Archive pour le 1 décembre, 2009

Luk-01,26_Annunciation_L Annonce a Marie

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Publié dans:immagini sacre |on 1 décembre, 2009 |Pas de commentaires »

Frédéric Manns: Perché Dio s’è fatto uomo? L’Incarnazione secondo il Giudaismo e l’Islamismo

dal sito:

http://www.christusrex.org/www1/ofm/pope/40GPit/44/44GPar04.html

Il Verbo si è fatto carne

Perché Dio s’è fatto uomo? L’Incarnazione secondo il Giudaismo e l’Islamismo. – Dio comunica con l’uomo, perché è in comunione con sé stesso.

Vi é una fede semplice alla quale non manca niente. Ma la semplicità non si riceve in anticipo: va conquistata. La fede si può anche meditare e approfondire. La fede si considera intelligente: cerca di comprendere. Il cristiano ha bisogno di lucidità di fronte alle domande che incontra ogni momento. Benché il vissuto abbia più importanza del cammino intellettuale, la ricerca teologica è gelosa del suo diritto di cittadinanza.

Le Scritture testimoniano la rivelazione di Dio nel corso dei secoli e soprattutto in Gesù Cristo. A questa testimonianza fondamentale bisogna aggiungere le confessioni della fede ecclesiale. Alla domanda: « Chi è Gesù Cristo? », la comunità cristiana non poteva sfuggire.

Dio fatto uomo
Il Cristo non è l’uomo divino celebrato dalla mitologia greca. E neanche è il simbolo dell’umanità, esaltato fino al punto da divenire Dio. Egli è Dio che si fa uomo. Lo scandalo cristiano è l’umanizzazione di Dio, la sua kenosis, il suo annientamento. « Da Nazareth può uscire mai qualcosa di buono? » Ecco la domanda che da secoli scandalizza l’umanità.

Il messaggio di un Dio che si umilia è già contenuto nel Vangelo dell’infanzia. Mentre il Vangelo di Marco si apre sulla proclamazione del Regno di Dio, Matteo e Luca hanno sentito il bisogno d’insistere sul mistero dell’Incarnazione di Dio. Il Dio che si fa uomo viene a
realizzare le Scritture d’Israele: « Se tu potessi squarciare i cieli e discendere! » (Is 64,1). Un Dio che condivide la condizione dell’uomo, che soffre con il suo popolo, che interviene per liberarlo: ecco una novità stupefacente.

L’Emmanuele
La Bibbia aveva celebrato l’efficacia della Parola come strumento della creazione del mondo: « Per la sua Parola furono fatti i cieli » (Sir 42,15). Questa Parola non è altro che la Sapienza di Dio. Ben Sira è arrivato a questa conclusione dopo lunghe meditazioni. Il Nuovo Testamento, che completa l’Antico, superandolo, afferma nel prologo del Vangelo di S. Giovanni: « Il Verbo s’è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi ». La Parola diviene una Persona in cui si manifesta la gloria di Dio. Betlemme, la città del re David, accoglie questo messaggio rivelato ai piccoli e non ai sapienti. La sapienza ha alzato la sua tenda in mezzo agli uomini. Dio si è rivelato come Emmanuele, come Dio con gli uomini.

I Padri della Chiesa, colpiti da una tale novità, hanno voluto mettere in musica le note di questa partitura. Una buona notizia di tale vastità non può essere che cantata, perché rallegra il cuore. Essa apre le porte a una speranza illimitata.

Ireneo di Lione, erede della tradizione giovannea, celebra la novità assoluta dell’Incarnazione. Dio fa nuove tutte le cose. La nascita del Verbo spacca la scorza della vecchiaia del mondo. Tutto ciò che è vecchio e usato indietreggia davanti alla nascita di Gesù. Colui che viene da Dio porta con sé tutta la novità. Cieli nuovi e terra nuova », aveva annunziato il profeta Isaia. Cioè, la nascita del Bambino di Betlemme ha una dimensione cosmica. Tutta la creazione attende la liberazione, perché era stata sottomessa al peccato.

Con l’Incarnazione la Parola di Dio si fa ciò che noi siamo, perché noi diventiamo ciò che essa è. La terra trasformata in cielo al momento dell’Incarnazione per mezzo di colui che si fa « il coltivatore di Dio », secondo l’espressione di Clemente d’Alessandria. Dio s’è fatto uomo perché l’uomo diventi Dio, ripeteranno i Padri della Chiesa.

Si è fatto povero per arricchirci. Si è fatto piccolo per farci grandi.
L’Incarnazione del Figlio di Dio dice la vocazione dell’uomo a essere divinizzato. « Figli di Dio noi lo siamo realmente », afferma S. Giovanni nella sua prima Lettera. Riconoscere questa dignità è rinunziare a proclamare l’assurdità del mondo. La condizione umana è stata talmente nobilitata che una scintilla divina risplende in ogni creatura. Lo Spirito di Dio che ha coperto Maria della sua ombra è ancora capace di ripetere lo stesso miracolo.

Agostino commenta con il suo abituale acume e il suo senso pastorale: « Dio che aveva fatto l’uomo è divenuto sua opera, affinché la sua opera non perisse. Senza l’Incarnazione l’opera di Dio sarebbe rimasta incompiuta e incompleta. La Parola si è incarnata prendendo ciò che non aveva, senza perdere ciò che era ».

Paolo, nella sua Lettera ai Colossesi, aveva affermato che tutto è stato creato per il Cristo. Il grande movimento di « umanizzazione », per prendere un’espressione di Teilhard de Chardin, culmina nell’Incarnazione del Figlio di Dio.

Nozze di Dio e dell’uomo
Bisognerebbe a questo punto citare le Omelie di S. Leone sulla Natività, per godere l’orchestrazione della stupefacente alleanza tra Dio e l’uomo. S. Leone fu il cantore incontestabile della grande sinfonia in cui si celebrano le nozze fra l’eterno e il temporaneo, lo spirituale e il corporeo, il terrestre e il celestiale, poiché l’uno non può crescere e prosperare senza radicarsi profondamente nell’altro.

S. Gregorio Magno, nelle sue omelie sui Vangeli mette in rilievo un altro elemento dell’Incarnazione: « Non è nella casa dei suoi genitori che avviene la sua nascita, ma in viaggio. Egli voleva mostrare che nel prendere in prestito la natura umana, nasceva per così dire in un luogo straniero. Straniero non alla sua potenza, ma soltanto alla sua natura, poiché, per quanto concerne la sua potenza, è scritto: – Egli è venuto in mezzo ai suoi -. Nella sua natura egli è nato prima del tempo; è nella nostra che egli è venuto nel corso del tempo. Se dunque Colui che rimane l’Eterno ha ben voluto mostrarsi nel tempo, il luogo in cui è disceso gli è certamente straniero ». Gesù è non solamente Dio fatto uomo, ma è il Verbo di Dio fatto povero, inserito nella storia di un popolo oppresso, pronto a condividere la vita della piccola gente del suo popolo.

Verbum abbreviatum
Dal canto loro i maestri di spirito, nel meditare il mistero del Verbo incarnato, hanno parlato spesso del Verbo abbreviato. La lunga Parola del Vecchio Testamento che ha ispirato molti profeti si fa breve nel Bambino che nasce a Betlemme. E questa Parola chiede di nascere nel cuore dei credenti. S. Francesco ne prenderà spunto per dire che il predicatore deve parlare brevemente, poiché Cristo è la Parola breve del Padre, quella che riassume la legge e i profeti. Il Cristo, Parola breve, riassume il suo insegnamento in un solo comandamento, quello dell’amore. E’ sufficiente che il predicatore centri il suo discorso su questo tema fondamentale.

Il Natale evoca una triplice nascita:

la nascita del Figlio unico generato dal Padre celeste nell’essenza divina;
la nascita che si compie per una Madre che, nella fecondità, conserva l’assoluta purezza della sua castità;
la vera nascita di Dio in coloro che lo accolgono.

Ciò significa che la sinfonia del Natale resta una sinfonia incompiuta finché il cuore del credente rimane chiuso.

Primato di Cristo
Il B. Giovanni Duns Scoto ha scrutato il mistero dell’Incarnazione alla luce dei testi paolini. La principale intuizione della sua teologia è l’affermazione del primato universale del Cristo, punto di vista che si ricollega alla Lettera di Paolo ai Colossesi. Curiosamente la teologia cristiana sembrava averlo dimenticato.

L’Incarnazione di Gesù era generalmente presentata come una riparazione del peccato. Diventava così un evento accidentale, una sorta di progetto di seconda mano, una reazione di Dio alla caduta iniziale dell’uomo. Anche nel recente Catechismo della Chiesa Cattolica il capitolo sul Cristo si snoda nel paragrafo sulla caduta di Adamo. La Cristologia sembra ridotta a Soteriologia, teologia della salvezza.

Duns Scoto contesta che il peccato d’origine sia la pietra angolare del dogma cristiano. L’Incarnazione del Figlio di Dio non può essere tributaria del peccato degli uomini. Anche se l’uomo non avesse peccato, il Cristo sarebbe venuto tra noi. L’uomo, creato a immagine di Dio, è già l’uomo destinato ad essere identificato, incorporato al Cristo per partecipare con Lui alla vita stessa di Dio. E’ l’amore il motivo predominante dell’Incrnazione. E poiché il Cristo è il capo di tutta la creazione, l’amore è la sorgente stessa di tutto il creato.

Il B. Scoto si ricollega qui al pensiero giudaico. Secondo la tradizione sinagogale il primo versetto della Genesi: « In principio Dio ha creato il cielo e la terra », era interpretato così: « E’ nel principio, che è la Sapienza, che Dio ha creato. La creazione dunque esiste in vista di quel medesimo principio. La Lettera di Paolo ai Colossesi s’ispira a queste affermazioni: « Tutto è stato creato in Lui e per Lui ».

Il Vaticano II nella Gaudium et spes n. 45 ritrova degli accenti di Duns Scoto e di T. de Chardin per celebrare il Cristo come « punto verso il quale convergono i desideri della storia e della civilizzazione ».

La Parola che s’incarna chiede di metter via tutto ciò che è disincarnato, ristretto, contorto. Essa non è più semplicemente oggetto di studio e di approfondimento intellettuale. Poiché si è fatta persona, esige adorazione, contemplazione e rispetto.

Natale è l’inizio
Ricordare l’Incarnazione alla luce dei Vangeli è ridire l’originalità del pensiero cristiano. Il Figlio di Dio che condivide la condizione dell’uomo è il nuovo Adamo, colui che realizza pienamente la vocazione dell’uomo. E’ la Sapienza di Dio annunziata nel Vecchio Testamento che stabilisce la sua dimora fra gli uomini. E’ l’Emmanuele che soffre e si unisce all’umanità e la riconduce verso il Padre. Dio è venuto in modo tale che non gli è più possibile ritrovare lo splendore della sua gloria senza il mondo e senza l’uomo. Iniziando dal Natale tutto s’incammina sotto la spinta dell’amore verso il Volto del Padre. Il tempo è già avvolto di eternità, perché l’eternità si è impegnata nel tempo. La notte del mondo si trasforma progressivamente in chiarore.

Quando il Figlio di Dio diventa figlio della terra si lascia contenere in un punto dello spazio e del tempo. Più ancora si lascia incasellare in una lingua e in una cultura. In realtà è Lui che contiene l’universo. Attraverso il suo corpo Egli non vuole appropiarsi del mondo come di una preda, ma lo fa corpo d’unità, carne cosmica ed eucaristica. In Lui il mondo diventa corporeità spirituale, vivificata dallo Spirito. Egli infonde la sua corporeità luminosa nel nostro corpo sofferente, affinché sulla croce tutto s’illumini: non solamente l’universo, ma anche tutto lo sforzo dell’uomo per trasformarlo.

L’uomo non separi ciò che Dio ha unito
Scrive S. Cirillo: « La bellezza del Figlio è maturata nel tempo perché noi siamo condotti come per mano verso la bellezza di Colui che lo genera ». Tale bellezza è maturata nel tempo dell’Incarnazione e della Passione, bellezza di un Volto insanguinato e risorto, vincitore della Morte. L’uomo dei dolori, senza bellezza nè splendore, si rivela come il trasfigurato. La croce, in cui la ricerca è placata per l’epifania dell’Amore, ci svela l’icona del suo Volto. Soltanto il Volto di Dio nell’uomo ci permette di decifrare il volto di tutto l’uomo in Dio e di decodificare nella comunione dei santi l’enigma dei volti che circondano l’uomo contemporaneo. Non è il Volto di Dio senza l’uomo che Mosè ha contemplato sul Sinai. Non è il volto dell’uomo senza Dio che svanisce nel nulla. E’ il Volto dell’Emmanuele, Dio con noi.

Il Giudaismo e l’Islam rifiutano l’incarnazione del Figlio di Dio in ragione della trascendenza di Dio. Un Dio non può mischiarsi con la sua creatura che a rischio di perdere la propria divinità, dicono loro. Il Cristianesimo insegna che Dio ama gli uomini fino a farsi uomo. L’Incarnazione non è un’umiliazione della ragione dell’uomo, ma il riconoscimento della vera dignità dell’uomo. Origene, nel Commentario al Vangelo di Matteo (14,7), sottolinea che il corpo del Cristo non è affatto qualcosa a fianco della Chiesa, che è il suo corpo. Dio non li ha uniti come due, ma come una sola carne, impedendo che l’uomo separi ciò che Dio ha unito, la Chiesa e Dio. In maniera invisibile il mistero dell’Incarnazione si prolunga nella Chiesa.

La vita che Dio ci ha comunicato è un’irradiazione del suo amore trinitario. Il fine dell’Incarnazione del Figlio di Dio è stato quello di rendere possibile la comunione con Dio e tra gli uomini. Un Dio che non è trinitario non fa condivisione. Ora tale condivisione comincia per noi a Natale, ed è la salvezza. « Oggi è nato per voi il Salvatore ».

Frédéric Manns
SBF – Jerusalem

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Giovanni Paolo II: 1. Tra i doni più grandi, che San Paolo indica ai Corinzi come permanenti, vi è la speranza (cf. 1 Cor 12, 31).

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/1991/documents/hf_jp-ii_aud_19910703_it.html

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 3 luglio 1991
 

1. Tra i doni più grandi, che San Paolo indica ai Corinzi come permanenti, vi è la speranza (cf. 1 Cor 12, 31).

Essa ha un ruolo fondamentale nella vita cristiana, come l’hanno la fede e la carità, benché “di tutte più grande sia la carità!” (cf. 1 Cor 13, 13). È chiaro che la speranza non va intesa nel senso restrittivo di dono particolare o straordinario, concesso ad alcuni per il bene della comunità, ma come dono dello Spirito Santo offerto ad ogni uomo, che nella fede si apre a Cristo. A questo dono va prestata una particolare attenzione, specialmente nel nostro tempo, nel quale molti uomini – anche non pochi cristiani – si dibattono tra l’illusione e il mito di una infinita capacità di autoredenzione e realizzazione di sé, e la tentazione del pessimismo nell’esperienza delle frequenti delusioni e sconfitte.

La speranza cristiana, pur includendo il moto psicologico dell’animo che tende al bene arduo, tuttavia si colloca al livello soprannaturale delle virtù derivate dalla grazia (cf. S. Thomae, Summa theologiae, III, q. 7, a. 2), come dono che Dio fa al credente, in ordine alla vita eterna. È, dunque, una virtù tipica dell’“homo viator”, dell’uomo pellegrino, che – anche se conosce Dio e la vocazione eterna per mezzo della fede – non è ancora giunto alla visione. La speranza in certo modo lo fa “passare al di là del velo”, come dice la Lettera agli Ebrei (cf. Eb 6, 19).

2. Essenziale, perciò, in questa virtù è la dimensione escatologica. Nella Pentecoste lo Spirito Santo è venuto a compiere le promesse incluse nell’annuncio della salvezza, come leggiamo negli Atti degli Apostoli: “Gesù, innalzato alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo che egli aveva promesso, lo ha effuso” (At 2, 33). Ma questo compimento della promessa si proietta su tutta la storia, fino agli ultimi tempi. Per coloro che posseggono la fede nella parola di Dio risonata in Cristo e predicata dagli Apostoli, l’escatologia ha cominciato a realizzarsi, anzi può dirsi già realizzata nel suo aspetto fondamentale: la presenza dello Spirito Santo nella storia umana, che dall’evento della Pentecoste prende significato e slancio vitale in ordine alla meta divina di ogni uomo e dell’umanità intera. Mentre la speranza dell’Antico Testamento aveva come fondamento la promessa della perenne presenza e provvidenza di Dio, che si sarebbe manifestata nel Messia, nel Nuovo Testamento la speranza, per la grazia dello Spirito Santo che ne è all’origine, comporta già un possesso anticipativo della futura gloria.

In questa prospettiva San Paolo afferma che il dono dello Spirito Santo è come una caparra della felicità futura: “Avete ricevuto – egli scrive agli Efesini – il suggello dello Spirito Santo che era stato promesso, il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato, a lode della sua gloria” (Ef 1, 13-14; cf.4, 30; 2 Cor 1, 22).

Si può dire che nella vita cristiana sulla terra vi è come una iniziazione alla piena partecipazione alla gloria di Dio: ed è lo Spirito Santo a costituire la garanzia del raggiungimento della pienezza della vita eterna, quando per effetto della redenzione saranno vinti anche tutti i resti del peccato, come il dolore e la morte. Così la speranza cristiana è non solo una garanzia, ma un anticipo della realtà futura.

3. La speranza accesa nel cristiano dallo Spirito Santo ha anche una dimensione che si direbbe cosmica, includente la terra e il cielo, lo sperimentabile e l’inaccessibile, il noto e l’ignoto. “La creazione stessa – scrive San Paolo – attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa – e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo” (cf. Rm 8, 19-23). Il cristiano, consapevole della vocazione dell’uomo e della destinazione dell’universo, coglie il senso di quella gestazione universale e scopre che si tratta della divina adozione per tutti gli uomini, chiamati a partecipare alla gloria di Dio che si riflette su tutto il creato. Di questa adozione il cristiano sa di possedere già le primizie nello Spirito Santo, e perciò guarda con serena speranza al destino del mondo, pur tra le tribolazioni del tempo.

Illuminato dalla fede, egli capisce il significato e quasi sperimenta la verità del brano successivo della Lettera ai Romani, dove l’Apostolo ci assicura che “lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente chiedere, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio. Del resto noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno” (Rm 8, 26-28).

4. Come si vede, è nel sacrario dell’anima che vive, prega e opera lo Spirito Santo, il quale ci fa entrare sempre più nella prospettiva del fine ultimo, Dio, conformando tutta la nostra vita al suo piano salvifico. Perciò egli stesso ci fa pregare pregando in noi, con sentimenti e parole di figli di Dio (cf. Rm 8, 15.26-27; Gal 4, 6; Ef 6, 18), in intimo collegamento spirituale ed escatologico col Cristo che siede alla destra di Dio, dove intercede per noi (cf. Rm 8, 34; Eb 7, 25; 1 Gv 2, 1). Così egli ci salva dalle illusioni e dalle false vie di salvezza, mentre, muovendo il cuore verso lo scopo autentico della vita, ci libera dal pessimismo e dal nichilismo, tentazioni particolarmente insidiose per chi non parta da premesse di fede o almeno di sincera ricerca di Dio.

Occorre aggiungere che anche il corpo è coinvolto in questa dimensione di speranza, data dallo Spirito Santo alla persona umana. Ce lo dice ancora San Paolo: “Se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo Gesù dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi” (Rm 8, 11; cf.2 Cor 5, 5). Per ora contentiamoci di aver fatto presente questo aspetto della speranza nella sua dimensione antropologica e personale, ma anche in quella cosmica ed escatologica, sulla quale dovremo ritornare nelle catechesi che, se a Dio piacerà, dedicheremo a suo tempo a questi articoli affascinanti e fondamentali del Credo cristiano: la risurrezione dei morti e la vita eterna dell’uomo intero, anima e corpo.

5. Un’ultima annotazione: l’itinerario terreno della vita ha un termine che, se raggiunto nell’amicizia con Dio, coincide col primo momento della vita beata. Anche se l’anima dovesse in quel passaggio al Cielo subire la purificazione dalle ultime scorie mediante il purgatorio, essa è già piena di luce, di certezza, di gioia, perché sa di appartenere per sempre al suo Dio. A quel punto culminante l’anima è condotta dallo Spirito Santo, autore e datore non solo della “prima grazia” giustificante e della grazia santificante lungo tutta la vita terrena, ma anche della grazia glorificante in “hora mortis”. È la grazia della perseveranza finale, secondo la dottrina del Concilio di Orange (cf. Denz.-S. 183,199) e del Concilio di Trento (cf. Denz.-S. 806,809,832), fondata sull’insegnamento dell’Apostolo, secondo il quale appartiene a Dio concedere “il volere e l’operare” il bene (Fil 2,13), e l’uomo deve pregare per ottenere la grazia di fare il bene sino alla fine (cf. Rm 14, 4; 1 Cor 10, 12; Mt 10, 22; 24,13).

6. Le parole dell’apostolo Paolo ci insegnano a vedere nel dono della Terza Persona divina la garanzia del compimento della nostra aspirazione alla salvezza: “La speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm 5, 5). E perciò: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo?”. La risposta è decisa: nulla “potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8, 35.39). Pertanto l’auspicio di Paolo è che abbondiamo “nella speranza per virtù dello Spirito Santo” (Rm 15, 13). Radica qui l’ottimismo cristiano: ottimismo sul destino del mondo, sulla possibilità di salvezza dell’uomo in tutti i tempi, anche nei più difficili e duri, sullo sviluppo della storia verso la glorificazione perfetta di Cristo (“Egli mi glorificherà”: Gv 16, 14), e la partecipazione piena dei credenti alla gloria dei figli di Dio.

Con questa prospettiva il cristiano può tener levato il capo e associarsi all’invocazione che secondo l’Apocalisse è il sospiro più profondo, suscitato nella storia dallo Spirito Santo: “Lo Spirito e la Sposa dicono: Vieni!” (Ap 22, 17). Ed ecco l’invito finale dell’Apocalisse e del Nuovo Testamento: “Chi ascolta, ripeta: Vieni! Chi ha sete, venga, chi vuole, attinga gratuitamente l’acqua della vita . . . Vieni, Signore Gesù!” (Ap 22, 17.20).

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buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno France.BritainCoast

France.BritainCoast

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Omelia per domani: Un cuore semplice per vedere

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/11776.html

Omelia (04-12-2007) 

Messa Meditazione
Un cuore semplice per vedere

Lo spirito di Dio che, secondo il profeta Isaia, si posa sul Messia, si rivela nel Vangelo come lo Spirito Santo che fa vibrare il Figlio nell’invocazione del Padre a favore dei poveri e dei piccoli. Il dono di Dio si amplifica e passa dal Messia ai suoi discepoli. In lui troviamo conforto per questa giornata e per tutta la nostra vita.

I sette doni dello Spirito Santo vengono enumerati secondo la scansione indicata dal profeta Isaia. Il numero sette indica pienezza e abbondanza, fino a traboccare. Il clima di ingiustizia che pervadeva la società antica e che trova anche oggi tante manifestazioni, sottili o palesi, si apre alla sorpresa del Dio che salva. Essere poveri non vorrà più dire essere oppressi; l’esercizio della giustizia non sarà più casuale, poiché sta per fiorire un mondo di pace, quasi una ripresa del paradiso terrestre nel quale anche gli animali feroci saranno in pace, tra loro e con gli uomini. Dove e come e quando possiamo fare esperienza di questa rappacificazione? Il mondo è attraversato da ingiustizie e usurpazioni, è sconvolto da guerre e soprusi. Dov’è la pace dei popoli, la pace del cuore? Esiste un luogo dove questo è possibile, e Gesù lo indica: « Venite a me voi tutti, che siete affaticati e oppressi… » Il luogo è Gesù stesso. Come scriveva Papa Ratzinger nel suo libro su Gesù, Gesù non è venuto tanto a portarci i suoi doni, ma il suo Regno, che si identifica con Lui stesso. Gesù è venuto a portarci Dio. Dove trovare quindi la pace? Dove sperimentare il Regno presente? Ecco la risposta: nell’affidamento al Signore Gesù, nella familiarità con Lui, nel riconoscimento della sua presenza, resa viva e amica nella Chiesa. Non possiamo vivere come se il mondo e la nostra vita fossero vuoti della sua presenza; come se non fosse accaduto nulla alla nostra vita. Non vale la pena perdere tempo a invidiare chi l’ha riconosciuto in Palestina prima di noi. « Molti profeti e re hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, e non lo videro… » Viviamo consapevoli che ‘già viene il suo bisbiglio’ (Clemente Rebora). Anzi, ‘Egli è qui, come il primo giorno’ (Charles Péguy).

Ti rendo lode o Padre, per avermi rivelato e donato Gesù. Donami un cuore semplice di fanciullo per riconoscere e accogliere il dono della presenza del tuo Figlio.

Cerco tante cose e tanti luoghi per trovare la pace. C’è un luogo e una persona: Gesù. In un momento di adorazione silenziosa in chiesa o di preghiera in casa voglio affidarmi a lui e gustare la sua presenza.

Commento a cura di don Angelo Busetto

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