Archive pour novembre, 2009

I Domenica di Avvento – Anno C – 29 Novembre 2009

dal sito:

http://www.pastoralespiritualita.it/Articoli-Rubriche/Omelie-domenicali/I-Domenica-di-Avvento-Anno-C-29-Novembre-2009.html

I Domenica di Avvento – Anno C – 29 Novembre 2009 

Prima Lettura: Geremia 33,14-16
 
Salmo: 24
 
Seconda Lettura: 1 Tessalonicesi 3,12-4,2
 
Vangelo: Luca 21,25-28,34-36

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Don Bruno Maggioni (Biblista)
 
Quando tornerà il Figlio dell’uomo

Il brano di Luca che la liturgia ci propone nella prima domenica di Avvento è un breve stralcio di un discorso apocalittico molto più ampio. Il suo scopo è di assicurare che il Signore è vicino. Si tratta di un dato di fede testimoniato da tutto il Nuovo Testamento: il ritorno del Figlio dell’uomo. È una grande certezza, che è insieme giudizio e salvezza.
Un giudizio severo e senza riguardi per nessuno, tanto che l’evangelista sente il bisogno di concludere consigliando di pregare «per trovare il coraggio» di comparire davanti al Figlio dell’uomo (21,36). Un giudizio che avverrà sulla base della posizione che si assume ora nei confronti del Cristo, come dice Luca in 9,26: «Chi si vergognerà di me e delle mie parole, di lui si vergognerà il Figlio dell’uomo, quando ritornerà nella sua gloria».
La condanna, dunque, è per tutti coloro che hanno rifiutato la dedizione alla verità e all’amore (quasi provandone vergogna) e hanno preferito la via dell’egoismo, della violenza e del successo cercato a qualunque costo e con qualsiasi mezzo. La venuta del Figlio dell’uomo – un evento certissimo – costituirà per tutti costoro la dimostrazione pubblica del fallimento di tutte le loro pretese. Per i discepoli invece, che non si sono vergognati del loro Maestro, della strada che Lui ha percorso, sarà il trionfo, il momento in cui apparirà a tutti, con estrema evidenza, l’amore che essi hanno vissuto – e non altro – è il vero progetto che l’uomo deve inseguire.
C’è anche una seconda certezza che Luca afferma con forza: «La vostra liberazione è vicina». Non significa che il ritorno del Figlio dell’uomo sia oggi o domani, ma che tutta la storia è immersa nell’imminenza delle ultime cose. Sempre il tempo è importante e decisivo, non necessariamente perché breve, ma perché ricco di occasioni dalle conseguenze incalcolabili. Da qui il dovere di essere svegli e pronti. È sempre però in agguato – non lo si dimentichi mai – il rischio che, distratti dalle cose secondarie e non attenti al fatto essenziale, non sappiamo scorgere i momenti propizi di cui la vita è ricca.
Non è soltanto questione di disordine morale o di sregolatezze («dissipazione e ubriachezze»), ma più semplicemente della vita e dei suoi molti e spesso inutili «affanni» che distraggono dall’essenziale. Anche una vita onesta – disattenta e dispersa in troppe cose – può alla fine riuscire vuota. Occorre il coraggio di rimanere vigilanti e in preghiera: «Vegliate e pregare in ogni momento».

Vescovo Paglia – Prima domenica di Avvento C – Introduzione e Omelia

dal sito:

http://www.terninarniamelia.it/omelia_dett.asp?ID=377

Prima domenica di Avvento

Vescovo Paglia

Introduzione

Il Vangelo di Luca è indirizzato ai cristiani della sua epoca ma anche a quelli di tutti i tempi, che devono vivere nella fede del Signore in mezzo al mondo. Sono parole di consolazione e di speranza, di fronte alle tribolazioni e alle tristezze della vita.
Gli stessi avvenimenti che disorientano gli uomini saranno per i cristiani il segno che l’ora della salvezza si avvicina. Dietro tutte le peripezie, per quanto dolorose possano essere, essi potranno scoprire il Signore che annuncia la sua venuta, la sua redenzione, e l’inizio di una nuova era.
La venuta del Signore non è considerata come una cosa vicina nel tempo. I cristiani devono pensare che la storia duri a lungo, fino alla creazione definitiva del Regno di Dio. È necessario dunque che essi abbiano un’attitudine paziente di fronte alle avversità, e perseverante nel cammino che li conduce alla vita piena.
Così, il vangelo mette in guardia contro il pericolo di rilassarsi nel quotidiano. Bisogna restare vigili, in preghiera, e chiedere forza, perché ogni affanno terreno smussa i cuori, distrae il pensiero e impedisce di vivere, senza angoscia né sorpresa, l’attesa gioiosa del Signore che è misericordia e vita nuova.

Letture

Geremia (33,14-16)

Salmo 24

Dalla prima lettera di Paolo ai Tessalonicesi (3,12-4,2)

Luca (21,25-28.34-36)

Omelia

La liturgia di questo tempo di Avvento ci invita ad alzare lo sguardo e ad aprire il cuore per accogliere Colui che è atteso dal mondo intero, Gesù. C’è in tanti il desiderio di un tempo nuovo, di un mondo nuovo. È il desiderio di tanti paesi martoriati dalla fame, dall’ingiustizia e dalla guerra; è il desiderio dei poveri e dei deboli, dei soli e degli abbandonati. La liturgia dell’Avvento raccoglie questa grande attesa e la dirige verso il giorno della nascita di Gesù. È lui, infatti, colui che salverà il mondo dalla solitudine e dalla tristezza, dal peccato e dalla morte. Sono passati poco più di duemila anni da quel giorno che ha cambiato non solo la numerazione del calendario, ma la storia stessa del mondo. Il profeta Geremia lo predisse vari secoli prima: « Ecco, verranno giorni – oracolo del Signore – nei quali io realizzerò le promesse di bene che ho fatto alla casa d’Israele e alla casa di Giuda. In quei giorni e in quel tempo farò germogliare per Davide un germoglio giusto, che eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra » (Ger 33,14-15).
Quei giorni si stanno avvicinando, eppure noi siamo così caparbiamente chinati su noi stessi e sui nostri affari da non renderci conto che sono ormai alle porte. La stessa vita che conduciamo è spesso segnata da uno stile per lo più disimpegnato e complessivamente privo di vigore. In genere ci rassegniamo ad una vita banale e senza futuro, senza speranze, senza sogni. La proposta del tempo di Avvento scuote questo modo rassegnato e abitudinario di vivere. La Parola di Dio infatti ci mette in guardia contro il lasciarci sopraffare da uno stile di vita egocentrico, ci richiama a non soccombere ai ritmi convulsi delle nostre giornate. Sono vere anche per noi le parole del Vangelo di Luca: « State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando » (Lc 21,34-36a).
Stare svegli e pregare: ecco come vivere questo tempo da oggi sino a Natale. Sì, dobbiamo stare svegli. Il sonno nasce dall’ubriachezza del girare sempre attorno a se stessi e dal restare bloccati nel chiuso della propria vita e dei propri problemi. È qui la radice di quell’intontimento e di quella pigrizia di cui ci parla il Vangelo. L’Avvento ci invita ad allargare la mente e il cuore per aprirci a nuovi orizzonti. Non ci viene chiesto di fuggire dai nostri giorni e tanto meno di proiettarci verso mete illusorie. Al contrario, questo tempo è opportuno per avere un senso realistico di sé e della vita in questo mondo, per porci domande concrete su come e per chi spendiamo la nostra vita. Non si tratta semplicemente di compiere uno sforzo di carattere psicologico o di creare qualche stato di superficiale ravvedimento. Il tempo di Dio, che irrompe nella nostra vita, chiede a ciascuno un impegno serio di vigilanza: « Risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina » (Lc 21,28), dice Gesù. È tempo, perciò, di alzarsi e di pregare. Ci si alza quando si attende qualcosa, o meglio, quando si attende qualcuno. In questo caso attendiamo Gesù. Non dobbiamo restare bloccati sul nostro egocentrismo, sui nostri problemi, sulle nostre gioie o sui nostri dolori. La Parola di Dio ci esorta a rivolgere i nostri pensieri e il nostro cuore verso Colui che sta per venire. Per questo ci chiede anche di pregare. La preghiera è strettamente legata alla vigilanza. Chi non attende non sa cosa significa pregare, cosa significa rivolgersi al Signore con tutto il cuore. Le parole della preghiera iniziano a sbocciare sulle nostre labbra quando alziamo il capo da noi stessi e dal nostro orizzonte e ci rivolgiamo in alto verso il Signore: « A te, Signore, innalzo l’anima mia », ci ha fatto cantare la liturgia. In questo tempo di Avvento tutti dovremmo unire le nostre voci e gridare assieme verso il Signore perché venga presto in mezzo a noi: « Vieni, Signore Gesù! ».
Questi giorni di Avvento siano perciò giorni di frequentazione del Vangelo, giorni di lettura e di riflessione, giorni di ascolto e di preghiera, giorni di riflessione sulla Parola di Dio, fatta sia da soli che assieme. Non passi giorno senza che la Parola di Dio scenda nel nostro cuore. Se l’accoglieremo, il nostro cuore non somiglierà più ad una grotta buia; potrà divenire invece la mangiatoia ove il Signore Gesù rinasce. Accogliamo perciò la benedizione dell’apostolo: « Il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti » (1 Ts 3,12a). È il modo giusto per muovere i nostri primi passi in questo tempo di Avvento.

buona notte

buona notte dans immagini sacre Achillea_millefolium_Summer_Berries766MikMak

Achillea millefolium Summer Berries

http://toptropicals.com/pics/garden/m1/Podarki6/Achillea_millefolium_Summer_Berries766MikMak.jpg

Publié dans:immagini sacre |on 28 novembre, 2009 |Pas de commentaires »

Cardinal John Henry Newman: « Vegliate e pregate in ogni momento »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20091128

Sabato della XXXIV settimana delle ferie del Tempo Ordinario : Lc 21,34-36
Meditazione del giorno
Cardinal John Henry Newman (1801-1890), sacerdote, fondatore di una comunità religiosa, teologo
PPS 4,22

« Vegliate e pregate in ogni momento »

« Vegliate ! » ci dice Gesù con insistenza. Non dobbiamo soltanto credere, ma anche vegliare ; non dobbiamo semplicemente amare, ma anche vegliare ; non dobbiamo solamente ubbidire, ma anche vegliare. Vegliare perché ? Per questo grande, per questo supremo avvenimento : la venuta di Cristo. Sembra trattarsi di una chiamata speciale, un dovere che non ci sarebbe mai venuto in mente se Gesù, in persona, non ce l’avesse ingiunto. Ma cos’è vegliare ?

Veglia nell’attesa di Cristo, chi tiene il suo spirito sensibile, aperto, sul chi va là, che resta vivace, sveglio, pieno di zelo nel cercarlo ed onorarlo. Desidera trovare Cristo in tutto quello che succede. Non proverebbe nessuna sorpresa, né spavento, né agitazione se apprendesse che Gesù fosse qui.

Veglia con Cristo (Mt 26, 38) chi, mentre guarda il futuro, sa di non dovere dimenticare il passato, chi non dimentica ciò che Cristo ha sofferto per lui. Veglia con Cristo chi, in ricordo di lui, si unisce alla croce e all’agonia di Cristo, chi porta gioiosamente la tunica che Cristo ha portato fino alla croce ed ha lasciato dopo la sua Ascensione. Spesso nelle lettere, gli scrittori ispirati esprimono il desiderio del secondo avvento. Ma non dimenticano mai il primo, la crocifissione e la risurrezione… Perciò l’apostolo Paolo, quando invita i Corinzi ad « aspettare la venuta del Signore », non manca di dire loro di « portare sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo » (2 Cor 4, 10). Il pensiero di quello che è Cristo oggi non cancelli il ricordo di quello che è stato per noi…

Vegliare è quindi vivere liberi nei confronti delle cose presenti, è vivere nell’invisibile, è vivere nel pensiero di Cristo tale quale è venuto una prima volta e tale quale deve venire, è desiderare la sua seconda venuta, nella memoria piena di amore e di riconoscenza per la sua prima venuta.

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 28 novembre, 2009 |Pas de commentaires »

La segunda venida

La segunda venida dans immagini sacre 2da-venida-Jesus

“Y verán al Hijo del Hombre viniendo sobre las nubes
del cielo, con poder y gran gloria” (Mateo 24:30).

http://ceirberea.blogdiario.com/1226942220/

Publié dans:immagini sacre |on 27 novembre, 2009 |Pas de commentaires »

PREGHIERE PER L’AVVENTO

dal sito:

http://www.parrocchia-cambiano.it/riflessioni_preghiere_11.php

PREGHIERE PER L’AVVENTO

Vieni, Signore Gesu’

Lieti aspettiamo la tua venuta: vieni, Signore Gesù.
Tu che esisti da prima dei tempi,
hai voluto farti uomo come noi.
Attendiamo che ti riveli nella tua gloria,
Gesù Salvatore,
conservaci senza peccato
per il giorno della tua venuta.
Tu volesti raccogliere tutti gli uomini
nel tuo unico regno:
vieni e raduna quelli che aspettano
di contemplare il tuo volto.
Noi speriamo in te, Signore Gesù.
Al tuo nome e al tuo ricordo
si volge il nostro desiderio.
Donaci un cuore libero e lieto.
per venire incontro a te con le lampade accese,
così che tornando e bussando alla nostra porta
tu ci possa trovare vigilanti nella preghiera
ed esultanti nella lode.
Affrettati, non tardare, Signore Gesù:
la tua venuta doni conforto e speranza
a coloro che confidano
nel tuo amore misericordioso.
Fa che per la debolezza della nostra fede
non ci stanchiamo di attendere
la tua consolante presenza.
Amen.

Omelia di Benedetto XVI per i primi Vespri della I Domenica di Avvento

dal sito:

http://www.zenit.org/article-444?l=italian

Omelia di Benedetto XVI per i primi Vespri della I Domenica di Avvento

CITTA’ DEL VATICANO, lunedì, 28 novembre 2005 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo integrale dell’omelia pronunciata questo sabato pomeriggio, nella Basilica di San Pietro in Vaticano, da Benedetto XVI nel presiedere la celebrazione dei primi Vespri della I Domenica di Avvento.

* * *

Cari fratelli e sorelle!

Con la celebrazione dei Primi Vespri della Prima Domenica di Avvento iniziamo un nuovo Anno liturgico. Cantando insieme i Salmi, abbiamo elevato i nostri cuori a Dio, ponendoci nell’atteggiamento spirituale che caratterizza questo tempo di grazia: la « vigilanza nella preghiera » e l’ »esultanza nella lode » (cfr Messale Romano, Prefazio di Avvento II/A). Sul modello di Maria Santissima, che ci insegna a vivere in religioso ascolto della parola di Dio, soffermiamoci sulla breve Lettura biblica poc’anzi proclamata. Si tratta di due versetti contenuti nella parte conclusiva della Prima Lettera di san Paolo ai Tessalonicesi (1 Ts 5,23-24). Il primo esprime l’augurio dell’Apostolo alla comunità; il secondo offre, per così dire, la garanzia del suo adempimento. L’augurio è che ciascuno sia santificato da Dio e si conservi irreprensibile in tutta la sua persona – « spirito, anima e corpo » – per la venuta finale del Signore Gesù; la garanzia che ciò possa avvenire è offerta dalla fedeltà di Dio stesso, il quale non mancherà di portare a compimento l’opera iniziata nei credenti.

Questa Prima Lettera ai Tessalonicesi è la prima di tutte le Lettere di san Paolo, scritta probabilmente nell’anno 51. In questa sua prima Lettera si sente, ancor più che nelle altre, il cuore pulsante dell’Apostolo, il suo amore paterno, anzi possiamo dire materno, per questa nuova comunità. E si sente anche la sua ansiosa preoccupazione perché non sia spenta la fede di questa Chiesa novella, circondata da un contesto culturale in molti sensi contrario alla fede. Così Paolo conclude la sua Lettera con un augurio, potremmo anche dire con una preghiera. Il contenuto della preghiera che abbiamo sentito è che siano santi e irreprensibili nel momento della venuta del Signore. La parola centrale di questa preghiera è « venuta ». Dobbiamo domandarci: che cosa vuol dire venuta dal Signore? In greco è « parusia », nel latino « adventus »: « avvento », « venuta ». Che cos’è questa venuta? Ci coinvolge oppure no?

Per comprendere il significato di questa parola e quindi della preghiera dell’Apostolo per questa comunità e per le comunità di tutti i tempi – anche per noi – dobbiamo guardare alla persona grazie alla quale si è realizzata in modo unico, singolare, la venuta del Signore la Vergine Maria. Maria apparteneva a quella parte del popolo di Israele che al tempo di Gesù aspettava con tutto il cuore la venuta del Salvatore. E dalle parole dei gesti narrati nel Vangelo possiamo vedere come realmente Ella viveva immersa nelle parole dei Profeti, era tutta in attesa della venuta del Signore. Non poteva, tuttavia, immaginare come si sarebbe realizzata questa venuta. Forse aspettava una venuta nella gloria. Tanto più sorprendente fu per lei il momento nel quale l’Arcangelo Gabriele entrò nella sua casa e le disse che il Signore, il Salvatore, voleva prendere carne in Lei, da lei, voleva realizzare la sua venuta attraverso di Lei. Possiamo immaginare la trepidazione della Vergine. Maria con un grande atto di fede, di obbedienza, dice sì: « Ecco, sono l’ancella del Signore ». E così è divenuta « dimora » del Signore, vero « tempio » nel mondo e « porta » attraverso la quale il Signore è entrato sulla terra.

Abbiamo detto che questa venuta è singolare: « la » venuta del Signore. E tuttavia non c’è soltanto l’ultima venuta alla fine dei tempi: in un certo senso il Signore desidera sempre venire attraverso di noi. E bussa alla porta del nostro cuore: sei disponibile a darmi la tua carne, il tuo tempo, la tua vita? È questa la voce del Signore, che vuole entrare anche nel nostro tempo, vuole entrare nella vita umana tramite noi. Egli cerca anche una dimora vivente, la nostra vita personale. Ecco la venuta del Signore. Questo vogliamo di nuovo imparare nel tempo dell’Avvento: il Signore possa venire anche tramite noi.

Possiamo quindi dire che questa preghiera, questo augurio espresso dall’Apostolo contiene una verità fondamentale, che egli cerca di inculcare nei fedeli della comunità da lui fondata e che possiamo riassumere così: Dio ci chiama alla comunione con sé, che si realizzerà pienamente al ritorno di Cristo, e Lui stesso si impegna a far sì che giungiamo preparati a questo incontro finale e decisivo. Il futuro è, per così dire, contenuto nel presente o, meglio, nella presenza di Dio stesso, del suo amore indefettibile, che non ci lascia soli, non ci abbandona nemmeno un istante, come un padre e una madre non smettono mai di seguire i propri figli nel loro cammino di crescita. Di fronte al Cristo che viene, l’uomo si sente interpellato con tutto il suo essere, che l’Apostolo riassume nei termini « spirito, anima e corpo », indicando così l’intera persona umana, quale unità articolata di dimensione somatica, psichica e spirituale. La santificazione è dono di Dio e iniziativa sua, ma l’essere umano è chiamato a corrispondere con tutto se stesso, senza che nulla di lui resti escluso.

Ed è proprio lo Spirito Santo, che nel grembo della Vergine ha formato Gesù, Uomo perfetto, a portare a compimento nella persona umana il mirabile progetto di Dio, trasformando innanzitutto il cuore e, a partire da questo centro, tutto il resto. Avviene così che in ogni singola persona si riassume l’intera opera della creazione e della redenzione, che Dio, Padre e Figlio e Spirito Santo, va compiendo dall’inizio alla fine del cosmo e della storia. E come nella storia dell’umanità vi è al centro il primo avvento di Cristo e alla fine il suo ritorno glorioso, così ogni esistenza personale è chiamata a misurarsi con lui – in modo misterioso e multiforme – durante il pellegrinaggio terreno, per essere trovata « in lui » al momento del suo ritorno.

Ci guidi Maria Santissima, Vergine fedele, a fare di questo tempo di Avvento e di tutto il nuovo Anno liturgico un cammino di autentica santificazione, a lode e gloria di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo.

Publié dans:Papa Benedetto XVI |on 27 novembre, 2009 |Pas de commentaires »

Quando la fede è un’opera d’arte

dal sito:

http://www.zenit.org/article-20141?l=italian

Quando la fede è un’opera d’arte

ROMA, sabato, 1° novembre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito un articolo a firma di mons. Timothy Verdon, storico dell’arte e Direttore dell’Ufficio per la Catechesi attraverso l’Arte della Diocesi di Firenze, apparso su “L’Osservatore Romano”.

* * *

L’arte sacra serve al sacerdote sia nella sua vita d’uomo e cristiano, sia nel suo ministero presbiterale. All’uno e all’altro contesto d’uso ha infatti accennato Benedetto xvi, nell’esortazione apostolica postsinodale Sacramentum caritatis del 2007, indicando la bellezza artistica come una delle «modalità con cui la verità dell’amore di Dio in Cristo ci raggiunge» (n. 35) e sottolineando il «legame profondo tra la bellezza e la liturgia». In vista di tale legame, dice il Papa, «è indispensabile che nella formazione dei seminaristi e dei sacerdoti sia inclusa, come disciplina importante, la storia dell’arte con speciale riferimento agli edifici di culto alla luce delle norme liturgiche» (n. 41).

Queste parole fanno parte della millenaria tradizione cattolica, che ha sempre promosso, spiegato e all’occorrenza difeso la funzione dell’arte nella crescita spirituale dei credenti e nella missione pastorale della Chiesa. Già alla fine dell’era patristica, san Gregorio Magno riassumeva l’esperienza dei primi secoli cristiani in termini che la tradizione ha sintetizzato con l’espressione Biblia pauperum («Bibbia dei poveri»). Scrivendo a un vescovo iconoclasta, sottolineò la finalità propriamente spirituale delle immagini sacre. «Altro è adorare un dipinto, altro imparare da una scena rappresentata in un dipinto che cosa adorare», diceva, aggiungendo che «la fraternità dei presbiteri è tenuta ad ammonire i fedeli affinché questi provino ardente compunzione davanti al dramma della scena raffigurata e così si prostrino umilmente in adorazione davanti alla sola onnipotente Santissima Trinità» (Epistola Sereno episcopo massiliensi, 2, 10).

Nello stesso spirito, nel nostro tempo Papa Paolo vi, ha suggerito la stretta affinità tra il lavoro del sacerdote e quello dell’artista: «Noi onoriamo grandemente l’artista» — diceva in un’udienza del 7 maggio 1964 — «perché egli compie un ministero para-sacerdotale accanto al nostro. Il nostro ministero è quello dei misteri di Dio, il suo è quello della collaborazione umana che rende questi misteri presenti e accessibili». E nel documento in assoluto più importante in questo campo, la Lettera agli artisti di Giovanni Paolo ii del 1999, lo stesso tema viene ribadito con l’affermazione che «per trasmettere il messaggio affidatole da Cristo, la Chiesa ha bisogno dell’arte. Essa deve, infatti, rendere percettibile e, anzi, per quanto possibile, affascinante il mondo dello spirito, dell’invisibile, di Dio» (n. 12).

Questi testi del magistero sono il retroterra della valutazione dell’allora cardinale prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, Joseph Ratzinger, nell’introduzione al Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica per cui egli stesso aveva scelto un corredo d’immagini di varie epoche e culture. Il futuro Papa notava che «gli artisti di ogni tempo hanno offerto alla contemplazione e allo stupore dei fedeli i fatti salienti del mistero della salvezza, presentandoli nello splendore del colore e nella perfezione della bellezza», e conclude in chiave pastorale, definendo il ruolo dell’arte nel passato «un indizio… di come oggi più che mai, nella civiltà dell’immagine, l’immagine sacra possa esprimere molto di più della stessa parola, dal momento che è oltremodo efficace il suo dinamismo di comunicazione e di trasmissione del messaggio evangelico».

Il sacerdote, la cui spiritualità personale e professionale è legata ai segni sacramentali che egli gestisce, coglie facilmente il nesso tra l’arte visiva e fede cristiana. Sa che in Gesù Cristo il Verbo di Dio si è reso visibile diventando egli stesso «immagine dell’invisibile Dio» (Colossesi, 1, 15), e capisce pertanto che il ruolo delle immagini umane nella vita dei cristiani è in qualche modo analogo a quello dell’incarnato Verbo nella storia. «Un tempo, non si poteva fare immagine alcuna di un Dio incorporeo e senza contorno fisico», ricordava san Giovanni Damasceno, evocando il divieto veterotestamentario a ogni raffigurazione della Divinità. «Ma ora — continuava — Dio è stato visto nella carne e si è mescolato alla vita degli uomini, così che è lecito fare un’immagine di quanto è stato visto di Dio» (Discorso sulle immagini, 1, 16). Citando quest’opera del viii secolo, nel 1987 Giovanni Paolo ii scrisse: «L’arte della Chiesa deve mirare a parlare il linguaggio dell’Incarnazione ed esprimere con gli elementi della materia, Colui che si è degnato di abitare nella materia e di operare la nostra salvezza attraverso la materia» (Duodecimum saeculum, n. 11).

Anche se usiamo ancora il termine «Bibbia dei poveri», non è cioè solo una questione d’immagini didattiche che, in circostanze particolari, sostituiscono il testo scritto. Piuttosto, nella concezione cattolica, l’immagine può toccare l’intima realtà morale e spirituale della persona. «La nostra tradizione più autentica, che condividiamo pienamente con i fratelli ortodossi — diceva ancora Giovanni Paolo ii — c’insegna che il linguaggio della bellezza, messo al servizio della fede, è capace di raggiungere il cuore degli uomini, di far loro conoscere dal di dentro Colui che noi osiamo rappresentare nelle immagini, Gesù Cristo» (Ibidem, n. 11).

In un documento parallelo, ugualmente del 1987, il patriarca Dimitrios di Costantinopoli affermava che, nella tradizione ortodossa, «l’immagine (…) diventa la forma più potente che prendono i dogmi e la predicazione» (Encyclique sur la signification théologique de l’icone).

Nell’una e nell’altra tradizione infatti — nella Chiesa d’Oriente come in quella d’Occidente — l’uso di immagini sacre nel contesto della liturgia è servito nei secoli a manifestare il particolare rapporto che, grazie all’incarnazione di Cristo, sussiste tra «segno» e «realtà» all’interno dell’economia sacramentale.

Tale rapporto, invero, traspare in tutte le opere che l’uomo associa al culto divino: dai vasi sacri e tessuti alle più monumentali costruzioni architettoniche, perché l’uso delle «cose» nella liturgia della Chiesa rivela sempre e attualizza la vocazione del mondo infraumano, chiamato insieme all’uomo e per mezzo dell’uomo a rendere gloria a Dio.

Più ancora che delle «cose» però, l’arte parla degli uomini e delle donne che la creano, perché — come affermano i vescovi toscani in una nota pastorale del 1997 — nel modo in cui «trasfigurano» la materia, «gli artisti rivelano per analogia la struttura della creatività personale, il modo cioè in cui ogni uomo e donna “progetta”, “modella” e “colora” la propria vita per meglio servire Dio e il prossimo» (La Vita si è fatta visibile. La comunicazione della fede attraverso l’arte, n. 12). Giovanni Paolo ii collocherà quest’osservazione sull’orizzonte etico del singolo artista, affermando che «chi avverte in sé questa sorta di scintilla divina che è la vocazione artistica… avverte al tempo stesso l’obbligo di non sprecare questo talento, ma di svilupparlo, per metterlo al servizio del prossimo e di tutta l’umanità» (Lettera agli artisti, n. 3). Con toni argentei e tinte luminose ricrea l’esperienza dell’artista, in cui «l’aspirazione a dare un senso alla propria vita si accompagna alla percezione della bellezza e della misteriosa unità delle cose». Ammette la frustrazione provata dagli artisti di fronte al «divario incolmabile che esiste tra l’opera delle loro mani, per quanto riuscita che essa sia, e la perfezione folgorante della bellezza percepita nel fervore del momento creativo», del cui splendore l’opera realmente dipinta o scolpita non è che un barlume. Ma condivide anche il rapimento del credente davanti a un capolavoro d’arte, spiegando che «egli sa di essersi affacciato per un attimo su quell’abisso di luce che ha in Dio la sua sorgente originaria» (n. 6).

Ecco perché già Paolo vi, parlando ai poeti e uomini di lettere, pittori, scultori, architetti, musicisti, alla gente di teatro e del cinema alla conclusione del concilio Vaticano ii, aveva detto: «Da lungo tempo la Chiesa ha fatto alleanza con voi. Voi avete edificato e decorato i suoi templi, celebrato i suoi dogmi, arricchito la sua liturgia. Voi l’avete aiutata a tradurre il suo messaggio divino nel linguaggio delle forme e delle figure, a rendere sensibile il mondo invisibile. Oggi come ieri, la Chiesa ha bisogno di voi e si rivolge a voi. Essa vi dice con la nostra voce: non lasciate interrompere un’alleanza feconda fra tutte! Non rifiutate di mettere il vostro talento al servizio della verità divina! Non chiudete il vostro spirito al soffio dello Spirito Divino! Questo mondo nel quale noi viviamo ha bisogno di bellezza per non cadere nella disperazione. La bellezza, come la verità, mette la gioia nel cuore degli uomini ed è un frutto prezioso che resiste al logorio del tempo, che unisce le generazioni e le fa comunicare nell’ammirazione…» (Messaggi del Concilio all’umanità, 8 dicembre 1965).

Consegue che il sacerdote deve cercare gli artisti, conoscerli e imparare da loro. A modo loro sono sempre uomini e donne «di fede» — anche quando si proclamano non-credenti — perché «fanno» cose. La fede, creativa, genera opere, e «se non ha le opere, è morta in se stessa» (Giacomo, 2, 17) come un’idea geniale che l’artista non traduce in un dipinto o in una statua. La fede poi è un terreno familiare agli artisti, i quali ogni giorno devono affrontare la fatica di tradurre intuizioni e idee, impressioni e osservazioni, concretizzandole in «opere». Sanno bene che l’unico modo di perfezionarsi è darsi da fare, buttarsi, rischiando il fallimento, lo spreco di tempo, di materiali, d’energia; rischiando addirittura il ridicolo. Meglio d’altri, capiscono come in Abramo «la fede cooperava con le opere» e «per le opere divenne perfetta» (Giacomo, 2, 21-22).

Ma gli artisti capiscono la dinamica della fede a un livello ancora più essenziale, identificandosi con il rischio e il pathos dello stesso Artefice Dio. Sperimentano come intima speranza e necessità e sofferenza il desiderio d’esternare un’idea che sfugge, un concetto «unico, molteplice, sottile, mobile, penetrante» (Sapienza, 7, 22) che magari sembra ricapitolare tutto ciò che l’artista sa d’avere dentro, e che egli vuole, anzi «deve» condividere con altri, per farli vedere con i loro occhi e contemplare e toccare con le loro mani una cosa che, in lui «c’era fin da principio» (1 Giovanni, 1, 1). Non v’è artista che non si identifichi col Creatore che rischiò tutto pur di rendere la propria «vita… visibile» agli uomini (1 Giovanni, 1, 1-2).

Dagli artisti il sacerdote può imparare che la fede in sé è arte. Certo, in primo luogo è dono, ma è un dono che, come il talento umano, chi lo riceve deve sviluppare. Non parlo qui della fede intesa come sistema, mirabile compendio di credenze e tradizioni, ma dell’atto di fede, del «salto» di fede, del «rischio» per cui si passa da un’esistenza «artigianale», fatta di cause ed effetti, alla vita sperimentata come «arte», vissuta come un’opera «ispirata», aperta alla gratuità, informata dalla grazia. Le cause e gli effetti possono — ahimè — esigere vendette e guerre, imprigionando l’uomo; la grazia, che è verità gratuitamente donata, perdona e rende liberi.

Queste cose il sacerdote deve sapere quando prega, quando celebra messa, quando riconcilia i peccatori con Dio. E le può imparare, se Dio vuole, anche dall’arte e dagli artisti.

[L'OSSERVATORE ROMANO - Edizione quotidiana - del 30 ottobre 2009]

buona notte

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Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 27 novembre, 2009 |Pas de commentaires »

Origene: «Ormai l’estate è vicina»

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20091127

Venerdì della XXXIV settimana delle ferie del Tempo Ordinario : Lc 21,29-33
Meditazione del giorno
Origene (circa 185-253), sacerdote e teologo
1a omelia sul salmo 38 (SC 411, p. 355)

«Ormai l’estate è vicina»

         «Fammi conoscere, Signore, il mio fine, e quale sia il numero dei miei giorni, perché io sappia ciò che mi manca» (Sal 38,5) Se tu mi facessi conoscere il mio fine, dice il salmista, e se tu mi facessi conoscere qual è il numero dei miei giorni, potrei, attraverso questo mezzo, sapere ciò che mi manca. O forse, con tali parole, sembra ancora dire questo: ogni attività ha un fine; per esempio il fine di un’impresa di costruzioni è edificare una casa; il fine di un cantiere navale è quello di costruire una nave in grado di dominare i flutti del mare e di sopportare l’assalto dei venti; e il fine di ogni attività è qualche cosa di simile per il quale il mestiere stesso sembra inventato. Così forse c’è anche un certo fine della nostra vita e del mondo intero per il quale si fa tutto ciò che viene fatto nella nostra vita, o per il quale il mondo stesso è stato creato o sussiste. Di questo fine, anche l’apostolo Paolo si ricorda quando dice: «Poi sarà la fine , quando egli consegnerà il regno a Dio Padre» (1Co 15,24). Verso questa fine , bisogna certamente affrettarsi, poiché è il premio stesso dell’opera, quello per cui siamo creati da Dio.

      Come il nostro organismo corporeo, piccolo e ridotto al suo inizio, si sviluppa tuttavia e tende al termine della sua grandezza crescendo in età, e ancora come la nostra anima… riceve un linguaggio dapprima balbuziente, poi in seguito più chiaro, per arrivare infine a un modo di esprimersi perfetto e corretto, in questo modo anche tutta la nostra vita inizia ora, certo, come balbuziente tra gli uomini sulla terra, ma si compie e giunge al suo apice nei cieli presso Dio.

      Per questo motivo, il profeta desidera quindi conoscere il fine per il quale egli è stato fatto, perché, guardando il fine, esaminando i suoi giorni e considerando la sua perfezione, egli possa vedere ciò che gli manca rispetto a questo fine a cui tende… È come se coloro che sono usciti dall’Egitto avessero detto: «Fammi conoscere, Signore, il mio fine» che è una terra buona e una terra santa, «e il numero dei miei giorni» dove cammino, «perché io sappia ciò che mi manca», quanto mi resta finché io arrivi alla terra santa che mi è promessa.

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 27 novembre, 2009 |Pas de commentaires »
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