Archive pour le 10 décembre, 2009

L’Immacolata Concezione

L'Immacolata Concezione dans Maria Vergine

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Onore e pietà per i bambini non nati

dal sito:

http://www.zenit.org/article-20671?l=italian

Onore e pietà per i bambini non nati

Parla il presidente dell’Associazione “Difendere la Vita con Maria”

di Antonio Gaspari

ROMA, mercoledì, 9 dicembre 2009 (ZENIT.org).- Promosso dall’Associazione “Difendere la Vita con Maria” (ADVM) in collaborazione con la Preghiera Universale per la vita, si svolgerà a Roma venerdì 11 novembre l’incontro di riflessione e preghiera “Bambini non nati l’onore e la pietà”.

La manifestazione prevede un incontro con rosario e messa dalle 16:00 alle 18:30 al Santuario Vergine della Rivelazione delle Tre Fontane, in Via Laurentina n. 400, ed un incontro di riflessione alle ore 20:45 nella Parrocchia S. Camillo De Lellis in Via Sallustiana n. 24.

Intervistato da ZENIT don Maurizio Gagliardini, fondatore e presidente dell’Associazione Difendere la Vita con Maria, ha spiegato che l’incontro è finalizzato alla crescita e diffusione di una cultura della vita, con particolare riferimento al diritto di seppellire i bambini non nati.

Facendo riferimento alla Donum Vitae, l’istruzione della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede dedicata a “Il rispetto della vita umana nascente e la dignità della procreazione”, don Maurizio ha ricordato che nella parte I al n. 4 è scritto “I cadaveri di embrioni o feti umani, volontariamente abortiti o non, devono essere rispettati come le spoglie degli altri esseri umani”.

E la legislazione italiana con il DPR n. 285 del 10.9.1990, agli articoli 7 e 50, afferma che “ai genitori viene data la possibilità di seppellire i resti del proprio bambino”.

Il DPR è completato dalla circolare ministeriale emessa dall’allora ministro della Sanità Donat Cattin, in data 16 marzo 1988, che testualmente recita: “Si ritiene che il seppellimento debba di regola avvenire anche in assenza di detta richiesta (quella dei genitori dei prodotti di concepimento abortivi di presunta età inferiore alle venti settimane)”.

Per Don Maurizio, “il seppellimento dei bambini non nati è un atto dovuto a questi nostri fratelli più piccoli, i più poveri e indifesi fra tutti. È un atto di grande consolazione per le famiglie e le mamme soprattutto, è anche la strada vera per una umana gestione del lutto che sola può guarire la profonda ferita per la perdita di un bambino sia per cause di morte naturale, sia per cause di aborto volontario”.

Per diffondere la cultura della vita, il presidente della ADVM ha ricordato anche la preghiera universale per la vita, che da quando fu recitata nel 1995 da Giovanni Paolo II ha già trovato eco in molti cuori.

Don Maurizio ha poi invitato a pregare “perché i giovani si aprano con generosità e fiducia alla vocazione cristiana del matrimonio”; “perché emergano le forze in campo culturale-sociale-politico in grado di promuovere efficacemente la tutela della vita umana”; “per la guarigione delle giovani famiglie tentate dalla paura di concepire e generare, di accogliere la vita e di educare i figli”; e infine “per togliere dalle coscienze l’idea che sia possibile giustificare per varie ragioni gli attentati contro la vita umana dal suo sorgere al suo naturale tramonto”.

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La “fede schietta” delle donne: L’importanza della “fede delle madri” nelle parole di due sacerdoti

dal sito:

http://www.zenit.org/article-20675?l=italian

La “fede schietta” delle donne

L’importanza della “fede delle madri” nelle parole di due sacerdoti

ROMA, giovedì, 10 dicembre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito due articoli apparsi sul numero di dicembre di Paulus, dedicato alla Seconda lettera a Timoteo e al tema “Paolo l’atleta”.

* * *

Colpisce sempre rileggere il passo in cui Paolo, con un sentimento di tenero e fraterno affetto, si rivolge al suo discepolo Timoteo ricordandone le lacrime e la fede schietta, «quella che fu prima della tua nonna Lòide, poi in tua madre Eunìce» (2Tm 1,5). Quest’ultima, ebrea sposata a un greco, è probabilmente una delle prime a convertirsi durante il primo viaggio missionario dell’Apostolo a Listra, verso il 48 d.C. circa, e sembra diventare, insieme alla nonna, la garante di una linea di continuità della fede del figlio Timoteo e, quindi, della sua vocazione. Prendendo spunto da questo passo ci si potrebbe chiedere se, venendo ai nostri giorni, il sacerdote, il seminarista o ancora il giovane in discernimento, riferirebbe in qualche misura la propria risposta vocazionale alla figura materna. Dire “madre” significa dire infatti tout court “amore”. È la madre che, subito dopo il parto, accogliendo nelle braccia il suo piccolo, comincia a insegnare in modo del tutto spontaneo al figlio il lessico dell’amore, fatto di una catena ininterrotta di “sì” incondizionati senza “se” e senza “ma”. Se poi il ministero sacerdotale è, da parte sua, un dono che richiede di essere accolto in pienezza prima di diventare una scelta esplicita di amore incondizionato per il Signore e per i suoi fratelli, si può forse azzardare che proprio l’accettazione di questa proposta dall’alto sia a lungo preparata da quella “grammatica dell’accoglienza” che si è appresa alla scuola materna. Accoglienza che, nella figura della madre, si concretizza non solo nei bisogni materiali del figlio ma anche in quelli spirituali: se la psicologia ci dice che l’attaccamento a Dio da parte del bambino risulta sempre mediata da un’esperienza affettivamente gratificante, questo vorrà ben dire che è proprio in questo humus affettivo che la trasmissione e l’accoglienza del seme della fede, e più tardi della vocazione, ha più probabilità di attecchire.

Nella Bibbia e nella storia

Non mancano nella tradizione giudaico-cristiana esempi di madri alle quali è possibile far risalire la vocazione del figlio. Tracce di questo ci sono testimoniate, ad esempio, in un episodio noto dell’Antico Testamento. Chi non ha avuto un sussulto meditando l’episodio dove la sterile Anna, nel tempio di Silo, promette a Dio il figlio che egli vorrà concederle (1Sam 1,9s): il piccolo Samuele diventerà poi il grande profeta che unse Saul primo re di Israele. Ma esempi anche più significativi possiamo ricavarli rileggendo la storia vocazionale dei santi. Uno di questi, ben presente alla memoria di tutti, è quello di Monica, la madre di sant’Agostino. Nel suo caso si trattò, sostengono non senza una punta d’ironia gli agiografi, di una vera e propria persecuzione d’amore verso il maggiore dei suoi tre figli, quel giovane che nella sua ricerca della verità passava di approdo in approdo senza mai arrivare alla vera fede. La santa seguì Agostino in tutti i suoi trasferimenti, diventandone quasi l’incubo: Madaura, Cartagine, Roma e finalmente Milano. Solo dopo la conversione del figlio e il suo battesimo (387 d.C.) la donna, che già con le sue preghiere aveva portato al fonte battesimale il marito Patrizio, ritenne completata la sua missione e poté addormentarsi in pace per il sonno eterno a Ostia, in procinto di partire per l’Africa. La sua missione era compiuta. L’efficacia delle sue preghiere andarono ben oltre quello che aveva sperato: solo dal cielo vide Agostino diventare vescovo. Chi, poi, non si è commosso per la storia di quello straordinario santo che fu don Giovanni Bosco? Toccò proprio a sua madre, Margherita Occhiena, donna di povere origini e armata solo di quella sapienza che viene dall’alto, di educare il figlio a una fede semplice e solida e, al momento in cui scoccò l’ora di Dio, di responsabilizzare il piccolo Giovannino (all’età di 9 anni!) riguardo alla sua scelta sacerdotale ammonendolo, molto prima di seguirlo nella sua missione, che «Dio viene prima di tutto». Fu anche il caso, per rimanere in Piemonte, del beato Giacomo Alberione, fondatore della Famiglia Paolina: è nel Santuario della Madonna dei Fiori di Bra che sua mamma, Teresa Rosa Allocco, gli insegnò a interpretare i segni della fede cristiana. Gli esempi nella storia anche recente della Chiesa si potrebbero moltiplicare.

Ma è soprattutto riandando con il pensiero e con il cuore alle vicende della Santa Famiglia di Nazareth che possiamo convincerci dell’importanza della madre nella vocazione del figlio.

Se infatti è Dio stesso che decide di incarnarsi nel seno di una donna e da questa attingere, oltre che la vita fisica, anche l’educazione civile e religiosa a “essere uomo” del suo tempo, non resta che ammettere che la figura materna si inscrive nell’ordine delle cose per poter rispondere a quella chiamata che viene dall’alto.

Stefano Stimamiglio

BOX: La fede della nonna

La fede dela nonna è stata fondamentale nel percorso che mi ha portato al sacerdozio. Si trattava di una fede semplice ma rocciosa, nutrita dal robusto patrimonio della sana tradizione popolare e dal senso pratico proprio della vita concreta. Un sentimento religioso comunicato attraverso la vita e la sapienza dei proverbi, che riuscivano a manifestare con semplicità il senso recondito delle cose. Faccio un esempio. Alla domanda – «Nonna, che ora è?» – lei rispondeva invariabilmente: «È ora di amare Dio e di fare il suo volere». Dopo ci diceva anche l’ora “terrena”, l’ora dell’orologio, ma intanto aveva colto l’occasione per richiamarci al nostro destino. Un altro detto che mi piaceva tanto era questo: «Oh Signor, dai masi Seracini, varda so per stì paesi!» (“O Signore, dai casolari montani, guarda giù fino a questi paesi!”). I Masi Saracini sono siti sulle cime delle montagne che sovrastano Gardolo (Tn), dove lei era nata: a me veniva sempre da ridere quando li citava e intanto mi rendeva simpatica la preghiera. Del resto, questo era il modo di pregare della nonna dopo la Messa, il rosario quotidiano e anche, negli ultimi anni, la Liturgia delle Ore, in ossequio alle indicazioni della Chiesa, sul suo piccolo breviario quotidiano zeppo di santini. Un metodo semplice e schietto il suo, impastato di concretezza e umanità, virtù tipiche di quel realismo e abbandono lieto proprio della gente di montagna. E dire che la nonna ne aveva passate di tutti i colori, nella sua vita. Nata in una famiglia povera ma dignitosa, da bambina era rimasta segnata dal traumatico incendio della casa. Suo papà era direttore del coro della parrocchia e musicista amatoriale. In casa, quando si aveva fame, si cantava… e la perfetta impostazione da soprano cristallino della nonna, mi fa presumere che se ne sia patita tanta. Da qui, un ennesimo detto tipico della nonna: «Canta, che te passa!». Ce lo diceva quando facevamo i capricci per un nonnulla. Si sposò a 16 anni perché il nonno stava partendo per la guerra. Si erano trovati a essere fidanzati in un sol giorno, quando il papà di lei l’aveva mandata, insieme alla sorella Genia, a fare un pellegrinaggio a piedi fino a Pietralba con quel signore distinto. Lui era andato in precedenza dal papà della nonna a domandarne la mano, senza che lei lo sapesse, e papà aveva deciso che si conoscessero facendo un pellegrinaggio a piedi… ma con la cautela di una terza persona a seguito. La cosa funzionò. Il fidanzamento durò pochi mesi. A 17 anni era già mamma, sotto i bombardamenti del ’45, costretta a scappare nei bunker con la piccola primogenita. Finita la guerra, andarono ad abitare in una casa poverissima, senza servizi igienici. Il marito venne assunto alle acciaierie di Bolzano e riuscì a ottenere un alloggio delle case popolari. Ma un brutto male, causato proprio dai vapori venefici delle acciaierie, lo portò via in poco tempo. La nonna aveva appena passato i quaranta, ma già era mamma di cinque figli. Li aveva cresciuti tutti da sola, risparmiando, “facendo la formichina”. Oggi, dopo tanti sacrifici e – come direbbe la Bibbia – «sazia di anni», nonna passa le sue giornate in compagnia della badante, intervallando le scadenze naturali della sua giornata (sveglia, colazione, pranzo, cena) con le preghiere di Radio Sacra Famiglia di Bolzano o Radio Maria, e attendendo la visita di qualche figlio o di qualcuno dei numerosissimi nipotini e pronipotini che si sono aggiunti alla carovana nel corso degli anni. Non è facile, per una come lei che ha sempre lavorato sodo, vedersi così, quasi sempre seduta e con le mani in mano. Eppure va avanti ancora forte, con il suo humor e i suoi proverbi. Quando era più giovane e si trovava a sera, stanca per il molto lavoro, invece di lamentarsi a vuoto, amava ripetere questa giaculatoria in dialetto trentino: «O Signor, Signor, quanto si fa e dopo si muor!». Adesso quel proverbio pieno di verità e di sapienza si riflette sul suo volto, accarezzato da mille piccoli solchi, mappa di una storia ricca di fede e di amore.

Emanuele Cuccarollo

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buona notte

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http://www.ars.usda.gov/is/graphics/photos/plantsimages.new.htm

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San Gregorio Magno: « Il Regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20091210

Giovedì della II settimana di Avvento : Mt 11,11-15
Meditazione del giorno
San Gregorio Magno (circa 540-604), papa, dottore della Chiesa
Omelia per l’Avvento n°20

« Il Regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono »

     Giovanni ci richiama a grandi opere con le parole: « Fate frutti degni di penitenza », e ancora: « Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha ; e chi ha del cibo faccia altrettanto (Lc 3,8.11). Si può ormai capire che cosa voglia dire la Verità, quando dice : « Dai giorni del Battista a oggi il regno dei cieli è esposto alla violenza, e i violenti lo conquistano ». E queste parole di divina sapienza devono essere studiate. Come può subir violenza il regno dei cieli? Chi può farla questa violenza? E se il regno dei cieli può essere esposto alla violenza, perché lo è solo dal tempo del Battista e non da prima?

L’antica Legge… potiva colpire chiunque con la sua severità, ma non risuscitava nessuno attraverso la penitenza. Poiché però Giovanni Battista, precorrendo la grazia del Redentore, predica la penitenza affinché il peccatore, morto per la colpa, riviva attraverso la conversione, si capisce perché il regno dei cieli sia esposto alla violenza solo a partire da Giovanni Battista. Che cosa è poi il regno dei cieli se non la dimora dei giusti? Sono i giusti che hanno diritto al premio eterno; sono i miti, gli umili, i casti, i misericordiosi che entrano nella gioia celeste. Sicché quando un superbo, un dissoluto, un iracondo, un empio o crudele fa penitenza, riceve la vita eterna ed entra anch’esso in quel mondo precedentemente a lui estraneo. Così, dal tempo del Battista il regno dei cieli è esposto alla violenza e i violenti lo conquistano, perché colui che chiamò i peccatori alla penitenza, che altro fece se non insegnare a forzare il regno dei cieli?

        Fratelli carissimi… riflettiamo anche noi su tutto il male che abbiamo fatto : impadroniamoci dell’eredità dei giusti attraverso la penitenza. Il Signore vuole accettare questa violenza da parte nostra : Egli vuole che ci impadroniamo in tal modo del Regno che non ci era dovuto in base ai nostri meriti.

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 10 décembre, 2009 |Pas de commentaires »

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