Vivere l’Avvento come il gioco delle bambole russe (presentazione dell’Avvento, è l’anno A, ma lo studio mi sembra molto bello)

dal sito:

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.pax?mostra_id=3473

Vivere l’Avvento come il gioco delle bambole russe

don Mario Campisi 

I Domenica di Avvento (Anno A) (28/11/2004)
Vangelo: Mt 24,37-44  

Ho sempre avuto l’impressione che si guarda l’Avvento un po’ troppo dalla parte dell’uomo e meno, o per nulla tante volte, dalla parte di Dio.
C’è una parola chiave che caratterizza questo tempo forte dell’anno liturgico ed è: attesa.
E’ come una bambola russa. Se la apri ve ne trovi un’altra: vigilanza. Se apri anche questa, ci trovi dentro la speranza. E così via fino alla più piccola della stessa famiglia.
E’ un gioco bellissimo di implicazioni e di esplicazioni, che ci fa vedere quanto sia grande il campo di azione su cui deve esprimersi la nostra conversione nel tempo di Avvento che ci prepara al Natale.
Attesa. Vigilanza. Speranza. Preghiera. Povertà. Penitenza. Conversione. Testimonianza. Solidarietà. Pace. Trasparenza. Dopo aver meditato i testi biblici, sarebbe interessante sedersi attorno ad un tavolo con la gente e chiedere, per ogni bambola russa, il nome delle altre successivamente racchiuse. Ne verrebbe fuori un campionario di atteggiamenti interiori davvero interessante che potrebbe essere assunto come telaio ascetico su cui disegnare il cammino dell’Avvento.
Ma, con questa esperienza, rimarremmo ancora troppo ancorati alla sfera dell’umano. Si dà troppo l’impressione che l’avvento costituisca un espediente che ci stimola a ricentrare la vita sul piano morale, e basta.
Senza dubbio, tutto questo non sarebbe sbagliato. Però si correrebbe il rischio di trasformare l’Avvento in una specie di palestra spirituale, in cui si pratica l’allenamento alle buone virtù, andando così a disincarnare il mistero che significa: l’Incarnazione del Dio-Amore.
Occorre anche guardare l’Avvento dalla parte di Dio. Sì, perché anche in cielo oggi comincia l’Avvento, l’attesa di Dio. Qui sulla terra è l’uomo che attende il Signore. Nel cielo è il Signore che attende il ritorno dell’uomo.
E’ una visione splendida questa che ci fa recuperare una dimensione meno preoccupata degli aspetti morali della vita cristiana e più interessata a cogliere il disegno divino di salvezza.
Ancha qui si potrebbe ripetere il gioco delle bambole russe. Visto che anche per Dio la parola chiave dell’Avvento è attesa, quali ulteriori parole si potrebbero trovare l’una all’interno dell’altra? Cercando di cogliere l’anima dei testi biblici di oggi, che le proclamano, proviamo ad indicarne due: salvezza e pace.
La parola salvezza evoca il progetto finale di Dio, così come leggiamo nella prima lettura e nel salmo responsoriale. I popoli che salgono al monte del Signore e si riuniscono nella Gerusalemme celeste esprimono il trasalimento di Dio, che vede attorno a sé tutte le genti nello stadio finale del Regno.
Attese di comunione. Solidarietà con l’uomo. Bisogno di comunicargli la propria vita. Disponibilità a un perdono senza calcoli. Questi sono i sentimenti di Dio, così come ci suggeriscono le letture di oggi.
In questa prima domenica di Avvento è impossibile non rifarsi alla tenerezza del Padre, alle sue sollecitudini, alle sue ansie per il ritorno a casa di ogni figlio. E verrebbe subito in mente la già nota parabola del padre misericordioso: « Mentre era ancora lontano, il padre lo vide » (Lc 15,20). Di qui l’avvio della speranza in ognuno di noi.
Di qui anche l’avvio dell’impegno. Che cosa fare per non deludere le attese del Signore? Quali sono le « opere delle tenebre » che bisogna gettare, e quali le « armi della luce » di cui bisogna rivestirsi? (2^ lettura v. 12).
Non si potrebbe magari oggi iniziare da un ceck-up, individuale e collettivo, in fatto di comunione?
La parola pace evoca tutta una serie di percorsi obbligati per poter giungere alla salvezza.
Oggi non bisogna lasciarsi sfuggire l’occasione della concretezza, per dire senza retorica che pace, giustizia e salvaguardia del creato sono il compito primordiale di ogni comunità cristiana.
La prima lettura non tollera interpretazioni di comodo. Se noi cristiani permetteremo l’ingrandirsi degli arsenali delle spade e delle lance a danno dei depositi dei vomeri e delle falci, non risponderemo alle attese di Dio.
Così pure, se non sapremo leggere in termini fortemente critici le esercitazioni dei popoli nell’arte della guerra, sviliremo Isaia, estingueremo la nostra carica profetica, e difficilmente, nella notte di Natale, potremo accogliere l’esplosione dello « shalom », annunciato dagli angeli agli uomini che Dio ama (Lc 2,14).

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