Archive pour novembre, 2009

San Gregorio Magno : «Con la vostra perseveranza otterrete la vita»

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20091125

Mercoledì della XXXIV settimana del Tempo Ordinario : Lc 21,12-19
Meditazione del giorno
San Gregorio Magno (circa 540-604), papa e dottore della Chiesa
Commento morale al libro di Giobbe, Lib 10, 47-48 ; PL 75, 946

«Con la vostra perseveranza otterrete la vita»

        «Colui che, come me, viene deriso dai propri amici invocherà Dio, che lo esaudirà» (Giobbe 12,4 Vulgata)… A volte l’anima persevera nel bene, eppure subisce la derisione degli uomini. Agisce in modo ammirevole, e riceve delle ingiurie. Allora colui che le lodi avrebbero potuto attirare al di fuori, respinto dagli affronti, rientra in se stesso. E si fortifica in Dio tanto più saldamente per il fatto che non trova all’esterno nulla su cui potersi riposare. Ripone tutta la propria speranza nel suo Creatore e, in mezzo alle beffe oltraggiose, implora solo più il testimone interiore. L’anima dell’uomo afflitto si avvicina a Dio ancor di più per il fatto che si trova abbandonato dal favore degli uomini. Egli s’immerge subito nella preghiera, e, sotto l’oppressione venuta dal di fuori, si purifica per prenetrare le realtà interiori. È quindi con ragione che questo testo dice: «Colui che, come me, viene deriso dai propri amici invocherà Dio che lo esaudirà…» Quando questi sventurati trovano delle armi nella preghiera, arrivano a toccare interiormente la bontà divina: questa li esaudisce perché, all’esterno, sono privati dell’elogio degli uomini…

      «Ci si fa beffe della semplicità del giusto» (Jb 12,4). La sapienza di questo mondo consiste nel dissimulare il cuore sotto artifici, a velare il pensiero con le parole, a mostrare come vero ciò che è falso, a provare la falsità di ciò che è vero. La saggezza dei giusti, al contrario, consiste nel non inventare nulla per farsi valere, nel rivelare il proprio pensiero nelle loro parole, nell’amare la verità così come essa è, nel fuggire la falsità, nel fare il bene gratuitamente, nel preferire sopportare il male piuttosto che farlo, nel non cercare mai di vendicarsi di un’offesa, nel considerare come un beneficio l’insulto che si riceve per la verità. Ma è proprio questa semplicità dei giusti che viene derisa, perché i sapienti di questo mondo credono che la purezza sia stupidità. Tutto ciò che si fa con integrità, lo considerano evidentemente come assurdo; tutto ciò che la Verità approva nella condotta degli uomini appare come una follia alla cosiddetta sapienza di questo mondo.

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Notre Dame du Chêne

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Publié dans:immagini sacre |on 24 novembre, 2009 |Pas de commentaires »

CELEBRAZIONE DEI PRIMI VESPRI DELLA DOMENICA I DI AVVENTO, PAPA BENEDETTO OMELIA (2 DICEMBRE 2006, ANNO B)

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2006/documents/hf_ben-xvi_hom_20061202_i-vespri-avvento_it.html

CELEBRAZIONE DEI PRIMI VESPRI DELLA DOMENICA I DI AVVENTO

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana
Sabato, 2 dicembre 2006

Cari fratelli e sorelle!

La prima antifona di questa celebrazione vespertina si pone come apertura del tempo di Avvento e risuona come antifona dell’intero anno liturgico. Riascoltiamola: « Date l’annunzio ai popoli: Ecco, Dio viene, il nostro Salvatore ». All’inizio di un nuovo ciclo annuale, la liturgia invita la Chiesa a rinnovare il suo annuncio a tutte le genti e lo riassume in due parole: « Dio viene ». Questa espressione così sintetica contiene una forza di suggestione sempre nuova. Fermiamoci un momento a riflettere: non viene usato il passato – Dio è venuto -, né il futuro – Dio verrà -, ma il presente: « Dio viene ». Si tratta, a ben vedere, di un presente continuo, cioè di un’azione sempre in atto: è avvenuta, avviene ora e avverrà ancora. In qualunque momento, « Dio viene ». Il verbo « venire » appare qui come un verbo « teologico », addirittura « teologale », perché dice qualcosa che riguarda la natura stessa di Dio. Annunciare che « Dio viene » equivale, pertanto, ad annunciare semplicemente Dio stesso, attraverso un suo tratto essenziale e qualificante: il suo essere il Dio-che-viene.

L’Avvento richiama i credenti a prendere coscienza di questa verità e ad agire in conseguenza. Risuona come un appello salutare nel ripetersi dei giorni, delle settimane, dei mesi: Svegliati! Ricordati che Dio viene! Non ieri, non domani, ma oggi, adesso! L’unico vero Dio, « il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe », non è un Dio che se ne sta in cielo, disinteressato a noi e alla nostra storia, ma è il-Dio-che-viene. È un Padre che mai smette di pensare a noi e, nel rispetto estremo della nostra libertà, desidera incontrarci e visitarci; vuole venire, dimorare in mezzo a noi, restare con noi. Il suo « venire » è spinto dalla volontà di liberarci dal male e dalla morte, da tutto ciò che impedisce la nostra vera felicità. Dio viene a salvarci.

I Padri della Chiesa osservano che il « venire » di Dio – continuo e, per così dire, connaturale al suo stesso essere – si concentra nelle due principali venute di Cristo, quella della sua Incarnazione e quella del suo ritorno glorioso alla fine della storia (cfr Cirillo di Gerusalemme, Catechesi 15, 1: PG 33, 870). Il tempo di Avvento vive tutto di questa polarità. Nei primi giorni l’accento cade sull’attesa dell’ultima venuta del Signore, come dimostrano anche i testi dell’odierna celebrazione vespertina. Avvicinandosi poi il Natale, prevarrà invece la memoria dell’avvenimento di Betlemme, per riconoscere in esso la « pienezza del tempo ». Tra queste due venute « manifeste » se ne può individuare una terza, che san Bernardo chiama « intermedia » e « occulta », la quale avviene nell’anima dei credenti e getta come un « ponte » tra la prima e l’ultima. « Nella prima – scrive san Bernardo – Cristo fu nostra redenzione, nell’ultima si manifesterà come nostra vita, in questa è nostro riposo e nostra consolazione » (Disc. 5 sull’Avvento, 1). Per quella venuta di Cristo, che potremmo chiamare « incarnazione spirituale », l’archetipo è sempre Maria. Come la Vergine Madre custodì nel suo cuore il Verbo fatto carne, così ogni singola anima e l’intera Chiesa sono chiamate, nel loro pellegrinaggio terreno, ad attendere il Cristo che viene e ad accoglierlo con fede ed amore sempre rinnovati.

La liturgia dell’Avvento pone così in luce come la Chiesa dia voce all’attesa di Dio profondamente inscritta nella storia dell’umanità; un’attesa purtroppo spesso soffocata o deviata verso false direzioni. Corpo misticamente unito a Cristo Capo, la Chiesa è sacramento, cioè segno e strumento efficace anche di questa attesa di Dio. In una misura nota a Lui solo la comunità cristiana può affrettarne l’avvento finale, aiutando l’umanità ad andare incontro al Signore che viene. E fa questo prima di tutto, ma non solo, con la preghiera. Essenziali e inseparabili dalla preghiera sono poi le « buone opere », come ricorda l’orazione di questa Prima Domenica d’Avvento, con la quale chiediamo al Padre celeste di suscitare in noi « la volontà di andare incontro con le buone opere » al Cristo che viene. In questa prospettiva l’Avvento è più che mai adatto ad essere un tempo vissuto in comunione con tutti coloro – e grazie a Dio sono tanti – che sperano in un mondo più giusto e più fraterno. In questo impegno per la giustizia possono in qualche misura ritrovarsi insieme uomini di ogni nazionalità e cultura, credenti e non credenti. Tutti infatti sono animati da un anelito comune, seppure diverso nelle motivazioni, verso un futuro di giustizia e di pace.

La pace è la meta a cui aspira l’intera umanità! Per i credenti « pace » è uno dei più bei nomi di Dio, che vuole l’intesa di tutti i suoi figli, come ho avuto modo di ricordare anche nel pellegrinaggio dei giorni scorsi in Turchia. Un canto di pace è risuonato nei cieli quando Dio si è fatto uomo ed è nato da donna, nella pienezza dei tempi (cfr Gal 4, 4). Iniziamo dunque questo nuovo Avvento – tempo donatoci dal Signore del tempo – risvegliando nei nostri cuori l’attesa del Dio-che-viene e la speranza che il suo Nome sia santificato, che venga il suo Regno di giustizia e di pace, che sia fatta la sua Volontà come in Cielo, così in terra.

Lasciamoci guidare, in questa attesa, dalla Vergine Maria, Madre del Dio-che-viene, Madre della Speranza. Ella, che tra pochi giorni celebreremo Immacolata, ci ottenga di essere trovati santi e immacolati nell’amore alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo, al quale, con il Padre e lo Spirito Santo, sia lode e gloria nei secoli dei secoli. Amen. 

ITINERARIO ATTRAVERSO L’ANNO LITURGICO

dal sito:

http://www.jesus.2000.years.de/jubilee_2000/magazine/documents/ju_mag_01111997_p-66_it.html

ATTIVITÀ DI COMMISSIONI E COMITATI

Commissione Liturgica

ITINERARIO ATTRAVERSO L’ANNO LITURGICO

Spirito – Maria – Speranza – Confermazione

Lo scopo dell’Itinerario è di aiutare ad approfondire il contenuto dei misteri della redenzione celebrati nel corso dell’anno liturgico (cf SC n. 102): attraverso una lettura dei testi del Messale, del Lezionario e della Liturgia delle Ore si pone in evidenza quanto è stato sottolineato per quest’anno da Giovanni Paolo II nella Tertio Millennio Adveniente.

Il Papa invita a riscoprire la presenza e l’azione dello Spirito, che agisce sacramentalmente nella Chiesa, soprattutto mediante la Confermazione. È lo Spirito a costruire il Regno di Dio nella storia e a prepararne la piena manifestazione in Gesù Cristo. In questa prospettiva risalta l’esortazione a riscoprire la virtù della speranza e a contemplare e imitare la Vergine Maria, docile alla voce dello Spirito (cf TMA, nn. 45-48).

Poiché la liturgia è il luogo privilegiato dove si attualizza l’opera della salvezza (cf SC n. 6), essa è dunque lo spazio eccellente del passaggio dello Spirito: è impegno di tutti riscoprire, in modo particolare quest’anno, nella celebrazione dei santi misteri la presenza dello Spirito Santo, per la cui effusione si manifesta e si compie l’opera della redenzione (cf LG n. 59; AG n. 4).

Avvento

La liturgia dell’Avvento nutre nei fedeli l’attesa fiduciosa della Parusia, illuminata dai testi messianici dell’Antico Testamento e vissuta nella prospettiva del Natale, che rinnova la memoria delle divine promesse già compiute, anche se non definitivamente. L’Avvento, col suo carattere di attesa della venuta del Signore, che è insieme quella del passato e del futuro, è quindi un tempo adatto per riscoprire nella propria vita il progetto di Dio e prepararsi a «quella nuova primavera di vita cristiana che dovrà essere rivelata dal Grande Giubileo, se i cristiani saranno docili all’azione dello Spirito Santo» (TMA, n. 18).

L’Avvento è tempo dello Spirito Santo, che fu il vero « Precursore » di Cristo, nella sua prima venuta. Lo Spirito di Dio ha parlato per mezzo dei profeti: «Hai pazientato con loro molti anni e li hai scongiurati per mezzo del tuo Spirito e per bocca dei tuoi profeti» (Ne 9,30; cf Zc 7,12). È l’ispiratore degli oracoli messianici (cf Is 11,1-9; 42,1-7). Per la potenza dello Spirito il Verbo si è incarnato nel grembo della Vergine (cf Lc 1,35). Elisabetta, « piena di Spirito Santo », riconobbe e proclamò Maria « madre del Signore » (Lc 1,41.43).

Ed è ancora nello Spirito Santo che la Chiesa vive l’attesa del ritorno del Signore: «Lo Spirito e la Sposa dicono: « Vieni! »» (Ap 22,17). Lo Spirito suscita nel cuore della Sposa la nostalgia e il desiderio dello Sposo. Ecco perché la comunità in preghiera implora il dono dello Spirito per andare incontro al Cristo: «Padre onnipotente [...] fa’ che, ardenti del tuo Spirito, splendiamo come lampade davanti al Cristo che viene»(1).

L’Avvento ha in sé la consolazione, la potenza e la ricchezza della Pentecoste. Lo ricorda san Bernardo: «Nella prima venuta il Signore venne nella debolezza della carne, in questa intermedia [che celebriamo nella liturgia] viene nella potenza dello Spirito, nell’ultima verrà nella maestà della gloria»(2). In tale contesto, l’Avvento invita la Chiesa a prendere coscienza che, nella sua missione di annunciare il Messia a tutte le genti, è sempre lo Spirito Santo l’agente principale dell’evangelizzazione (cf TMA, n. 45).

L’Avvento è tempo di speranza. Nello Spirito di Cristo, la comunione definitiva con Dio Padre, è già presente nella storia, anche se in modo invisibile e misterioso. Sperare per il credente non è solo attendere che qualcosa accada: è impegno, qui e ora, alla costruzione del Regno di Dio. La speranza, «da una parte, spinge il cristiano a non perdere di vista la meta finale che dà senso e valore all’intera sua esistenza e, dall’altra, gli offre motivazioni solide e profonde per l’impegno quotidiano nella trasformazione della realtà per renderla conforme al progetto di Dio» (TMA, n. 46). Il motivo della speranza è intimamente collegato con l’attesa gioiosa, che caratterizza la liturgia della Domenica III: «Rallegratevi sempre nel Signore: ve lo ripeto, rallegratevi, il Signore è vicino» (Fil 4,4.5)(3). Infatti l’oggetto della speranza cristiana è Cristo stesso, il mistero un tempo nascosto ed ora rivelato: «Cristo in voi, speranza della gloria» (Col 1,27).

L’Avvento, in particolare i giorni dal 17 al 23 dicembre, è tempo mariano per eccellenza: la Chiesa ricorda la Figlia di Sion, Vergine dell’attesa e dell’accoglienza del Verbo di Dio. Nella Domenica IV la liturgia romana celebra Maria, «colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore» (Lc 1,45). La colletta della Messa fa riferimento all’Annunciazione, mistero di vocazione-missione e di consacrazione mediante lo Spirito. Infatti, nella Vergine lo Spirito discende con pienezza e in maniera stabile, come sui personaggi carismatici e sui profeti dell’Antica Alleanza, consacrati per la salvezza del popolo. Sul modello di Maria, «donna di speranza, che seppe accogliere come Abramo la volontà di Dio sperando contro ogni speranza (Rm 4, 18)» (TMA, n. 48), i fedeli sono invitati a prepararsi ad andare incontro al Salvatore che viene(4). Nella prima parte d’Avvento, la solennità dell’Immacolata Concezione esorta la Chiesa a contemplare le meraviglie dell’amore di Dio(5) operate in Maria, «immune da ogni macchia di peccato, plasmata per così dire dallo Spirito Santo e formata come una creatura nuova» (LG, n. 56). La Vergine Madre di Cristo appare davanti a tutta l’umanità quale «segno immutabile e inviolabile dell’elezione da parte di Dio», «segno di sicura speranza»(6).

Natale ed Epifania del Signore

Nel triennio preparatorio al 2000, «centrato su Cristo, Figlio di Dio fatto uomo» (TMA, n. 39), siamo quest’anno invitati a riscoprire, in tale mistero, la particolare azione dello Spirito. Ci è guida insostituibile la lettura e meditazione dei primi capitoli del Vangelo di san Luca, proclamati dalla liturgia natalizia, in cui la Chiesa contempla e celebra «Maria, che concepì il Verbo incarnato per opera dello Spirito Santo» (TMA, n.48)(7).

Il Natale è tempo dello Spirito Santo. San Luca racconta l’origine umana di Gesù alla luce della sua risurrezione. La sua intenzione emerge dalle espressioni e dai temi contenuti in Lc 1,35: « Spirito Santo », « potenza », « sotto la sua ombra » (la nube dell’Esodo), il titolo « Figlio di Dio ». Il messaggio proveniente dall’insieme di questi elementi è di fondare la filiazione divina di Gesù sul concepimento per opera dello Spirito Santo.

La Chiesa è consapevole di celebrare il Natale nella luce e nella realtà della Pasqua: la liturgia della Messa vespertina della vigilia presenta il Natale come il «grande giorno che ha dato inizio alla nostra redenzione»(8). Il brano di Is 62,1-5, nella medesima Messa, riprende il tema ecclesiologico dell’unione sponsale tra Dio e la Chiesa, che ha la sua prima grande manifestazione nel mistero dell’Incarnazione: l’eterno Figlio di Dio appare nel tempo, indissolubilmente unito alla natura umana, nella persona di Gesù Cristo. Artefice di tale unione nuziale è lo Spirito Santo.

La Domenica II dopo Natale mette in rilievo il tema della Sapienza divina che «fissa la tenda in Giacobbe» (Sir 24,8) e quello della nostra predestinazione a figli di Dio per mezzo di Gesù Cristo (cf Ef 1,3-6). È lo Spirito che ci guida a scoprire i misteri della Sapienza di Dio e ci rende conformi all’immagine del Figlio (cf Ef 1,17)(9).

Nella festa del Battesimo del Signore contempliamo ancora una volta che, per mezzo dello Spirito, al Giordano come a Nazareth, il Figlio di Maria viene annunciato, costituito e manifestato come il Messia, il Figlio di Dio, il Salvatore. Consacrato dalla potenza dello Spirito, Gesù, dal suo Battesimo, si dimostra pronto ad assumere tutte le umiliazioni e le sofferenze insite nella sua scelta di solidarietà con l’umanità peccatrice. Lo sottolinea il ritornello del Salmo responsoriale (dal Sal 103): «Benedetto il Signore che dona la vita».

Il tema della speranza pervade tutta la liturgia natalizia. La nascita del Signore è il lieto annunzio di « una grande gioia » che apre il cuore dell’uomo alla speranza della salvezza (cf Lc 2,10-11). Lo evidenzia il prefazio II di Natale: «Nel mistero adorabile del Natale, egli, Verbo invisibile, apparve visibilmente nella nostra carne, per assumere in sé tutto il creato e sollevarlo dalla sua caduta». Poiché il Natale di Cristo è messaggio di ottimismo per il mondo intero(10), ha senso raccogliere e trasmettere l’invito del Papa a valorizzare ed approfondire «i segni di speranza presenti in questo ultimo scorcio di secolo, nonostante le ombre che spesso li nascondono ai nostri occhi» (TMA, n. 46).

Nei testi liturgici del tempo natalizio – preghiere, inni, antifone – la Chiesa esprime la propria lode ed invocazione per la Madre del Signore. In particolare, nella solennità del I gennaio contempla il mistero della divina maternità di Maria, meraviglia dello Spirito di Dio: «per opera dello Spirito Santo ha concepito il tuo unico Figlio; e sempre intatta nella sua gloria verginale, ha irradiato sul mondo la luce eterna, Gesù Cristo nostro Signore» (cf prefazio).

NOTE

(1) Orazione dopo la comunione del 17 dicembre.
(2) Seconda lettura dell’Ufficio di letture del mercoledì della prima settimana d’Avvento.
(3) Antifona d’ingresso.
(4) Cf Paolo VI, Esortazione Apostolica Marialis Cultus, n. 4.
(5) Cf Salmo responsoriale.
(6) Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Redemptoris Mater, n.11.
(7) Cf Paolo VI, Esortazione Apostolica Marialis Cultus, n. 5.
(8) Orazione sulle offerte.
(9) Cf il testo di san Basilio, indicato come seconda lettura all’Ufficio delle letture del 2 gennaio.
(10) Cf l’inizio del testo di san Leone Magno indicato come seconda lettura dell’Ufficio delle letture del giorno di Natale.

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buona notte

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Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 24 novembre, 2009 |Pas de commentaires »

Santa Teresa Benedetta della Croce [Edith Stein] : « Lodate il Signore nel suo santuario… Ogni vivente dia lode al Signore» (Sal 150)

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20091124

Martedì della XXXIV settimana del Tempo Ordinario : Lc 21,5-11
Meditazione del giorno
Santa Teresa Benedetta della Croce [Edith Stein] (1891-1942), carmelitana, martire, compatrona d’Europa
La preghiera della Chiesa

« Lodate il Signore nel suo santuario… Ogni vivente dia lode al Signore» (Sal 150)

        Nell’antica Alleanza avevano già una certa comprensione della dimensione eucaristica della preghiera: quell’opera prodigiosa della tenda dell’Alleanza (Es 25) come, in seguito, quella del Tempio di Salomone, fu considerata come l’immagine di tutta la creazione radunata attorno al suo Signore per adorarlo e servirlo… Come, secondo il racconto della creazione, il cielo è stato srotolato come un telo, così, dei teli dovevano costituire le pareti della tenda. Come le acque che sono sotto il firmamento sono state separate dalle acque che sono sopra il firmamento, così il velo del Tempio separava il Santo dei santi dagli spazi esteriori… Il candelabro a sette bracci figura i luminari del cielo. Agnelli e uccelli rappresentano il pullulare degli esseri viventi che abitano il mare, la terra e il cielo. E come all’uomo fu affidata la terra, spetta al sommo sacerdote tenersi nel santuario…

        Al posto del Tempio di Salomone, Cristo ha edificato un tempio fatto di pietre vive (1 Pt 2, 5), la comunione dei santi. Egli si tiene in mezzo ad esso in quanto sommo sacerdote eterno, e sull’altare egli in persona è il sacrificio eternamente offerto. E tutta la creazione è resa partecipe di questa liturgia: i frutti della terra vi sono riuniti in offerte misteriose, i fiori e le luci, i teli e il velo del Tempio, il sacerdote consacrato, come pure l’unzione e la benedizione della casa di Dio. 

        Neanche i cherubini sono assenti. Le loro figure scolpite montavano la guardia nel Santo dei santi. Ora i monaci, che sono la loro immagine vivente, si curano che la lode di Dio non cessi mai, sulla terra come in cielo… I loro canti di lode chiamano all’alba tutta la creazione a unirsi per magnificare il Signore: monti e colline, fiumi e torrenti, e creature tutte che abitano sulla terra, nuvole e venti, piogge e rugiade, neve e nebbia, tutti i popoli della terra, uomini di ogni condizione e razza, e abitanti dei cieli, angeli e santi (Dn 3, 57-90)… Noi dobbiamo raggiungere, per mezzo della nostra liturgia, questa lode eterna di Dio. « Noi », cioè, non soltanto i religiosi regolari… ma tutto il popolo cristiano.

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buona notte

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Beato Charles de Foucauld : « Ha dato tutto quanto aveva »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20091123

Lunedì della XXXIV settimana del Tempo Ordinario : Lc 21,1-4
Meditazione del giorno
Beato Charles de Foucauld (1858-1916), eremita e missionario nel Sahara
Meditazioni sui Santi Vangeli

« Ha dato tutto quanto aveva »

« Padre mio, nelle tue mani consegno il mio spirito » (Lc 23,46). Questa è l’ultima preghiera del nostro Maestro, del nostro prediletto. Possa essa essere nostra, e essere non soltanto la preghiera dei nostri ultimi istanti, ma pure quella di ogni nostro istante : « Padre mio, io mi consegno nelle tue mani ; Padre mio io mi affido a te ; Padre mio, io mi abbandono a te ; Padre mio, fa’ di me ciò che ti piace ; qualunque cosa tu faccia di me, ti ringrazio ; grazie di tutto. Sono pronto a tutto, accetto tutto, ti ringrazio di tutto, purché la tua volontà si compia in me, mio Dio, purché la tua volontà si compia in tutte le tue creature, in tutti i tuoi figli, in tutti coloro che il tuo cuore ama ; non desidero niente altro, mio Dio. Rimetto la mia anima nelle tue mani, te la dono, mio Dio, con tutto l’amore del mio cuore, perché ti amo, ed è per me una esigenza d’amore il donarmi, il rimettermi nelle tue mani senza misura. Mi rimetto nelle tue mani con una confidenza infinita, poiché tu sei il Padre mio ».

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San Clemente

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http://www.santiebeati.it/

Publié dans:immagini sacre |on 22 novembre, 2009 |Pas de commentaires »

La vita: il tutto nel frammento

dal sito:

http://www.zenit.org/article-19206?l=italian

La vita: il tutto nel frammento

XXI Domenica del Tempo Ordinario, 23 agosto 2009

di padre Angelo del Favero*

ROMA, venerdì, 21 agosto 2009 (ZENIT.org).- “Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: ‘Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?’. Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: ‘Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dove era prima? E’ lo Spirito che da’ la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono’. Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: ‘Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre’. Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: ‘Volete andarvene anche voi?’. Gli rispose Simon Pietro: ‘Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio’. Gesù riprese: ‘Non sono forse io che ho scelto voi, i Dodici? Eppure uno di voi è un diavolo!’. Parlava di Giuda, figlio di Simone Iscariota: costui infatti stava per tradirlo, ed era uno dei Dodici” (Gv 6,60-71).

Il capitolo 6 del Vangelo di Giovanni, di cui abbiamo ascoltato oggi la conclusione, inizia col racconto del segno della automoltiplicazione di cinque pani e due pesci dentro un cesto distribuito alla mensa di cinquemila uomini (senza contare le donne e i bambini): un segno clamoroso che fa pensare a quello annunciato sette secoli prima dal profeta Isaia: “Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele” (Is 7,14). Il Dio-con-noi annunciato non poteva offrirci una comunione con Lui più piena e perfetta dell’Eucaristia: è l’unione inseparabile ed insuperabile di Dio con noi.

Per la Scrittura il segno è una freccia puntata che invita a proseguire, indica una meta da raggiungere, suggerisce un compimento, impegna a trovare la giusta diagnosi, come un sintomo in medicina. Il grande segno dei pani moltiplicati nel cesto orienta verso qualcosa di materialmente “piccolissimo”, poichè punta dritto dritto al “cesto” del grembo di Maria, dove il Figlio di Dio si è fatto carne umana e sangue umano, Pane vivo per noi (un “per” che significa dono vitale): perché noi lo mangiassimo per vivere.

Sì, Pane divino-umano vivo: prima un minutissimo “Pane unicellulare” (il diametro del corpo umano alla fecondazione è circa 500 volte minore rispetto all’Ostia di pane consacrata tra le mani del sacerdote), già pieno di vita, poi il medesimo Pane che, “lievitando”, diventa corpo di due, quattro, otto, sedici,..milioni di cellule, poi miriadi di miliardi, sempre rimanendo un unico Pane vivo destinato a saziare la fame di vita di tutta l’umanità, per tutti i secoli dei secoli.

E’ questa la precomprensione con la quale suggerisco di rileggere per intero i 71 versetti di Gv 6, affinchè queste Parole divine, lungi dall’indurirsi nell’impatto con il timpano della nostra intelligenza, possano permearla con quello stesso Spirito che fecondò la Vergine. Riflettiamo: dall’istante dell’Incarnazione di Gesù fino al parto, Maria ha ininterrottamente “mangiato” la carne e “bevuto” il sangue del suo figlio divino.

Cosa significa questo linguaggio volutamente…duro? Significa che, in quanto madre, Ella ha goduto un rapporto di comunione con Gesù, tanto diversa rispetto a quella che si può avere a tu per tu con una persona, quanto lo è un rapporto di assimilazione rispetto ad un contatto esterno. Per nove mesi in Maria è avvenuta una trasfusione continua della Vita eterna di Dio nella sua vita di donna. Sta in questa intima e trasformante comunione d’amore il significato delle parole del Signore: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna” (Gv 6,54).

Ecco come e perché l’Eucaristia ci conforma a Cristo, mentre va “formando” in noi il suo modo di pensare e di sentire, al punto da poter esclamare con gioia stupefatta: “non vivo più io, ma Cristo è la mia vita!” (Gal 2,20). Non si tratta di sostituzione di persona, ma di comunione di innamorati, in cui l’Amato è anche l’Amante, poiché è l’Amore che fa amare.

Allo stupore incantato degli Israeliti davanti alla manna che ricopriva il deserto (Es 16,15: “Che cos’è?”) si oppone, nel Vangelo, lo stupore infastidito di alcuni discepoli di Gesù: “Questa parola è dura! chi può ascoltarla?” (Gv 6, 60). Per essi fu davvero uno shock, anzitutto per il contenuto del discorso (un pasto a base di carne e sangue umano!), poi per il modo incalzante di ribadirlo. Infatti, nonostante l’evidente, prevedibilissimo scandalo dei presenti, Gesù per ben sei volte insiste sulla necessità di (alla lettera) “masticare” la sua carne, e quattro volte quella di bere il suo sangue. Un discorso francamente raccapricciante.

Parole dure anche per noi, oggi, se solo ci fermiamo a riflettere. A prenderle realmente sembrano pura follia! Eppure la Chiesa dichiara che l’Eucaristia è realmente il corpo del Signore, ed il credente ne è certissimo per l’unico motivo che ad affermarlo inequivocabilmente è stato (ed è ogni giorno nella persona del sacerdote) il Signore Gesù: “Questo è il mio corpo, offerto in sacrificio per voi. Questo è il calice del mio sangue..”.

Commenta una grande mistica del XX secolo: “Essi avrebbero ascoltato più volentieri un insegnamento che fosse sceso ai particolari, che si fosse occupato del miglioramento dei loro difetti, della cancellazione dei loro peccati..Giorno dopo giorno avrebbero registrato volentieri un piccolo progresso, imparato qualcosa di nuovo al riguardo, un qualcosa di accuratamente suddiviso secondo le loro attitudini e capacità. Allora la sua parola non avrebbe avuto bisogno di alcuna interpretazione; ognuno di essi l’avrebbe seguita alla lettera, tutti secondo la medesima scuola, in cui si sarebbero consultati e confrontati a vicenda. E invece al posto di ciò solo e sempre la medesima direttiva: mangiate la mia carne. Cioè: amatemi!

In quest’unica frase – (“chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna”) – vengono poste le esigenze più alte, che vanno molto al di là di quanto essi riescono ad immaginarsi. In essa è anzitutto contenuta la somma dell’amore del Signore, l’immensità di quest’amore, l’eternità di questo amore. Tutto ciò è così sterminato, così unitario ed incondizionato, contiene in sé un amore così sublime ed esigenze così enormi, che il tutto appare assolutamente impraticabile ai discepoli.

Non riescono a spiegarsi come mai il Signore cominci proprio col tutto.

In questo incipiente riconoscimento della loro insufficienza..si limitano a domandarsi l’un l’altro: chi può? Non si tratta di una disperazione nei confronti del Signore, ma del disorientamento di colui che spiritualmente affaticato e non tiene il passo” (A. von Speyr, “I discorsi polemici”, Esposizione contemplativa del Vangelo di San Giovanni, p. 66-68).

Quando si afferma la verità scientifica che l’essere umano comincia al concepimento, la verità che qui è già un uomo colui che lo sarà, la verità che in questo istante l’essere umano è già un corpo, la verità che da questo momento l’essere umano è già interamente persona creata “a immagine e somiglianza di Dio” per un progetto di eterna felicità, molti di quelli che ascoltano rimangono disorientati e persino scandalizzati. Un simile discorso, in effetti, è “duro” da accettare psicologicamente: come può quel microscopico frammento di vita umana meritare il valore, la dignità, il rispetto totale dovuto ad una persona che posso abbracciare e baciare? Ma l’obiezione intransigente indica la resistenza colpevole a riconoscere che l’essere umano comincia proprio col tutto.

E il motivo ultimo, a mio parere, non è di ordine intellettuale, ma spirituale. Non basta, infatti, la necessaria ma non da sola sufficiente conoscenza scientifica per comprendere ed accogliere tutta intera la verità della vita umana, essendo tale verità trascendente.

Trascendente non vuol dire nascosta tra le nuvole, ma ragionevole e soprannaturale, nascosta nel senso rivelato da Gesù duemila anni fa: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli” (Mt 11,25). Questi piccoli sono proprio coloro che non si scandalizzano, nella semplicità della loro fede, di mangiare la Carne e di bere il Sangue di Cristo. Essi non possono spiegare il mistero dell’Eucaristia, ma lo conoscono per esperienza. Sono assolutamente certi che l’Eucaristia è Gesù, Vita divina realmente e totalmente presente anche in un solo frammento dell’Ostia consacrata.

Ascoltiamo, in conclusione le parole di un grande e “piccolo” sapiente, cardinale, padre spirituale della von Speyr: “Dove dobbiamo rivolgere il nostro sguardo per scorgere, nella frammentarietà della nostra esistenza, una tensione verso l’Intero? Ogni frammento di un pezzo di ceramica suggerisce la totalità del vaso, ogni “torso” di marmo viene visto nella luce dell’intera statua. Sarà la nostra esistenza a costituire un’eccezione? Ci lasceremo persuadere forse che quello stesso frammento che è la nostra esistenza costituisce l’intero? Ma se noi facessimo questo, non avremmo forse abbandonato l’idea di trovare un senso alla frammentarietà stessa, rassegnandoci al non-senso? E’ così che noi ci interroghiamo su noi stessi, e in questo domandare siamo convinti di essere di più di una semplice domanda. Noi pensiamo che Qualcuno dovrebbe sapere con certezza. E pensiamo che Egli possa rispondere alla domanda su noi stessi” (H.U. von Balthasar, “Il tutto nel frammento”, pp. XXIII-XXIV).

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* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E’ diventato carmelitano nel 1987. E’ stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.

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