenza, aiutaci a sentire, a non essere sordi a Te, aiutaci ad avere un cuore libero, aperto a Te.
Il secondo imperativo «perfecti estote», così come si legge nel testo latino, sembra coincidere con la parola riassuntiva del Sermone della Montagna: «perfecti estote sicut Pater vester caelestis perfectus est».
Questa parola ci invita ad essere ciò che siamo: immagini di Dio, esseri creati in relazione al Signore, «specchio» nel quale si riflette la luce del Signore. Non vivere il cristianesimo secondo la lettera, non sentire la Sacra Scrittura secondo la lettera è spesso difficile, storicamente discutibile, ma andare oltre la lettera, la realtà presente, verso il Signore che ci parla e così all’unione con Dio. Ma se vediamo il testo greco troviamo un altro verbo, «catartizesthe», e questa parola vuole dire rifare, riparare uno strumento, restituirlo alla piena funzionalità. L’esempio più frequente per gli apostoli è rifare una rete per i pescatori che non è più nella giusta situazione, che ha tante lacune da non servire più, rifare la rete così che possa di nuovo essere rete per la pesca, ritornare alla sua perfezione di strumento per questo lavoro. Un altro esempio: uno strumento musicale a corde che ha una corda rotta, quindi la musica non può essere suonata come dovrebbe. Così in questo imperativo la nostra anima appare come una rete apostolica che tuttavia spesso non funziona bene, perché è lacerata dalle nostre proprie intenzioni; o come uno strumento musicale nel quale purtroppo qualche corda è rotta, e quindi la musica di Dio che dovrebbe suonare dal profondo della nostra anima non può echeggiare bene. Rifare questo strumento, conoscere le lacerazioni, le distruzioni, le negligenze, quanto è trascurato, e cercare che questo strumento sia perfetto, sia completo perché serva a ciò per cui è creato dal Signore.
E così questo imperativo può essere anche un invito all’esame di coscienza regolare, per vedere come sta questo mio strumento, fino a quale punto è trascurato, non funziona più, per cercare di ritornare alla sua integrità. È anche un invito al Sacramento della Riconciliazione, nel quale Dio stesso rifà questo strumento e ci dà di nuovo la completezza, la perfezione, la funzionalità, affinché in quest’anima possa risuonare la lode di Dio.
Poi «exortamini invicem». La correzione fraterna è un’opera di misericordia. Nessuno di noi vede bene se stesso, vede bene le sue mancanze. E così è un atto di amore, per essere di complemento l’uno all’altro, per aiutarsi a vederci meglio, a correggerci. Penso che proprio una delle funzioni della collegialità è quella di aiutarci, nel senso anche dell’imperativo precedente, di conoscere le lacune che noi stessi non vogliamo vedere – «ab occultis meis munda me» dice il Salmo – di aiutarci perché diventiamo aperti e possiamo vedere queste cose.
Naturalmente, questa grande opera di misericordia, aiutarci gli uni con gli altri perché ciascuno possa realmente trovare la propria integrità, la propria funzionalità come strumento di Dio, esige molta umiltà e amore. Solo se viene da un cuore umile che non si pone al di sopra dell’altro, non si considera meglio dell’altro, ma solo umile strumento per aiutarsi reciprocamente. Solo se si sente questa profonda e vera umiltà, se si sente che queste parole vengono dall’amore comune, dall’affetto collegiale nel quale vogliamo insieme servire Dio, possiamo in questo senso aiutarci con un grande atto di amore. Anche qui il testo greco aggiunge qualche sfumatura, la parola greca è «paracaleisthe»; è la stessa radice dalla quale viene anche la parola «Paracletos, paraclesis», consolare. Non solo correggere, ma anche consolare, condividere le sofferenze dell’altro, aiutarlo nelle difficoltà. E anche questo mi sembra un grande atto di vero affetto collegiale. Nelle tante situazioni difficili che nascono oggi nella nostra pastorale, qualcuno si trova realmente un po’ disperato, non vede come può andare avanti. In quel momento ha bisogno della consolazione, ha bisogno che qualcuno sia con lui nella sua solitudine interiore e compia l’opera dello Spirito Santo, del Consolatore: quella di dare coraggio, di portarci insieme, di appoggiarci insieme, aiutati dallo Spirito Santo stesso che è il grande Paraclito, il Consolatore, il nostro Avvocato che ci aiuta. Quindi è un invito a fare noi stessi «ad invicem» l’opera dello Spirito Santo Paraclito.
«Idem sapite»: sentiamo dietro la parola latina la parola «sapor», «sapore»: Abbiate lo stesso sapore per le cose, abbiate la stessa visione fondamentale della realtà, con tutte le differenze che non solo sono legittime ma anche necessarie, ma abbiate «eundem sapore», abbiate la stessa sensibilità. Il testo greco dice «froneite», la stessa cosa. Cioè abbiate lo stesso pensiero sostanzialmente. Come potremmo avere in sostanza un pensiero comune che ci aiuti a guidare insieme la Santa Chiesa se non condividendo insieme la fede che non è inventata da nessuno di noi, ma è la fede della Chiesa, il fondamento comune che ci porta, sul quale stiamo e lavoriamo? Quindi è un invito ad inserirci sempre di nuovo in questo pensiero comune, in questa fede che ci precede. «Non respicias peccata nostra sed fidem Ecclesiae tuae»: è la fede della Chiesa che il Signore cerca in noi e che è anche il perdono dei peccati. Avere questa stessa fede comune. Possiamo, dobbiamo vivere questa fede, ognuno nella sua originalità, ma sempre sapendo che questa fede ci precede. E dobbiamo comunicare a tutti gli altri la fede comune. Questo elemento ci fa passare già all’ultimo imperativo, che ci dà la pace profonda tra di noi.
E a questo punto possiamo pensare anche a «touto froneite», ad un altro testo della Lettera ai Filippesi, all’inizio del grande inno sul Signore, dove l’Apostolo ci dice: abbiate gli stessi sentimenti di Cristo, entrare nella «fronesis», nel «fronein», nel pensare di Cristo. Quindi possiamo avere la fede della Chiesa insieme, perché con questa fede entriamo nei pensieri, nei sentimenti del Signore. Pensare insieme con Cristo.
Questo è l’ultimo affondo di questo avvertimento dell’Apostolo: pensare con il pensiero di Cristo. E possiamo farlo leggendo la Sacra Scrittura nella quale i pensieri di Cristo sono Parola, parlano con noi. In questo senso dovremmo esercitare la «Lectio Divina», sentire nelle Scritture il pensiero di Cristo, imparare a pensare con Cristo, a pensare il pensiero di Cristo e così avere i sentimenti di Cristo, essere capaci di dare agli altri anche il pensiero di Cristo, i sentimenti di Cristo.
E così l’ultimo imperativo «pacem habete et eireneuete», è quasi il riassunto dei quattro imperativi precedenti, essendo così in unione con Dio che è la pace nostra, con Cristo che ci ha detto: «pacem dabo vobis». Siamo nella pace interiore, perché essere nel pensiero di Cristo unisce il nostro essere. Le difficoltà, i contrasti della nostra anima si uniscono, si è uniti all’originale, a quello di cui siamo immagine con il pensiero di Cristo. Così nasce la pace interiore e solo se siamo fondati su una profonda pace interiore possiamo essere persone della pace anche nel mondo, per gli altri.
Qui la domanda, questa promessa è condizionata dagli imperativi? Cioè solo nella misura nella quale noi possiamo realizzare gli imperativi, questo Dio della pace è con noi? Come è la relazione tra imperativo e promessa?
Io direi che è bilaterale, cioè la promessa precede gli imperativi e rende realizzabili gli imperativi e segue anche tale realizzazione degli imperativi. Cioè, prima di tutto quanto facciamo noi, il Dio dell’amore e della pace si è aperto a noi, è con noi. Nella Rivelazione cominciata nell’Antico Testamento Dio è venuto incontro a noi con il suo amore, con la sua pace.
E finalmente nell’Incarnazione si è fatto Dio con noi, Emmanuele, è con noi questo Dio della pace che si è fatto carne con la nostra carne, sangue del nostro sangue. È uomo con noi e abbraccia tutto l’essere umano. E nella crocifissione e nella discesa alla morte, totalmente si è fatto uno con noi, ci precede con il suo amore, abbraccia prima di tutto il nostro agire. E questa è la nostra grande consolazione. Dio ci precede. Ha già fatto tutto. Ci ha dato pace e perdono e amore. È con noi. E solo perché è con noi, perché nel Battesimo abbiamo ricevuto la sua grazia, nella Cresima lo Spirito Santo, nel Sacramento dell’Ordine abbiamo ricevuto la sua missione, possiamo adesso fare noi, cooperare con questa sua presenza che ci precede. Tutto questo nostro agire del quale parlano i cinque imperativi è un cooperare, un collaborare con il Dio della pace che è con noi.
Ma vale, dall’altra parte, nella misura nella quale noi realmente entriamo in questa presenza che ha donato, in questo dono già presente nel nostro essere. Cresce naturalmente la sua presenza, il suo essere con noi.
E preghiamo il Signore che ci insegni a collaborare con la sua precedente grazia e di essere così realmente sempre con noi. Amen!
  

Publié dans:Papa Benedetto XVI |on 13 décembre, 2009 |Pas de commentaires »

Omelia (13-12-2009) : Sperare: gioire e condividere

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/16854.html

Omelia (13-12-2009) 
don Maurizio Prandi
Sperare: gioire e condividere

Ancora la gioia, come domenica scorsa, ci viene incontro nella liturgia della Parola di oggi. La prima lettura ci parla di una doppia gioia, la gioia cui è chiamata Gerusalemme, che si scopre perdonata (Il Signore ha revocato la tua condanna) e quindi torna anche il tema della gioia legata alla misericordia, alla bontà; ma anche la gioia che viene dal riconoscere la presenza del Signore nella propria storia (il Signore è in mezzo a te). Quanto abbiamo ascoltato ci ha parlato anche della gioia di Dio, che si scopre innamorato di quella città (ti rinnoverà con il suo amore, danzerà per te). Ma questa prima lettura ci dice anche che possiamo gioire perché Dio ci pone al sicuro, ci dona parole di speranza: Non temere, il Signore è in mezzo a te. Ecco che torna la parola che Dio rivolge ai piccoli, ai semplici: non temere Maria, perché hai trovato grazia presso Dio… Non temere Giuseppe, di prendere con te Maria, tua sposa, perché quello che è generato in lei viene dallo Spirito Santo… non temere vermiciattolo di Giacobbe io ti aiuto dice il Signore…
Non temere… parola rivolta anche ad ognuno di noi a condizione che siamo abbastanza piccoli e poveri per porre la nostra sicurezza e la nostra fiducia in Dio. Qui a Cuba ci sono tante persone credo, che questa parola possono non solo ascoltarla, ma la fanno calare dentro di sé ed addirittura ci credono anche, perché è la parola più bella e promettente che possono sentire, perché sanno che soltanto Dio può dire non temere e dirlo sinceramente, senza prendere in giro nessuno.
E’ davvero bella la prima lettura di oggi, mi ricorda l’annunciazione: Rallegrati, non temere, il Signore è con te. Allora, proprio riguardo a questo, mi piace condividere con voi quello che don Paolo ha detto al campo scuola della estate scorsa con i ragazzi delle superiori: Rispetto a tutte le paure che avete nominato sappiate che c’è un Dio che quando entra nella vostra vita dice: non avere paura. Non avere paura perché io sono con te. Non avere paura perché tu vali per quello che sei. Non avere paura perché tu sei importante per me. Non avere paura perché io ho fiducia in te. Non avere paura perché ce la puoi fare. Non avere paura perché io ti voglio bene. Non avere paura perché come te non c’è nessuno e mai ci sarà. Non avere paura. Per poter sognare abbiamo bisogno di parole che ci aiutino ad uscire dalle nostre paure e il primo che pronuncia queste parole nella nostra vita è Dio. Però dobbiamo imparare anche noi a pronunciare queste parole per noi e per gli altri. Abbiamo bisogno di sostenerci reciprocamente con parole che ci facciano uscire dalle nostre paure.

Ma il tema della gioia percorre anche la seconda lettura che, non dimentichiamolo, è stata scritta da S. Paolo durante la sua prigionia. E quello alla gioia non è semplicemente un invito, un consiglio: è un imperativo! È un ordine! La gioia non è soltanto un dono del Signore, ma anche uno stato da ricercare, da conseguire con sforzo e con impegno (E. Bianchi). Mi pare di scorgere qui almeno due aspetti della gioia: la gioia è una gioia nel Signore, ovvero che viene dal rapporto, dalla relazione con Lui. Non posso allora non interrogarmi sulle mie tristezze, sulle mie inquietudini e su quale relazione ci sia tra queste ad esempio, e la qualità della mia preghiera. Certe, rabbie, certi scatti, certe durezze, certi sfoghi, certe impazienze… c’è di più ci dice san Paolo: la gioia del cristiano ha un fine. Non il proprio benessere, ma quello dei fratelli. La gioia e la carità sono molto legate. E’ la gioia del dare, la gioia del condividere, la gioia dello spendersi. Il testo in spagnolo è molto bello: que todo el mundo los conozca por su bondad. Che tutti possano riconoscere i cristiani per quanto sono capaci amare!
Torna il tema delle ultime due settimane, abbondare e sovrabbondare di amore. La gioia è il terreno in cui la carità fiorisce, ma non perché uno è contento e si sente più buono, più generoso; mi sembra uno sbocco quasi naturale: la carità è per poter condividere la gioia, trasmetterla. Dare una festa, per poter far gioire gli altri (rallegratevi con me) è il modo che il Pastore conosce per poter trasmettere la gioia quando trova la pecora che si era perduta.

Credo anche che il desiderio della gioia sia sotto la domanda che la folla, i pubblicani e i militari fanno a Giovanni Battista: Che cosa dobbiamo fare? Il messaggio di Giovanni evidentemente è entrato e si è depositato nelle persone suscitando il desiderio di una vita conforme all’annuncio ricevuto. La parola di Dio entra, ci fa prendere coscienza della nostra vita, del fatto che qualcosa è necessario cambiare… i livelli sono diversi sembra dirci il vangelo di oggi. Interpreto folla, pubblicani e militari come realtà che mi abitano, che vivo io per primo: la folla è chiamata a condividere, per non essere massa e per tornare ad essere una originalità capace di donarsi. A volte mi metto in quel solco, nel solco dei più, incapace di condividere, di ricominciare dal cibo e dal vestito. E nelle relazioni, sono uno che inganna come chi incassava le imposte e sempre provo a trarre un profitto catturando, avvolgendo, legando a me, o cerco di donare quello che sono e di ricevere l’altro così come è? Sono come i soldati che approfittano delle armi, della loro posizione di dominio oppure do spazio agli altri, alle loro idee e li ascolto senza impormi con la forza? Una parola quella del Battista che interpella la violenza che mi abita e che sempre rischia di uscire fuori quando mi trovo con i più deboli e fragili di me.

maurizioprandi@obistclara.co.cu 

buona notte (ho avuto problemi al computer, domani riprendo che in Avvento ci sono delle belle letture)

buona notte (ho avuto problemi al computer, domani riprendo che in Avvento ci sono delle belle letture) dans immagini buon...notte, giorno la-llamada-de-las-ninfas

http://www.smashingapps.com/2009/06/07/23-striking-examples-of-nature-photography-through-the-photographers-eye.html

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San Massimo di Torino : «Viene colui che è più potente di me»

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20091213

III Domenica di Avvento – Anno C – « Gaudete » : Lc 3,10-18
Meditazione del giorno
San Massimo di Torino (?-c. 420), vescovo
Sermone 88

«Viene colui che è più potente di me»

      Giovanni non ha solo parlato alla sua epoca, annunciando il Signore ai farisei, dicendo: «Preparate la via al Signore, raddrizzate i suoi sentieri!» (Mt 3,3). Oggi, egli grida in noi, e il tuono della sua voce scuote il deserto dei nostri peccati. Pur essendo egli sepolto nel sonno del martire, la sua voce risuona ancora. Egli ci dice oggi: «Preparate le vie del Signore, raddrizzate le sue vie»…

      Giovanni il Battista ha dunque ordinato di preparare la via al Signore. Vediamo quale strada ha preparato al Salvatore. Dal principio alla fine, egli ha perfettamente tracciato e ordinato il suo cammino per l’arrivo di Cristo, perché è stato in ogni cosa sobrio, umile, parco e vergine. È descrivendo tutte queste sue virtù che l’evangelista dice: «E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico» (Mt 3,4). Qual più grande segno di umiltà in un profeta, del disprezzo degli abiti morbidi per vestirsi di peli ruvidi? Quale più profondo segno di fede che essere sempre pronto, con una semplice cintura ai fianchi, a tutti i doveri del servizio? Quale segno di astinenza più evidente della rinuncia alle delizie di questa vita per nutrirsi di locuste e di mele selvatico?

      Tutti questi comportamenti del profeta erano a mio parere profetici in se stessi. Quando il messaggero di Cristo portava un abito ruvido di peli di cammello, questo non significava semplicemente che Cristo, alla sua venuta, avrebbe rivestito il nostro corpo umano, dal tessuto spesso, ruvido per i suoi peccati?… La cintura di pelle significa che la nostra carne fragile, orientata prima della venuta di Cristo sul vizio, egli l’avrebbe condotta alla virtù.

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 13 décembre, 2009 |Pas de commentaires »

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