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L’Annonciation – Mikhail Nesterov, 1901

L'Annonciation - Mikhail Nesterov, 1901 dans immagini sacre mikhai12

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Tempo di Avvento, Anno A: 8 dicembre 2007 Messaggio di Insuperabile bellezza (sul pensiero di Papa Paolo VI)

dal sito:

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/annoA-08/01-AvventoA-07/Omelie/01-Immacolata-DG.html

TEMPO DI AVVENTO / ANNO A /

 08 DICEMBRE 2007: MARIA IMMACOLATA
 LITURGIA DELLA DOMENICA / Omelia

MESSAGGIO DI INSUPERABILE BELLEZZA

Paolo VI ha detto che l’Avvento è la « migliore stagione liturgica del culto di Maria »: sta bene quindi il ricordo di Lei nel periodo dell’attesa, della nostra preparazione alla venuta di Gesù.

1. La Madonna, infatti, con la sua Immacolata Concezione, segna, per così dire, il primo atto dell’amore misericordioso di Dio, che prepara la restaurazione dopo il peccato. Con l’annuncio che « la donna », con la « sua stirpe » sarebbe stata l’eterna nemica dell’infernal serpente, comincia l’Avvento, comincia l’attesa, la speranza, il cammino verso la vera restaurazione. Di tutto questo Maria Immacolata è il segno e la promessa (cfr. I lett.).

Già all’inizio della storia dell’uomo colpevole, è dunque manifesto il disegno dell’amore di Dio. Egli dopo il castigo non abbandonò l’uomo in potere della morte, ma fece subito balenare alla mente dell’uomo una vittoria sul male. E Maria è il simbolo più bello di questa vittoria nella Chiesa.

2. Con la nascita di questa creatura eccezionale, « piena di grazia », l’Avvento entra nella sua fase culminante, nella fase ultima. La Madonna sorge all’orizzonte dell’umanità come l’aurora annunciatrice della salvezza, come foriera del sole nato da Lei, Gesù, come pegno della fedeltà di Dio alle sue promesse, come incarnazione dell’amore e della bontà del Dio salvatore.
Con Maria, dunque, « si compiono i tempi e si instaura una nuova economia » (LG 55).

3. Maria pertanto è modello vivo di quanti attendono Gesù e la sua salvezza e si dispongono umilmente a riceverla. Dice infatti il Concilio: « Maria primeggia tra gli umili e i poveri del Signore, i quali con fiducia attendono e ricevono da lui la salvezza » (LG, 55).
La Madonna è modello con la sua insuperabile purezza: Ella, infatti, è la « piena di grazia », cioè Colei che non ha mai interrotto il suo rapporto con Dio; Colei nella quale ritroviamo il modello originale della creatura uscita integra dalle mani del Creatore; la creatura unica, degna di offrirsi allo sguardo purissimo di Dio con i segni dell’amicizia, della fedeltà, della piena corrispondenza.
La Madonna è modello con la sua perfetta collaborazione al disegno di Dio: Ella infatti si offre alla prospettiva del Signore come serva disponibile e fedelissima: « Ecco la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto » (Lc. 1,38).

La Madonna è modello con la sua abissale umiltà: si riconosce « serva » del Signore e si offre come strumento umile, ma docilissimo a Dio, perché operi in Lei le « le grandi cose » della storia della salvezza.
(Maria dunque ci sta innanzi come modello di un cammino che ci conduce verso il Signore. Saremo capaci di seguirla?
Tale cammino è cammino di purezza, cioè di rifiuto del male e del peccato, sotto ogni forma; è cammino di rettitudine di intenti e di azione. E’ cammino di collaborazione con la grazia di Dio che ci previene e ci accompagna. E’ cammino di umiltà, cioè di riaffermata e sempre sofferta pochezza, consapevole dei propri limiti.)

4. Guardiamo all’Immacolata. Non tanto per cogliere la bellezza in cui La colloca il privilegio divino che oggi celebriamo, quanto piuttosto per ammirare in Lei la Donna perfettamente afferrata da Dio, perfettamente disponibile all’attuazione dei piani divini. E’ in questa linea la nostra ammirazione per questa dolce sorella, tanto grande, eppure tanto vicina a noi. Ciò che è grande in Maria è l’offerta di sé, fatta da Lei al Signore: offerta libera, generosa, cosciente, illimitata.

(Il racconto dell’Annunciazione contenuto nel Vangelo odierno è la pagina antecedente al Natale, è la premessa necessaria. Senza l’atteggiamento di perfetta donazione di Maria, Dio non avrebbe potuto scegliere la via che ha scelto, mediante la sua nascita dalla Vergine.
Siamo dunque invitati a riconoscere il posto della Madonna nel piano della salvezza.
Sul cammino del nostro incontro con Gesù, sul nostro avvento, cioè sulla linea della nostra attesa cocente della salvezza, sta Maria, passaggio obbligato e soavissimo. Riconoscerlo è un dovere, è un bisogno, è una grazia. Approfittarne è condizione di vita.
Davanti alla bellezza di questa creatura che tanto ci onora e che tanto ci dona, non possiamo non esclamare in coro: – Siano rese grazie a Dio! – precisamente come ci invita a fare San Paolo nella seconda lettura di oggi.):

5. La Madonna con la sua bellezza totale, di cui ci parla eloquentemente il privilegio dell’Immacolata Concezione, mostra a noi chiaramente la meta del disegno di Dio, a cui noi siamo incamminati.
Cioè, Maria è la creatura riuscita, la creatura arrivata. In Lei noi vediamo quello che dobbiamo essere e quello che saremo. La Madonna, mentre ci si offre come modello di quella giustizia originale, frutto del primitivo, incorrotto disegno di Dio, ci parla anche di quanto Dio opererà in noi con la sua redenzione.
(In questo senso la parola di Paolo, nella seconda lettura: « Dio in Cristo ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto, nella carità, predestinandoci ad essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo… » (Ef. 1,4-5).

Questo il disegno divino, anche a nostro riguardo. L’Immacolata è l’anticipazione di esso, è la garanzia del suo compimento anche per noi…).
Di qui la nostra gioia per questa celebrazione, la speranza che ci canta in cuore, mentre fissiamo il nostro sguardo sul volto purissimo e splendente della nostra Mamma Immacolata…
Certo, quanto noi vediamo brillare nella candida figura della Madonna contrasta vivamente con l’angoscia che agita il nostro tempo, che ignora i valori della più autentica bellezza.

Chiediamoci: l’Immacolata dice ancora qualche cosa agli uomini del nostro tempo?
(Una simile inchiesta è stata fatta, e si è anche pubblicato un libro, in cui gli interlocutori rispondo alla domanda: « Chi sei tu, Maria? » – Torino 1973).

1. L’uomo è sempre stato affascinato dalla bellezza. Oggi questo fascino è potenziato dai diffusissimi mezzi della comunicazione sociale: stampa, radio, TV.
Un aspetto deteriore di questa adorazione della bellezza è il fenomeno del divismo. Schiere di giovani impazziscono freneticamente per il loro idolo cinematografico, musicale o sportivo.

2. Lo sforzo dell’arte moderna di escogitare sempre nuove forme espressive, non dice chiaramente questo insaziabile desiderio del cuore umano di bellezza?

3. Tuttavia questa « adorazione della bellezza » – è doveroso riconoscerlo – si degrada troppo spesso verso forme di idolatria ingiustificata e pericolosa e si trasforma in potente incentivo verso il peccato, specialmente impuro…

4. Pertanto la Madonna, Immacolata e « tutta bella », si offre a noi, oggi, come modello di insuperabile bellezza. Bellezza autentica: originale, non offuscata dalla minima macchia sia fisica che morale; bellezza antitetica al peccato, per cui Ella è costituita nemica perenne del demonio e del male.
« Ecco la tua Mamma! », ci ripete Gesù: « vedi come è bella, come è pura, come è santa. Imitala! ».
Il messaggio dunque dell’Immacolata per gli uomini d’oggi è questo: un messaggio di bellezza insuperabile, da contemplare, da ammirare, da amare; un messaggio di purezza, da opporre alla corruzione dilagante, da opporre agli incentivi del male organizzato e trionfante, da opporre al richiamo potente della carne e del « mondo ».
Non vorremo noi ascoltare questa voce materna, questo invito pressante? (1).
Se l’ideale ci sembra troppo sublime e troppo difficile da raggiungere, la Madonna stessa ci indica il sostegno, il rimedio…
Nella santa Messa una candida ostia viene innalzata sulle nostre teste. Un simbolo di purezza immacolata che si affianca oggi a quello di Maria Immacolata. Ma non solo simbolo. La purezza della Madonna trova la sua ragione nella purezza di quell’ostia. La purezza di Maria è un riverbero, un dono della purezza di Gesù…
Da quell’ostia, in cui Gesù si fa tutto presente con la sua grazia di salvezza, con la sua vita, scaturisce anche la nostra purezza e, cioè, la forza sovrumana di resistenza a satana e al peccato. L’Eucaristia è « il pane degli angeli », il « vino che germina i vergini ». Per mantenersi puri – e tanti giovani di ieri e di oggi lo sono – bisogna mangiare quel Pane e bere quel Vino, senza dei quali la lotta – che è di tutti – per resistere al male, è vana e destinata alla più umiliante sconfitta.
Se oggi la corruzione dilaga è perché troppe anime si sono allontanate da Gesù, dal Gesù dell’Eucaristia, offerto quale nutrimento dell’anima, quale fermento di vita, contro i miasmi delle sollecitazioni del male. Gesù ci chiama al suo banchetto, perché siamo forti, perché siamo sani, perché siamo come Lui ci vuole. Gesù vuol venire dentro di noi per irrobustire la nostra virtù, per rendere più candida la nostra purezza. Il nostro corpo a contatto con Gesù diviene più resistente agli assalti del demonio.
Oggi la Madonna ci accompagna all’altare per ripeterci: « Se vuoi imitarmi, devi andare a Gesù, devi nutrirti di Gesù, devi trasformarti in Gesù. E’ Lui, solo Lui, l’autore della mia purezza: vuol esserlo anche della tua… ».
Ascoltiamo l’invito della Mamma tutta Immacolata ed Ella ci otterrà da Gesù una viva nostalgia di candore e di purezza.).
NB/ Saltando tutto ciò che racchiuso tra parentesi, qui sopra, si potrebbero avere queste altre seguenti conclusioni, a seconda dell’uditorio.

1. Conclusione:

Certe persone non hanno bisogno di parlare… basta la loro presenza…
La Madonna con la sua bellezza continua ad affascinare le anime più generose.
« Vent’anni. Secondo anno di medicina. Una gran bella ragazza. Ricca e sportiva. Un giorno dice:
- Ho deciso… entrerò in clausura.
Meraviglia e stupore di tutti. Difficoltà e lacrime dei genitori. Niente da fare. Quando Dio chiama, si parte.
- Allora è proprio decisa a venire con noi? Non vorrei che si facesse illusioni. Lei deve sapere che entrare al Carmelo è cominciare a soffrire.
La Superiora le sgrana tutto il complesso di asprezze, di rinunzie che comporta il voto di povertà. La ragazza ascolta pensierosa. Sembra che prepari la risposta.
- Madre, ditemi: nella mia celletta, nel refettorio, negli altri luoghi di riunione, troverò l’immagine del Crocifisso?
- Sì, cara…
- Mi basterà, Madre. Mi lasci pure entrare. Guardando Gesù Crocifisso, io mi ricorderò della povertà da Lui sofferta a Betlemme, in Egitto, a Nazaret e specialmente sul Calvario.
Ma la Madre per essere più sicura dell’autenticità di quella vocazione si affrettò a descrivere le difficoltà che comporta il voto di obbedienza e la serietà con cui avrebbe dovuto vivere il voto di castità.
Quand’ebbe finito, la postulante domandò:
- Madre, quando sarò in convento oltre all’immagine del Crocifisso, potrò ancora avere una corona della Madonna?
- Sì, senz’altro.
- Ebbene, accettatemi, Madre. Di fronte alle difficoltà che incontrerò, mi aggrapperò alla corona della Madonna, penserò a Lei e mi sentirò forte e sicura tra le braccia della mia Mamma Immacolata.
Disarmata nei suoi argomenti, la Madre le aprì le porte del convento e quelle del suo cuore.

L’episodio è una dimostrazione della forza che ha sull’animo nostro la semplice evocazione della figura della Madonna, come avviene attraverso una sua immagine.
Siamo di fronte a una legge morale che Bergson ha studiato a lungo, quando parlava dei cosiddetti « creatori morali ».
« Ci sono persone – diceva il filosofo – che non hanno bisogno di parlare. La loro presenza è già un appello che in certi momenti ti spinge al bene o ti trattiene dal male ».

Perché nella vita cristiana la devozione alla Madonna ha sempre avuto un’importanza così grande? Non solo per ragioni teologiche, ma anche per ragioni pedagogiche, ossia per l’importanza formativa dei grandi: essi ci spingono all’eroismo e ci salvano da certe miserie. Nelle lotte per la purezza la sola evocazione di Colei che è: tutta pura, Immacolata, sarà come un colpo d’ala che solleva l’anima al di sopra di tutte le miserie umane.
Cari fratelli e sorelle, fissiamo sovente il nostro sguardo sul candore della Madonna, e porteremo sempre nel nostro cuore una struggente nostalgia della nostra Mamma Immacolata.

2. Conclusione:        

Notte lunare. – Un Angelo annuncia che all’alba sarebbe sceso per cogliere il fiore più bello per profumare il trono del Signore.
I fiori si raccolgono a concilio: c’era la rosa, la regina dei fiori; la camelia, superba e insipida; il garofano capriccioso; la viola mammola e un giglio candido, serio, che se ne stava in disparte.

Sorse l’aurora e apparve l’Angelo. Guardò la rosa e disse: « Tu sei troppo bella; ti piace di essere adulata e temo della tua semplicità ».
Sorpassò il garofano e la camelia; sorrise alla violetta: « Mi piace la tua modestia, ma servi troppo per adornare le dame e non posso prenderti: Dio vuole qualcosa più preziosa ».
Il profumo del giglio lo richiamò. « Qual è la tua missione? ».
- « Io sono poco ricercato per le feste mondane, ma mi si dona alla Vergine, ai bimbi nel giorno della Prima Comunione, adorno gli altari e tengo compagnia a Gesù nelle processioni ».
L’Angelo sorrise e, rompendo lo stelo, lo trapiantò in Cielo.

Cari fratelli e Sorelle, abituiamoci anche noi ad ornare l’Immacolata, gli altari di Gesù in Sacramento qui in terra, se vogliamo che l’Angelo dell’Immacolata ci trapianti poi un giorno in Cielo.

                                                                               D. SEVERINO GALLO sdb  (+ 23. 3. 2007)

Joseph Ratzinger : Omelia nel venerdì della seconda settimana di Avvento 2003

dal sito:

http://www.ratzinger.us/modules.php?name=News&file=article&sid=152

Trascrizione dell’omelia pronunciata a braccio dal cardinale Joseph Ratzinger, Centro Internazionale Giovanile San Lorenzo, 12 dicembre 2003

Letture
Orazione – Rafforza, o Padre, la nostra vigilanza nell’attesa del tuo Figlio, perché, illuminati dalla sua parola di salvezza, andiamo incontro a lui con le lampade accese.
Prima lettura (dal libro del profeta Isaia, 48, 17-19) – Le nostre sventure dipendono solo dalla nostra infedeltà al Signore, dal fatto d’aver abbandonato la strada che Dio ci ha indicato.
Dal Vangelo secondo Matteo (11, 16-19) – E’ possibile chiudere gli occhi sulle opere di Dio, e in particolare su Gesù Cristo, la Sapienza incarnata. Questo avviene per la nostra incoerenza e contraddizione nel non riconoscerlo.

Homilia

Cari amici, fratelli e sorelle, i testi della liturgia di oggi, del venerdì della seconda settimana di Avvento, sono pieni di luce per il nostro cammino e ci aiutano di realizzare l’essenza dell’attesa che poi è l’essenza del nostro essere cristiani. Vorrei cominciare con l’orazione: la parola fondamentale dell’orazione di oggi è “vigilanza” che tra l’altro è la parola chiave di tutto l’Avvento. Vigilanza, essere vigilanti, che cosa vuol dire? Chi dorme è chiuso in se stesso, non percepisce la realtà fuori di sé, e anche nei suoi sogni non è in grado di percepire la realtà, ma solo ombre riflesse della sua mente, del suo subcosciente. Svegliandosi, esce dal carcere, dal muro di sé e percepisce la realtà stessa che lo circonda. Si apre ad essa. La nostra generazione è convinta di essere realmente molto “sveglia”, più di tutte le altre generazioni precedenti solo perché percepisce molto più del mondo: il nostro occhio va fino alle distanze più lontane, distanze immense sia spaziali che temporali. E nello stesso tempo siamo capaci di entrare anche all’interno della materia, fino alle ultime particelle che la compongono.
L’orizzonte è allargato enormemente, così anche le nostre possibilità di agire in questo mondo. E ciò nonostante dobbiamo dire che questa generazione, in un senso più profondo, dorme. È chiusa in sé, perché vede soltanto quanto può fare e avere, e si ferma alla facciata esteriore della realtà, alle cose materiali che può prendere in mano. Ma proprio così, siamo sempre più chiusi in noi stessi e non siamo più capaci di andare realmente all’infinito, di vedere la trasparenza della luce divina nella materia creata, in noi stessi l’occhio del nostro cuore: i nostri sensi interiori sono ottenebrati dal vedere tutte queste cose esteriori che ci aiutano a fare e ad avere, non rispondono più, non funzionano più, non hanno più accesso alla vera realtà, alla grandezza del mondo. È per questo che dormiamo. Dorme la nostra generazione.
Tramite l’Avvento il Signore ci dice di risvegliarci, di uscire da questo cerchio, da questo carcere del materiale, di aprire i cuori e cominciare a vedere la realtà più grande, il senso di Dio nel mondo, la presenza di Dio nel Signore Gesù Cristo, nella sua Parola, nei suoi sacramenti.
Questo è il primo imperativo che ci obbliga anche ad andare avanti per aprire gli occhi del cuore e ad aiutare i nostri amici, i nostri contemporanei perché possano ricominciare a vedere la vera profondità e la vera grandezza della realtà. Vedere è anche partire e così logicamente dalla parola vigilanza viene fuori l’altra, propria del cammino d’Avvento: “andare incontro al Signore”.
La fede non è un mucchio di idee, ma un’avventura della vita, un cammino, un mettersi in moto verso il Signore e il cammino esteriore che facciamo preparandoci a Colonia, dovrebbe essere nello stesso tempo e soprattutto un cammino interiore, un uscire da noi stessi per andare incontro a Dio, alla vera realtà, all’amore e al prossimo.
Appaiono poi una terza parola, importante in questa orazione, la Parola di Dio, chiamata Luce e l’invito ad accendere le lampade del nostro essere per arrivare al Signore. Cosa vuol dire questo?
Se vediamo la storia della Chiesa, la storia dei santi, vediamo queste “lampade” accese che illuminano il mondo, e vediamo che esse non solo illuminano questo tempo, ma saranno decorazioni e luce nella festa eterna dell’amore di Dio. Cominciamo con i martiri dei primi secoli, con i grandi dottori, Agostino, Ambrogio, Bonaventura, Tommaso, lampade accese che illuminano il cammino della storia e continuano ad illuminare. E san Francesco d’Assisi, san Carlo Borromeo, san Domenico, santa Teresa d’Avila, san Giovanni della Croce, santa Teresa di Lisieaux, fino a Massimiliano Kolbe, Padre Pio, Edith Stein, Madre Teresa …
Realmente, nell’oscura notte della storia, perché spesso è oscura – pensiamo alle violenze di questo tempo, a tutte le guerre – sono veramente lampade accese che illuminano, ci fanno vedere che c’è luce, che l’uomo non è una creatura fallita, ma può essere simile a Dio, conformandosi nella strada dell’amore perché Dio è amore. E siamo simili a Dio nella misura in cui percorriamo la strada dell’amore.
Passiamo ora dall’orazione alla lettura e al Vangelo. Ambedue sono intimamente connesse tra di loro e si vede proprio oggi , tra la lettura e il Vangelo, l’intima unità dell’Antico e del Nuovo Testamento.
Le letture parlano della sofferenza di Dio nel rapporto con la sua creatura uomo. Dio soffre. Perché non si impone con forza con la sua onnipotenza a questa creatura? Va chiedendo il suo amore, va incontro alla nostra libertà, perché desidera non una cosa da ottenere con forza, ma desidera amore, cioè il sì libero, e così lascia alla nostra libertà di dire sì o di dire anche no, alla sua offerta e invito di amore.
Purtroppo succede che la creatura uomo dica quasi sempre di no e pensi che solo il dire no, rappresenti la prova della libertà. Dio cerca l’uomo con tutti i registri possibili; il Signore lo dice in questa parabola di oggi, cerca il cammino del rigore, della severità, nel Sinai, nel tempo dei profeti, nelle parole di Giovanni battista.
E l’uomo risponde: no, io sono libero, non accetto il rigore di questi comandamenti, prendo la mia strada. Dio cerca anche con la strada dell’umiltà, della bontà, della sua vita, dell’amore all’uomo. E cosa succede? Anche qui l’uomo dice no, anzi, deride questo Dio debole che cerca il suo consenso e si rivela così non onnipotente.
Abbiamo questa parola, abbiamo suonato il flauto e non avete cantato o ballato, lamento e non avete pianto… L’uomo non entra in questo gioco del divino amore, si oppone. Questa è la tristezza e la sofferenza divina con questa sua storia.
E nella lettura sentiamo questo lamento di Dio: se avesse prestato attenzione ai miei comandi, il tuo benessere sarebbe come un fiume…
La stessa parola ritorna nel salmo 81, forse fatto anche dello stesso periodo: se tu avessi prestato attenzione ai miei comandi, io ti nutrirei con miele con fior di frumento.
E la stessa parola ritorna anche nella bocca del Signore: se avessi compreso anche tu la via della pace. A Gerusalemme, probabilmente molti di voi conoscono la cappella sulla collina il Signore piange, che è stata costruita sul punto dove Gesù vedendo la sua città avrebbe detto queste parole. Se tu avessi compreso, anche tu la via della pace.

E la storia prova la verità di questo lamento di Dio.

Il testo della lettura, così come del salmo, probabilmente appartengono al tempo dell’esilio. Prima Geremia aveva detto con chiarezza ai re e a tutti i potenti di Israele, ”non fate questa guerra contro Babilonia”, non comportatevi come se Israele fosse uno dei grandi poteri che può entrare in guerra contro Babele, non fate questo e non pensate questo. L’elezione, l’essere totalmente a Dio e tutt’altra cosa. Fate pace e rimarrete in questo paese.
Ma non l’hanno sentito, Israele non ha ascoltato, è andato per 70 anni in esilio, è sparito dalla storia, come soggetto proprio. Il Signore prende proprio la stessa predicazione di Geremia: non entrate in opposizione militare contro i romani, non pensate che il Signore sia un guerriero che vi dia forze militari che non avete.
Prendete la strada del pentimento, della fede, dell’amore, la strada della comunione con Dio, che sola può trasformare il mondo. Ma di nuovo non ascoltarono, facendo come la generazione di Geremia. Credono a Barabba … e alla fine è la distruzione di Gerusalemme, e san Luca dice nel Vangelo: va calpestata la città di Gerusalemme dai pagani, fino alla fine del mondo.
E le stesse parole sono vere anche nel nostro presente, nel secolo che viviamo: perché non avete ascoltato? Può di nuovo dire il Signore. Avreste potuto evitare il disastro del governo comunista che ha distrutto le anime e la terra, avreste potuto evitare questo grande disastro del nazismo che è una vergogna per noi, una ferita all’umanità, soprattutto della coscienza, particolarmente del popolo tedesco.
Non hanno ascoltato, Signore. Così vediamo la verità che è questo lamento di Dio, che è nello stesso tempo non solo una descrizione del passato, ma un avviso e un’ammonizione forte a noi e alla nostra generazione: ascoltate finalmente, la cosa non è ancora persa, ascoltate e seguite il Signore, il Signore della pace e non il signore della guerra.
È una parola che il Signore dice proprio a voi, la nuova generazione che ha in mano la chiave del futuro. È un grido forte: ascoltate, non c’è una sorte inevitabile. È libertà dell’uomo di dire sì, a questi cambiamenti per il meglio. E il nostro dovere, il vostro dovere è veramente di ascoltare, cari fratelli, e prendere questa strada con coraggio, gridare anche al mondo questo, anche se non vuol sentire, per lo meno far sentire questo lamento e grido del Signore, con tutto il peso del passato che conosciamo …
Così, queste parole dell’Antico e del Nuovo Testamento, sono uguali, dicono la stessa cosa per generazioni diverse, e anche tra di noi la storia appare ancora aperta nelle nostre mani. Questa è la grande sfida che ci è data dai testi della liturgia di oggi.
Ma, alla fine del Vangelo, dopo la tristezza degli uomini di tante generazioni, e il pericolo che anche quelli di questa generazione dicano no, appare tuttavia una parola di gioia: una parola di promessa vittoriosa. Il Signore dice, nonostante tutto, alla sapienza è stata resa giustizia dalle sue opere.
Sentendo questo, prima ci domandiamo: è vero che Dio è sapiente? Possiamo dire che Dio è la sapienza, che Cristo vinto sulla croce è la sapienza? In realtà il Signore vinto ha lasciato un germe della nuova vita per il suo popolo e per il mondo, un lievito che trasformerà tutto. È così creata una nuova forma di vivere la fede.
La Gerusalemme terrestre è stata distrutta sì, ma dalla croce di Cristo cresce una nuova Gerusalemme, una città nuova diffusa in tutte le parti del mondo, nelle piccole e anche nelle grandi comunità dei credenti. Cresce una città nuova, animata dalla fede, una immagine della Gerusalemme futura. E la sapienza va giustificata per le sue opere, nascono le prime comunità cristiane, un nuovo umanesimo, un amore per i sofferenti e i poveri che prima non esisteva nel mondo, una luce della verità che illumina le strade dell’umanità, trasforma il mondo e nonostante la vittoria del male.
Abbiamo già parlato della strada delle lampade accese, una strada di luce che si apre sempre di più nella storia. È stata così creata una nuova città, una nuova vita.
Nell’Apocalisse sta scritto: ho visto una folla immensa, vestiti di bianco, che vengono dalla grande tribolazione e sono la nuova umanità. La sapienza è giustificata. Dio è sapiente, nonostante queste sconfitte cresce la nuova umanità, cresce il dono dell’amore della fede della speranza che ci ha dato Cristo.
San Luca nel suo Vangelo trasmette questa parola con una variante, dicendo: la sapienza è stata giustificata dai suoi figli, i figli di Cristo, i suoi fratelli. Cominciando dai primi martiri, fino ai grandi testimoni di oggi, essi giustificano Cristo come la vera sapienza divina. E così il testo invita ad essere figli della sapienza e a fare le opere della sapienza, per trasformare il mondo.
Alla fine, i testi arrivano proprio nel concreto della liturgia; il testo citato nel salmo 81 dice, se tu avessi prestato attenzione ai miei comandi, io ti avrei dato il miele ti avrei nutrito con fior di frumento. Il Signore ci nutre con fior di frumento, con se stesso, ci dà questo pane, nella piccola quantità di frumento dona se stesso. Si mette nelle nostre mani, nei nostri cuori.
Preghiamo il Signore Gesù che ci illumini, che ci permetta di ascoltare e di realizzare la sua Parola. E così di essere suoi figli, di fare le sue opere, opere della sapienza divina. Amen.

[Tratto da: http://www.korazym.org/news1.asp?Id=4718]

Il Patriarca di Costantinopoli crede nell’unità con la Chiesa cattolica

dal sito:

http://www.zenit.org/article-20576?l=italian

Il Patriarca di Costantinopoli crede nell’unità con la Chiesa cattolica

Pensa che le divergenze sul primato del Papa si possano risolvere

ISTANBUL, martedì, 1° dicembre 2009 (ZENIT.org).- La presenza della delegazione della Santa Sede a Istanbul per la festa di Sant’Andrea è « una conferma del desiderio di eliminare gli impedimenti accumulati nel corso di un millennio e di pervenire alla pienezza della comunione », considera il Patriarca ecumenico Bartolomeo I.

L’Arcivescovo di Costantinopoli ha accolto questo lunedì con calore il Cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, il Vescovo Brian Farrell, segretario del dicastero, il reverendo Andrea Palmieri e padre Vladimiro Caroli, officiali della sezione orientale, inviati da Benedetto XVI a Istanbul per la celebrazione del santo patrono del Patriarcato ecumenico, secondo quanto rende noto « L’Osservatore Romano ».

La visita rientra nel quadro dell’annuale scambio di delegazioni per le rispettive feste dei santi patroni (l’incontro a Roma è il 29 giugno in occasione della festa dei Santi Pietro e Paolo).

« Attribuiamo grande significato simbolico alla vostra presenza qui – ha detto Bartolomeo nel suo messaggio, riportato in parte dal Sir – in quanto rivela anche il desiderio della santissima Chiesa di Roma di fare tutto il possibile, da parte sua, per ritrovare la nostra unità nella stessa fede e la comunione sacramentale secondo la volontà di Colui che ci ha chiamati all’unità perché il mondo creda ».

La strada verso la piena comunione, « così come vissuta dalle nostre Chiese nel primo millennio, è stata intrapresa con il dialogo dell’amore e della verità e continua per grazia di Dio, nonostante difficoltà occasionali », ha affermato il Patriarca, ricordando la « grande attenzione » e la « preghiera incessante » con cui viene seguito il processo di dialogo teologico ufficiale tra cattolici e ortodossi.

Bartolomeo I cita, in particolare, la questione ecclesiologica del primato in generale e del ruolo del Vescovo di Roma nella comunione della Chiesa nel primo millennio, tema al centro dell’XI sessione plenaria della Commissione mista internazionale per il dialogo teologico svoltasi a Paphos (Cipro) dal 16 al 23 ottobre.

« Ognuno è consapevole che questa spinosa questione ha provocato un grave contenzioso nelle relazioni tra le nostre due Chiese », ha detto il Patriarca ecumenico. « Ecco perché lo sradicamento di tale impedimento tra noi favorirebbe sicuramente il nostro cammino verso l’unità ».

Lo studio della storia della Chiesa nel primo millennio « fornirà anche la pietra angolare per la valutazione di ulteriori sviluppi successivi nel corso del secondo millennio », ha concluso Bartolomeo I, invocando i doni dell’umiltà e del dialogo per l’accoglimento della verità.

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San Gaudenzio da Brescia: Pane per il viaggio : « Ogni volta che mangiate di questo pane… voi annunziate la morte del Signore finché egli venga » (1Cor 11,26)

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20091202

Mercoledì della I settimana di Avvento : Mt 15,29-37
Meditazione del giorno
San Gaudenzio da Brescia (? – dopo il 406), vescovo
Trattati, 2 ; PL 20, 859

Pane per il viaggio : « Ogni volta che mangiate di questo pane… voi annunziate la morte del Signore finché egli venga » (1Cor 11,26)

Il sacrificio celeste istituito da Cristo è veramente il dono ereditario del suo Nuovo Testamento : è il dono che ci ha lasciato come pegno della sua presenza quella notte, quando veniva consegnato per essere crocifisso. È il viatico del nostro cammino. È  un alimento e sostegno indispensabile per poter percorrere la via della vita, finché non giungiamo, dopo aver lasciato questo mondo, alla nostra vera meta, che è il Signore. Perciò egli disse : « Se non mangerete la mia carne e non berrete il mio sangue, non avrete la vita in voi » (Gv 6, 53). E proprio al fine di non lasciarci privi di questa necessaria risorsa, comandò agli apostoli, cioè ai primi sacerdoti della Chiesa, di celebrare sempre i misteri della vita eterna… È dunque necessario che i sacramenti siano celebrati dai sacerdoti nelle singole chiese del mondo sino al ritorno di Cristo dal cielo, perché tutti, sacerdoti e laici, abbiano ogni giorno davanti agli occhi la viva rappresentazione della Passione del Signore, la tocchino con mano, la ricevano con la bocca e col cuore e conservino indelebile memoria della redenzione.

Publié dans:immagini sacre |on 2 décembre, 2009 |Pas de commentaires »

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