Archive pour le 18 novembre, 2009

Pope Benedict XVI (L) speaks at a U.N. Food and Agriculture Organisation (FAO)

Pope Benedict XVI (L) speaks at a U.N. Food and Agriculture Organisation (FAO) dans immagini del Papa

Pope Benedict XVI (L) speaks at a U.N. Food and Agriculture Organisation (FAO) food security summit in Rome November 16, 2009. The United Nations opened its world food summit on Monday by saying that a climate change deal in Copenhagen next month is crucial to fighting global hunger as rising temperatures threaten farm output in poor countries. Government leaders and officials met in Rome for a three-day U.N. summit on how to help developing countries to feed themselves, but anti-poverty campaigners were already writing off the event as a missed opportunity.
REUTERS/Osservatore Romano (ITALY POLITICS RELIGION)

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Giovanni Paolo II : « Fatele fruttificare » : lavoro umano e Regno di Dio

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20091118

Mercoledì della XXXIII settimana del Tempo Ordinario : Lc 19,11-28
Meditazione del giorno
Giovanni Paolo II
Omelia davanti ai lavoratori lussemburghese, maggio 1985

« Fatele fruttificare » : lavoro umano e Regno di Dio

Quando Dio creò l’umanità, maschio e femmina, disse loro : « Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela » (Gen 1,28). Questo è, per così dire, il primo comandamento di Dio, legato all’ordine stesso della creazione. Così il lavoro umano risponde alla volontà di Dio. Quando diciamo : « Sia fatta la tua volontà », possiamo ricollegare queste parole anche col lavoro che riempie tutte le giornate della nostra vita. Sappiamo che ci accordiamo a questa volontà del Creatore quando il nostro lavoro e i legami umani ai quali esso porta, sono impregnati dei valori di iniziativa, di coraggio, di fiducia, di solidarietà, che sono tutti riflessi della somiglianza divina in noi.

Il Creatore ha investito l’uomo del potere di dominare la terra ; gli chiede cioè di essere padrone, con il suo lavoro, del campo che gli è stato affidato, di mettere in opera tutte le sue capacità affinché la sua personalità, e la comunità intera, giungano al loro pieno sviluppo. Con il suo lavoro, l’uomo obbedisce a Dio e risponde alla fiducia che ha in lui. Questo non è estraneo alla domanda del Padre nostro : « Venga il tuo Regno ». L’uomo agisce affinché il disegno di Dio si realizzi, consapevole di essere stato fatto a somiglianza di Dio, e quindi di aver ricevuto da lui la sua forza, la sua intelligenza, le sue disposizioni per realizzare una comunità di vita mediante l’amore desinteressato che nutre per i suoi fratelli. Tutto ciò che è positivo e buono nella vita dell’uomo si schiude e giunge al suo vero scopo nel Regno di Dio. Avete ben scelto questa parola d’ordine : « Regno di Dio, vita dell’uomo » ; infatti la causa di Dio e la causa dell’uomo sono collegate ; il mondo progredisce verso il Regno di Dio grazie ai doni di Dio che permettono il dinamismo dell’uomo. In altri termini, pregare perché venga il Regno di Dio, è tendere con tutto il suo essere alla realtà che è il fine ultimo del lavoro umano.

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La Sacra Sindone di Torino – Il Papa visiterà la Sindone il 2 maggio 2010

La Sacra Sindone di Torino - Il Papa visiterà la Sindone il 2 maggio 2010 dans immagini sacre sindone

La Sacra Sindone di Torino – Il Papa visiterà la Sindone il 2 maggio 2010

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Benedetto XVI visiterà la Sindone a Torino: Il volto di Cristo e un Velo di mistero

dal sito:

http://www.zenit.org/article-20362?l=italian

Il volto di Cristo e un Velo di mistero

Benedetto XVI visiterà la Sindone a Torino

di Robert Moynihan*

WASHINGTON, martedì, 17 novembre 2009 (ZENIT.org).- Uno dei tessuti più misteriosi del mondo, che mostra l’immagine di un uomo torturato e crocifisso, è conservato nella Cappella Reale di San Giovanni Battista nel Duomo di Torino. E’ la Sindone.

La tradizione sostiene che sia il sudario di Gesù, usato per avvolgerlo nella tomba dopo la sua crocifissione, e che l’immagine sul telo sia un “ritratto” di Cristo mentre giaceva nella tomba.

Benedetto XVI si recherà a Torino l’anno prossimo, il 2 maggio, per vedere la Sindone. Il Vaticano e l’Arcidiocesi torinese hanno annunciato la visita due settimane fa.

“Come primo atto della visita, il Santo Padre sosterà in preghiera personale davanti alla Santa Sindone”, ha reso noto l’Arcidiocesi.

Il Papa vedrà la Sindone insieme a milioni di fedeli nei 54 giorni dell’ostensione, dal 10 aprile al 23 maggio 2010. L’Arcidiocesi di Torino ha un sito web, www.sindone.org, dove si può prenotare la visita nel periodo di esposizione.

Visitando la Sindone e pregando davanti a lei, il Pontefice mostrerà il suo rispetto e la venerazione per questo lenzuolo misterioso.

Ma la Sindone è davvero autentica?

Diamo uno sguardo ai fatti.

Più di un secolo fa, nel 1898, l’immagine della Sindone venne fotografata per la prima volta. Il fotografo era l’italiano Secondo Pia, al quale venne permesso di immortalarla mentre veniva esibita nel Duomo di Torino.

Il pomeriggio del 28 maggio 1898, quando guardò la placca fotografica, vide l’immagine molto più chiaramente di come si poteva vedere dal vivo, perché si tratta di un’immagine in negativo.

Questo fatto non era mai stato osservato prima dell’arrivo della fotografia. Vuol dire che solo negli ultimi 110 anni abbiamo potuto renderci conto di quanto sia realmente misteriosa questa immagine.

Nel XX secolo ci sono state sempre più richieste alla Chiesa di “misurare” l’età della Sindone utilizzando il metodo del Carbonio 14, stabilendo così una volta per tutte se si trattava di un tesuto antico o risalente a periodi più recenti.

Parla la scienza

Io stesso ho avuto un ruolo in questo – un ruolo piuttosto insignificante, ma ad ogni modo l’ho avuto – perché ero reporter della rivista Time nel 1987 e nel 1988, quando si svolse la datazione della Sindone con il Carbonio 14.

Ero presente alla conferenza stampa del 13 ottobre 1988, quando il Cardinale Anastasio Ballastrero, allora Arcivescovo di Torino, e altri presentarono i risultati dei laboratori – per i quali la Sindone doveva essere datata tra il 1260 e il 1390. Era dunque di origine medievale, per cui non era possibile che fosse autentica.

In quel momento ho diffuso quei risultati. Posso testimoniare lo choc che rappresentò per molti, che credevano che il lenzuolo fosse autentico e confidavano che i risultati attestassero che risaliva a un periodo “tra il 50 avanti Cristo e il 50 dopo Cristo”.

Le prove scientifiche, però, sembravano chiare: la tela aveva solo circa 650 anni di vita, non 2000. Il “verdetto della scienza” era stato dato.

Da allora molti hanno creduto, e credono ancora, che il caso della Sindone sia chiuso, che si tratti di una misteriosa pittura o stampa medievale, ma non del sudario di Cristo.

Il caso è quindi chiuso? No.

Sono nate serie questioni sul processo di datazione del 1988 – non sulla qualità della datazione al radiocarbonio, ma sull’identità e sulla possibile contaminazione del pezzo di lenzuolo datato.

Le tecniche di datazione al carbonio sono migliorate in modo costante nel corso dei decenni. All’inizio, 50 anni fa, erano richieste grandi quantità di materiale, ma negli anni Ottanta il processo di datazione ha iniziato a richiedere quantità molto più esigue di materiale originale.

Nel 1978 è stato istituito per studiare la Sindone lo Shroud of Turin Research Project (S.Tu.RP), composto da circa 30 scienziati di diversi credo religiosi e anche da atei.

Il gruppo S.Tu.R.P. ha pianificato vari studi sulla tela, includendo la datazione al radiocarbonio.

Una commissione guidata dai chimici Robert H. Dinegar e Harry E. Gove ha consultato numerosi laboratori capaci già nel 1982 di datare con il carbonio piccoli pezzi di tessuto. Sei laboratori hanno mostrato interesse nel realizzare la procedura: il Brookhaven National Laboratory di Upton (New York, USA); l’Atomic Energy Research Establishment di Harwell (Oxfordshire, Regno Unito); il laboratorio Rochester di New York (USA); l’Università di Oxford (Regno Unito), l’Università dell’Arizona di Tucson (USA) e l’ETH di Zurigo (Svizzera).

Consapevoli della grande pubblicità che gli esperimenti avrebbero scatenato, i laboratori hanno ingaggiato una competizione feroce. In seguito si è compiuta una separazione tra il gruppo S.Tu.R.P. e i laboratori candidati.

Durante una conferenza sulla datazione al carbonio a Trondheim (Norvegia) nel 1985, i rappresentanti di tutti i laboratori candidati hanno annunciato congiuntamente la fine della collaborazione con il gruppo S.Tu.R.P. e hanno proposto che il Museo Britannico dirigesse il progetto.

Carlos Chagas Filho, presidente della Pontificia Accademia delle Scienze, ha approvato a malincuore la proposta. Nel 1986 si è svolta una riunione con le autorità ecclesiastiche per stabilire come procedere.

Nuovo progetto

Il 10 ottobre 1987, il Cardinale Ballestrero ha annunciato ai sei laboratori che solo tre di loro, quelli di Oxford, Tucson e Zurigo, avrebbero partecipato alla datazione. L’unica istituzione con compiti di supervisione sarebbe stata il Museo Britannico, guidato da Michael Tite.

I campioni sono stati prelevati il 21 aprile 1988 nel Duomo. Erano presenti il Cardinale Ballestrero, quattro sacerdoti, il portavoce dell’Arcidiocesi Luigi Gonella, fotografi, un cineoperatore, Michael Tite e i rappresentanti dei laboratori.

I pezzi originali e quelli di controllo sono stati collocati in 12 cilindri metallici identici. La datazione delle parti di controllo, che in origine si era stabilito dovesse rimanere sconosciuta, è stata pubblicata da “L’Osservatore Romano” il 23 aprile. Questa fuga di notizie, insieme alle violazioni del protocollo, ha appannato la credibilità di questa fase del procedimento, alimentando i sospetti di manipolazione.

I laboratori non hanno lavorato separatamente e in contemporanea. Tucson ha realizzato le prove a maggio, Zurigo a giugno e Oxford ad agosto, scambiando informazioni nel frattempo. Il quotidiano “Avvenire” ha pubblicato il 14 ottobre la notizia che i direttori dei tre laboratori si erano riuniti segretamente in Svizzera, fatto poi confermato dagli interessati.

Il 28 settembre 1988, il direttore del Museo Britannico e coordinatore dello studio, Michael Tite, ha comunicato i risultati ufficiali all’Arcidiocesi di Torino e alla Santa Sede. Il 13 ottobre, il Cardinale Ballestrero li ha annunciati pubblicamente.

Il documentario italiano del 2008 “Sindone, Prove a Confronto”, di David Rolf, suggerisce che le parti scelte per la datazione non potevano dare un risultato preciso. Si dice che la quantità di carbonio 14 trovata potrebbe essere stata significativamente intaccata dal clima, dai metodi di conservazione utilizzati nel corso dei secoli e dal carbonio sprigionato dall’incendio che danneggiò il sudario.

Il Cardinale Ballestrero, poco prima della morte, nel 1998, disse in un’intervista pubblicata il 5 settembre 1997 dal quotidiano tedesco Die Welt: “A mio avviso, la Santa Sindone di Torino è autentica. Le analisi al radiocarbonio, che la facevano risalire al Medioevo, sembra siano state realizzate senza le cure dovute”.

La tradizione della Chiesa, anche se non “scientifica”, sostiene che Tommaso e Giuda Taddeo (il Taddeo dei 70, Taddeo di Edessa) si recarono a Edessa nel 33 d.C. Una leggenda afferma che portavano con sé un telo con l’immagine di Gesù.

Nel 544 d.C., un telo con un’immagine che si crede sia di Cristo venne trovata sopra una delle porte di Edessa, nelle pareti della città. Gregorio Referendarius di Costantinopoli descrisse in seguito il telo come un’immagine di un corpo intero con macchie di sangue.

La questione è semplice: se nel 1988 sono state compiute prove su un campione che non era della Sindone originale, o che era stato contaminato nel corso dei secoli, allora la datazione non ha senso.

Il velo della Veronica

Un’immagine altrettanto misteriosa ma meno conosciuta si trova nella cittadina di Manoppello. E’ un piccolo telo che molta gente ritiene il vero “velo della Veronica”. Sono andato a Manoppello per vederlo. Se lo si guarda direttamente sembra trasparente, ma se si rimane a quasi un metro al lato, o a una certa distanza, si può vedere il volto di un uomo giovane, con gli occhi aperti.

Quello che alcuni credono di questo telo è ancor più drammatico della Sindone di Torino. Pensano che si tratti del velo che copriva il volto di Gesù nella tomba, e che ciò che si vede nell’immagine sia il volto di Cristo al momento della resurrezione, quando apre gli occhi.

Benedetto XVI ha visitato Manoppello nel settembre 2006.

E’ entrato nel santuario e ha pregato davanti all’altare per circa cinque minuti, poi si è recato dietro a questo e ha pregato davanti alla reliquia, conosciuta come il “Volto Santo” e il “Velo della Veronica”.

Il Papa non ha parlato delle origini del velo.

“Questo è il senso anche di questa mia visita. Insieme cerchiamo di conoscere sempre meglio il volto del Signore e dal volto del Signore attingiamo questa forza di amore e di pace che ci mostra anche la strada della nostra vita”, ha detto in quell’occasione.

Qualunque sia la verità su queste immagini, il fatto fondamentale è che ci riportano il volto di Gesù.

Cristo stesso ci ha detto di guardare il volto di chi ci circonda, del più piccolo dei suoi fratelli. E’ questo il volto che dobbiamo cercare.
——-

*Robert Moynihan è fondatore e direttore della rivista mensile Inside the Vatican. E’ autore del libro “Let God’s Light Shine Forth: the Spiritual Vision of Pope Benedict XVI” (2005, Doubleday). Tiene un blog su www.insidethevatican.com e può essere contattato all’indirizzo editor@insidethevatican.com.

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Vivere la fede in un mondo pluralista

dal sito:

http://www.atma-o-jibon.org/italiano5/olivier_clement1.htm

Vivere la fede in un mondo pluralista

Olivier Clément, nato in Francia nel 1923, docente di teologia presso l’Institut Saint-Serge di Parigi, da anni dedica la sua vita a sondare le angosce più profonde dell’uomo contemporaneo per discernervi i gemiti latenti dello Spirito.

il vero potere è quello del Dio crocifisso:
un potere che vuole l’alterità dell’altro
fino a lasciarsi uccidere
per offrirgli la risurrezione.
Perciò il potere assoluto
s’identifica con l’assoluto del dono di sé,
con il sacrificio che comunica la vita agli uomini e fonda la loro libertà.
 

Al Metropolita Daniel di Moldavia
senza il quale questo testo
non sarebbe stato scritto

RISCHI E PROMESSE DEL PLURALISMO

Il dato di fatto del pluralismo

Il pluralismo ereditato dal passato si è accresciuto considerevolmente nella nostra epoca a causa di grandi migrazioni economiche e politiche: si pensi al massiccio arrivo in Europa occidentale di musulmani, arabi del Maghreb, turchi, pakistani, di ebrei nordafricani (dopo quelli dell’Europa orientale) in Francia, e ancora in Europa occidentale di ortodossi russi, greci, romeni, serbi, antiocheni.

D’altro canto, con la mondializzazione non solo economica ma anche culturale, proprio nel momento in cui la tecnica e lo stile di vita occidentali si stanno diffondendo nel pianeta, le religioni orientali (soprattutto il buddhismo) invadono l’Europa.

Nel contempo, la lunga lotta dei « lumi » contro il clericalismo provoca un fenomeno generale di secolarizzazione (la Russia è più secolarizzata della Francia!) con una scomparsa delle « cristianità » tradizionali, sia per lenta dissoluzione (sul modello anglosassone, scandinavo, dell’Europa del nord – e ora dell’est -), sia per scissione interna (sul modello dell’Europa cattolica: Francia, Spagna, Italia…). Da cui la giustapposizione, che assume diverse forme, di cristiani più o meno impegnati e di agnostici, talvolta atei, talaltra indifferenti, altre volte anticlericali.

Alcuni dati storici

Mille anni di guerre di religione, i massacri degli ebrei (dall’inizio della prima crociata, ai pogrom russi, fino alla shoah), lo scontro incessante con l’Islam, mostrano con quale violenza l’Europa abbia rifiutato il pluralismo. Eppure questa istanza ha continuato a riaffiorare, anche se in modi molto diversi. Dapprima nel pluralismo non egualitario degli imperi più o meno multinazionali: coesistenza forzata e precaria nell’Impero ottomano [la dhimma, i millet] (l), giustapposizione difficile nell’Impero russo, pluralismo spesso più tollerato nell’Impero asburgico: con alcuni miracoli, sia nell’Islam quando esso non si sentiva minacciato e permetteva larghi scambi con i dhimmi – così nel Medio Oriente degli Omayyadi, e in seguito nell’ Andalusia medievale -, sia nell’ area subcarpatica, dai paesi romeni alla Bielorussia, con la corrispondente diffusione del neo-esicasmo e del neo-chassidismo, sia ancora in Austria e in Russia quando in esse si diffuse lo spirito di libera ricerca, alla fine del XIX secolo e all’inizio del XX: penso alla brillante cultura ebraica di Vienna, al ricorso dei filosofi religiosi russi alla spiritualità ebraica…

D’altra parte, in Europa occidentale, con l’avvento dell’illuminismo, dopo la rivoluzione inglese e la rivoluzione francese, il pluralismo è stato legalizzato, le chiese hanno fatto a poco a poco 1′apprendistato della libertà, gli ebrei sono stati via via liberati da ogni statuto particolare. Nella nostra epoca i musulmani sono accolti, credenti e non credenti sono cittadini allo stesso titolo. Al crocevia di tutte queste correnti la Romania ha fatto anch’ essa, alla fine del XIX secolo e poi nella prima metà del XX, una certa esperienza di pluralismo: è sorprendente come gli ortodossi e i greco-cattolici abbiano largamente collaborato alla ritrovata coscienza nazionale e alla riunificazione del paese.

Eppure, nel nostro secolo, il pluralismo rischia di essere compromesso in società che, mentre diventano urbane e industriali, conoscono nel contempo un certo vuoto spirituale a causa della trasformazione del patriottismo in nazionalismo, dato che la religione viene ridotta a una dimensione della cultura nazionale: da ciò deriva la scissione dell’Irlanda, il mito della giudeo-massoneria, i movimenti antisemiti in Francia, Germania, Austria e Russia, il blocco del religioso e del nazionale nelle rinascenti nazioni « ortodosse »… Le ideologie totalitarie, nazismo e stalinismo, hanno utilizzato, e per la prima volta esasperato, un antigiudaismo popolare sempre latente, mentre nel contempo squalificavano la razionalità moderna mettendola al servizio dei loro miti. Oggi, con il loro crollo e la vittoria delle concezioni democratiche, dei « diritti dell’uomo », il pluralismo sembra avere la meglio, ma deve essere rifondato nell’inconscio collettivo. In questo consiste, forse, il nostro ruolo.

[1] Dhimma (« protezione ») è il termine arabo con cui si indica il patto vigente tra la umma (comunità mondiale) islamica e gli appartenenti alle ahl al-Kitab (genti del Libro), vale a dire ebrei e cristiani. Con tale patto i dhimmi (cittadini protetti) ottenevano, in cambio del pagamento di un’imposta, l’autorizzazione alla residenza e la tolleranza della propria religione, anche se restava loro interdetta ogni forma di proselitismo. I millet sono invece le vere e proprie ripartizioni etniche in « nazioni » dei cittadini dell’Impero ottomano. Con la loro creazione le comunità non musulmane videro aumentare la propria autonomia, ma restarono comunità di inferiore dignità sociale rispetto alla umma islamica [N.d. T.].

I rischi del pluralismo

Ne vorrei sottolineare tre:

a) le crisi d’identità;
b) il « comunitarismo » come dissoluzione del corpo sociale;
c) lo sviluppo dell’indifferenza e del sincretismo.

a) Non bisogna nascondere che il pluralismo urta la sensibilità popolare, spesso anche quella di certi teologi e responsabili di chiesa che idealizzano la società della cristianità e conservano la nostalgia di un appoggio dello stato. È particolarmente evidente per i paesi segnati dalla tradizione ortodossa, e per gli slavi occidentali segnati dalla tradizione cattolica, dalla Polonia alla Croazia. In tutti questi paesi il pluralismo appare come una delle espressioni della storia occidentale, artificialmente importata in società che non condividono un medesimo retroterra storico. È quanto ha spiegato il patriarca di Mosca Alessio II quando la recente legge sulle associazioni religiose è stata fortemente criticata in occidente: « Noi non abbiamo la stessa storia degli Stati Uniti ». Generalmente, in queste chiese dell’Europa centrale e orientale (cui la Romania, paese-crocevia, paese-frontiera, appartiene solo parzialmente), la mondializzazione, che è in fondo quella delle mentalità e dei costumi, scatena forti reazioni identitarie. Alla conferenza panortodossa che si è tenuta a Tessalonica nel maggio del 1998, cinque chiese – russa, ucraina, serba, bulgara e, naturalmente, quella georgiana, per la quale questo è già avvenuto – hanno espresso più o meno chiaramente l’intenzione di abbandonare il Consiglio ecumenico delle chiese, perché esso veicolerebbe tutto un pluralismo di contenuti moderni riguardanti tanto l’inculturazione della fede quanto le rivendicazioni delle minoranze sessuali (2). Tutto questo fa il gioco dell’estrema destra, ancora legata al vecchio mito della giudeo-massoneria, nato d’altronde nella Francia del XIX secolo.

Il rigetto dell’altro, con la crescita del nazionalismo nei Balcani, può sfociare in guerre che assumono una coloratura religiosa, se non addirittura in fenomeni di « pulizia etnica », dalla Turchia degli anni ‘20 alla Jugoslavia degli anni ‘90

Anche nelle società dell’Europa occidentale l’altro è sovente sentito come il nemico. Diventa facilmente un capro espiatorio quando imperversa la disoccupazione. La memoria collettiva è lungi dall’essersi purificata da ogni antisemitismo e da ogni timore dell’Islam.

b) Proprio in queste società dell’Europa occidentale, uno dei principali rischi del pluralismo è la dissoluzione del corpo sociale attraverso il fenomeno del « comunitarismo ». Si tratta della formazione di comunità religiose o etnico-religiose chiuse, con le loro scuole e le loro regole di diritto civile riguardanti soprattutto il matrimonio e lo statuto della famiglia. A questo si aggiunge spesso la concentrazione in un dato luogo geografico e la formazione di qualcosa di simile ai ghetti. Si tratta sovente – ma non sempre – di minoranze sfruttate che solo in questo quadro trovano conforto e solidarietà.

I paesi anglosassoni accettano più facilmente questa situazione, mentre i paesi latini, specie la Francia, vi guardano con diffidenza perché il loro ideale resta l’integrazione. L’Islam, proprio perché non separa la realtà religiosa dalla realtà civile, tende spontaneamente al comunitarismo, ma anche certi movimenti ebraici, come quello di Lubavich, manifestano una tendenza analoga.

Allora i valori comuni alla società non si possono più trasmettere, le reazioni prima difensive, poi aggressive, della popolazione maggioritaria si accentuano, a volte in modo molto maldestro (in Francia, il fatto del velo portato da alcune liceali musulmane).

A questo si aggiunge il legame persistente di tali « comunità-ghetto » con paesi stranieri: Pakistan in Inghilterra, Turchia in Germania, Algeria in Francia (con tutto il drammatico peso che ne consegue), per non parlare del legame ambiguo di certi movimenti giovanili ebraici con lo stato d’Israele. La moltiplicazione delle antenne paraboliche mostra che sovente i membri di queste « comunità » hanno un radicamento culturale completamente diverso da quello che offre loro, nel bene o nel male, il paese nel quale si trovano a vivere.

c) Le chiese, infine, temono che il pluralismo, nel contesto di una società secolarizzata, finisca per favorire lo sviluppo dell’indifferenza e del sincretismo.

Le nostre società, è noto, sono tormentate da un desiderio di spiritualità – « spiritualità laica », dicono anche alcuni -. Il pluralismo permette una specie di spiritualità « à la carte », in cui ciascuno sceglie a caso incontri, letture, affinità. Gli attuali progressi del buddhismo in Europa occidentale (e del « tradizionalismo » alla Guénon (3) in Romania) non sono che aspetti di questa situazione. Essi ricordano la formazione del movimento dei quaccheri nell’Inghilterra di fine XVII secolo: dopo tanti scontri tra confessioni cristiane, il ricorso pacificante al silenzio e alla « luce interiore ». Oggi i cristiani parlano molto di amore ma o non ne danno mai l’esempio, o lo confondono con l’umanitarismo. E, in ogni caso, sembra che essi ignorino l’interiorità. Il buddhismo, invece, si presenta come una sapienza senza dogmi, come un metodo per raggiungere la pacificazione interiore e l’altruismo. Proprio esso, e altri apporti di provenienza asiatica (la « meditazione trascendentale », per esempio) possono offrire una sorta di realizzazione inattesa al narcisismo occidentale.

Più in generale, il pluralismo permette a molti di pensare che una cosa valga l’altra (e dunque, in un certo senso, che nulla abbia valore). La libertà responsabile, come ha sottolineato, dopo Dostoevskj, Nikolaj Berdjaev, è difficile da portare. Allora ci si butta nella religiosità fusionale delle sette e nell’ adorazione dei guru, questo surrogato di paternità in una società senza padri.

Tutto sommato, questa situazione spaventa le chiese e accresce in molti la nostalgia di un buon potere: il potere del papa per i cattolici, il potere di uno stato sacralizzato per gli ortodossi, il potere interiorizzato del puritanesimo e del fondamentalismo per i movimenti » evangelici »…

[2] Cf. il resoconto in SOP 229 (1998), p. 5.
[3] René Guénon (r886-r95r), pensatore e studioso delle religioni. Il suo pensiero costituisce uno sforzo per tornare alla tradizione primordiale, sacra, fuori del tempo, e al di là delle religioni tradizionali nelle quali Guénon individua delle deviazioni. Le religioni orientali, però, secondo quest’autore, hanno mantenuto il loro attaccamento ai principi metafisici universali e possono aiutarci a ritrovarli [N .d. T.].

Le promesse del pluralismo

Il pluralismo ci porta ad approfondire l’evangelo, a scoprire il pieno significato della relazione, a sviluppare il paradigma di una civiltà planetaria e nel contempo plurale.

a) Rileggiamo l’evangelo. Gesù appare come un’ esistenza fraterna e filiale nel grande soffio di vita che noi chiamiamo Spirito santo. Egli testimonia di un Dio che è in Cristo stesso comunione e fonte di ogni comunione. È questo modo di essere, questa esistenza personale in comunione il suo apporto al cuore del mondo, ed egli ce ne fa dono in germe trionfando, con la sua risurrezione, sulle forze della separazione e del nulla. Egli rifiuta ogni contrapposizione fissa tra iniziati ed esclusi, tra buoni e cattivi. Sostituisce, al fondo di noi stessi, l’angoscia della morte con la gioia della risurrezione, in modo che non abbiamo più bisogno di nemici per farne i capri espiatori delle nostre paure, e che dobbiamo, paradossalmente, « amare i nostri nemici ».

Perciò l’evangelo pone la persona e la comunione tra le persone al di sopra di ogni sistema, di ogni idea, anche del bene. Gli ideologi invece – e soprattutto forse gli ideologi delle religioni vogliono imporre il bene con la forza, al limite con la morte. Gesù irradia, con il rispetto e con l’amore, la pienezza della vita. « Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato » (Mc 2,27). Gesù va dritto al cuore, alla persona, svela il volto al di là della maschera, la maschera del partigiano nello « zelota », del collaboratore nel pubblicano, dell’eretico nel samaritano, dell’impurità nella donna adultera o nella samaritana che ha avuto cinque mariti e vive con un uomo che non è suo marito. Nella forza dello Spirito, l’uomo intuisce da quel momento in Cristo che gli altri esistono. Si rifiuta di strumentalizzarli, di etichettarli: « Non giudicate e non sarete giudicati » (Lc 6,37).

b) Se l’essere in quanto tale è relazionale, se la verità s’inscrive, da persona a persona, in una relazione, dal momento che, dice Paolo, bisogna « fare la verità nella carità » (Ef 4,15), essa non può essere né posseduta, né diventare un mezzo per trasformare l’altro in oggetto che si possiede. Gli ideologi che pretendono di possedere la verità hanno giustificato e giustificano tutti i massacri. E questo fu anche il peccato, l’enorme peccato, delle sedicenti società cristiane.

Per noi, cristiani che rileggono l’evangelo, il pluralismo non può consistere solo nel fatto di sopportare l’esistenza dell’altro, ma nel comprendere e amare ciò che costituisce il senso di quell’esistenza. La vera relazione non deve cercare la simmetria: « Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? » (Lc 6,32), chiede Gesù.

« Io sono responsabile dell’ altro », ha scritto un grande filosofo ebreo, Emmanuel Lévinas, « senza attendermi la reciprocità, dovesse anche costarmi la vita ». La reciprocità non è affar mio, ma dell’altro.

I padri greci, riflettendo sull’ evangelo e sulle grandi intuizioni paoline, e i filosofi religiosi ortodossi della prima metà del nostro secolo, riflettendo anche sulla nozione dell’Adam qadmon nella mistica ebraica, hanno affermato che esiste un Uomo unico, nel senso più realista, in una moltitudine di persone.

Dobbiamo cercare di vivere questa stupefacente visione. Sappiamo che lo Spirito è ovunque al lavoro e che il Verbo, come dicevano i primi apologisti, visita, ispira, sotto molti nomi, tutte le culture, tutte le religioni. La Sapienza divina è presente nelle tradizioni dell’Estremo oriente che mettono l’accento sulle teofanie cosmiche e l’interiorità del Sé. La Sapienza divina è presente nella rivelazione della Torà, parzialmente ripresa dal Corano, nella Legge che condanna l’idolatria e l’omicidio e sottrae l’uomo alle sue pulsioni contraddittorie. La Sapienza divina è presente nella volontà di coscienza critica e di libertà dell’illuminismo moderno, specie quando tali volontà si realizzano nella capacità di dialogare e di formulare ipotesi, nell’esplorazione instancabile della materia, del cosmo, della psyché. Come cristiani abbiamo bisogno di tutte queste dimensioni del mistero, e, certo, nutriamo la speranza di poter aiutare gli uomini dell’interiorità ad aprire gli occhi per vedere l’altro nella sua assoluta realtà; nutriamo la speranza di poter aiutare gli uomini della trascendenza e della Legge a comprendere, fin dentro la loro stessa sofferenza, la kenosi di Dio; nutriamo la speranza di poter aiutare gli uomini dell’umanesimo a comprendere che al confine dell’umano – dove forse ci troviamo – non vi è più che la scelta tra il nulla e l’uomo « microcosmo e mikrotheos », per citare, con Nikolaj Berdjaev, Gregorio di Nissa. A condizione di lasciarci aiutare da tutti costoro a essere più pienamente, più lucidamente noi stessi.

Che i cristiani si facciano garanti della fede degli altri, garanti anche della libertà di coloro che tentano semplicemente di essere umani! Che siano i custodi dell’uomo aperto, in una cultura aperta!

Forse, nell’immediato, la condizione fondamentale per il pluralismo, in Europa, è la rinuncia da parte delle chiese a usare il potere dello stato e a lasciarsi usare da esso. Le categorie del potere non sono categorie cristiane. Un cristianesimo post-ideologico non ha nulla a che vedere con esse. La funzione dello stato, per riprendere un detto di Soloviev, non è quella di trasformare la società in paradiso, ma di evitare che essa divenga un inferno. Lo stato di diritto trova il suo significato e il suo raggio d’azione nel ridurre il più possibile la violenza, assicurando la libertà di associazione e la libertà di coscienza, e anche nel vegliare sulla trasmissione di un’etica i cui valori siano largamente biblici, e forse anche coranici (la laicità di questo punto di vista potrebbe essere, in Europa, la chance dell’lslam!).

c) Il ruolo delle chiese, nell’elaborazione di una civiltà pluralista, è senza dubbio quello di convocare lo spirituale al cuore di tutte le forme di esistenza, come un fermento, un appello, un’ispirazione creatrice; evocarlo, proporlo, senza mai nulla imporre poiché « bisogna rendere a Dio ciò che è di Dio e a Cesare ciò che è di Cesare ». Cosi si approfondirà il pluralismo, fino a quella che un grande filosofo francese contemporaneo, Paul Ricoeur, di tradizione protestante, ha chiamato « una tolleranza senza scetticismo.

Una professione di fede trionfalistica e gridata ai quattro venti ha un qualcosa d’impudico. Una fede maturata attraverso la lunga, gioiosa, dolorosa esperienza di una vita si esprime anzitutto nel silenzio. O a mezza voce, o nello humour, nel paradosso, nella poesia. « Una lingua dolce spezza le ossa » (Pr 25,15) dice il sapiente. E permette di testimoniare senza ferire. Scrive Michel Serres: « Dio è il nostro pudore, e noi dobbiamo proteggerlo … Ciò che egli ha d’infinito, è la sua fragilità. Perciò può essere protetto solo in ciò che vi è di più nascosto in noi ». L’incontro con le grandi religioni, nello spirito di ricerca e di dialogo di un umanesimo aperto, permetterà forse l’avvento di un nuovo paradigma per una civiltà planetaria e nel contempo plurale.

Per concludere vorrei citare monsignor Pierre Claverie, vescovo di Orano assassinato da alcuni integralisti: « Sono giunto alla convinzione che l’umanità è solo plurale e che quando pretendiamo… di possedere la verità, cadiamo nel totalitarismo e nella discriminazione… Si può accedere (alla verità) solo con un lungo cammino … raccogliendo qua e là nelle altre culture, negli altri tipi d’umanità ciò che anche gli altri hanno acquisito, hanno cercato nel loro particolare cammino verso la verità… Dio non lo si possiede, così come non si possiede la verità, e io ho bisogno della verità degli altri » (4). Proprio questa è la rivelazione ultima: Dio è « Mistero e Amore », « Vita » e « Luce della Vita » .

[4] « Humanité plurielle », in Le Monde, 4-5 agosto 1996.

Publié dans:meditazioni |on 18 novembre, 2009 |Pas de commentaires »

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