Archive pour novembre, 2009

Saint Paul Apostle

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Publié dans:immagini sacre |on 26 novembre, 2009 |Pas de commentaires »

di Sandro Magister: La « Dichiarazione di Manhattan »: il manifesto che scuote l’America

dal sito:

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1341135

La « Dichiarazione di Manhattan »: il manifesto che scuote l’America

L’hanno sottoscritta leader cattolici, protestanti, ortodossi, uniti nel difendere la vita e la famiglia. Con la Casa Bianca nel mirino. In Europa l’avrebbero bollata come una « ingerenza » politica della Chiesa

di Sandro Magister

ROMA, 25 novembre 2009 – Al di qua dell’Atlantico la notizia è passata quasi inosservata: quella di un forte appello pubblico a difesa della vita, del matrimonio, della libertà religiosa e dell’obiezione di coscienza, lanciato congiuntamente – cosa rara – da esponenti di primissimo piano della Chiesa cattolica, delle Chiese ortodosse, della Comunione anglicana e delle comunità evangeliche degli Stati Uniti.

Tra i leader religiosi che hanno presentato al pubblico l’appello, venerdì 20 novembre al National Press Club di Washington (vedi foto), c’erano l’arcivescovo di Philadelphia, cardinale Justin Rigali, l’arcivescovo di Washington, Donald W. Wuerl, e il vescovo di Denver, Charles J. Chaput.

E tra i 152 primi sottoscrittori dell’appello ci sono altri 11 arcivescovi e vescovi cattolici degli Stati Uniti: il cardinale Adam Maida, di Detroit, Timothy Dolan, di New York, John J. Myers, di Newark, John Nienstedt, di Saint Paul and Minneapolis,  Joseph F. Naumann, di Kansas City,  Joseph E. Kurtz, di Louisville, Thomas J. Olmsted, di Phoenix, Michael J. Sheridan, di Colorado Springs, Salvatore J. Cordileone,  di Oakland,  Richard J. Malone, di Portland, David A. Zubik, di Pittsburgh.

L’appello, di 4.700 parole, ha per titolo: « Manhattan Declaration: A Call of Christian Conscience [Dichiarazione di Manhattan. Un appello della coscienza cristiana] » e ha preso nome dalla penisola di New York in cui ne fu discussa e decisa la pubblicazione, lo scorso settembre.

La redazione finale del testo fu affidata al cattolico Robert P. George, professore di diritto alla Princeton University, e agli evangelici Chuck Colson e Timothy George, quest’ultimo professore della Beeson Divinity School, nella Samford University di Birmingham in Alabama.

Tra gli altri firmatari figurano il metropolita Jonah Paffhausen, primate della Chiesa ortodossa in America, l’arciprete Chad Hatfield, del seminario teologico ortodosso di San Vladimiro, il reverendo William Owens, presidente della Coalition of African-American Pastors, e due personaggi di spicco della Comunione anglicana: Robert Wm. Duncan, primate della Anglican Church in North America, e Peter J. Akinola, primate della Anglican Church in Nigeria.

Tra i cattolici, vescovi a parte, hanno sottoscritto l’appello il gesuita Joseph D. Fessio, discepolo di Joseph Ratzinger e fondatore dell’editrice Ignatius Press, William Donohue, presidente della Catholic League, Jody Bottum, direttore della rivista « First Things », George Weigel, membro dell’Ethics and Public Policy Center.

La « Dichiarazione di Manhattan » non cade nel vuoto, ma in un momento critico per la società e la politica americane: proprio mentre l’amministrazione di Barack Obama è impegnatissima a far passare un piano di riforma dell’assistenza sanitaria negli Stati Uniti.

Difendendo la vita umana fin dal concepimento e il diritto all’obiezione di coscienza, l’appello contesta due punti messi in pericolo dal progetto di riforma attualmente in discussione al Senato.

Al Congresso il pericolo è stato sventato anche grazie a una pressante azione di lobbying condotta alla piena luce del sole dall’episcopato cattolico. Dopo che il voto finale aveva garantito sia il diritto all’obiezione di coscienza sia il blocco di qualsiasi finanziamento pubblico all’aborto, la conferenza episcopale aveva rivendicato questo risultato come un « successo ». Ma ora al Senato la battaglia è ricominciata da capo, su un testo di partenza che di nuovo la Chiesa giudica inaccettabile. La conferenza episcopale ha già indirizzato ai senatori una lettera con indicate le modifiche che vorrebbe fossero apportate a tutti i punti controversi.

Ma ora in più c’è l’ecumenica « Dichiarazione di Manhattan », il cui ultimo capitolo, intitolato « Leggi ingiuste », termina con questo annuncio solenne:

« Non ci faremo ridurre al silenzio o all’acquiescenza o alla violazione delle nostre coscienze da qualsiasi potere sulla terra, sia esso culturale o politico, indipendentemente dalle conseguenze su noi stessi ».

E subito dopo:

« Noi daremo a Cesare ciò che è di Cesare, in tutto e con generosità. Ma in nessuna circostanza noi daremo a Cesare ciò che è di Dio ».

In un passaggio iniziale, l’appello dice anche questo:

« Mentre l’opinione pubblica si muove in direzione pro-life, forze potenti e determinate lavorano per promuovere l’aborto, la ricerca distruttiva degli embrioni, il suicidio assistito e l’eutanasia ».

Ed è vero. Stando alle più recenti indagini, l’opinione pubblica negli Stati Uniti sta virando sensibilmente verso una maggiore difesa della vita del concepito.

Dal 1995 al 2008 tutte le ricerche avevano registrato una prevalenza dei pro-choice rispetto ai pro-life, con distacco anche netto: i primi al 49 per cento, i secondi al 42.
Oggi, invece, le posizioni si sono rovesciate. I pro-choice sono calati al 46 per cento e i pro-life sono saliti al 47 per cento, sopravanzandoli.

I leader religiosi che incalzano Obama sui terreni minati dell’aborto, del matrimonio tra omosessuali, dell’eutanasia, sanno quindi di avere con sé un’ampia e crescente parte della società americana.

Il lancio della « Dichiarazione di Manhattan » ha avuto una forte eco nei media degli Stati Uniti, senza che qualcuno protestasse contro questa « ingerenza » politica delle Chiese.

Ma gli Stati Uniti sono fatti così. Lì c’è da sempre una rigorosa separazione tra le religioni e lo Stato. I concordati non ci sono e nemmeno sono concepibili. Ma proprio per questo si riconosce alle Chiese la piena libertà di parlare e di agire in campo pubblico.

In Europa il paesaggio è molto diverso. Qui la « laicità » è pensata e applicata in conflitto, latente od esplicito, con le Chiese.

È anche questo, forse, un motivo del silenzio che in Europa, in Italia, a Roma, ha coperto la « Dichiarazione di Manhattan ». È ritenuta un fenomeno tipicamente americano, estraneo ai canoni di giudizio europei.

Un’analoga diversità di approccio riguarda la comunione eucaristica data o negata ai politici cattolici pro aborto. Negli Stati Uniti la controversia è vivacissima, mentre al di qua dell’Atlantico no. Questa diversa sensibilità divide anche la gerarchia della Chiesa cattolica: in Europa e a Roma la questione è praticamente ignorata, lasciata alla coscienza dei singoli.

Va notato però che su questo punto qualcosa sta cambiando, anche nel Vecchio Continente. E non solo perché c’è un papa come Benedetto XVI che dichiaratamente preferisce il modello americano di rapporto tra le Chiese e lo Stato.

Un segnale è venuto pochi giorni fa dalla Spagna, dove la Chiesa cattolica è alle prese con un governo ideologicamente ostile, quello di José Luis Rodríguez Zapatero, e dove si prepara una legge che liberalizza l’aborto più di quanto già sia.

Secondo quanto ha riferito anche « L’Osservatore Romano », il segretario generale della conferenza episcopale spagnola, il vescovo Juan Antonio Martínez Camino, non ha esitato ad avvisare i politici cattolici che, se voteranno sì alla legge, non potranno essere ammessi alla comunione eucaristica, perchè si collocheranno in una situazione oggettiva di “peccato pubblico”.

Non solo. Monsignor Martínez Camino ha aggiunto che chi sostiene che è moralmente legittimo uccidere un nascituro si mette in contraddizione con la fede cattolica e pertanto rischia di cadere nell’eresia e nella scomunica “latae sententiae”, cioè automatica.

È la prima volta che in Europa, da parte di un dirigente di una conferenza episcopale, si odono parole così « americane ».

Ma torniamo alla « Dichiarazione di Manhattan ». Il suo testo integrale, con la lista dei 152 primi sottoscrittori, è in questa pagina web:

> Manhattan Declaration: A Call of Christian Conscience

Mentre qui di seguito, tradotto, c’è il testo abbreviato, diffuso assieme al testo integrale della « Dichiarazione »:

Manhattan Declaration Executive Summary

20 novembre 2009

I cristiani, quando hanno dato vita ai più alti ideali della loro fede, hanno difeso il debole e il vulnerabile e hanno lavorato instancabilmente per proteggere e rafforzare le istituzioni vitali della società civile, a cominciare dalla famiglia.

Noi siamo cristiani ortodossi, cattolici ed evangelici che si sono uniti nell’ora presente per riaffermare le verità fondamentali della giustizia e del bene comune, e per lanciare un appello ai nostri concittadini, credenti e non credenti, affinché si uniscano a noi nel difenderli. Queste verità sono (1) la sacralità della vita umana, (2) la dignità del matrimonio come unione coniugale tra marito e moglie, e (3) i diritti di coscienza e di libertà religiosa. In quanto queste verità sono fondative della dignità umana e del benessere della società, esse sono inviolabili e innegoziabili. Poiché esse sono sempre più sotto attacco da parte di forze potenti nella nostra cultura, noi ci sentiamo in dovere oggi di parlare a voce alta in loro difesa e di impegnare noi stessi a onorarle pienamente, non importa quali pressioni siano esercitate su di noi e sulle nostre istituzioni affinché le abbandoniano o le pieghiamo a compromessi. Noi prendiamo questo impegno non come partigiani di un gruppo politico ma come seguaci di Gesù Cristo, il Signore crocifisso e risorto, che è la Via, la Verità e la Vita.

Vita umana

Le vite dei nascituri, dei disabili e dei vecchi sono sempre più minacciate. Mentre l’opinione pubblica si muove in direzione pro-life, forze potenti e determinate lavorano per promuovere l’aborto, la ricerca distruttiva degli embrioni, il suicidio assistito e l’eutanasia. Nonostante la protezione del debole e del vulnerabile sia il dovere primo di un governo, il potere di governo è oggi spesso guadagnato alla causa della promozione di quella che Giovanni Paolo II ha chiamato « la cultura della morte ». Noi ci impegniamo a lavorare incessantemente per l’eguale protezione di ogni essere umano innocente ad ogni stadio del suo sviluppo e in qualsiasi condizione. Noi rifiuteremo di consentire a noi stessi e alle nostre istituzioni di essere implicati nel cancellare una vita umana e sosterremo in tutti i modi possibili coloro che, in coscienza, faranno la stessa cosa.

Matrimonio

L’istituto del matrimonio, già ferito da promiscuità, infedeltà e divorzio, corre il rischio di essere ridefinito e quindi sovvertito. Il matrimonio è l’istituto originario e più importante per sostenere la salute, l’educazione e il benessere di tutti. Dove il matrimonio è eroso, le patologie sociali aumentano. La spinta a ridefinire il matrimonio è un sintomo, piuttosto che la causa, di un’erosione della cultura del matrimonio. Essa riflette una perdita di comprensione del significato del matrimonio così come è incorporato sia nella nostra legge civile, sia nelle nostre tradizioni religiose. È decisivo che tale spinta trovi resistenza, poiché cedere ad essa vorrebbe dire abbandonare la possibilità di ridar vita a una giusta concezione del matrimonio e, con essa, alla speranza di ricostruire una corretta cultura del matrimonio. Questo bloccherebbe la strada alla credenza falsa e distruttiva che il matrimonio coincida con un’avventura sentimentale e altre soddisfazioni per persone adulte, e non, per sua natura intrinseca, con quell’unico carattere e valore di atti e relazione il cui significato è dato dalla sua capacità di generare, promuovere e proteggere la vita. Il matrimonio non è una « costruzione sociale » ma è piuttosto una realtà oggettiva – l’unione pattizia tra un marito e una moglie – che è dovere della legge riconoscere, onorare e proteggere.

Libertà religiosa

Libertà di religione e diritti della coscienza sono gravemente in pericolo. La minaccia a questi principi fondamentali di giustizia è evidente negli sforzi di indebolire o eliminare l’obiezione di coscienza per gli operatori e gli istituti sanitari, e nelle disposizioni antidiscriminazione che sono usate come armi per forzare le istituzioni religiose, gli enti di assistenza, le imprese economiche e i fornitori di servizi sia ad accettare (e anche a facilitare) attività e rapporti da essi giudicati immorali, oppure di essere messi fuori. Gli attacchi alla libertà religiosa sono pesanti minacce non solo a persone singole, ma anche a istituzioni della società civile che comprendono famiglie, enti di assistenza e comunità religiose. La salvaguardia di queste istituzioni provvede un indispensabile riparo da prepotenti poteri di governo ed è essenziale affinché fiorisca ogni altra istituzione su cui la società si appoggia, incluso lo stesso governo.

Leggi ingiuste

Come cristiani, crediamo nella legge e rispettiamo l’autorità dei governanti terreni. Riteniamo che sia uno speciale privilegio vivere in una società democratica dove le esigenze morali della legge su di noi sono anche più forti in virtù dei diritti di tutti i cittadini di partecipare al processo politico. Ma anche in un regime democratico le leggi possono essere ingiuste. E fin dalle origini la nostra fede ha insegnato che la disobbedienza civile è richiesta di fronte a leggi gravemente ingiuste o a leggi che pretendano che noi facciamo ciò che è ingiusto oppure immorale. Simili leggi mancano del potere di obbligare in coscienza poiché esse non possono rivendicare nessuna autorità oltre a quella della mera volontà umana.

Pertanto, si sappia che non acconsentiremo a nessun editto che obblighi noi o le istituzioni che guidiamo a compiere o a consentire aborti, ricerche distruttive dell’embrione, suicidi assistiti, eutanasie o qualsiasi altro atto che violi i principi della profonda, intrinseca ed eguale dignità di ogni membro della famiglia umana.

Inoltre, si sappia che non ci faremo ridurre al silenzio o all’acquiescenza o alla violazione delle nostre coscienze da qualsiasi potere sulla terra, sia esso culturale o politico, indipendentemente dalle conseguenze su noi stessi.

Noi daremo a Cesare ciò che è di Cesare, in tutto e con generosità. Ma in nessuna circostanza noi daremo a Cesare ciò che è di Dio.

http://www.zenit.org/article-20486?l=italian

dal sito:

http://www.zenit.org/article-20486?l=italian

Benedetto XVI e i due teologi Ugo e Riccardo di San Vittore

Catechesi per l’Udienza generale del mercoledì

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 25 novembre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato questo mercoledì da Benedetto XVI incontrando i fedeli e i pellegrini nell’Aula Paolo VI per la tradizionale Udienza generale.

Continuando la catechesi sulla cultura cristiana nel Medioevo, il Papa ha illustrato le figure di due teologi legati al monastero di San Vittore a Parigi: Ugo e Riccardo di San Vittore.
* * *

Cari fratelli e sorelle,

in queste Udienze del mercoledì sto presentando alcune figure esemplari di credenti, che si sono impegnati a mostrare la concordia tra la ragione e la fede e a testimoniare con la loro vita l’annuncio del Vangelo. Oggi intendo parlarvi di Ugo e di Riccardo di San Vittore. Tutti e due sono tra quei filosofi e teologi noti con il nome di Vittorini, perché vissero e insegnarono nell’abbazia di San Vittore, a Parigi, fondata all’inizio del secolo XII da Guglielmo di Champeaux. Guglielmo stesso fu un maestro rinomato, che riuscì a dare alla sua abbazia una solida identità culturale. A San Vittore, infatti, fu inaugurata una scuola per la formazione dei monaci, aperta anche a studenti esterni, dove si realizzò una sintesi felice tra i due modi di fare teologia, di cui ho già parlato in precedenti catechesi: e cioè la teologia monastica, orientata maggiormente alla contemplazione dei misteri della fede nella Scrittura, e la teologia scolastica, che utilizzava la ragione per cercare di scrutare tali misteri con metodi innovativi, di creare un sistema teologico.

Della vita di Ugo di San Vittore abbiamo poche notizie. Sono incerti la data e il luogo della nascita: forse in Sassonia o nelle Fiandre. Si sa che, giunto a Parigi – la capitale europea della cultura del tempo –, trascorse il resto dei suoi anni presso l’abbazia di San Vittore, dove fu prima discepolo e poi insegnante. Già prima della morte, avvenuta nel 1141, raggiunse una grande notorietà e stima, al punto da essere chiamato un « secondo sant’Agostino »: come Agostino, infatti, egli meditò molto sul rapporto tra fede e ragione, tra scienze profane e teologia. Secondo Ugo di San Vittore, tutte le scienze, oltre a essere utili per la comprensione delle Scritture, hanno un valore in se stesse e vanno coltivate per allargare il sapere dell’uomo, come pure per corrispondere al suo anelito di conoscere la verità. Questa sana curiosità intellettuale lo indusse a raccomandare agli studenti di non restringere mai il desiderio di imparare e nel suo trattato di metodologia del sapere e di pedagogia, intitolato significativamente Didascalicon (circa l’insegnamento), raccomandava: « Impara volentieri da tutti ciò che non sai. Sarà più sapiente di tutti colui che avrà voluto imparare qualcosa da tutti. Chi riceve qualcosa da tutti, finisce per diventare più ricco di tutti » (Eruditiones Didascalicae, 3,14: PL 176,774).

La scienza di cui si occupano i filosofi e i teologi detti Vittorini è in modo particolare la teologia, che richiede anzitutto lo studio amoroso della Sacra Scrittura. Per conoscere Dio, infatti, non si può che partire da ciò che Dio stesso ha voluto rivelare di sé attraverso le Scritture. In questo senso, Ugo di San Vittore è un tipico rappresentante della teologia monastica, interamente fondata sull’esegesi biblica. Per interpretare la Scrittura, egli propone la tradizionale articolazione patristico-medievale, cioè il senso storico-letterale, anzitutto, poi quello allegorico e anagogico, e infine quello morale. Si tratta di quattro dimensioni del senso della Scrittura, che anche oggi si riscoprono di nuovo, per cui si vede che nel testo e nella narrazione offerta si nasconde un’indicazione più profonda: il filo della fede, che ci conduce verso l’alto e ci guida su questa terra, insegnandoci come vivere. Tuttavia, pur rispettando queste quattro dimensioni del senso della Scrittura, in modo originale rispetto ai suoi contemporanei, egli insiste – e questa è una cosa nuova – sull’importanza del senso storico-letterale. In altre parole, prima di scoprire il valore simbolico, le dimensioni più profonde del testo biblico, occorre conoscere e approfondire il significato della storia narrata nella Scrittura: diversamente – avverte con un efficace paragone – si rischia di essere come degli studiosi di grammatica che ignorano l’alfabeto. A chi conosce il senso della storia descritta nella Bibbia, le vicende umane appaiono segnate dalla Provvidenza divina, secondo un suo disegno ben ordinato. Così, per Ugo di San Vittore, la storia non è l’esito di un destino cieco o di un caso assurdo, come potrebbe apparire. Al contrario, nella storia umana opera lo Spirito Santo, che suscita un meraviglioso dialogo degli uomini con Dio, loro amico. Questa visione teologica della storia mette in evidenza l’intervento sorprendente e salvifico di Dio, che realmente entra e agisce nella storia, quasi si fa parte della nostra storia, ma sempre salvaguardando e rispettando la libertà e la responsabilità dell’uomo.

Per il nostro autore, lo studio della Sacra Scrittura e del suo significato storico-letterale rende possibile la teologia vera e propria, ossia l’illustrazione sistematica delle verità, conoscere la loro struttura, l’illustrazione dei dogmi della fede, che egli presenta in solida sintesi nel trattato De Sacramentis christianae fidei (I sacramenti della fede cristiana), dove si trova, fra l’altro, una definizione di « sacramento » che, ulteriormente perfezionata da altri teologi, contiene spunti ancor oggi molto interessanti. « Il sacramento », egli scrive, « è un elemento corporeo o materiale proposto in maniera esterna e sensibile, che rappresenta con la sua somiglianza una grazia invisibile e spirituale, la significa, perché a tal fine è stato istituito, e la contiene, perché è capace di santificare » (9,2: PL 176,317). Da una parte la visibilità nel simbolo, la « corporeità » del dono di Dio, nel quale tuttavia, dall’altra parte, si nasconde la grazia divina che proviene da una storia: Gesù Cristo stesso ha creato i simboli fondamentali. Tre dunque sono gli elementi che concorrono a definire un sacramento, secondo Ugo di San Vittore: l’istituzione da parte di Cristo, la comunicazione della grazia, e l’analogia tra l’elemento visibile, quello materiale, e l’elemento invisibile, che sono i doni divini. Si tratta di una visione molto vicina alla sensibilità contemporanea, perché i sacramenti vengono presentati con un linguaggio intessuto di simboli e di immagini capaci di parlare immediatamente al cuore degli uomini. È importante anche oggi che gli animatori liturgici, e in particolare i sacerdoti, valorizzino con sapienza pastorale i segni propri dei riti sacramentali – questa visibilità e tangibilità della Grazia – curandone attentamente la catechesi, affinché ogni celebrazione dei sacramenti sia vissuta da tutti i fedeli con devozione, intensità e letizia spirituale.

Un degno discepolo di Ugo di San Vittore è Riccardo, proveniente dalla Scozia. Egli fu priore dell’abbazia di San Vittore dal 1162 al 1173, anno della sua morte. Anche Riccardo, naturalmente, assegna un ruolo fondamentale allo studio della Bibbia, ma, a differenza del suo maestro, privilegia il senso allegorico, il significato simbolico della Scrittura con il quale, ad esempio, interpreta la figura anticotestamentaria di Beniamino, figlio di Giacobbe, quale simbolo della contemplazione e vertice della vita spirituale. Riccardo tratta questo argomento in due testi, Beniamino minore e Beniamino maggiore, nei quali propone ai fedeli un cammino spirituale che invita anzitutto ad esercitare le varie virtù, imparando a disciplinare e a ordinare con la ragione i sentimenti ed i moti interiori affettivi ed emotivi. Solo quando l’uomo ha raggiunto equilibrio e maturazione umana in questo campo, è pronto per accedere alla contemplazione, che Riccardo definisce come « uno sguardo profondo e puro dell’anima riversato sulle meraviglie della sapienza, associato a un senso estatico di stupore e di ammirazione » (Benjamin Maior 1,4: PL 196,67).

La contemplazione quindi è il punto di arrivo, il risultato di un arduo cammino, che comporta il dialogo tra la fede e la ragione, cioè – ancora una volta – un discorso teologico. La teologia parte dalle verità che sono oggetto della fede, ma cerca di approfondirne la conoscenza con l’uso della ragione, appropriandosi del dono della fede. Questa applicazione del ragionamento alla comprensione della fede viene praticata in modo convincente nel capolavoro di Riccardo, uno dei grandi libri della storia, il De Trinitate (La Trinità). Nei sei libri che lo compongono egli riflette con acutezza sul Mistero di Dio uno e trino. Secondo il nostro autore, poiché Dio è amore, l’unica sostanza divina comporta comunicazione, oblazione e dilezione tra due Persone, il Padre e il Figlio, che si trovano fra loro in uno scambio eterno di amore. Ma la perfezione della felicità e della bontà non ammette esclusivismi e chiusure; richiede anzi l’eterna presenza di una terza Persona, lo Spirito Santo. L’amore trinitario è partecipativo, concorde, e comporta sovrabbondanza di delizia, godimento di gioia incessante. Riccardo cioè suppone che Dio è amore, analizza l’essenza dell’amore, che cosa è implicato nella realtà amore, arrivando così alla Trinità delle Persone, che è realmente l’espressione logica del fatto che Dio è amore.

Riccardo tuttavia è consapevole che l’amore, benché ci riveli l’essenza di Dio, ci faccia « comprendere » il Mistero della Trinità, è pur sempre un’analogia per parlare di un Mistero che supera la mente umana, e – da poeta e mistico quale è – ricorre anche ad altre immagini. Paragona ad esempio la divinità a un fiume, a un’onda amorosa che sgorga dal Padre, fluisce e rifluisce nel Figlio, per essere poi felicemente diffusa nello Spirito Santo.

Cari amici, autori come Ugo e Riccardo di San Vittore elevano il nostro animo alla contemplazione delle realtà divine. Nello stesso tempo, l’immensa gioia che ci procurano il pensiero, l’ammirazione e la lode della Santissima Trinità, fonda e sostiene l’impegno concreto di ispirarci a tale modello perfetto di comunione nell’amore per costruire le nostre relazioni umane di ogni giorno. La Trinità è veramente comunione perfetta! Come cambierebbe il mondo se nelle famiglie, nelle parrocchie e in ogni altra comunità i rapporti fossero vissuti seguendo sempre l’esempio delle tre Persone divine, in cui ognuna vive non solo con l’altra, ma per l’altra e nell’altra! Lo ricordavo qualche mese fa all’Angelus: « Solo l’amore ci rende felici, perché viviamo in relazione, e viviamo per amare e per essere amati » (L’Oss. Rom., 8-9 giugno 2009, p. 1). È l’amore a compiere questo incessante miracolo: come nella vita della Santissima Trinità, la pluralità si ricompone in unità, dove tutto è compiacenza e gioia. Con sant’Agostino, tenuto in grande onore dai Vittorini, possiamo esclamare anche noi: « Vides Trinitatem, si caritatem vides – contempli la Trinità, se vedi la carità » (De Trinitate VIII, 8,12).

buona notte

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(Auricularia auricula-judae)

http://www.naturephoto-cz.com/jelly-fungus.html

Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 26 novembre, 2009 |Pas de commentaires »

San Giovanni Crisostomo : «Allora comparirà in cielo il segno del Figlio dell’uomo» (Mt 24,30)

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20091126

Giovedì della XXXIV settimana delle ferie del Tempo Ordinario : Lc 21,20-28
Meditazione del giorno
San Giovanni Crisostomo (circa 345-407), sacerdote ad Antiochia poi vescovo di Costantinopoli, dottore della Chiesa
Omelia sulla croce e il ladrone (PG 49, 403)

«Allora comparirà in cielo il segno del Figlio dell’uomo» (Mt 24,30)

         Vuoi apprendere che la croce può essere segno del Regno? È con questo segno che Cristo deve giungere al momento della sua seconda e gloriosa venuta! Perché tu comprenda quanto la croce sia degna di venerazione, egli ha fatto di essa un titolo di gloria…

      Noi sappiamo che la sua prima venuta ha avuto luogo nel segreto, e questa discrezione era giustificata: era venuto infatti a cercare ciò che era morto. Ma questa seconda venuta non avverrà nello stesso modo… Egli apparirà a tutti e nessuno avrà bisogno di chiedere se il Cristo è qui o là (Mt 24,26)…; non avremo bisogno di cercare se il Cristo sia davvero lì. Ma quello che bisognerà cercare, è se viene con la croce…

      «Quando verrà il Figlio dell’uomo il sole si oscurerà e la luna non darà più la sua luce» (Mt 24,27). Sarà così grande la gloria della sua luce da oscurare gli astri più luminosi. «Allora le stelle cadranno e comparirà in cielo il segno del Figlio dell’uomo». Vedi quale potere ha il segno della croce? «Il sole si oscurerà e la luna si nasconderà», e la croce invece brillerà, ben visibile, affinché tu sappia che il suo splendore è più grande di quello del sole e della luna. Come al sopraggiungere del re in una città, i soldati si caricano sulle spalle le sue insegne reali e, portandole, lo precedono per annunciare il suo arrivo, così, quando il Signore scenderà dal cielo, anche la schiera degli angeli e degli arcangeli, portando questo segno sulle loro spalle, ci avvertiranno dell’arrivo di questo re che è il Cristo.

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 26 novembre, 2009 |Pas de commentaires »

26 novembre – Don Giacomo Alberione (mf) Festa per la Famiglia Paolina

26 novembre - Don Giacomo Alberione (mf) Festa per la Famiglia Paolina dans immagini sacre

http://www.santiebeati.it/

Publié dans:immagini sacre |on 25 novembre, 2009 |Pas de commentaires »

Oggi il Papa proclama beato il fondatore…Don Alberione, vivere come San Paolo e cavalcare Internet

dal sito:

http://archiviostorico.corriere.it/2003/aprile/27/Don_Alberione_vivere_come_San_co_0_030427097.shtml

Corriere della Sera – Archivio storico  – 27 aprile 2003
   
Oggi il Papa proclama beato il fondatore di congregazioni e case editrici che credeva nella missione del giornalista. Ed esce la sua biografia

Don Alberione, vivere come San Paolo e cavalcare Internet

Il problema pare irresolubile. Da una parte un ebreo della Diaspora, nato duemila anni fa a Tarso, in Cilicia, e perciò cittadino romano immerso nella cultura ellenistica. Dall’ altra il quinto di sette figli d’ un fittavolo piemontese nato il 4 aprile 1884 nella borgata San Lorenzo di Fossano e cresciuto fra le brume della campagna cuneese, cascina Perussia, un locale al pianterreno per mangiare e dormire, la stalla come giaciglio in inverno e il fienile d’ estate. Difficile pensare che due uomini simili possano avere qualcosa in comune. Però Don Giacomo Alberione, ai suoi, lo ripeteva sempre: «Vivete come San Paolo». E per chiarire il concetto amava ripetere le parole di Wilhelm von Ketteler, grande intellettuale dell’ Ottocento nonché vescovo di Magonza: «Se San Paolo tornasse al mondo, farebbe il giornalista». Sono frasi da tenere a mente, se si vuole capire l’ uomo che questa mattina, in piazza San Pietro, Giovanni Paolo II proclamerà beato per la gioia della Famiglia Paolina, dei 17.774 sacerdoti, religiose e laici che ne proseguono l’ opera in 62 Paesi. Quando morì, il 26 novembre 1971, in ginocchio al suo capezzale c’ era Paolo VI. Nel frattempo – dal 20 agosto 1914 e l’ apertura ad Alba della «Scuola tipografica piccolo operaio» – don Alberione aveva fondato cinque congregazioni religiose (Società San Paolo, Figlie di San Paolo, Pie Discepole del Divin Maestro, Suore di Gesù Buon Pastore, Suore di Maria Regina degli Apostoli), quattro istituti secolari (Gesù Sacerdote, San Gabriele Arcangelo, Maria Santissima Annunziata, Santa Famiglia) e un’ associazione di laici (Cooperatori Paolini). Aveva creato case editrici, stampato libri e riviste, esplorato tv, radio e cinema, diffuso più di un milione e duecentomila copie della mitica «Bibbia da mille lire» per rimediare all’ analfabetismo delle Scritture: «Una « parrocchia di carta » che ha come confini il mondo», come ha scritto Antonio Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana, fondata nel 1931. E tutto per seguire l’ esempio dell’ Apostolo che aveva predicato il Vangelo anche ai non ebrei e aperto il Cristianesimo al mondo: Asia Minore, Macedonia, Grecia, Roma. Domenico Agasso ha appena pubblicato una biografia del beato, «Don Alberione, editore per Dio» (ed. San Paolo, 9 euro ), e racconta lo stesso slancio, aggiornato ai tempi. Folgorato dalla Lettera ai Romani, don Alberione era mosso da una convinzione: «Il mondo ha bisogno di una nuova evangelizzazione». La chiamata risale alla «notte fra due secoli», la veglia del sedicenne Giacomo dal 31 dicembre 1900 al 1° gennaio 1901. Il mondo stava cambiando, «la stampa e il giornale fanno ora i pensieri, i sentimenti, l’ uomo: formano l’ opinione pubblica». Così, l’ 8 dicembre 1917, accadde qualcosa che nella Chiesa non s’ era mai visto: davanti a Don Alberione, i primi cinque ragazzi si impegnarono solennemente a «consacrare tutta la vita a Dio nell’ Apostolato della Stampa». «Un mistico», lo ricordava il biblista Gianfranco Ravasi alla presentazione del libro. Che però aveva capito come i mass media siano una sorta di acquedotto, «la rete è importante ma l’ essenziale è che l’ acqua sia buona», spiegava Ettore Bernabei. Dotato di «una visione manageriale della santità tutta piemontese», sorrideva lo scrittore Vittorio Messori. Ferruccio de Bortoli, direttore del Corriere, ha insistito sulla sua «etica del lavoro», un esempio così importante anche per i laici: «Saper essere importuni e talvolta inopportuni». Non c’ è da stupirsi che un sondaggio Internet abbia proposto don Alberione come patrono della Rete, c’ era già tutto nella lettera ai Filippesi: «Per me infatti il vivere è Cristo», scrive San Paolo, «proteso verso il futuro». Gian Guido Vecchi

Vecchi Gian Guido

Il Magnificat di Don Alberione – 15

dal sito:

http://www.sanpaolo.org/madre06/0604md/0604md27.htm

Il Magnificat di Don Alberione – 15  

Cos’è rimasto della eredità di spiritualità mariana lasciata dal Fondatore alla Famiglia Paolina e alla Chiesa?

Ci chiediamo ancora: che è rimasto della spiritualità mariana, vissuta e sempre inculcata dal Beato Giacomo Alberione, fondatore della Famiglia Paolina?

La risposta è sempre la stessa: anzitutto, una grande eredità, sintetizzata nell’espressione « Il Magnificat di Don Alberione » e documentata nel volume che ne illustra una specie di ‘trilogia’ di tale « Magnificat »: gli ‘Appunti’ di straordinaria profondità e bellezza dell’opuscolo manoscritto del 1947 Via humanitatis, storia della Salvezza, che esprimono il vertice della mariologia dell’Alberione, la rivista Madre di Dio e il Santuario – Basilica Minore della Regina degli Apostoli.

Poi, ci sono rimasti i tanti scritti e discorsi sulla Madonna, dei quali siamo andati scrivendo su « Madre di Dio » dal Febbraio 2002 al Dicembre 2004 [nelle 32 ‘puntate’ della rubrica "La mariologia del Ven.le Don G. Alberione"]; ed ora, dal Gennaio 2005, scriviamo nella rubrica « Il Magnificat di Don Alberione ».

A. Cesselon, Intensa espressione del Beato Don G. Alberione.

La « Via humanitatis »

In questo quadro di riferimento, ripercorriamo daccapo il tragitto che ha segnato il vertice della mariologia dell’Alberione, profeta della « Regina degli Apostoli » in quanto questo titolo dato alla Madonna è da lui considerato specificamente funzionale al titolo di Maria « Madre dell’umanità »: « Summa humanitatis » e « forma humanitatis ».

È quanto abbiamo scritto nel 2° Cap. del volume « Il Magnificat di Don Alberione » [cfr. pp. 14-19]; e ne riproduciamo qui una sintesi, come partendo dal punto più alto per rileggere in seguito, come logica derivazione, il patrimonio di scritti e di discorsi sulla Madonna che hanno impegnato tutta la vita del nostro Beato Padre fondatore.

Non c’è dubbio che sia appropriato parlare di una vera e propria mariologia alberioniana, centrata nell’identificazione di Maria Regina degli Apostoli e Madre dell’Umanità.

Ci ricorda Rosario Esposito, nel suo ricco commento all’opuscolo alberioniano Via humanitatis, che Don Alberione, tra libri e opuscoli, ha dedicato al tema mariano più o meno duemila pagine e forse più, precisando che la grande maggioranza di questi scritti si colloca nell’ambito dell’edificazione e della divulgazione, e sono ispirati per lo più a Sant’Alfonso de’ Liguori, a San Francesco di Sales e a San Luigi M. Grignion de Montfort, pur non disdegnando l’Alberione di citare documenti pontifìci (specie quelli ‘rosariali’ di Leone XIII), fonti patristiche e teologiche, che soleva riportare in schede utilizzate nei suoi scritti come nella predicazione.

Ma è proprio nella Via humanitatis che il Beato G. Alberione costruisce la sua mariologia, centrata sul contestuale titolo da riconoscere alla Madonna come Regina degli Apostoli e Madre dell’umanità.

« Per Mariam, in Christo et in Ecclesia »

È questa la premessa che l’Alberione ha posto davanti ai 31 « quadri » che costituiscono le « pietre miliari » della sua Via humanitatis, specificando molto sinteticamente nel Proemio:

Tutto viene da Dio-Principio; per tornare a Dio-Fine: a sua gloria ed a felicità dell’uomo.
Maria guida alla via sicura, che è Cristo, nella Chiesa da lui fondata.
In Cristo Via Verità e Vita si ha l’adozione e l’eredità dei figli di Dio.
L’uomo e l’umanità per Cristo invisibile, nella Chiesa visibile hanno ogni bene temporale ed eterno.
Tutti i figli sono attesi nella casa del Padre celeste; ognuno per Maria può trovare la Via-Cristo. Tutti la indichino in spirito di carità e di apostolato.
E in quest’opuscolo – secondo l’analisi che ne fa Rosario Esposito – convergono gli elementi mariologici che Don Alberione ha indicato nella sua vasta produzione di libri, articoli e scritti vari sulla Vergine di Nazareth:

Maria Santissima Regina della storia
Maria Santissima e il Magistero universale del Cristo
Missione socio-politica della « Madre dell’umanità »
Maria e la promozione della donna.
Esponendo le « linee per una lettura teologica del testo » in esame, don Esposito aggiunge fra l’altro: « La mariologia di Don Alberione raramente si allinea alle affermazioni di carattere emotivo, benché non si possa escludere una motivazione di carattere antropologico, quale del resto è possibile reperire nei grandi cantori della Madonna. Per lui Maria è l’asse portante della storia della Salvezza.

Capolavoro della creazione, punto di orientamento dell’uomo e della comunità umana decaduta, la Madonna è tuttavia indicata come elemento di rilievo fin dal mistero nascosto nei secoli e che via via affianca tutte le manifestazioni della via salvifica (cfr. quadri I, III, IV, VII, VIII, XV).

È elemento fondamentale dell’ecclesiologia e della vita del Popolo di Dio (cfr. quadri XVI, XIX), il quale è anzi affidato alle sue cure (cfr. quadro XXII). Ugualmente rilevante è la sua presenza nel pellegrinaggio eterno della escatologia (cfr. quadro XXX) ».

Copertina del volume « La dimensione cosmica della preghiera
- La ‘Via humanitatis’ di Don Giacomo Alberione ».

Quadro di riferimento della mariologia alberioniana

Volendo sintetizzare al massimo il discorso, ci pare molto illuminante riportare, infine, quella che l’Esposito chiama « illustre parentela esistente tra il messaggio teologico del Beato Don Alberione e un saggio del Card. Jean Daniélou », pubblicato nel 1953 presso la Morcelliana: La Vergine e il tempo, nel vol. Il mistero dell’Avvento (pp. 110-132).

Il teologo gesuita interpreta il periodo di preparazione al Natale interamente in prospettiva missionaria: il Figlio di Dio s’incarna per redimere l’umanità, e da quel momento la tensione della Comunità cristiana non può più sottrarsi all’impegno di diffondere in tutto il mondo l’evento salvifico di Betlemme, perché tutti gli uomini divengano partecipi dei frutti che esso ha portato nella storia.

I tre punti fondamentali di questo discorso mariano – precisa Rosario Esposito – combaciano egregiamente con l’epopea artistica che [nell’iconografia indicata dall’Alberione per illustrare i 31 "quadri" della Via humanitatis nel Santuario dedicato a Maria Regina degli Apostoli] il Fondatore della Famiglia Paolina collega con la Via humanitatis: la Madonna adempie l’attesa dell’umanità precristiana. « In lei convergono e confluiscono tutte le preparazioni, tutte le aspirazioni e tutte le ispirazioni, tutte le grazie, tutte le prefigurazioni che avevano riempito l’Antico Testamento, così da poter dire che, alla vigilia della venuta del Cristo, Maria riassume e incarna la lunga attesa dei tanti secoli da cui era stata preceduta… » (p.111).

La Santa Vergine è la « Summa humanitatis », « il meraviglioso fiore sbocciato da Israele » (p.112) che ha redento le infedeltà d’Israele. Giustamente la liturgia le applica il Cantico dei Cantici che proclama l’alleanza tra Dio e il suo popolo, « giacché è lei che, dopo tante infedeltà, ha dato alla fedeltà di Dio la risposta della razza umana » (p.114).

Il piano di Dio è unico e universale; la Santa Vergine lo realizza nei confronti di tutti gli uomini. Lei è « la creatura con la quale la razza israelitica sfocia nell’umanità intera », sicché lei è « madre della grazia, mediatrice universale, madre del genere umano » (p.117). [Cfr. R.Esposito, La dimensione cosmica della preghiera - La "Via humanitatis" di don G. Alberione, Ed. San Paolo - Casa Generalizia 1999, pp. 143-144].

Ecco così delineato il quadro di riferimento della mariologia alberioniana, nel posto unico assegnato nella Via humanitatis alla Madonna identificata come « Regina degli Apostoli per mostrarsi, nell’esercizio della sua maternità universale, ‘Mater humanitatis’ e ‘Summa humanitatis’. Dunque, il titolo mariano di Regina è funzionale alla sua Maternità universale.

È vero che « l’accoppiamento di questi due titoli – come rileva Rosario Esposito nel citato commento all’opuscolo Via humanitatis – non è una novità: è solo una rilettura moderna di un fatto antico, che risale al Cenacolo e al Calvario.

Qual è, allora, il merito del Beato G. Alberione, se non gli si può riconoscere una piena originalità nell’avere intuito la ‘correlazione funzionale’ tra il titolo di Maria Regina degli Apostoli, comunemente usato, e quello della sua Maternità universale?

Secondo l’Esposito, « egli ha il merito di rendersi conto che la secolarizzazione, la non-credenza e la non-cristianità è giunta anche nel cuore della cristianità tradizionale: parla, infatti, di « piccolo sparuto gregge », in « chiese quasi vuote », mentre i cinema sono affollati di persone d’ogni età, compresi i giovanissimi. E addita nei due momenti mariologici l’àncora della salvezza ». Se questo l’Alberione aveva intuito già nell’immediato dopoguerra [la Via humanitatis è un suo ‘dono natalizio’ del 1947], figuriamoci con quanto maggiore verità è possibile affermarlo oggi, all’inizio di un Terzo Millennio che ha sovente, anche nei Paesi di più grande tradizione cristiana, i connotati del post-Cristianesimo…

Più esattamente, l’esigenza missionaria di ricondurre gli uomini a Cristo, per giungere all’unificazione del genere umano attorno a lui, coinvolge la Vergine nella « via dell’umanità » che parte dalla Santissima Trinità (da Dio-Principio, Creatore dell’uomo) e in essa ritorna (come a suo ultimo Fine).

Bruno Simonetto

26 novembre – Beato Giacomo Alberione Sacerdote (mf) Festa per la Famiglia Paolina

dal sito:

http://www.santiebeati.it/dettaglio/90002

Beato Giacomo Alberione Sacerdote

26 novembre
 
San Lorenzo di Fossano, Cuneo, 4 aprile 1884 – Roma, 26 novembre 1971

Giacomo Alberione nacque il 4 aprile 1884 a San Lorenzo di Fossano (Cuneo), da una povera e laboriosa famiglia di contadini. A sette anni sentì la vocazione al sacerdozio. Entrò nel seminario di Bra, ma dopo quattro anni di permanenza una crisi gli fece lasciare il seminario. Nell’autunno del 1900 tornò a indossare l’abito del seminarista, questa volta nel collegio di Alba. Nella notte che segnava il passaggio al nuovo secolo, durante la veglia di adorazione solenne nel Duomo, mentre era inginocchiato a pregare una particolare luce gli venne dall’Ostia, l’invito di Gesù: “Venite ad me omnes…”(Mt 11, 28) lo incitò a fare qualcosa per gli uomini e le donne del nuovo secolo. Il 20 agosto 1914 diede inizio a quella che dapprima si chiamò “Scuola Tipografica Piccolo Operaio”, e successivamente “Pia Società San Paolo”, il primo dei dieci rami della Famiglia Paolina. La morte lo colse a Roma, all’età di 87 anni, il 26 novembre 1971. Il 26 giugno 1996 Giovanni Paolo II ne ha riconosciuto le virtù eroiche dichiarandolo Venerabile.

Martirologio Romano: A Roma, beato Giacomo Alberione, sacerdote, che, sommamente sollecito per l’evangelizzazione, si dedicò con ogni mezzo a volgere gli strumenti della comunicazione sociale al bene della società, facendo dei sussidi per annunciare più efficacemente la verità di Cristo al mondo, e fondò per questo la Congregazione della Pia Società di San Paolo Apostolo.

Ascolta da RadioRai:
  
 

Giacomo Alberione nasce il 4 aprile 1884 nella cascina delle « Nuove Peschiere » a San Lorenzo di Fossano (Cuneo). Presso la cappella dedicata a San Lorenzo riceve il Battesimo il giorno successivo, 5 aprile. La famiglia Alberione è guidata da papà Michele e benevolmente curata da mamma Teresa Allocco. Ci sono già i fratelli: Giovenale, Francesco, Giovanni; seguiranno la sorellina che morirà entro un anno e l’ultimo fratello Tommaso. Famiglia di poveri contadini, profondamente cristiana e laboriosa, che trasmette ai figli con la fede una forte educazione al lavoro e una fiducia incrollabile nella Provvidenza.
Il progetto di Dio su Giacomo comincia ad evidenziarsi molto presto: in prima elementare, interrogato dalla maestra Rosa Cardona su cosa farà da grande, egli risponde con chiarezza: « Mi farò prete! ».
Seguono gli anni della fanciullezza orientati in questa direzione.
Nella nuova abitazione della famiglia nella regione di Cherasco, parrocchia San Martino, diocesi di Alba, il parroco don Montersino aiuta l’adolescente a prendere coscienza e a rispondere alla chiamata del Signore. A 16 anni Giacomo è accolto nel Seminario di Alba e subito si incontra con colui che gli sarà padre, guida, amico, consigliere per 46 anni: il can. Francesco Chiesa.

Fare « qualcosa » per il Signore e gli uomini del nuovo secolo
Al termine dell’Anno Santo 1900, già fortemente interpellato dall’enciclica di Papa Leone XIII « Tametsi futura », Giacomo asseconda l’invito potente della grazia divina: nella notte del 31 dicembre 1900, che divide i due secoli, sosta per quattro ore in adorazione davanti al SS. mo Sacramento solennemente esposto nella Cattedrale di Alba. Una « particolare luce », come testimonia egli stesso, gli viene dall’Ostia e da quel giorno si sente « profondamente obbligato a far qualcosa per il Signore e per gli uomini del nuovo secolo », « obbligato a servire la Chiesa », con i mezzi nuovi offerti dall’ingegno umano.
E’ in seguito a tale esperienza che don Alberione ricorda senza fine a tutti i suoi figli e figlie: « Siete nati dall’Ostia, dal Tabernacolo! ».
L’itinerario del giovane Alberione prosegue molto intensamente negli anni dello studio della filosofìa e teologia. Il 29 giugno 1907 viene ordinato sacerdote. Segue una breve ma decisiva esperienza pastorale in Narzole (Cuneo), nella parrocchia di S. Bernardo, in qualità di vice parroco. Nei pochi mesi di apostolato pastorale diretto incontra il giovinetto Giuseppe Giaccardo che per lui sarà ciò che fu Timoteo per l’Apostolo Paolo. E sempre a Narzole don Alberione matura una maggior comprensione di ciò che può fare la donna coinvolta nell’apostolato.
Seguono gli anni vissuti nel Seminario ad Alba, dove svolge il compito di Padre Spirituale dei seminaristi maggiori e minori, e d’insegnante in varie materie.
Il giovanissimo sacerdote prega molto, studia, si presta per predicazione, catechesi, conferenze nelle parrocchie della diocesi. Dedica pure molto tempo allo studio, approfondendo particolarmente testi che lo illuminano e lo aggiornano sulla situazione della società civile ed ecclesiale del suo tempo e sulle necessità dell’uomo d’oggi: verso dove cammina questa umanità?
Ma il Signore lo vuole e lo guida in una missione nuova, multiforme nei mezzi e nelle strutture, per predicare il Vangelo a tutti i popoli, nello spirito dell’Apostolo San Paolo: portare gli uomini a Dio e Dio agli uomini, utilizzando i mezzi moderni di comunicazione. Testimoniano tale orientamento due libri di notevole importanza, maturati in quegli anni: « Appunti di teologia pastorale » (1912) e « La donna associata allo zelo sacerdotale » (iniziato nel 1911 e pubblicato nel 1915).
Maggior luce e maggior comprensione per un nuovo passo avviene nel 1910, quando don Alberione prende coscienza che la missione di dare Gesù Cristo al mondo deve essere assunta e realizzata da persone consacrate: « Le opere di Dio si fanno con gli uomini di Dio », amerà ripetere spesso.

La missione si concretizza: evangelizzare con i mezzi moderni
Per obbedire a Dio e alla Chiesa, il 20 agosto 1914, mentre a Roma muore il santo pontefice Pio X, ad Alba don Alberione dà inizio alla « Famiglia Paolina » con la fondazione della Pia Società San Paolo. Tutto avviene in forma semplice e dimessa: don Alberione si sente strumento di Dio, mosso dalla pedagogia divina che ama « iniziare sempre da un presepio », nel silenzio e nel nascondimento.
La famiglia umana – alla quale don Alberione si ispira – è composta di… fratelli e sorelle. Don Alberione è ben consapevole del ruolo importante che la donna, esercita nel « fare del bene » a gloria di Dio e per la salvezza dei fratelli. La prima donna che segue don Alberione è una ragazza ventenne di Castagnito (Cuneo): Teresa Merlo. Con il suo contributo, Alberione dà inizio alla congregazione delle Figlie di San Paolo (1915). Lentamente, ma decisamente, tra difficoltà di ogni genere, la « Famiglia » si sviluppa, le vocazioni maschili e femminili aumentano, l’apostolato si delinea e prende forma.
Nel 1918 (dicembre) avviene una prima partenza (quante ne seguiranno?) di « figlie » verso Susa: inizia una coraggiosa storia ricca di fede e di giovanile entusiasmo, che genera anche uno stile caratteristico, denominato « alla paolina ».
È abbastanza semplice seguire la cronologia di questi anni: ma quanto cammino, quanto progresso! Dio è presente e dà segni evidenti che è Lui solo a volere la Famiglia Paolina.
Però, nel luglio 1923 una nube oscura sembra troncare sul nascere tutti i sogni. Don Alberione si ammala gravemente; e il responso dei medici non lascia speranze. Ma ecco che, contrariamente ad ogni previsione, don Alberione riprende miracolosamente il cammino: « San Paolo mi ha guarito », commenterà in seguito. Da quel periodo appare nelle cappelle Paoline la scritta che in sogno o in rivelazione il Divin Maestro rivolge al Fondatore: « Non temete – Io sono con voi – Di qui voglio illuminare – Abbiate il dolore dei peccati ».
Nel 1924 prende vita la seconda congregazione femminile: le Pie Discepole del Divin Maestro, per l’apostolato eucaristico, sacerdotale, liturgico. A guidarle nella nuova vocazione don Alberione chiama la giovane Orsola Rivata.
Intanto don Alberione, sempre bruciato dallo « zelo » per le anime, va individuando le forme più rapide per raggiungere con il messaggio evangelico ogni uomo, soprattutto i lontani e le masse. Intuendo che, accanto ai libri, un mezzo molto efficace poteva risultare la pubblicazione di periodici, eccolo …buttarsi massicciamente in questa forma di apostolato. Nel 1912 era già nata la rivista Vita Pastorale destinata ai parroci, al fine « che ogni pastore sia un Pastor Bonus, modellato sopra Gesù Cristo… »; adesso (1931) nasce Famiglia Cristiana, rivista settimanale con lo scopo di alimentare la vita cristiana delle famiglie. Seguiranno: La Madre di Dio (1933), « per svelare alle anime le bellezze e le grandezze di Maria »; Pastor bonus (1937), rivista mensile in lingua latina, nella quale si trattavano problemi di cura pastorale e venivano offerte profonde meditazioni biblico-teologiche; Via, Verità e Vita (1952), rivista mensile per la conoscenza e l’insegnamento della dottrina cristiana; La Vita in Cristo e nella Chiesa (1952), con lo scopo di far « conoscere i tesori della Liturgia, diffondere tutto quello che serve alla Liturgia, vivere la Liturgia secondo la Chiesa… ». Don Alberione pensa anche ai ragazzi: per loro fa pubblicare Il Giornalino.
Si pone pure mano alla costruzione del grandioso Tempio a San Paolo, prima chiesa dedicata a una delle devozioni fondamentali della Famiglia Paolina. Seguiranno i due Templi a Gesù Maestro (Alba e Roma) e il Santuario alla Regina degli Apostoli (Roma).
Don Alberione si preoccupa di guidare, formare, orientare fratelli e sorelle precedendoli nella vita – vocazione – missione paolina.

Da Alba al mondo: come Paolo sempre in cammino
Nel 1926 si concretizza la fondazione della prima Casa « filiale » a Roma, seguita negli anni successivi da molte fondazioni in Italia e all’Estero.
Intanto cresce l’edificio spirituale: si segue con una maggiore comprensione e quindi più facilmente l’insegnamento del « Primo Maestro » sulla « devozione » fondamentale e qualificante: « Gesù Maestro e Pastore, Via e Verità e Vita », sulla devozione a Maria Madre, Maestra e Regina degli Apostoli; e sulla devozione a San Paolo, che ci specifica nella Chiesa e per cui siamo « i Paolini ».
La meta che il Fondatore indica a tutti e che vuole sia assunta come il primo « impegno » è la conformazione piena a Cristo: accogliere tutto il Cristo Via e Verità e Vita in tutta la persona, mente, volontà, cuore, forze fisiche. Orientamento codificato in un volumetto composto intorno agli anni ’30 e al quale dà il titolo paolino: « Donec formetur Christus in vobis ».
Nell’ottobre 1938 don Alberione fonda la terza congregazione femminile: le Suore di Gesù Buon Pastore o « Pastorelle », destinate all’apostolato pastorale diretto in ausilio ai Pastori.
La seconda guerra mondiale (1940-1945) segna una battuta d’arresto; ma il Primo Maestro, forzatamente fermo a Roma, non si arresta nel suo itinerario spirituale. Mentre attende il ritorno di condizioni migliori per operare, egli va accogliendo in misura sempre più radicale la luce di Dio in un clima di adorazione e contemplazione ogni giorno crescente.
Frutto di tale attitudine adorante sono gli scritti che il Fondatore continua a regalare ai suoi figli, tutti di grande rilievo per la Famiglia Paolina. Ricordiamo solo la « Via humanitatis » (1947), altissima rilettura del cammino dell’umanità in ottica mariana (« per Mariam, in Christo et in Ecclesia »), e quello che è il suo sogno incompiuto: il Progetto di un’enciclopedia su Gesù Maestro (1959).
Per don Alberione l’attività piena riprende alla fine del 1945, con i grandi viaggi intorno al mondo, allo scopo di incontrare e confermare fratelli e sorelle. Rimane « folgorato » dall’Oriente (India, Cina, Filippine…): le moltitudini, i miliardi di persone… Ma quanti conoscono Gesù Cristo? « Mi protendo in avanti! Non pensare a quel che si è fatto, ma piuttosto a quanto rimane da fare ».
Gli anni 1950-1960 sono gli anni d’oro del consolidamento della Famiglia Paolina: tutto fiorisce con vocazioni, fondazioni, edizioni, iniziative molteplici, impegno nella formazione, nello studio, nella povertà.
Nel 1954 si celebra il quarantesimo di fondazione, documentato in un volume pubblicato nella circostanza: « Mi protendo in avanti ». E’ esattamente in questa occasione che don Alberione riesce a vincere la sua naturale ritrosia nel parlare di se stesso e consegna ai suoi figli lo scritto che sarà pubblicato con il titolo: « Abundantes divitiae gratiae suae » e che viene considerato ora come la « storia carismatica della Famiglia Paolina ».
Con la fondazione della quarta congregazione femminile: l’Istituto Regina degli Apostoli per le vocazioni (Suore Apostoline), dedite all’apostolato vocazionale (1959) e con gli Istituti aggregati: San Gabriele Arcangelo, Maria SS.ma Annunziata, Gesù Sacerdote, Santa Famiglia, si completa il grande « albero » della Famiglia Paolina, pensata e voluta da Dio.
Don Alberione è ora la guida di circa diecimila persone, inclusi pure i Cooperatori Paolini, tutte unite tra loro dallo stesso ideale di santità e di apostolato: l’avvento di Cristo, Via, Verità, Vita, nelle anime e nel mondo, mediante gli strumenti della comunicazione sociale.

Dalla Chiesa del Concilio a quella celeste
Negli anni 1962-1965 il Primo Maestro è protagonista silenzioso, ma molto attento del Concilio Vaticano II, alle cui quattro « sessioni » partecipa quotidianamente con vivo impegno. Giorno di particolare giubilo è il 4 dicembre 1963, in cui viene emanato il Decreto conciliare « Inter Mirifica » sugli strumenti della comunicazione sociale da assumersi come mezzi di evangelizzazione. Egli così commentò: « Ora non potete più avere dubbi. La Chiesa ha parlato ». E ancora: « Vi ho dato il meglio. Se avessi trovato qualcos’altro di meglio, ve lo darei ora, ma non l’ho trovato ».
Nel frattempo, non mancano tribolazioni e sofferenze al padre comune. Tra le più acute, la morte dei suoi primi figli e figlie. Il 24 gennaio 1948 torna al padre don Timoteo Giaccardo, che egli considera « fedelissimo tra i fedeli ». Quindi, il 5 febbraio 1964, don Alberione è colpito da un nuovo, profondo dolore per la morte della Prima Maestra Teda (Teresa Merlo), la donna che non dubitò mai e vide in Lui l’Uomo trasmettitore della Volontà di Dio. In quell’occasione don Alberione non si preoccupò di nascondere le lacrime.
Ormai verso la fine del cammino terreno, si può affermare che il segreto di tanta multiforme attività fu la sua vita interiore, per la quale egli realizzò l’adesione totale alla Volontà di Dio, e compì in sé la parola dell’Apostolo San Paolo: « La mia vita è Cristo ». Il Cristo Gesù, in particolare il Cristo Eucaristico, fu la grande, l’unica passione di don Alberione: « La nostra pietà è in primo luogo eucaristica. Tutto nasce, come da fonte vitale, dal Maestro Divino. Così è nata dal tabernacolo la Famiglia Paolina, così si alimenta, così vive, così opera, così si santifica. Dalla Messa, dalla Comunione, dalla Visita, tutto: santità e apostolato ».
Il Venerabile don Giacomo Alberione rimase sulla terra 87 anni. Compiuta l’opera che il Padre Celeste gli aveva dato da fare, il 26 novembre 1971, lasciò la terra per prendere il suo posto nella Casa del Padre. Le ultime ore di don Alberione furono confortate dalla visita e dalla benedizione del Papa Paolo VI, che non nascose mai la sua ammirazione e venerazione per don Alberione. Ad ogni membro della Famiglia Paolina è oltremodo cara la testimonianza che volle lasciare il Papa Paolo VI, nella memorabile Udienza concessa al Primo Maestro e a una folta rappresentanza di membri della Famiglia Paolina, il 28 giugno 1969 (il Primo Maestro aveva 85 anni): « Eccolo: umile, silenzioso, instancabile, sempre vigile, sempre raccolto nei suoi pensieri, che corrono dalla preghiera all’opera, sempre intento a scrutare i « segni dei tempi », cioè le più geniali forme di arrivare alle anime, il nostro Don Alberione ha dato alla Chiesa nuovi strumenti per esprimersi, nuovi mezzi per dare vigore e ampiezza al suo apostolato, nuova capacità e nuova coscienza della validità e della possibilità della sua missione nel mondo moderno e con i mezzi moderni. Lasci, caro Don Alberione, che il Papa goda di codesta lunga, fedele e indefessa fatica e dei frutti da essa prodotti a gloria di Dio ed a bene della Chiesa ».
Il 25 giugno 1996 il Santo Padre Giovanni Paolo II firma il Decreto con il quale vengono riconosciute le virtù eroiche e il conseguente titolo di Venerabile.
E’ stato beatificato da Papa Giovanni Paolo II a Roma il 27 aprile 2003.

Autore: Don Luigi Valtorta, ssp – Postulatore Generale

Fonte:  
www.alberione.org  

Publié dans:Santi, santi: biografia |on 25 novembre, 2009 |Pas de commentaires »

buona notte

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Red Helleborine – Orchidaceae

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