Archive pour le 10 novembre, 2009

CAMBRIDGE CORPUS CHRISTI COLLEGE CENA

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LA PREGHIERA INCESSANTE (1 Tess 5, 17).

dal sito:

http://www.esarcato.it/archivio_testi/omiletica/01_omelia_1tess517.html

LA PREGHIERA INCESSANTE (1 Tess 5, 17).

Omelia pronunciata in occasione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Sanremo, 21 gennaio 2008

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo

La preghiera è un elemento comune a tutte le religioni del mondo. In essa l’uomo si pone in rapporto con la trascendenza nel modo che più gli è consueto, ovvero con la parola e attraverso la relazione personale. Sebbene vi siano differenti tipi di preghiera, tuttavia risulta difficile pensare che essa, anche se solo considerata sotto il profilo dell’atteggiamento psicologico, non si configuri come un dialogo personale tra l’uomo e la divinità.

La Scrittura riporta le origini della preghiera alle generazioni successive ad Adamo, quindi ai primordi comuni a tutta l’umanità: insieme al sacrificio essa compare come mezzo per ristabilire la comunione con Dio, perduta dal Progenitore. Il primo sacrificio, ci viene presentato in due forme: «Dopo un certo tempo, Caino offrì frutti del suolo in sacrificio al Signore; anche Abele offrì primogeniti del suo gregge e il loro grasso. Il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e la sua offerta» (Gen 4, 3-5). La preghiera comparve solo in seguito, con il figlio di Set: «Anche a Set nacque un figlio, che egli chiamò Enos. Allora si cominciò ad invocare il nome del Signore» (Gen 4, 26). Il sacrificio e l’invocazione del nome del Signore, componente essenziale di ogni forma di preghiera, costituiscono dunque lo schema del culto religioso primordiale, schema che costituirà nondimeno il fondamento del culto vetero-testamentario.

Per i cristiani ogni legge, ogni narrazione, ogni parola di saggezza e ogni profezia dell’Antico Testamento è destinata a trovare il suo pieno senso soltanto in relazione al progetto di Dio, nascosto sin dalla fondazione del mondo, che si è rivelato con l’incarnazione del suo Verbo, cioè con l’avvento del Messia. Così dobbiamo pensare che anche il culto veterotestamentario abbia trovato la sua piena realizzazione nel culto istituito da Gesù Cristo. La preghiera, che è parola rivolta a Dio, trova il suo più alto compimento nel Verbo di Dio fattosi carne e vissuto tra noi. Gesù rivela infatti all’umanità, nell’orazione dominica, la piena verità sul nome di Dio, che l’umanità ha invocato sotto varie forme sin dai tempi di Enos. Il nome di Dio è Padre, «sia santificato il tuo nome», il nome di Dio è Figlio, «venga il tuo regno», il nome di Dio è Spirito Santo «sia fatta la tua volontà». Gesù rivela in sé il volto di Dio e nella distinzione delle Tre persone, attraverso la distinzione di tre nomi personali, il nome del Dio Tre volte Santo, contemplato da Isaia nella dossologia angelica (Is 6, 1-3).

Le due forme del culto primordiale, sacrificio e preghiera, trovano nondimeno la loro verità e unità nel Corpo di Cristo, cioè nella vita sacramentale della Chiesa di Cristo. Nella Cena mistica si uniscono il sacrificio incruento e spirituale e il sacrificio della lode, che si riassume nell’invocazione epicletica allo Spirito Santo, affinché rinnovi, nei Doni dell’offerta, l’unità della vita divina con la vita umana, unità che il Cristo Dio sancì in modo indelebile nella sua Incarnazione. Nel Corpo di Cristo sacrificio e preghiera unificano realmente a Dio, o, secondo un termine caro all’ascetica e alla teologia orientali, deificano. Il sacramento dell’Eucaristia unisce a Dio l’uomo che è stato riscattato al Regno attraverso il battesimo; l’Eucaristia rende perfetto cittadino del Regno, colui che è stato fatto degno di esserlo e preparato con il battesimo, che lo ha purificato da ciò che non era degno di entrare nel Regno. La preghiera, sacrificio di lode, si unisce al Supremo Sacramento nel rendere il cristiano membro cosciente del Regno, portando alla luce della coscienza la Grazia che in esso si dà in modo misterioso. È dunque compito della preghiera portare a coscienza l’unità della nostra natura con la natura divina, preparandola e ringraziando per essa, elevando la nostra consapevolezza alla ricchezza misteriosa che è trasmessa in noi dal sacrificio eucaristico, poiché «il seme caduto sulla terra buona sono coloro che, dopo aver ascoltato la parola con cuore buono e perfetto, la custodiscono e producono frutto con la loro perseveranza. Nessuno accende una lampada e la copre con un vaso o la pone sotto un letto; la pone invece su un lampadario, perché chi entra veda la luce. Non c’è nulla di nascosto che non debba essere manifestato, nulla di segreto che non debba essere conosciuto e venire in piena luce» (Lc 8, 15-17). Le parole di S. Paolo ai Tessalonicesi, «pregate incessantemente» (I Tess 5, 17), che abbiamo messo al centro della meditazione in questo incontro ecumenico, assumono tutto il loro significato se considerate come rivelative del ruolo che l’uomo deve avere, con il suo verbo interiore orante, nell’economia che il Verbo di Dio ha preparato per noi. Il Verbo di Dio infatti agisce interiormente in modo incessante in coloro che si sono associati nel Suo nome alla Sua morte e resurrezione, essendo battezzati nel Nome trinitario di Dio. Se il Verbo di Dio agisce segretamente nella persona del cristiano, la preghiera deve essere allora il luogo del nostro consapevole incontro con l’azione di Dio in noi, e siccome l’azione del Verbo di Dio in noi è incessante, così la preghiera deve essere incessante. La preghiera incessante è anticipazione in questo secolo della preghiera incessante che gli angeli e i santi rivolgono per l’eternità al Dio super-eterno: essa è la risposta della creatura angelica e umana alla presenza incessante di Dio in mezzo a noi, con noi, in noi: «Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti» (Ef 4, 6).

S. Paolo completa l’esortazione a estendere la preghiera a ogni tempo e occasione, «pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie » (I Tess 5, 17-18), con parole che ne manifestano la ragione intrinseca: «questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. Non spegnete lo Spirito» (I Tess 5, 18-19). Queste parole ci assicurano che il pegno della preghiera incessante è la progressiva deificazione (o santificazione), nell’attesa escatologica della Seconda venuta, come leggiamo nella conclusione del passo: «Il Dio della pace vi santifichi fino alla perfezione, e tutto quello che è vostro, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Colui che vi chiama è fedele e farà tutto questo!» (I Tess 5, 23-24).

Come immagino sia noto a molti di voi, il cristianesimo ortodosso ha riconosciuto in questa frase dell’Apostolo un’esortazione concreta e l’ha eletta a fulcro della sua spiritualità, tanto monastica quanto laica, la quale ha avuto espressione storica nell’esicasmo e nel suo irradiamento. L’importanza dell’esicasmo per la spiritualità ortodossa non sarà mai sottolineata abbastanza, dal momento che questa istanza ascetica e spirituale riassume in sé i risultati della millenaria riflessione teologico-patristica orientale (basti pensare che è proprio da una querelle sull’esicasmo che la Chiesa ortodossa riconoscerà la sua perfetta espressione teologica nella dottrina del grande difensore degli esicasti, san Gregorio Palamas, canonizzato appena otto anni dopo la nascita al Regno) e al contempo costituisce il pane quotidiano del fedele che scopre in sé la vocazione a uscire dai ritmi di questo mondo per farsi pellegrino, ancora in queste spoglie mortali, del Regno dei cieli (si pensi ai racconti del laico pellegrino russo che scopre questa via al Regno nella preghiera continua). La preghiera continua ci porta dunque al centro della nostra esistenza, onde è anche detta preghiera del cuore, non da ultimo perché va recitata come una meditazione rivolta al cuore: «L’uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore; […] perché la bocca parla dalla pienezza del cuore» (Lc 6, 45). La formula utilizzata in questa preghiera da recitarsi incessantemente, «Signore Gesù Cristo figlio di Dio abbi pietà di me peccatore», è un Credo abbreviato, dal momento che essa invoca il nome del Signore Gesù, «che è al di sopra di ogni altro nome» (Fil 2, 9), confessa la Trinità, dal momento che il Figlio, implica il Padre e la confessione del Figlio come Signore non può darsi se non nello Spirito santo («nessuno può dire “Gesù è Signore” se non sotto l’azione dello Spirito Santo» I Cor 12, 3). Essa è inoltre un’estensione dell’invocazione liturgica per eccellenza che l’assemblea dei fedeli rivolge al Signore: «Signore pietà, Kyrie eleison» ed è estensione nell’intimità personale della preghiera continua che la Chiesa offre a Dio nel ciclo dell’ufficiatura quotidiana, seguendo l’ispirazione del profeta Davide: «Sette volte al giorno io ti lodo, per le sentenze della tua giustizia» (Ps 118, 164). La preghiera incessante si configura dunque come il centro della vita spirituale del cristiano e riflesso della vita spirituale dell’intera assemblea dei credenti; essa non può mancare di esprimere la pienezza della fede e la ricchezza della vita ecclesiale, sicché possiamo dire che la preghiera incessante è triadologica, cristologica e pneumatologica, ha fondamento scritturistico e ha valenza ecclesiologica nonché liturgica.

Ma soprattutto, le generazioni di santi che ci hanno preceduto nella preghiera del cuore ci indicano che essa racchiude un frutto, una perla preziosa e luminosa, che ne costituisce il fine. Essa non è infatti una mera azione umana, che Dio accetta nei suoi cieli e ricompenserà nel tempo opportuno. No, non solo: la preghiera è anche e soprattutto azione di Dio nell’uomo, che lo trasforma fino a trasfigurarlo nella natura della luce taborica, nella quale gli apostoli hanno potuto contemplare il Cristo nella sua teofania spirituale e divina, contemplando in definitiva ciò che la natura umana è chiamata a diventare: luce. «Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli» (Mt 2, 14-16). La preghiera è un’azione divino-umana, è sinergia, come solo sinergica può essere la nostra Salvezza. Quando arriveremo a pregare nello Spirito Santo, sarà lo Spirito che pregherà in noi, sicché la preghiera incessante si rivelerà essere una progressiva «acquisizione dello Spirito Santo», acquisizione che è il fine di ogni cristiano, come diceva san Serafino di Sarov.

Cari fratelli e care sorelle in Cristo, la vocazione ecumenica che ci raduna questa sera, possa riconoscere nell’esortazione paolina alla preghiera incessante l’unità della fede che essa implica, unità con Dio Padre Figlio e Spirito Santo e conseguentemente unità con i nostri fratelli che nel medesimo nome pregano, che ci aiuti a guardare ai doni deificanti della preghiera non come qualcosa di già dato per acquisito al momento del nostro battesimo e della nostra professione di fede, ma come qualcosa da raggiungere nel perfezionamento della nostra vita cristiana, e, nel perseguire questo perfezionamento, guardare ai fratelli che stanno camminando verso il medesimo traguardo e con loro rivolgere le parole che profeticamente richiamano l’unità del Popolo di Dio nell’invocazione del Suo nome: «Beato il popolo che ti sa acclamare / e cammina, o Signore, alla luce del tuo volto: / esulta tutto il giorno nel tuo nome, /e nella tua giustizia sarà esaltato» (Ps 88, 16-17).

Amen

(p. Sergio Mainoldi, Parrocchia di Cristo Salvatore, S. Caterina Martire e S. Serafino di Sarov – San Remo, Comunità della Protezione della SS. Madre di Dio – Vigevano)

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di Sandro Magister: « Beatissimo Padre, in questa era di irrazionali barbarie… »

dal sito:

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1340851

« Beatissimo Padre, in questa era di irrazionali barbarie… »

L’appello a Benedetto XVI « per il ritorno a un’arte sacra autenticamente cattolica ». Primo firmatario il grande scrittore tedesco Martin Mosebach. E intanto s’avvicina l’incontro tra il papa e gli artisti nella Cappella Sistina

di Sandro Magister

ROMA, 5 novembre 2009 – A pochi giorni dall’annunciato incontro del 21 novembre tra il papa e gli artisti nella Cappella Sistina, sul tavolo di Benedetto XVI è già arrivato un appello che ne anticipa il principale motivo.

L’appello è « per il ritorno a un’arte sacra autenticamente cattolica » ed è stato sottoscritto non da artisti ma da studiosi e persone variamente appassionate alle sorti dell’arte cristiana. Fra gli altri: Nikos Salingaros, Steven J. Schloeder, Steen Heidemann, Duncan G. Stroik, Pietro De Marco, Martin Mosebach, Enrico Maria Radaelli.

Mosebach è un affermato scrittore tedesco che Joseph Ratzinger conosce bene. Il suo ultimo libro: « Eresia dell’informe. La liturgia romana e il suo nemico », è uscito quest’anno anche in Italia, edito da Cantagalli. Ed è una scintillante apologia della grande arte cristiana, anzi, della stessa liturgia cattolica come arte. Con pungenti invettive contro l’iconoclastia che oggi impera nella stessa Chiesa cattolica. Mosebach ha dedicato il libro al filosofo Robert Spaemann, anche lui molto conosciuto e apprezzato dall’attuale papa.

Radaelli, discepolo del grande filologo e filosofo cattolico Romano Amerio, è raffinato cultore di estetica teologica. Il suo capolavoro è: « Ingresso alla bellezza », uscito nel 2008, un magnifico percorso d’ingresso nel mistero di Dio attraverso quella sua « Imago » che è Cristo. La bellezza come apparire della verità.

L’appello è nato anche da seminari tenuti nei mesi scorsi nella biblioteca della pontificia commissione dei beni culturali della Chiesa, ospitati dal vicepresidente di questa commissione vaticana, l’abate benedettino Michael J. Zielinski. Hanno avuto parte negli incontri don Nicola Bux e padre Uwe Michael Lang, consultori dell’ufficio delle celebrazioni liturgiche papali e, il secondo, officiale della congregazione per il culto divino. Ma tra i promotori dell’appello non figura nessun ecclesiastico, né tanto meno alcun responsabile vaticano. I firmatari sono laici, di varia competenza e professione.

Dopo una breve introduzione, il testo si articola in sette capitoletti dedicati alle cause dell’attuale frattura tra Chiesa e arte, ai riferimenti teologici, ai committenti, agli artisti, allo spazio sacro, alla musica sacra, alla liturgia.

E termina con l’appello vero e proprio, così formulato:

« Per tutte le ragioni qui esposte, nella consapevolezza di ricevere dalla Santità Vostra l’ascolto paterno e con ciò l’attenzione misericordiosa del Vicario di Cristo, Vi supplichiamo, Beatissimo Padre, di voler leggere nel nostro presente accorato appello la più struggente preoccupazione per le terribili condizioni in cui oggi versano tutte le arti che sempre hanno accompagnato la sacra liturgia, nonché una modesta, umilissima richiesta d’ausilio alla Santità Vostra:

– affinché arti e architettura sacre possano tornare a essere e mostrarsi veramente e profondamente cattoliche;

– affinché poi le moltitudini dei fedeli anche più semplici e indotti possano tornare a stupirsi e gioire di questa nobile e pervasiva bellezza ancora e sempre presente vivamente nella casa del Signore, e da essa tornare a raccogliere nel cuore i più alti e ancor nuovi insegnamenti;

– affinché infine la Chiesa possa rivelarsi, anche in questa era di mondane, irrazionali e diseducative barbarie, l’unica vera, solerte e attenta promotrice e custode di un’arte nuova e davvero ‘originale’, ossia in grado anche oggi, come sempre è fiorita in ogni tempo pregresso, di rifiorire dall’antico, dalla sua inclita ed eterna Origine, ovvero dal senso più intimo della Bellezza che rifulge nella Verità di Cristo ».

Il testo integrale con l’elenco dei firmatari può essere letto, in più lingue, nel sito web creato allo scopo:

> Appello al Santo Padre Benedetto XVI per un’arte sacra autenticamente cattolica

Qui di seguito eccone un capitoletto d’assaggio.

VI. MUSICA SACRA E CANTO LITURGICO

Santità, la Chiesa ha oggi l’opportunità di riappropriarsi del suo ruolo « altamente » magisteriale in materia di musica sacra e principalmente nel campo della musica e del canto liturgici, che debbono necessariamente rispondere alle categorie del « buono » e del « giusto » per la loro intima coincidenza, e non solo corrispondenza, con la liturgia stessa (Paolo VI, discorso ai cantori della cappella pontificia del 12 marzo 1964).

Nella millenaria storia del cristianesimo il dialettico  rapporto fra musica sacra e musica profana ha prodotto più volte l’intervento dell’autorità ecclesiastica per « ripulire l’edificio della liturgia romana » (perifrasi espressamente usata da molti pontefici) dalle intrusioni secolaristiche che proprio la musica portava nelle chiese e che, con il passare dei secoli e il progressivo sviluppo tecnico-musicale, sono divenute sempre più gravi e debordanti dal corretto uso liturgico, finendo spesso per arrogarsi ruoli auto-referenzianti di natura profana.

Dai tempi della costituzione apostolica « Docta sanctorum » di papa Giovanni XXII (1324), il magistero ha sempre indicato i retti modi di intendere la musica al servizio del culto, approvando via via quelle novità tecniche compatibili con la liturgia, ma additando sempre e costantemente fino ai nostri giorni (compreso il magistero del Concilio Vaticano II e dell’intero post-concilio) nel canto gregoriano la radice primigenia, la fonte di ispirazione costante, la più alta – proprio perché semplicemente « nobilissima » – forma di musica che possa incarnare l’ideale liturgico cattolico nel modo più perfetto, anche in virtù del suo oggettivante anonimato meta-storico e della sua verace universalità estetica, verbale, sensibile.

Non possiamo oggi certamente stabilire degli stili o forme musicali pre-concette, ma il recupero del canto gregoriano, della buona polifonia e musica organistica (anche ispirate ad esso) antiche, moderne e contemporanee, servirebbe certamente, dopo decenni di assoluto sconcerto e probabilismo musicale, a recuperare dei « vocaboli » liturgici che la Tradizione artistica e musicale cattolica ci ha offerto per secoli: essi hanno funzionato – per usare una icastica espressione di papa Paolo VI nell’enciclica « Mysterium fidei » – come vere e proprie « tessere della fede » cattolica, la quale si è sostentata da sempre di dati sensibili, dotati di verità e bellezza, quanto alieni da intellettualismi sterili e manierati o archeologismi da evitare con ogni cura (come indicò papa Pio XII nell’enciclica « Mediator Dei » da cui scaturì la riforma liturgica del secondo Novecento).

Forse tra le arti devolute al servizio del culto, la musica è la più forte, per quel costante senso « catechetico » che il magistero le ha ininterrottamente riconosciuto, e parimenti la più delicata in quanto, per sua natura e contrariamente alle altre arti, necessita di un « tertium medium » fra l’autore ed il fruitore, ovvero l’interprete. Per tali ragioni la sollecitudine della Chiesa deve, come in passato, rivolgersi alla formazione degli autori come degli interpreti: certo lo sforzo in tal senso è infinitamente più grave che nel tardo Medioevo, nell’età barocca, o nell’Ottocento, trattandosi di forze che oggi provengono da una società che, contrariamente al passato, di cristiano ha veramente poco e la catechesi in tal senso dovrebbe ripartire dai « fondamentali », onde i musicisti – quando abbiano le professionalità adatte – recuperino il « sensus ecclesiæ » come finanche il « sensus fidei ».

__________

E a proposito dell’incontro tra il papa e gli artisti…

L’annunciato incontro tra Benedetto XVI e gli artisti avverrà la mattina di sabato 21 novembre 2009, nella Cappella Sistina.

Il programma dell’incontro sarà il seguente. Dopo un preludio musicale, l’arcivescovo Gianfranco Ravasi, presidente del pontificio consiglio della cultura, rivolgerà un saluto al papa a nome dei presenti. Quindi saranno letti alcuni brani della « Lettera agli artisti » di Giovanni Paolo II, del 4 aprile 1999. E infine papa Joseph Ratzinger terrà il suo discorso. Un secondo momento musicale chiuderà l’incontro.

La Cappella Sistina ha una dimensione limitata e quindi gli artisti presenti saranno al massimo cinquecento, da tutto il mondo e di tutte le discipline: pittori e scultori, architetti, scrittori e poeti, musicisti e cantanti, uomini di cinema, di teatro, di danza, di fotografia. Agli inviti ha provveduto il pontificio consiglio della cultura.

Oltre alla lettera di Giovanni Paolo II del 1999, un altro precedente importante è di quarantacinque anni fa. È l’incontro tra Paolo VI e gli artisti del 7 maggio 1964, anche quello avvenuto nella Cappella Sistina.

La ragione che ha motivato il nuovo incontro è che « l’alleanza tra fede cristiana e arte si è infranta ». Così si è espresso monsignor Ravasi annunciando l’evento, lo scorso 10 settembre.

L’alleanza tra fede e arte fa tutt’uno con l’identità della Chiesa. L’ebraismo proibiva le immagini sacre. Ma la fede nel Dio incarnato ha indotto presto la Chiesa ad assumere come proprio linguaggio figurato l’arte greca e romana.

Questo geniale sposalizio della Chiesa con l’arte è andato incontro periodicamente a contestazioni iconoclaste. Nel primo millennio in Oriente e nel secondo millennio in Occidente, prima col protestantesimo e oggi con la generale tendenza antifigurativa non solo dell’arte ma anche della commìttenza ecclesiastica.

Incontrando gli artisti in quel luogo sommo dell’arte cristiana che è la Cappella Sistina, Benedetto XVI si propone precisamente di arrestare questo decadimento e riannodare un dialogo, nella speranza che risorga un’alleanza feconda tra l’arte e la Chiesa.

In un tempo « in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento », a papa Ratzinger viene forse in mente quello che disse san Giovanni Damasceno nel pieno della tempesta iconoclasta:

« Se un pagano viene e ti dice: Mostrami la tua fede! tu portalo in chiesa e mostra a lui la decorazione di cui è ornata e spiegagli la serie dei quadri sacri ».

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buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno canary-grass

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Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 10 novembre, 2009 |Pas de commentaires »

Beata Teresa di Calcutta: « Siamo servi inutili »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20091110

Martedì della XXXII settimana del Tempo Ordinario : Lc 17,7-10
Meditazione del giorno
Beata Teresa di Calcutta (1910-1997), fondatrice delle Suore Missionarie della Carità
A Simple Path, p. 106

« Siamo servi inutili »

Non preoccupatevi di cercare la causa dei grandi problemi dell’umanità ; accontentatevi di fare ciò che potete fare per risolverli, portando il vostro aiuto a coloro che ne hanno bisogno. Alcuni mi dicono che facendo la carità agli altri, solleviamo gli Stati dalle loro responsabilità verso i bisognosi e i poveri. Non per questo m’inquieto, perché, di solito, gli Stati non offrono l’amore. Faccio semplicemente quanto posso fare, il resto non è di mia competenza.

Dio è stato tanto buono per noi ! Lavorare nell’amore, è sempre un mezzo per avvicinarsi a lui. Guardate ciò che Cristo ha fatto durante la sua vita sulla terra ! L’ha passata beneficando (At 10,38). Ricordo alle mie sorelle che egli ha passato i tre anni della sua vita pubblica curando i malati, i lebbrosi, i bambini e altri ancora. Proprio questo facciamo predicando il Vangelo con le nostre azioni.

Consideriamo un privileggio servire gli altri ; e proviamo ad ogni istante di farlo con tutto il cuore. Sappiamo bene che la nostra azione non è altro che una goccia di acqua nell’oceano, eppure senza la nostra azione, questa goccia mancherebbe.

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 10 novembre, 2009 |Pas de commentaires »

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