Archive pour le 3 décembre, 2009

Isaiah the prophet, events and portraits / Esaïe le prophète, événements et portraits / 19 COLRD B GODS ANGEL FIGHTS (Is 37,36)

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Anche Madre Teresa visse la notte della fede

dal sito:

http://www.zenit.org/article-20582?l=italian

Anche Madre Teresa visse la notte della fede

Renato Farina racconta in un libro le crisi spirituali della beata di Calcutta

di Luca Marcolivio

ROMA, mercoledì, 2 dicembre 2009 (ZENIT.org).- Anche la splendida vita di una santa incrollabile come Madre Teresa di Calcutta è stata attraversata da dubbi, malinconie ed aridità spirituali. Dalla fine degli anni ’40 fino alla morte, avvenuta nel 1997, la celebre religiosa albanese visse un lunghissimo momento di buio e di sensazione di lontananza da Dio.

La vicenda, già nota negli ambienti più vicini a Madre Teresa, è diventata di dominio pubblico nel 2007, allorché il Time pubblicò un dossier intitolato Mother Teresa’s Chrisis of Faith, in cui addirittura si insinuava il dubbio di una perdita della fede da parte della beata.

Il tema è stato poi ripreso nel saggio di Renato Farina, Madre Teresa. La notte della fede (Piemme, Milano, 2009). ZENIT ne ha intervistato l’autore che, il prossimo 8 dicembre, solennità dell’Immacolata Concezione, presenterà il suo libro a Tirana, in Albania.

Lei ha descritto il suo saggio come un giallo. Qual è il mistero in cui ci si imbatte analizzando la vita di Madre Teresa di Calcutta? Che soluzione ne ha ricavato?

Farina: Prendendo in esame la vicenda di Madre Teresa ho compreso che l’aridità spirituale è come il deserto per il popolo ebraico. Preannuncia l’arrivo nella terra del latte e del miele e li fa gustare di più. La mentalità moderna dà molto più peso al sentimento e al desiderio primordiale che non al giudizio di realtà e alla condizione oggettiva dell’uomo.

Madre Teresa con la sua esperienza ci insegna che più importante del nostro sentire è il fatto che Dio esiste e ci ama davvero. La fede può senz’altro produrre un riverbero sentimentale, tuttavia ciò che conta veramente è che Dio ci salva la vita. Il Signore se ne infischia dei nostri dubbi! La depressione o la malinconia non possono in nessun caso diventare un ostacolo alla nostra adesione alla Verità e alla Bellezza.

Madre Teresa, quindi, non ha mai preso a pretesto il sonno di Gesù sulla barca (Mc 4,35-41) per rinunciare alla carità. Lei amava definirsi ‘la matita di Dio’: beh, nel dire ciò era ben consapevole che una matita è fatta di legno e grafite. Avesse avuto a disposizione una bacchetta di melassa, il Signore non avrebbe potuto scrivere nulla, anzi… si sarebbe solo impiastricciato le mani.

Lei ha conosciuto personalmente Madre Teresa a metà degli anni ’80. Quale fu il suo impatto con questa donna straordinaria? Era intuibile il dramma che soffriva?

Farina: Madre Teresa patì per cinquant’anni la sua aridità spirituale, tuttavia non la fece mai pesare a nessuno. La sua carità era così immensa che non si sentì mai in diritto di far pesare ad altri il suo dramma. Di lei colpiva l’innata dolcezza, dietro la quale, però si intuiva una durezza interiore in qualche modo malcelata: in altre parole si capiva che era una persona che aveva sofferto.

Madre Teresa amava mettere alla prova i suoi interlocutori. Nel libro racconto di quando mia moglie ed io prendemmo contatto con lei, per avviare la pratica d’adozione di un bambino indiano. Salvo, poi venire a sapere che le adozioni erano riservate a coppie senza figli (noi già ne avevamo due). In questo modo Madre Teresa aveva voluto testare quanto autentico fosse il mio desiderio di paternità.

Di lei mi colpiva la semplicità della sua preghiera: che tu sprofondi agli inferi o vai al settimo cielo, l’unica possibilità di essere uomini è mendicare l’amore di Dio. Madre Teresa affermava che la via maestra per arrivare a Gesù è pregare la Madonna: l’amore per Cristo e quello per Maria non si possono disgiungere. In fondo non c’era proprio Lei ai piedi della Croce?

Madre Teresa è stata una santa ‘estrema’. Fu estrema soprattutto nell’amore perché era consapevole che l’amore di Dio c’è. La certezza dell’amore di Dio le veniva dalla ragione prima ancora che dalla fede. Prima ancora che figlia di sua madre e di suo padre si sentiva figlia di Dio e da lui creata per amore.

Una delle più grandi battaglie di Madre Teresa fu quella contro l’aborto. La sua identificazione con i bambini rifiutati nasceva davvero in parallelo al suo dramma di sentirsi rifiutata da Dio, ovvero di soffrire l’aridità spirituale?

Farina: Non so se le cose stessero davvero così. In ogni caso è quello che ho voluto immaginare immedesimandomi in lei. Se c’era una cosa che faceva davvero infuriare Madre Teresa era proprio l’aborto. Con le donne e, ancor più, con i medici che lo praticavano era spietata. Sapeva che anche questo peccato può essere perdonato, tuttavia lo considerava una delle colpe più abominevoli.

Più volte nel corso del libro lei compie ampie digressioni su Santa Teresina di Lisieux e su don Luigi Giussani, due santi dell’età postmoderna, al pari di Madre Teresa. Cosa accomuna queste tre figure?

Farina: Santa Teresina e don Giussani sono ‘parenti stretti’ di Madre Teresa. Quest’ultima, del resto, scelse il suo nome da religiosa ispirandosi alla carmelitana francese. Le due Terese possono apparire due profili complementari: la santa di Lisieux è solitamente identificata con una spiritualità contemplativa, tutta fondata sulla preghiera, in altre parole una santa ed una monaca d’altri tempi; la beata di Calcutta, al contrario è vista come una donna in linea con l’attivismo tipico della modernità, la carità che si fa azione. In realtà dovremmo abbandonare questi luoghi comuni: non c’è nulla di più attivo dell’amore contemplativo e nulla di più capace di abbandono dell’amore attivo. Il cristianesimo è integrale: in ogni tempo e luogo la sua essenza è un sì detto in totale libertà.

Ho citato il mio maestro don Giussani perché da lui ho imparato ad amare Madre Teresa. La ‘parentela’ tra i due, in questo caso, è segnata dalla comune virtù dell’obbedienza. Entrambi inoltre, come Gesù, hanno provato commozione di fronte alle folle che non hanno conosciuto Cristo. Ciò che accomuna tutti i più grandi santi è, in primo luogo, la loro umanità: in fin dei conti, non c’è cosa più umana del cattolicesimo il quale passa necessariamente per l’umanità dei santi. La comunione dei santi è qualcosa di imprescindibile e anche i peccatori ne hanno bisogno.

In che modo, alla fine, Madre Teresa risulta vittoriosa sul buio che aveva raggelato la sua anima? Che insegnamento possono trarre dal suo dramma spirituale i cristiani del terzo millennio?

Farina: La sua forza è stata non smettere mai di pregare. Capì che tutto quello che aveva cercato nel volto dei santi non era affatto un’illusione. Madre Teresa ha cercato Dio nell’obbedienza. Ha saputo tendere la mano della sua misericordia a quella di Pietro, emblema della fede. Viceversa la fede non può andare avanti senza tendere la mano alla carità. Come diceva Urs von Balthasar, Pietro (la fede) non può andare avanti senza Giovanni (la carità). Lo stesso Giovanni Paolo II affermò che si non sarebbe potuto recare in India se non avesse trovato Madre Teresa ad accoglierlo.

Il riconoscimento della fede può avvenire perfettamente anche nell’aridità. Cristoforo Colombo, nei momenti di depressione, provava nostalgia dell’America: non poteva più vederla ma non poteva certo negare di averla scoperta. La vicenda di Madre Teresa raccontata nel mio libro può incoraggiarci a sopportare di più noi stessi e le nostre fragilità. Come diceva don Giussani: se non ci fosse la carità, nemmeno Dio potrebbe sopportare se stesso…

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Omelia del Papa per i primi Vespri della I domenica di Avvento

dal sito:

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Omelia del Papa per i primi Vespri della I domenica di Avvento

CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 29 novembre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l’omelia pronunciata questo sabato da Benedetto XVI nel presiedere nella Basilica di San Pietro la celebrazione dei primi Vespri della I domenica di Avvento.

* * *

Cari fratelli e sorelle,

con questa celebrazione vespertina entriamo nel tempo liturgico dell’Avvento. Nella lettura biblica che abbiamo appena ascoltato, tratta dalla Prima Lettera ai Tessalonicesi, l’apostolo Paolo ci invita a preparare la « venuta del Signore nostro Gesù Cristo » (5,23) conservandoci irreprensibili, con la grazia di Dio. Paolo usa proprio la parola « venuta », in latino adventus, da cui il termine Avvento.

Riflettiamo brevemente sul significato di questa parola, che può tradursi con « presenza », « arrivo », « venuta ». Nel linguaggio del mondo antico era un termine tecnico utilizzato per indicare l’arrivo di un funzionario, la visita del re o dell’imperatore in una provincia. Ma poteva indicare anche la venuta della divinità, che esce dal suo nascondimento per manifestarsi con potenza, o che viene celebrata presente nel culto. I cristiani adottarono la parola « avvento » per esprimere la loro relazione con Gesù Cristo: Gesù è il Re, entrato in questa povera « provincia » denominata terra per rendere visita a tutti; alla festa del suo avvento fa partecipare quanti credono in Lui, quanti credono nella sua presenza nell’assemblea liturgica. Con la parola adventus si intendeva sostanzialmente dire: Dio è qui, non si è ritirato dal mondo, non ci ha lasciati soli. Anche se non lo possiamo vedere e toccare come avviene con le realtà sensibili, Egli è qui e viene a visitarci in molteplici modi.

Il significato dell’espressione « avvento » comprende quindi anche quello di visitatio, che vuol dire semplicemente e propriamente « visita »; in questo caso si tratta di una visita di Dio: Egli entra nella mia vita e vuole rivolgersi a me. Tutti facciamo esperienza, nell’esistenza quotidiana, di avere poco tempo per il Signore e poco tempo pure per noi. Si finisce per essere assorbiti dal « fare ». Non è forse vero che spesso è proprio l’attività a possederci, la società con i suoi molteplici interessi a monopolizzare la nostra attenzione? Non è forse vero che si dedica molto tempo al divertimento e a svaghi di vario genere? A volte le cose ci « travolgono ». L’Avvento, questo tempo liturgico forte che stiamo iniziando, ci invita a sostare in silenzio per capire una presenza. E’ un invito a comprendere che i singoli eventi della giornata sono cenni che Dio ci rivolge, segni dell’attenzione che ha per ognuno di noi. Quanto spesso Dio ci fa percepire qualcosa del suo amore! Tenere, per così dire, un « diario interiore » di questo amore sarebbe un compito bello e salutare per la nostra vita! L’Avvento ci invita e ci stimola a contemplare il Signore presente. La certezza della sua presenza non dovrebbe aiutarci a vedere il mondo con occhi diversi? Non dovrebbe aiutarci a considerare tutta la nostra esistenza come « visita », come un modo in cui Egli può venire a noi e diventarci vicino, in ogni situazione?

Altro elemento fondamentale dell’Avvento è l’attesa, attesa che è nello stesso tempo speranza. L’Avvento ci spinge a capire il senso del tempo e della storia come « kairós », come occasione favorevole per la nostra salvezza. Gesù ha illustrato questa realtà misteriosa in molte parabole: nel racconto dei servi invitati ad attendere il ritorno del padrone; nella parabola delle vergini che aspettano lo sposo; o in quelle della semina e della mietitura. L’uomo, nella sua vita, è in costante attesa: quando è bambino vuole crescere, da adulto tende alla realizzazione e al successo, avanzando nell’età, aspira al meritato riposo. Ma arriva il tempo in cui egli scopre di aver sperato troppo poco se, al di là della professione o della posizione sociale, non gli rimane nient’altro da sperare. La speranza segna il cammino dell’umanità, ma per i cristiani essa è animata da una certezza: il Signore è presente nello scorrere della nostra vita, ci accompagna e un giorno asciugherà anche le nostre lacrime. Un giorno, non lontano, tutto troverà il suo compimento nel Regno di Dio, Regno di giustizia e di pace.

Ma ci sono modi molto diversi di attendere. Se il tempo non è riempito da un presente dotato di senso, l’attesa rischia di diventare insopportabile; se si aspetta qualcosa, ma in questo momento non c’è nulla, se il presente cioè rimane vuoto, ogni attimo che passa appare esageratamente lungo, e l’attesa si trasforma in un peso troppo grave, perché il futuro rimane del tutto incerto. Quando invece il tempo è dotato di senso, e in ogni istante percepiamo qualcosa di specifico e di valido, allora la gioia dell’attesa rende il presente più prezioso. Cari fratelli e sorelle, viviamo intensamente il presente dove già ci raggiungono i doni del Signore, viviamolo proiettati verso il futuro, un futuro carico di speranza. L’Avvento cristiano diviene in questo modo occasione per ridestare in noi il senso vero dell’attesa, ritornando al cuore della nostra fede che è il mistero di Cristo, il Messia atteso per lunghi secoli e nato nella povertà di Betlemme. Venendo tra noi, ci ha recato e continua ad offrirci il dono del suo amore e della sua salvezza. Presente tra noi, ci parla in molteplici modi: nella Sacra Scrittura, nell’anno liturgico, nei santi, negli eventi della vita quotidiana, in tutta la creazione, che cambia aspetto a seconda che dietro di essa ci sia Lui o che sia offuscata dalla nebbia di un’incerta origine e di un incerto futuro. A nostra volta, noi possiamo rivolgergli la parola, presentargli le sofferenze che ci affliggono, l’impazienza, le domande che ci sgorgano dal cuore. Siamo certi che ci ascolta sempre! E se Gesù è presente, non esiste più alcun tempo privo di senso e vuoto. Se Lui è presente, possiamo continuare a sperare anche quando gli altri non possono più assicurarci alcun sostegno, anche quando il presente diventa faticoso.

Cari amici, l’Avvento è il tempo della presenza e dell’attesa dell’eterno. Proprio per questa ragione è, in modo particolare, il tempo della gioia, di una gioia interiorizzata, che nessuna sofferenza può cancellare. La gioia per il fatto che Dio si è fatto bambino. Questa gioia, invisibilmente presente in noi, ci incoraggia a camminare fiduciosi. Modello e sostegno di tale intimo gaudio è la Vergine Maria, per mezzo della quale ci è stato donato il Bambino Gesù. Ci ottenga Lei, fedele discepola del suo Figlio, la grazia di vivere questo tempo liturgico vigilanti e operosi nell’attesa. Amen!

Benedetto XVI riflette sul pensiero di Guglielmo di Saint-Thierry

dal sito:

http://www.zenit.org/article-20580?l=italian

Benedetto XVI riflette sul pensiero di Guglielmo di Saint-Thierry

Catechesi per l’Udienza generale del mercoledì

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 2 dicembre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato questo mercoledì da Benedetto XVI incontrando i fedeli e i pellegrini in piazza San Pietro per la tradizionale Udienza generale.

Continuando la catechesi sulla cultura cristiana nel Medioevo, il Papa si è soffermato su Guglielmo di Saint-Thierry, teologo monastico del XII sec.

* * *

Cari fratelli e sorelle,

in una precedente Catechesi ho presentato la figura di Bernardo di Chiaravalle, il « Dottore della dolcezza », grande protagonista del secolo dodicesimo. Il suo biografo – amico ed estimatore – fu Guglielmo di Saint-Thierry, sul quale mi soffermo nella riflessione di questa mattina.

Guglielmo nacque a Liegi tra il 1075 e il 1080. Di nobile famiglia, dotato di un’intelligenza viva e di un innato amore per lo studio, frequentò famose scuole dell’epoca, come quelle della sua città natale e di Reims, in Francia. Entrò in contatto personale anche con Abelardo, il maestro che applicava la filosofia alla teologia in modo così originale da suscitare molte perplessità e opposizioni. Anche Guglielmo espresse le proprie riserve, sollecitando il suo amico Bernardo a prendere posizione nei confronti di Abelardo. Rispondendo a quel misterioso e irresistibile appello di Dio, che è la vocazione alla vita consacrata, Guglielmo entrò nel monastero benedettino di Saint-Nicaise di Reims nel 1113, e qualche anno dopo divenne abate del monastero di Saint-Thierry, in diocesi di Reims. In quel periodo era molto diffusa l’esigenza di purificare e rinnovare la vita monastica, per renderla autenticamente evangelica. Guglielmo operò in questo senso all’interno del proprio monastero, e in genere nell’Ordine benedettino. Tuttavia incontrò non poche resistenze di fronte ai suoi tentativi di riforma, e così, nonostante il consiglio contrario dell’amico Bernardo, nel 1135, lasciò l’abbazia benedettina, smise l’abito nero e indossò quello bianco, per unirsi ai cistercensi di Signy. Da quel momento fino alla morte, avvenuta nel 1148, si dedicò alla contemplazione orante dei misteri di Dio, da sempre oggetto dei suoi più profondi desideri, e alla composizione di scritti di letteratura spirituale, importanti nella storia della teologia monastica.

Una delle sue prime opere è intitolata De natura et dignitate amoris (La natura e la dignità dell’amore). Vi è espressa una delle idee fondamentali di Guglielmo, valida anche per noi. L’energia principale che muove l’animo umano – egli dice – è l’amore. La natura umana, nella sua essenza più profonda, consiste nell’amare. In definitiva, un solo compito è affidato a ogni essere umano: imparare a voler bene, ad amare, sinceramente, autenticamente, gratuitamente. Ma solo alla scuola di Dio questo compito viene assolto e l’uomo può raggiungere il fine per cui è stato creato. Scrive infatti Guglielmo: « L’arte delle arti è l’arte dell’amore… L’amore è suscitato dal Creatore della natura. L’amore è una forza dell’anima, che la conduce come per un peso naturale al luogo e al fine che le è proprio » (La natura e la dignità dell’amore 1, PL 184,379). Imparare ad amare richiede un lungo e impegnativo cammino, che è articolato da Guglielmo in quattro tappe, corrispondenti alle età dell’uomo: l’infanzia, la giovinezza, la maturità e la vecchiaia. In questo itinerario la persona deve imporsi un’ascesi efficace, un forte controllo di sé per eliminare ogni affetto disordinato, ogni cedimento all’egoismo, e unificare la propria vita in Dio, sorgente, mèta e forza dell’amore, fino a giungere al vertice della vita spirituale, che Guglielmo definisce come « sapienza ». A conclusione di questo itinerario ascetico, si sperimenta una grande serenità e dolcezza. Tutte le facoltà dell’uomo – intelligenza, volontà, affetti – riposano in Dio, conosciuto e amato in Cristo.

Anche in altre opere, Guglielmo parla di questa radicale vocazione all’amore per Dio, che costituisce il segreto di una vita riuscita e felice, e che egli descrive come un desiderio incessante e crescente, ispirato da Dio stesso nel cuore dell’uomo. In una meditazione egli dice che l’oggetto di questo amore è l’Amore con la « A » maiuscola, cioè Dio. È lui che si riversa nel cuore di chi ama, e lo rende atto a riceverlo. Si dona a sazietà e in modo tale, che di questa sazietà il desiderio non viene mai meno. Questo slancio d’amore è il compimento dell’uomo » (De contemplando Deo 6, passim, SC 61bis, pp. 79-83). Colpisce il fatto che Guglielmo, nel parlare dell’amore a Dio attribuisca una notevole importanza alla dimensione affettiva. In fondo, cari amici, il nostro cuore è fatto di carne, e quando amiamo Dio, che è l’Amore stesso, come non esprimere in questa relazione con il Signore anche i nostri umanissimi sentimenti, come la tenerezza, la sensibilità, la delicatezza? Il Signore stesso, facendosi uomo, ha voluto amarci con un cuore di carne!

Secondo Guglielmo, poi, l’amore ha un’altra proprietà importante: illumina l’intelligenza e permette di conoscere meglio e in modo profondo Dio e, in Dio, le persone e gli avvenimenti. La conoscenza che procede dai sensi e dall’intelligenza riduce, ma non elimina, la distanza tra il soggetto e l’oggetto, tra l’io e il tu. L’amore invece produce attrazione e comunione, fino al punto che vi è una trasformazione e un’assimilazione tra il soggetto che ama e l’oggetto amato. Questa reciprocità di affetto e di simpatia permette allora una conoscenza molto più profonda di quella operata dalla sola ragione. Si spiega così una celebre espressione di Guglielmo: « Amor ipse intellectus est – già in se stesso l’amore è principio di conoscenza ». Cari amici, ci domandiamo: non è proprio così nella nostra vita? Non è forse vero che noi conosciamo realmente solo chi e ciò che amiamo? Senza una certa simpatia non si conosce nessuno e niente! E questo vale anzitutto nella conoscenza di Dio e dei suoi misteri, che superano la capacità di comprensione della nostra intelligenza: Dio lo si conosce se lo si ama!

Una sintesi del pensiero di Guglielmo di Saint-Thierry è contenuta in una lunga lettera indirizzata ai Certosini di Mont-Dieu, presso i quali egli si era recato in visita e che volle incoraggiare e consolare. Il dotto benedettino Jean Mabillon già nel 1690 diede a questa lettera un titolo significativo: Epistola aurea (Lettera d’oro). In effetti, gli insegnamenti sulla vita spirituale in essa contenuti sono preziosi per tutti coloro che desiderano crescere nella comunione con Dio, nella santità. In questo trattato Guglielmo propone un itinerario in tre tappe. Occorre – egli dice – passare dall’uomo « animale » a quello « razionale », per approdare a quello « spirituale ». Che cosa intende dire il nostro autore con queste tre espressioni? All’inizio una persona accetta la visione della vita ispirata dalla fede con un atto di obbedienza e di fiducia. Poi con un processo di interiorizzazione, nel quale la ragione e la volontà giocano un grande ruolo, la fede in Cristo è accolta con profonda convinzione e si sperimenta un’armoniosa corrispondenza tra ciò che si crede e si spera e le aspirazioni più segrete dell’anima, la nostra ragione, i nostri affetti. Si giunge così alla perfezione della vita spirituale, quando le realtà della fede sono fonte di intima gioia e di comunione reale e appagante con Dio. Si vive solo nell’amore e per amore. Guglielmo fonda questo itinerario su una solida visione dell’uomo, ispirata agli antichi Padri greci, soprattutto ad Origene, i quali, con un linguaggio audace, avevano insegnato che la vocazione dell’uomo è diventare come Dio, che lo ha creato a sua immagine e somiglianza. L’immagine di Dio presente nell’uomo lo spinge verso la somiglianza, cioè verso un’identità sempre più piena tra la propria volontà e quella divina. A questa perfezione, che Guglielmo chiama « unità di spirito », non si giunge con lo sforzo personale, sia pure sincero e generoso, perché è necessaria un’altra cosa. Questa perfezione si raggiunge per l’azione dello Spirito Santo, che prende dimora nell’anima e purifica, assorbe e trasforma in carità ogni slancio e ogni desiderio d’amore presente nell’uomo. « Vi è poi un’altra somiglianza con Dio », leggiamo nell’Epistola aurea, « che viene detta non più somiglianza, ma unità di spirito, quando l’uomo diventa uno con Dio, uno spirito, non soltanto per l’unità di un identico volere, ma per non essere in grado di volere altro. In tal modo l’uomo merita di diventare non Dio, ma ciò che Dio è: l’uomo diventa per grazia ciò che Dio è per natura » (Epistola aurea 262-263, SC 223, pp. 353-355).

Cari fratelli e sorelle, questo autore, che potremmo definire il « Cantore dell’amore, della carità », ci insegna ad operare nella nostra vita la scelta di fondo, che dà senso e valore a tutte le altre scelte: amare Dio e, per amore suo, amare il nostro prossimo; solo così potremo incontrare la vera gioia, anticipo della beatitudine eterna. Mettiamoci quindi alla scuola dei Santi per imparare ad amare in modo autentico e totale, per entrare in questo itinerario del nostro essere. Con una giovane santa, Dottore della Chiesa, Teresa di Gesù Bambino, diciamo anche noi al Signore che vogliamo vivere d’amore. E concludo proprio con una preghiera di questa Santa: « Io ti amo, e tu lo sai, divino Gesù! Lo Spirito d’amore mi incendia col suo fuoco. Amando Te attiro il Padre, che il mio debole cuore conserva, senza scampo. O Trinità! Sei prigioniera del mio amore. Vivere d’amore, quaggiù, è un darsi smisurato, senza chiedere salario … quando si ama non si fanno calcoli. Io ho dato tutto al Cuore divino, che trabocca di tenerezza! E corro leggermente. Non ho più nulla, e la mia sola ricchezza è vivere d’amore ».

buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno barbary-macaque-65924

Barbary Macaque

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Origene : Fondato sopra la roccia, Cristo

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20091203

Giovedì della I settimana di Avvento : Mt 7,21-21#Mt 7,24-27
Meditazione del giorno
Origene (circa 185-253), sacerdote e teologo
Omelie su Luca, 26, 4-5 ; SC 87, 341

Fondato sopra la roccia, Cristo

Quando affronti coraggiosamente la tentazione, non è questa a renderti fedele e paziente, ma essa mette in luce virtù di pazienza e fortezza che erano in te, ma nascoste. “Credi, dice il Signore, che io avessi nel parlarti uno scopo diverso da quello di manifestare la tua giustizia? ” (Gb 40,3 LXX). E altrove aggiunge: “Ti ho umiliato e ti ho messo alla prova per manifestare quello che avevi nel cuore” (Dt 8, 3-5).

Nello stesso senso, la tempesta non lascia in piedi una casa edificata sulla sabbia; se vuoi che resista, costruisci sulla roccia. Una volta scatenata, non potrà rovesciare un edificio costruito sulla pietra; rivelerà invece quanto siano deboli le fondamenta di ciò che vacilla sulla sabbia. Per questo motivo, prima che la tempesta si scateni, prima che soffino le raffiche di vento e i torrenti si gonfino, mentre ancora tutto è nel silenzio, dedichiamo ogni cura alle fondamenta della costruzione, eleviamo la nostra casa con le molteplici e solide pietre dei comandamenti di Dio; allora, quando la persecuzione incrudelirà, quando la bufera delle sciagure si scatenerà contro i cristiani, potremo mostrare che il nostro edificio è fondato sulla roccia, Cristo Gesù (1 Cor 3,1).

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