Archive pour le 22 novembre, 2009

San Clemente

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La vita: il tutto nel frammento

dal sito:

http://www.zenit.org/article-19206?l=italian

La vita: il tutto nel frammento

XXI Domenica del Tempo Ordinario, 23 agosto 2009

di padre Angelo del Favero*

ROMA, venerdì, 21 agosto 2009 (ZENIT.org).- “Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: ‘Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?’. Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: ‘Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dove era prima? E’ lo Spirito che da’ la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono’. Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: ‘Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre’. Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: ‘Volete andarvene anche voi?’. Gli rispose Simon Pietro: ‘Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio’. Gesù riprese: ‘Non sono forse io che ho scelto voi, i Dodici? Eppure uno di voi è un diavolo!’. Parlava di Giuda, figlio di Simone Iscariota: costui infatti stava per tradirlo, ed era uno dei Dodici” (Gv 6,60-71).

Il capitolo 6 del Vangelo di Giovanni, di cui abbiamo ascoltato oggi la conclusione, inizia col racconto del segno della automoltiplicazione di cinque pani e due pesci dentro un cesto distribuito alla mensa di cinquemila uomini (senza contare le donne e i bambini): un segno clamoroso che fa pensare a quello annunciato sette secoli prima dal profeta Isaia: “Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele” (Is 7,14). Il Dio-con-noi annunciato non poteva offrirci una comunione con Lui più piena e perfetta dell’Eucaristia: è l’unione inseparabile ed insuperabile di Dio con noi.

Per la Scrittura il segno è una freccia puntata che invita a proseguire, indica una meta da raggiungere, suggerisce un compimento, impegna a trovare la giusta diagnosi, come un sintomo in medicina. Il grande segno dei pani moltiplicati nel cesto orienta verso qualcosa di materialmente “piccolissimo”, poichè punta dritto dritto al “cesto” del grembo di Maria, dove il Figlio di Dio si è fatto carne umana e sangue umano, Pane vivo per noi (un “per” che significa dono vitale): perché noi lo mangiassimo per vivere.

Sì, Pane divino-umano vivo: prima un minutissimo “Pane unicellulare” (il diametro del corpo umano alla fecondazione è circa 500 volte minore rispetto all’Ostia di pane consacrata tra le mani del sacerdote), già pieno di vita, poi il medesimo Pane che, “lievitando”, diventa corpo di due, quattro, otto, sedici,..milioni di cellule, poi miriadi di miliardi, sempre rimanendo un unico Pane vivo destinato a saziare la fame di vita di tutta l’umanità, per tutti i secoli dei secoli.

E’ questa la precomprensione con la quale suggerisco di rileggere per intero i 71 versetti di Gv 6, affinchè queste Parole divine, lungi dall’indurirsi nell’impatto con il timpano della nostra intelligenza, possano permearla con quello stesso Spirito che fecondò la Vergine. Riflettiamo: dall’istante dell’Incarnazione di Gesù fino al parto, Maria ha ininterrottamente “mangiato” la carne e “bevuto” il sangue del suo figlio divino.

Cosa significa questo linguaggio volutamente…duro? Significa che, in quanto madre, Ella ha goduto un rapporto di comunione con Gesù, tanto diversa rispetto a quella che si può avere a tu per tu con una persona, quanto lo è un rapporto di assimilazione rispetto ad un contatto esterno. Per nove mesi in Maria è avvenuta una trasfusione continua della Vita eterna di Dio nella sua vita di donna. Sta in questa intima e trasformante comunione d’amore il significato delle parole del Signore: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna” (Gv 6,54).

Ecco come e perché l’Eucaristia ci conforma a Cristo, mentre va “formando” in noi il suo modo di pensare e di sentire, al punto da poter esclamare con gioia stupefatta: “non vivo più io, ma Cristo è la mia vita!” (Gal 2,20). Non si tratta di sostituzione di persona, ma di comunione di innamorati, in cui l’Amato è anche l’Amante, poiché è l’Amore che fa amare.

Allo stupore incantato degli Israeliti davanti alla manna che ricopriva il deserto (Es 16,15: “Che cos’è?”) si oppone, nel Vangelo, lo stupore infastidito di alcuni discepoli di Gesù: “Questa parola è dura! chi può ascoltarla?” (Gv 6, 60). Per essi fu davvero uno shock, anzitutto per il contenuto del discorso (un pasto a base di carne e sangue umano!), poi per il modo incalzante di ribadirlo. Infatti, nonostante l’evidente, prevedibilissimo scandalo dei presenti, Gesù per ben sei volte insiste sulla necessità di (alla lettera) “masticare” la sua carne, e quattro volte quella di bere il suo sangue. Un discorso francamente raccapricciante.

Parole dure anche per noi, oggi, se solo ci fermiamo a riflettere. A prenderle realmente sembrano pura follia! Eppure la Chiesa dichiara che l’Eucaristia è realmente il corpo del Signore, ed il credente ne è certissimo per l’unico motivo che ad affermarlo inequivocabilmente è stato (ed è ogni giorno nella persona del sacerdote) il Signore Gesù: “Questo è il mio corpo, offerto in sacrificio per voi. Questo è il calice del mio sangue..”.

Commenta una grande mistica del XX secolo: “Essi avrebbero ascoltato più volentieri un insegnamento che fosse sceso ai particolari, che si fosse occupato del miglioramento dei loro difetti, della cancellazione dei loro peccati..Giorno dopo giorno avrebbero registrato volentieri un piccolo progresso, imparato qualcosa di nuovo al riguardo, un qualcosa di accuratamente suddiviso secondo le loro attitudini e capacità. Allora la sua parola non avrebbe avuto bisogno di alcuna interpretazione; ognuno di essi l’avrebbe seguita alla lettera, tutti secondo la medesima scuola, in cui si sarebbero consultati e confrontati a vicenda. E invece al posto di ciò solo e sempre la medesima direttiva: mangiate la mia carne. Cioè: amatemi!

In quest’unica frase – (“chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna”) – vengono poste le esigenze più alte, che vanno molto al di là di quanto essi riescono ad immaginarsi. In essa è anzitutto contenuta la somma dell’amore del Signore, l’immensità di quest’amore, l’eternità di questo amore. Tutto ciò è così sterminato, così unitario ed incondizionato, contiene in sé un amore così sublime ed esigenze così enormi, che il tutto appare assolutamente impraticabile ai discepoli.

Non riescono a spiegarsi come mai il Signore cominci proprio col tutto.

In questo incipiente riconoscimento della loro insufficienza..si limitano a domandarsi l’un l’altro: chi può? Non si tratta di una disperazione nei confronti del Signore, ma del disorientamento di colui che spiritualmente affaticato e non tiene il passo” (A. von Speyr, “I discorsi polemici”, Esposizione contemplativa del Vangelo di San Giovanni, p. 66-68).

Quando si afferma la verità scientifica che l’essere umano comincia al concepimento, la verità che qui è già un uomo colui che lo sarà, la verità che in questo istante l’essere umano è già un corpo, la verità che da questo momento l’essere umano è già interamente persona creata “a immagine e somiglianza di Dio” per un progetto di eterna felicità, molti di quelli che ascoltano rimangono disorientati e persino scandalizzati. Un simile discorso, in effetti, è “duro” da accettare psicologicamente: come può quel microscopico frammento di vita umana meritare il valore, la dignità, il rispetto totale dovuto ad una persona che posso abbracciare e baciare? Ma l’obiezione intransigente indica la resistenza colpevole a riconoscere che l’essere umano comincia proprio col tutto.

E il motivo ultimo, a mio parere, non è di ordine intellettuale, ma spirituale. Non basta, infatti, la necessaria ma non da sola sufficiente conoscenza scientifica per comprendere ed accogliere tutta intera la verità della vita umana, essendo tale verità trascendente.

Trascendente non vuol dire nascosta tra le nuvole, ma ragionevole e soprannaturale, nascosta nel senso rivelato da Gesù duemila anni fa: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli” (Mt 11,25). Questi piccoli sono proprio coloro che non si scandalizzano, nella semplicità della loro fede, di mangiare la Carne e di bere il Sangue di Cristo. Essi non possono spiegare il mistero dell’Eucaristia, ma lo conoscono per esperienza. Sono assolutamente certi che l’Eucaristia è Gesù, Vita divina realmente e totalmente presente anche in un solo frammento dell’Ostia consacrata.

Ascoltiamo, in conclusione le parole di un grande e “piccolo” sapiente, cardinale, padre spirituale della von Speyr: “Dove dobbiamo rivolgere il nostro sguardo per scorgere, nella frammentarietà della nostra esistenza, una tensione verso l’Intero? Ogni frammento di un pezzo di ceramica suggerisce la totalità del vaso, ogni “torso” di marmo viene visto nella luce dell’intera statua. Sarà la nostra esistenza a costituire un’eccezione? Ci lasceremo persuadere forse che quello stesso frammento che è la nostra esistenza costituisce l’intero? Ma se noi facessimo questo, non avremmo forse abbandonato l’idea di trovare un senso alla frammentarietà stessa, rassegnandoci al non-senso? E’ così che noi ci interroghiamo su noi stessi, e in questo domandare siamo convinti di essere di più di una semplice domanda. Noi pensiamo che Qualcuno dovrebbe sapere con certezza. E pensiamo che Egli possa rispondere alla domanda su noi stessi” (H.U. von Balthasar, “Il tutto nel frammento”, pp. XXIII-XXIV).

———

* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E’ diventato carmelitano nel 1987. E’ stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.

Benedetto XVI agli artisti: la bellezza, via verso Dio

dal sito:

http://www.zenit.org/article-20434?l=italian

Benedetto XVI agli artisti: la bellezza, via verso Dio

Incontro nella Cappella Sistina

CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 22 novembre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il discorso che Benedetto XVI ha pronunciato questo sabato ricevendo 250 artisti di fama internazionale nella Cappella Sistina.

* * *

Signori Cardinali,
venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
illustri Artisti,
Signore e Signori!

Con grande gioia vi accolgo in questo luogo solenne e ricco di arte e di memorie. Rivolgo a tutti e a ciascuno il mio cordiale saluto, e vi ringrazio per aver accolto il mio invito. Con questo incontro desidero esprimere e rinnovare l’amicizia della Chiesa con il mondo dell’arte, un’amicizia consolidata nel tempo, poiché il Cristianesimo, fin dalle sue origini, ha ben compreso il valore delle arti e ne ha utilizzato sapientemente i multiformi linguaggi per comunicare il suo immutabile messaggio di salvezza. Questa amicizia va continuamente promossa e sostenuta, affinché sia autentica e feconda, adeguata ai tempi e tenga conto delle situazioni e dei cambiamenti sociali e culturali. Ecco il motivo di questo nostro appuntamento. Ringrazio di cuore Mons. Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa, per averlo promosso e preparato, con i suoi collaboratori, come pure per le parole che mi ha poc’anzi rivolto. Saluto i Signori Cardinali, i Vescovi, i Sacerdoti e le distinte Personalità presenti. Ringrazio anche la Cappella Musicale Pontificia Sistina che accompagna questo significativo momento. Protagonisti di questo incontro siete voi, cari e illustri Artisti, appartenenti a Paesi, culture e religioni diverse, forse anche lontani da esperienze religiose, ma desiderosi di mantenere viva una comunicazione con la Chiesa cattolica e di non restringere gli orizzonti dell’esistenza alla mera materialità, ad una visione riduttiva e banalizzante. Voi rappresentate il variegato mondo delle arti e, proprio per questo, attraverso di voi vorrei far giungere a tutti gli artisti il mio invito all’amicizia, al dialogo, alla collaborazione.

Alcune significative circostanze arricchiscono questo momento. Ricordiamo il decennale della Lettera agli Artisti del mio venerato predecessore, il Servo di Dio Giovanni Paolo II. Per la prima volta, alla vigilia del Grande Giubileo dell’Anno 2000, questo Pontefice, anch’egli artista, scrisse direttamente agli artisti con la solennità di un documento papale e il tono amichevole di una conversazione tra « quanti – come recita l’indirizzo -, con appassionata dedizione, cercano nuove «epifanie» della bellezza ». Lo stesso Papa, venticinque anni or sono, aveva proclamato patrono degli artisti il Beato Angelico, indicando in lui un modello di perfetta sintonia tra fede e arte. Il mio pensiero va, poi, al 7 maggio del 1964, quarantacinque anni fa, quando, in questo stesso luogo, si realizzava uno storico evento, fortemente voluto dal Papa Paolo VI per riaffermare l’amicizia tra la Chiesa e le arti. Le parole che ebbe a pronunciare in quella circostanza risuonano ancor oggi sotto la volta di questa Cappella Sistina, toccando il cuore e l’intelletto. « Noi abbiamo bisogno di voi – egli disse -. Il Nostro ministero ha bisogno della vostra collaborazione. Perché, come sapete, il Nostro ministero è quello di predicare e di rendere accessibile e comprensibile, anzi commovente, il mondo dello spirito, dell’invisibile, dell’ineffabile, di Dio. E in questa operazione… voi siete maestri. E’ il vostro mestiere, la vostra missione; e la vostra arte è quella di carpire dal cielo dello spirito i suoi tesori e rivestirli di parola, di colori, di forme, di accessibilità » (Insegnamenti II, [1964], 313). Tanta era la stima di Paolo VI per gli artisti, da spingerlo a formulare espressioni davvero ardite: « E se Noi mancassimo del vostro ausilio – proseguiva -, il ministero diventerebbe balbettante ed incerto e avrebbe bisogno di fare uno sforzo, diremmo, di diventare esso stesso artistico, anzi di diventare profetico. Per assurgere alla forza di espressione lirica della bellezza intuitiva, avrebbe bisogno di far coincidere il sacerdozio con l’arte » (Ibid., 314). In quella circostanza, Paolo VI assunse l’ impegno di « ristabilire l’amicizia tra la Chiesa e gli artisti », e chiese loro di farlo proprio e di condividerlo, analizzando con serietà e obiettività i motivi che avevano turbato tale rapporto e assumendosi ciascuno con coraggio e passione la responsabilità di un rinnovato, approfondito itinerario di conoscenza e di dialogo, in vista di un’autentica « rinascita » dell’arte, nel contesto di un nuovo umanesimo.

Quello storico incontro, come dicevo, avvenne qui, in questo santuario di fede e di creatività umana. Non è dunque casuale il nostro ritrovarci proprio in questo luogo, prezioso per la sua architettura e per le sue simboliche dimensioni, ma ancora di più per gli affreschi che lo rendono inconfondibile, ad iniziare dai capolavori di Perugino e Botticelli, Ghirlandaio e Cosimo Rosselli, Luca Signorelli ed altri, per giungere alle Storie della Genesi e al Giudizio Universale, opere eccelse di Michelangelo Buonarroti, che qui ha lasciato una delle creazioni più straordinarie di tutta la storia dell’arte. Qui è anche risuonato spesso il linguaggio universale della musica, grazie al genio di grandi musicisti, che hanno posto la loro arte al servizio della liturgia, aiutando l’anima ad elevarsi a Dio. Al tempo stesso, la Cappella Sistina è uno scrigno singolare di memorie, giacché costituisce lo scenario, solenne ed austero, di eventi che segnano la storia della Chiesa e dell’umanità. Qui, come sapete, il Collegio dei Cardinali elegge il Papa; qui ho vissuto anch’io, con trepidazione e assoluta fiducia nel Signore, il momento indimenticabile della mia elezione a Successore dell’apostolo Pietro.

Cari amici, lasciamo che questi affreschi ci parlino oggi, attirandoci verso la méta ultima della storia umana. Il Giudizio Universale, che campeggia alle mie spalle, ricorda che la storia dell’umanità è movimento ed ascensione, è inesausta tensione verso la pienezza, verso la felicità ultima, verso un orizzonte che sempre eccede il presente mentre lo attraversa. Nella sua drammaticità, però, questo affresco pone davanti ai nostri occhi anche il pericolo della caduta definitiva dell’uomo, minaccia che incombe sull’umanità quando si lascia sedurre dalle forze del male. L’affresco lancia perciò un forte grido profetico contro il male; contro ogni forma di ingiustizia. Ma per i credenti il Cristo risorto è la Via, la Verità e la Vita. Per chi fedelmente lo segue è la Porta che introduce in quel « faccia a faccia », in quella visione di Dio da cui scaturisce senza più limitazioni la felicità piena e definitiva. Michelangelo offre così alla nostra visione l’Alfa e l’Omega, il Principio e la Fine della storia, e ci invita a percorrere con gioia, coraggio e speranza l’itinerario della vita. La drammatica bellezza della pittura michelangiolesca, con i suoi colori e le sue forme, si fa dunque annuncio di speranza, invito potente ad elevare lo sguardo verso l’orizzonte ultimo. Il legame profondo tra bellezza e speranza costituiva anche il nucleo essenziale del suggestivo Messaggio che Paolo VI indirizzò agli artisti alla chiusura del Concilio Ecumenico Vaticano II, l’8 dicembre 1965: « A voi tutti – egli proclamò solennemente – la Chiesa del Concilio dice con la nostra voce: se voi siete gli amici della vera arte, voi siete nostri amici! » (Enchiridion Vaticanum, 1, p. 305). Ed aggiunse: « Questo mondo nel quale viviamo ha bisogno di bellezza per non sprofondare nella disperazione. La bellezza, come la verità, è ciò che infonde gioia al cuore degli uomini, è quel frutto prezioso che resiste al logorio del tempo, che unisce le generazioni e le fa comunicare nell’ammirazione. E questo grazie alle vostre mani… Ricordatevi che siete i custodi della bellezza nel mondo » (Ibid.).

Il momento attuale è purtroppo segnato, oltre che da fenomeni negativi a livello sociale ed economico, anche da un affievolirsi della speranza, da una certa sfiducia nelle relazioni umane, per cui crescono i segni di rassegnazione, di aggressività, di disperazione. Il mondo in cui viviamo, poi, rischia di cambiare il suo volto a causa dell’opera non sempre saggia dell’uomo il quale, anziché coltivarne la bellezza, sfrutta senza coscienza le risorse del pianeta a vantaggio di pochi e non di rado ne sfregia le meraviglie naturali. Che cosa può ridare entusiasmo e fiducia, che cosa può incoraggiare l’animo umano a ritrovare il cammino, ad alzare lo sguardo sull’orizzonte, a sognare una vita degna della sua vocazione se non la bellezza? Voi sapete bene, cari artisti, che l’esperienza del bello, del bello autentico, non effimero né superficiale, non è qualcosa di accessorio o di secondario nella ricerca del senso e della felicità, perché tale esperienza non allontana dalla realtà, ma, al contrario, porta ad un confronto serrato con il vissuto quotidiano, per liberarlo dall’oscurità e trasfigurarlo, per renderlo luminoso, bello.

Una funzione essenziale della vera bellezza, infatti, già evidenziata da Platone, consiste nel comunicare all’uomo una salutare « scossa », che lo fa uscire da se stesso, lo strappa alla rassegnazione, all’accomodamento del quotidiano, lo fa anche soffrire, come un dardo che lo ferisce, ma proprio in questo modo lo « risveglia » aprendogli nuovamente gli occhi del cuore e della mente, mettendogli le ali, sospingendolo verso l’alto. L’espressione di Dostoevskij che sto per citare è senz’altro ardita e paradossale, ma invita a riflettere: « L’umanità può vivere – egli dice – senza la scienza, può vivere senza pane, ma soltanto senza la bellezza non potrebbe più vivere, perché non ci sarebbe più nulla da fare al mondo. Tutto il segreto è qui, tutta la storia è qui ». Gli fa eco il pittore Georges Braque: « L’arte è fatta per turbare, mentre la scienza rassicura ». La bellezza colpisce, ma proprio così richiama l’uomo al suo destino ultimo, lo rimette in marcia, lo riempie di nuova speranza, gli dona il coraggio di vivere fino in fondo il dono unico dell’esistenza. La ricerca della bellezza di cui parlo, evidentemente, non consiste in alcuna fuga nell’irrazionale o nel mero estetismo.

Troppo spesso, però, la bellezza che viene propagandata è illusoria e mendace, superficiale e abbagliante fino allo stordimento e, invece di far uscire gli uomini da sé e aprirli ad orizzonti di vera libertà attirandoli verso l’alto, li imprigiona in se stessi e li rende ancor più schiavi, privi di speranza e di gioia. Si tratta di una seducente ma ipocrita bellezza, che ridesta la brama, la volontà di potere, di possesso, di sopraffazione sull’altro e che si trasforma, ben presto, nel suo contrario, assumendo i volti dell’oscenità, della trasgressione o della provocazione fine a se stessa. L’autentica bellezza, invece, schiude il cuore umano alla nostalgia, al desiderio profondo di conoscere, di amare, di andare verso l’Altro, verso l’Oltre da sé. Se accettiamo che la bellezza ci tocchi intimamente, ci ferisca, ci apra gli occhi, allora riscopriamo la gioia della visione, della capacità di cogliere il senso profondo del nostro esistere, il Mistero di cui siamo parte e da cui possiamo attingere la pienezza, la felicità, la passione dell’impegno quotidiano. Giovanni Paolo II, nella Lettera agli Artisti, cita, a tale proposito, questo verso di un poeta polacco, Cyprian Norwid: « La bellezza è per entusiasmare al lavoro, / il lavoro è per risorgere » (n. 3). E più avanti aggiunge: « In quanto ricerca del bello, frutto di un’immaginazione che va al di là del quotidiano, l’arte è, per sua natura, una sorta di appello al Mistero. Persino quando scruta le profondità più oscure dell’anima o gli aspetti più sconvolgenti del male, l’artista si fa in qualche modo voce dell’universale attesa di redenzione » (n. 10). E nella conclusione afferma: « La bellezza è cifra del mistero e richiamo al trascendente » (n. 16).

Queste ultime espressioni ci spingono a fare un passo in avanti nella nostra riflessione. La bellezza, da quella che si manifesta nel cosmo e nella natura a quella che si esprime attraverso le creazioni artistiche, proprio per la sua caratteristica di aprire e allargare gli orizzonti della coscienza umana, di rimandarla oltre se stessa, di affacciarla sull’abisso dell’Infinito, può diventare una via verso il Trascendente, verso il Mistero ultimo, verso Dio. L’arte, in tutte le sue espressioni, nel momento in cui si confronta con i grandi interrogativi dell’esistenza, con i temi fondamentali da cui deriva il senso del vivere, può assumere una valenza religiosa e trasformarsi in un percorso di profonda riflessione interiore e di spiritualità. Questa affinità, questa sintonia tra percorso di fede e itinerario artistico, l’attesta un incalcolabile numero di opere d’arte che hanno come protagonisti i personaggi, le storie, i simboli di quell’immenso deposito di « figure » – in senso lato – che è la Bibbia, la Sacra Scrittura. Le grandi narrazioni bibliche, i temi, le immagini, le parabole hanno ispirato innumerevoli capolavori in ogni settore delle arti, come pure hanno parlato al cuore di ogni generazione di credenti mediante le opere dell’artigianato e dell’arte locale, non meno eloquenti e coinvolgenti.

Si parla, in proposito, di una via pulchritudinis, una via della bellezza che costituisce al tempo stesso un percorso artistico, estetico, e un itinerario di fede, di ricerca teologica. Il teologo Hans Urs von Balthasar apre la sua grande opera intitolata Gloria. Un’estetica teologica con queste suggestive espressioni: « La nostra parola iniziale si chiama bellezza. La bellezza è l’ultima parola che l’intelletto pensante può osare di pronunciare, perché essa non fa altro che incoronare, quale aureola di splendore inafferrabile, il duplice astro del vero e del bene e il loro indissolubile rapporto ». Osserva poi: « Essa è la bellezza disinteressata senza la quale il vecchio mondo era incapace di intendersi, ma che ha preso congedo in punta di piedi dal moderno mondo degli interessi, per abbandonarlo alla sua cupidità e alla sua tristezza. Essa è la bellezza che non è più amata e custodita nemmeno dalla religione ». E conclude: « Chi, al suo nome, increspa al sorriso le labbra, giudicandola come il ninnolo esotico di un passato borghese, di costui si può essere sicuri che – segretamente o apertamente – non è più capace di pregare e, presto, nemmeno di amare ». La via della bellezza ci conduce, dunque, a cogliere il Tutto nel frammento, l’Infinito nel finito, Dio nella storia dell’umanità. Simone Weil scriveva a tal proposito: « In tutto quel che suscita in noi il sentimento puro ed autentico del bello, c’è realmente la presenza di Dio. C’è quasi una specie di incarnazione di Dio nel mondo, di cui la bellezza è il segno. Il bello è la prova sperimentale che l’incarnazione è possibile. Per questo ogni arte di prim’ordine è, per sua essenza, religiosa ». Ancora più icastica l’affermazione di Hermann Hesse: « Arte significa: dentro a ogni cosa mostrare Dio ». Facendo eco alle parole del Papa Paolo VI, il Servo di Dio Giovanni Paolo II ha riaffermato il desiderio della Chiesa di rinnovare il dialogo e la collaborazione con gli artisti: « Per trasmettere il messaggio affidatole da Cristo, la Chiesa ha bisogno dell’arte » (Lettera agli Artisti, n. 12); ma domandava subito dopo: « L’arte ha bisogno della Chiesa? », sollecitando così gli artisti a ritrovare nella esperienza religiosa, nella rivelazione cristiana e nel « grande codice » che è la Bibbia una sorgente di rinnovata e motivata ispirazione.

Cari Artisti, avviandomi alla conclusione, vorrei rivolgervi anch’io, come già fece il mio Predecessore, un cordiale, amichevole ed appassionato appello. Voi siete custodi della bellezza; voi avete, grazie al vostro talento, la possibilità di parlare al cuore dell’umanità, di toccare la sensibilità individuale e collettiva, di suscitare sogni e speranze, di ampliare gli orizzonti della conoscenza e dell’impegno umano. Siate perciò grati dei doni ricevuti e pienamente consapevoli della grande responsabilità di comunicare la bellezza, di far comunicare nella bellezza e attraverso la bellezza! Siate anche voi, attraverso la vostra arte, annunciatori e testimoni di speranza per l’umanità! E non abbiate paura di confrontarvi con la sorgente prima e ultima della bellezza, di dialogare con i credenti, con chi, come voi, si sente pellegrino nel mondo e nella storia verso la Bellezza infinita! La fede non toglie nulla al vostro genio, alla vostra arte, anzi li esalta e li nutre, li incoraggia a varcare la soglia e a contemplare con occhi affascinati e commossi la méta ultima e definitiva, il sole senza tramonto che illumina e fa bello il presente.

Sant’Agostino, cantore innamorato della bellezza, riflettendo sul destino ultimo dell’uomo e quasi commentando ante litteram la scena del Giudizio che avete oggi davanti ai vostri occhi, così scriveva: « Godremo, dunque di una visione, o fratelli, mai contemplata dagli occhi, mai udita dalle orecchie, mai immaginata dalla fantasia: una visione che supera tutte le bellezze terrene, quella dell’oro, dell’argento, dei boschi e dei campi, del mare e del cielo, del sole e della luna, delle stelle e degli angeli; la ragione è questa: che essa è la fonte di ogni altra bellezza » (In Ep. Jo. Tr. 4,5: PL 35, 2008). Auguro a tutti voi, cari Artisti, di portare nei vostri occhi, nelle vostre mani, nel vostro cuore questa visione, perché vi dia gioia e ispiri sempre le vostre opere belle. Mentre di cuore vi benedico, vi saluto, come già fece Paolo VI, con una sola parola: arrivederci!

Publié dans:Papa Benedetto XVI |on 22 novembre, 2009 |Pas de commentaires »

Buona notte

Buona notte dans immagini buon...notte, giorno Venice_041

Venice

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Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 22 novembre, 2009 |Pas de commentaires »

Sant’Agostino: « Il mio regno non è di questo mondo »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20091122

CRISTO RE (Solennità) : Jn 18,33-37
Meditazione del giorno
Sant’Agostino (354-430), vescovo d’Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa
Omelia sul vangelo di Giovanni, 115

« Il mio regno non è di questo mondo »

Ascoltate dunque, Giudei e gentili… ; ascoltate, regni tutti della terra: Io non intralcio la vostra sovranità in questo mondo: « Il mio regno non è di questo mondo » (Gv 18,36). Non lasciatevi prendere dall’assurdo timore di Erode che, alla notizia della nascita di Cristo, si allarmò… « Il mio regno – dice il Signore – non è di questo mondo. » Venite nel regno che non è di questo mondo; venite credendo, e non vogliate diventare crudeli per paura. E’ vero che in una profezia, Cristo, riferendosi a Dio Padre, dice: « Da lui io sono stato costituito re sopra Sion, il suo monte santo » (Sal 2, 6), ma questo monte e quella Sion, di cui parla, non sono di questo mondo.

Quale è infatti il suo regno se non i credenti in lui, a proposito dei quali dice: « Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo »? anche se egli voleva che essi rimanessero nel mondo, e per questo chiese al Padre: « Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal male ». Ecco perché anche qui non dice: « Il mio regno non è in questo mondo », ma dice: « Il mio regno non è di questo mondo. Se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servi combatterebbero per me, affinché non fossi consegnato » (Gv 18,36).

Il suo regno infatti è quaggiù fino alla fine dei secoli, portando mescolata nel suo grembo la zizzania fino al momento della mietitura (Mt 13,24s)… Tuttavia, esso non è di quaggiù, perché è peregrinante nel mondo. E’ precisamente agli appartenenti al suo regno che egli si riferisce quando dice: « Voi non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo » (Gv 15,19). Erano dunque del mondo, quando ancora non facevano parte del suo regno, e appartenevano al principe del mondo (Gv 12,3). E’ quindi del mondo tutto ciò che è stato generato dalla stirpe corrotta di Adamo; è diventato però regno di Dio, e non è più di questo mondo, tutto ciò che in Cristo è stato rigenerato. E’ in questo modo che « Dio ci ha sottratti al potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del Figlio dell’amor suo » (Col 1,13).

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 22 novembre, 2009 |Pas de commentaires »

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