Archive pour le 5 novembre, 2009

Via Crucis al Colosseo (2003)

Via Crucis al Colosseo (2003) dans immagini sacre presentazione-via-crucis

http://www.vatican.va/news_services/liturgy/2003/documents/ns_lit_doc_20030418_viacrucis_it.html

Publié dans:immagini sacre |on 5 novembre, 2009 |Pas de commentaires »

“Essere santi” con Paolo

dal sito:

http://www.zenit.org/article-20109?l=italian

“Essere santi” con Paolo

Chi sono i «santi» ai quali si rivolge l’Apostolo?

ROMA, giovedì, 29 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito un articolo a firma di don Carlo Cibien, dottore in teologia con specializzazione in sacramentaria, apparso sul numero di novembre di Paulus, dedicato alla Prima lettera a Timoteo e al tema “Paolo l’organizzatore”.

* * *

La fede dell’apostolo Paolo ha radici profonde nella fede secolare del popolo d’Israele. Quando ci si interroga sulla sua idea di “santità” occorre dunque ripercorrere, almeno a grandi linee, la strada intrapresa dall’Apostolo.

Dio solo è “il Santo”

Il comando del Signore, introdotto in Levitico 11,44: «Santificatevi e siate santi perché io sono santo» è poi ribadito nel cosiddetto “Codice di santità”: «Parla a tutta la comunità dei figli d’Israele e di’ loro: Siate santi, perché santo sono io, il Signore Dio vostro. Ognuno di voi abbia riverenza per sua madre e suo padre e osservate i miei sabati. Io sono il Signore Dio vostro» (Lv 19,2-3). Qualche commentatore si trova imbarazzato di fronte a questo particolare ordine (madre, padre, sabato). Forse gli sfugge che nel brano ci sono, ma in ordine crescente, le tre componenti essenziali della legge di Dio: Dio stesso; il sabato, come spazio cosmico in cui gli uomini s’incontrano con Dio; i genitori: madre e padre, come datori di vita ed educatori alla pratica del sabato e dunque al rapporto con Dio, e come educatori al rapporto con gli altri uomini e con la società nella storia. Quella indicata dal codice di Levitico 19 è dunque una santità densa: la santità che viene da Dio e che Dio chiede al suo popolo, una santità olistica, che investe ogni aspetto della vita. Santità presente e santità futura Nel Nuovo Testamento il plurale “santi” – mentre al singolare è usato solo per Dio – appare nella descrizione della risurrezione di Gesù: «Le tombe si aprirono e molti corpi dei santi che vi giacevano risuscitarono. Infatti, dopo la risurrezione di lui uscirono dalle tombe, entrarono nella città santa e apparvero a molti» (Mt 27,52-53). E quindi nelle descrizioni della parusìa: «Il Signore [...] confermi i vostri cuori irreprensibili nella santità davanti a Dio nostro Padre, nella venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi» (1Ts 3,13), assimilando così i santi agli angeli, che nella tradizione giudaica fanno corona al Signore nel giorno della sua venuta (cfr. Zc 14,5). Anche in questo caso la santità è un termine di unione tra Dio e gli uomini e tra il mondo presente e quello futuro. Potremmo allora collegare alla santità quella definizione che san Tommaso dava della grazia: Gratia nihil aliud est quam quaedam inchoatio gloriae in nobis (STh II-II, q 24, a 3, ad 3), la grazia è il canale che alimenta costantemente la nostra santificazione, fino alla glorificazione in Cristo.

Paolo “strumento” di santificazione

Su questi ambiti di santità Paolo innesterà la nuova situazione che si è venuta a creare per l’umanità con l’incarnazione del Cristo e con tutti quegli eventi teantropici – cioè divino-umani – che hanno costituito poi il kérygma primitivo. Con l’incarnazione di Cristo, Dio dice una parola nuova sull’umanità, una sorta di “nuova creazione”. La comunità dei “cristiani” (cfr. At 11,26) sarà dunque identificata come comunità di santi. Anania, in dialettica con il Signore circa Saulo, dice: «Ho udito molti parlare di quest’uomo e di quanto male ha fatto ai tuoi santi in Gerusalemme» (At 9,13). E la stessa espressione sarà usata da Paolo nel suo discorso di difesa di fronte al re Agrippa (cfr. At 26,10) quando chiamerà in causa il compimento della promessa fatta da Dio ai padri (At 26,6-8) ed evocherà il suo incontro con il Cristo (At 26,13) che gli dice: «Ti libererò dal popolo e dai pagani, ai quali io ti mando, per aprire loro gli occhi perché si convertano dalle tenebre alla luce e [...] ottengano la remissione dei peccati e abbiano l’eredità tra i santificati per la fede in me» (At 17-18). Il “motore” di questa santificazione è subito precisato da Paolo: «Con l’aiuto di Dio fino a questo giorno io ho continuato a rendere testimonianza agli umili e ai potenti, non dicendo nient’altro se non ciò che i profeti e Mosè dissero che doveva avvenire, che il Cristo doveva soffrire e che, risuscitato per primo da morte, avrebbe annunciato la luce al popolo e ai pagani» (At 26,22-23). E quando Agrippa lo riprende con ironia – «Ancora un poco e mi persuadi a farmi cristiano» –, Paolo è pronto a rispondergli: «O poco o molto, Dio volesse che non solo tu, ma anche tutti quelli che oggi mi ascoltano diveniste come io sono, all’infuori di queste catene» (At 26,28-29).

I cristiani: comunità di santi

Paolo è cosciente di non diffondere un messaggio estraneo alla storia del popolo eletto: quel comando contenuto nel Levitico, ora si realizza, ma in un modo nuovo. Paolo non si distacca dal suo passato, non rinnega le proprie radici. Semplicemente è invitato a non fissarsi sulle posizioni raggiunte e lascia che Dio compia in lui il suo disegno: «Per grazia di Dio – dice in 1Corinzi 15,10 – sono quello che sono, e la sua grazia in me non fu vana; anzi, ho faticato più di tutti loro, non io invero, ma la grazia di Dio». Le comunità a cui sono indirizzate le lettere paoline sono spesso chiamate “santi” (Ef 1,4; Col 1,2; 1Cor 1,2; 2Cor 1,1; Rm 1,7). Nella Lettera ai Romani, espressione della maturità, l’Apostolo scrive: «Paolo, servo di Gesù Cristo, chiamato apostolo, consacrato al vangelo di Dio [...] a tutti coloro che si trovano in Roma, amati da Dio, chiamati santi». Quindi descrive il proprio mandato: «Per mezzo di Gesù Cristo abbiamo ricevuto la grazia e la missione apostolica per portare all’obbedienza della fede tutti i gentili a gloria del suo nome, tra i quali siete anche voi, chiamati da Gesù Cristo»; non senza averne spiegato i contenuti: «Vangelo che egli aveva preannunciato per mezzo dei suoi profeti negli scritti sacri riguardo al Figlio suo, nato dalla stirpe di Davide secondo la natura umana, costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti: Gesù Cristo Signore nostro». Come dirà in seguito: «Lo Spirito di Colui che risuscitò Gesù da morte abita in voi, Colui che risuscitò da morte Cristo Gesù darà la vita anche ai vostri corpi mortali, in forza dello Spirito che abita in voi» (Rm 8,11). Questa santità si concretizza in un “comportamento santo” molto concreto. Ad esso Paolo richiama a più riprese le sue comunità, spronandole alla carità verso la “comunità santa” per speciale vocazione: «Ora mi metto in viaggio verso Gerusalemme per rendere un servizio ai santi. È parso bene, infatti, alla Macedonia e all’Acaia, di fare una colletta per i poveri che si trovano tra i santi in Gerusalemme. È parso loro bene, poiché sono anche debitori verso di essi. Se, infatti, i gentili sono venuti a far parte dei beni spirituali, devono rendere loro un servizio sacro [= liturgia] nelle loro necessità materiali» (Rm 15,25-27). Nell’indirizzo della 1Corinzi, Paolo sinteticamente scrive: «Paolo [...] alla chiesa di Dio che è a Corinto, ai santificati in Cristo Gesù, chiamati ad essere santi con tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, nostro e loro». Egli esprime così le due modalità di santificazione: il cristiano è già oggettivamente santificato in Cristo Gesù, ma deve corrispondere soggettivamente rispondendo lungo tutta la sua vita alla chiamata alla santità. Tra l’azione oggettiva di Dio e la santità parusiaca in Cristo, si colloca dunque l’azione libera di ogni persona/comunità che risponde singolarmente/ comunitariamente al Padre, in Cristo, nello Spirito. Tale impegno è costante e investe ogni momento della vita, anche nel caso di valutazioni e giudizi: «Vi è tra di voi chi, avendo una questione con un altro, ha l’ardire di farsi giudicare dagli ingiusti anziché dai santi?». Ma anche in questo caso, la santità in Cristo lega il mondo terreno a quello celeste: «O non sapete che i santi giudicheranno il mondo? [...] Non sapete che giudicheremo gli angeli?» (1Cor 6,1ss.). Paolo quindi conclude: «O non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? [...] E tali eravate alcuni di voi; ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio!» (1Cor 6,9-11).

Carlo Cibien

Publié dans:San Paolo, Santi |on 5 novembre, 2009 |Pas de commentaires »

del Card. Carlo Maria Martini: Ebraismo e Cristianesimo

dal sito:

http://www.nostreradici.it/dialogo_Martini.htm

EBRAISMO E CRISTIANESIMO – STORIA E TEOLOGIA

del Card. Carlo Maria Martini

INDICE:

SGUARDO STORICO
Epoca del Nuovo Testamento
Periodo patristico
Periodo medievale
Periodo moderno e contemporaneo  SGUARDO TEOLOGICO -  Premessa
Le radici comuni che ci rendono fratelli
Differenze
Una speranza e un fine comune
Collaborazione ed emulazione fraterna
——————————————————————————–

SGUARDO STORICO

Epoca del Nuovo Testamento 

Il cristianesimo delle origini è profondamente radicato nell’ebraismo e non può essere compreso senza avere contemporaneamente una sincera simpatia e un’esperienza diretta del mondo ebraico. Gesù è pienamente ebreo, ebrei sono gli apostoli, e non si può dubitare del loro attaccamento alla tradizione dei padri. La pasqua messianica che Gesù, redentore universale e servo sofferente, annuncia e realizza, non si oppone all’alleanza del Sinai, ma ne completa il senso.

Le polemiche antiebraiche presenti nel Nuovo Testamento si comprendono a diversi livelli: a livello storico, nell’atmosfera delle lacerazioni settarie che opponevano i diversi gruppi (farisei, sadducei, qumran, esseni ecc.); a livello teologico, particolarmente in Giovanni: i « giudei » sono una categoria per esprimere chi rifiuta la salvezza (questa terminologia categoriale fu ben chiarita da Karl Barth, per esempio nel commento dell’Epistola ai Romani); a livello escatologico, per cui la « fine » delle strutture dell’alleanza viene sentita come una necessità del Regno, quando Dio regna « tutto in tutti »; a livello ecclesiale, come reazione alle pretese giudaizzanti che si affermavano in ambienti di cristiani provenienti dal paganesimo.

Ma tutto questo non significa che il cristianesimo originario e il Nuovo Testamento abbiano carattere antisemita. Il grande rilievo che Paolo dà alla tradizione e all’alleanza dei padri nella Lettera ai Romani sembra anzi voler contrastare la corrente di una certa opposizione agli ebrei che si manifestava presso alcuni cristiani di Roma provenienti dal mondo greco-romano.

Periodo patristico 

Lo studio dei padri per coglierne il rapporto con l’ ebraismo di ‘ErezJsrael’ e della diaspora (come si esprime in particolare nel Talmud) non è stato ancora compiuto; anche lo studio delle eresie dei primi secoli, specialmente in Asia e Oriente, e il loro rapporto con le correnti ebraiche, sarebbe prezioso per capire la nascita dell’lslam.

Il termine judaeus non ha, fino al secolo v, un senso peggiorativo presso i padri; le categorie di pensiero e la mentalità semita continuano a penetrare il pensiero cristiano in particolare fino a Nicea, ma anche dopo fecondano specialmente gli autori siri, come sant’Efrem, e attraverso di essi -anche grazie a sant’ Ambrogio – sono presenti in Occidente. Questo vale ancor più per la vita liturgica e la preghiera, per la quale è essenziale il rimando all’esperienza sinagogale, come vediamo ad Alessandria al tempo di Origene. Questa familiarità comincerà a incrinarsi nella Spagna visigota (sec. VII), quando i concili imporranno agli ebrei convertiti di abiurare e di abbandonare ogni tradizione precedente.

Agostino, sempre attento a cogliere i semi di verità (i logoi stoici) anche dai pagani, introduce però un elemento negativo nel giudizio sugli ebrei: è la cosiddetta « teoria della sostituzione » dell’antico Israele da parte del nuovo Israele, la chiesa. Ma non siamo ancora a una situazione di pesante intolleranza, come testimonia anche, proprio a Roma, il mosaico paleocristiano di Santa Sabina che raffigura accanto alla « Ecclesia ex Gentibus » la « Ecclesia ex Circumcisione » come una nobile matrona, immagine che nel Medioevo verrà sostituita da quella della sinagoga bendata.

 
Roma – S. Sabina -  Mosaico V Sec.
Ecclesia ex circumcisione – Ecclesia ex gentibus
 

Periodo medievale 

Leon Poliakov ha esaurientemente mostrato che, fino alle crociate, la situazione degli ebrei in Europa è ancora in genere di serena convivenza con la popolazione cristiana.

Una brusca e sanguinosa svolta è provocata dalle masse fanatiche che si muovono disordinatamente insieme agli eserciti diretti in Terrasanta: esse sono responsabili di feroci massacri di intere comunità ebraiche in Germania, nonostante le opposizioni di vescovi e di conti; agli ebrei veniva solo lasciata la scelta fra battesimo e martirio, e a migliaia scelsero quest’ultimo proclamando la propria fedeltà a Dio. Dal 1144 si diffonde anche l’accusa di omicidio rituale e più tardi quella di un odioso complotto degli ebrei, maledetti perché deicidi, contro il genere umano. Le conseguenze, specie a livello popolare, saranno gravissime: gli ebrei diventano quasi simbolo del male satanico, da estirpare implacabilmente con ogni mezzo.

La chiesa non partecipa di queste aberrazioni, tuttavia risente di questa atmosfera: così, nel 1215, il Concilio Lateranense IV impone agli ebrei il « segno » distintivo.

I secoli XIII-XIV vedono però a Roma una comunità ebraica particolarmente fiorente, e nel 1310-1311 il Concilio di Vienne decreta l’istituzione in tutta Europa di cattedre di ebraico e aramaico per lo studio del Talmud, anche se questa riforma di studi non venne mai attuata. Comunque in Spagna, Francia e Italia la collaborazione a livello culturale fra ebrei e cristiani è profonda; un’atmosfera che traspare nella novella di Melchisedèc Giudeo e del Saladino di Boccaccio (Decameron 1,3).

Il Medioevo, per gli ebrei, continuerà in Europa fino alla rivoluzione francese, marcato da due eventi gravissimi: l’esilio dalla Spagna (1492) e l’istituzione del ghetto, determinata dalla Bolla pontificia Cum nimis absurdum (1555), accompagnata da roghi del Talmud, vessazioni, processi religiosi, decadimento culturale. Queste persecuzioni debbono ispirarci una seria i riflessione per coglierne le cause, e certo i pregiudizi religiosi, alimentati da accese predicazioni popolari (ad esempio quella di san Bernardino), offrirono facili pretesti a chi cercava di trarre vantaggi politici o economici dagli ebrei insicuri e minacciati. Riconoscere gli errori di una malintesa religiosità o, peggio, del cieco fanatismo, è umile saggezza. L’intolleranza religiosa maschera spesso l’irreligiosità, e una religiosità meno attenta può essere strumentalizzata ad altri fini: non mancano esempi nella Scrittura, e Gesù perciò esorta alla conversione del cuore, per adorare il Padre « in spirito e verità » (Gv 4,23).

Periodo moderno e contemporaneo 

Gli ebrei dopo l’emancipazione sono attivamente presenti in campo scientifico, letterario, filosofico, politico, economico, artistico, nelle nazioni nate nell’epoca moderna, mentre fioriscono correnti favorevoli al ritorno alla « terra », in Palestina, ispirate da motivi religiosi o puramente politico-ideologici.

Nello stesso periodo, invece, la chiesa sperimenta una stagione di non facili rapporti con il nuovo ordine sociale e la nuova mentalità. Possiamo forse pensare che se ci fossero state relazioni fraterne fra cristianesimo ed ebraismo non avremmo sperimentato certe dolorose incomprensioni fra chiesa e mondo moderno?

Nuovi pogrom si susseguono in Russia sul finire del secolo XIX: anche qui fanatismo, intolleranza e pregiudizi religiosi si uniscono alle motivazioni politiche. Tragico e indescrivibile è l’orrore dello sterminio degli ebrei d’Europa programmato con sistematica e assurda ferocia dai nazisti: questa nuova tirannide statolatrica sfruttava abilmente i secolari pregiudizi antiebraici diffusi a livello popolare. All’orrore si unisce in noi un vivo dolore, se consideriamo quanta indifferenza, o peggio, quanto astio separava spesso ebrei e cristiani in quegli anni; ma va pure ricordato l’eroismo di molti per soccorrere gli ebrei perseguitati.

Pio XI stava preparando una enciclica di condanna dell’antisemitismo, e solo la morte interruppe questo progetto.

Il dopoguerra vede il risorgere di uno stato ebraico con una propria autonomia e con caratteri democratici, per il quale la maggior parte degli ebrei prega salutandolo quale « inizio della fioritura della Redenzione ». La chiesa si pone in atteggiamento di dialogo con il mondo, attenta a discernere i « segni dei tempi », in spirito di servizio all’umanità ancora lacerata da gravi contraddizioni. Il Concilio Vaticano II esprime tutta la passione della chiesa per la salvezza del mondo e per la pace e ripudia l’accusa di « deicidio » e « l’insegnamento del disprezzo » (Jules Isaac) nei riguardi degli ebrei, sottolineando al contrario il grande patrimonio comune di fede nel mistero del piano salvifico voluto da Dio.(1) I segni di queste grandi aperture, come la visita di Giovanni Paolo II alla sinagoga di Roma o la grande preghiera per la pace in Assisi, sono sotto gli occhi di tutti noi. Il 2 maggio 1987, il santo padre ha proclamato beata una figlia del popolo ebraico che ad Auschwitz si è offerta con Cristo « per la vera pace » e « per il suo popolo ».

1. Concilio Vaticano II, Nostra Aetate, 4.

SGUARDO TEOLOGICO  

Queste brevissime note storiche vogliono solo essere uno stimolo per mostrare quanto sia necessaria una sempre più accurata analisi critica del passato: la chiesa sarà costantemente grata a chi le offrirà un serio contributo culturale, prezioso per I interpretare la storia alla luce dei principi di fede.

Vorrei indicare alcuni di questi principi, che un faticoso e talora doloroso cammino storico ha fatto emergere nella riflessione teologica e nei documenti applicativi del Concilio emanati dalla Commission for the Religious Relations with the Jews, istituita nel 1974, di cui fui per diversi anni consultore. Questo cammino deve continuare e la teologia è invitata, con più insistenza dopo la Shoah, a confrontarsi con la storia e l’esperienza di fede degli ebrei ad Auschwitz » (J.B. Metz).

Le radici comuni che ci rendono fratelli 

Giovanni XXIII, il Concilio, Paolo VI (con l’enciclica Ecclesiam Suam), Giovanni Paolo II, cioè tutto il recente magistero universale della chiesa, così come i documenti di conferenze episcopali e di singole chiese locali, concordemente ribadiscono che chiesa e popolo ebraico sono legati da un profondo vincolo « a livello della propria identità religiosa », un vincolo che non distrugge ma valorizza le due comunità e i singoli membri nelle loro specifiche differenze e nei loro valori comuni.

Vorrei qui tentare solo un rapido sommario non esaustivo di questi elementi comuni, secondo la Scrittura e la tradizione.

La fede di Abramo e dei patriarchi nel Dio che ha scelto Israele con irrevocabile amore; la vocazione alla santità: « Siate santi, perché io sono Santo » (Lv Il,45) e la necessaria « conversione (teshuvah) del cuore »; la venerazione per le Sacre Scritture; la tradizione di preghiera, tanto privata quanto pubblica; l’obbedienza alla legge morale espressa nei comandamenti del Sinai; la testimonianza resa a Dio nella « santificazione del Nome » in mezzo ai popoli, fino al martirio se necessario; il rispetto e la responsabilità nei confronti di tutto il creato, l’impegno per la pace e il bene dell’umanità intera, senza discriminazioni.

E tuttavia questi elementi comuni sono intesi, vissuti nelle due tradizioni con modalità profondamente differenti.

Differenze 

Questi profondi valori che ci uniscono non sopprimono certo le caratteristiche che ci distinguono e che vanno esposte con altrettanta chiarezza, a fondamento di un onesto dialogo; in Gesù morto e risorto noi cristiani adoriamo il Figlio unigenito prediletto del Padre, il Messia signore e redentore dei popoli tutti che ricapitola in se l’intero creato. Tuttavia con questo atto di fede noi riteniamo di confermare i valori ebraici e la Torah, come afferma Paolo (Rm 3,31). La nostra esegesi dinamica ed escatologica delle Scritture ci pone in una linea di continuità-diversità con l’interpretazione ebraica.

Rimane il dovere urgente, per la riflessione ecclesiologica, di chiarire come le due comunità dell’alleanza, chiesa e sinagoga, non si confondano pur partecipando di una missione comune a servizio di Dio e dell’uomo. Sant’Ambrogio, parlando dei rapporti fra le due « alleanze » (Antico Testamento-Nuovo Testamento) parla di « rota intra rotam » e l’immagine è attraente. San Paolo aveva usato l’immagine viva dell’ulivo buono e dell’ oleastro.

La storia passata, d’altra parte, ci ha mostrato quanto danno questa missione ha patito a causa delle eccessive e talvolta tragiche contrapposizioni polemiche che ci hanno divisi.

Una speranza e un fine comune 

Non solo le radici e molti elementi del nostro cammino sono comuni, ma anche la meta finale può essere espressa e intesa in termini di convergenza. La speranza nel futuro messianico, quando Dio solo regnerà, Re di giustizia e di pace; la fede nella risurrezione dei morti, nel giudizio di Dio, ricco di misericordia, la redenzione universale, sono temi comuni per ebrei e cristiani. Le stesse diversità che su questi punti ci contraddistinguono potrebbero essere viste, forse più spesso di quanto non sembri, anche nel senso di una reciproca complementarità.

Collaborazione ed emulazione fraterna 

Sul fondamento di questi principi, che certo andranno attentamente studiati e approfonditi, appare già ora e apparirà credo più chiaramente come esista un ampio spazio per un doveroso impegno comune, specialmente a livello spirituale, etico, nel campo dei diritti umani e nell’assistenza a popoli e persone bisognosi di solidarietà per la pace e lo sviluppo integrale dell’umanità. Sempre più spesso appariranno anche punti di contatto affini che allargheranno queste responsabilità comuni ad altri credenti, in particolare ai fedeli dell’lslam.

A questo proposito, l’impegno comune di ebrei, cristiani e musulmani per una soluzione equilibrata che porti la pace « giusta e completa » (Giovanni Paolo II, 6 settembre 1978) a Israele, al popolo palestinese e al Libano, si fa sempre più urgente. Gerusalemme è come il centro e il simbolo di questi comuni valori religiosi, storici, etici e culturali, che debbono essere armonicamente composti e rispettati.

Come, alla vista di Gerusalemme, Gesù pianse « affinché ottenesse il perdono per le lacrime del Signore » (sant’ Ambrogio, De paenitentia, 1.11), così noi tutti speriamo che da Gerusalemme sgorghi un fiume di pace e un torrente di perdono e di amore.

[Relazione al colloquio internazionale dell'International Council of Christian and Jews, 9 luglio 1984, in Città senza mura, EDB, Bologna 1984]

Jean – Marie Lustiger: Gli ebrei ed i cristiani domani (1998)

dal sito:

http://www.nostreradici.it/lu_centrale.htm

1998 – Premio « Nostra Aetate » – Conferenza

Gli ebrei ed i cristiani domani
del Cardinale Jean – Marie Lustiger, Arcivescovo di Parigi

Sono molto commosso nel sentirmi ben accolto in questa famosa e venerabile sinagoga, antica di oltre un secolo!

Per questo motivo mi sento profondamente grato al Presidente Robert Berend ed al Rabbino Allan Schranz. Inoltre desidero ringraziare per la loro presenza il mio confratello Cardinale, Arcivescovo John O’ Connor, ed il console di Francia a New York, l’Onorevole Richard Duqué.

Inoltre la mia gratitudine va in particolar modo al Rabbino Joseph Ehrenkranz, al Dr. Anthony Cernera e a tutti i funzionari del Centro per l’Accordo Cristiano Giudaico dell’Università del Sacro Cuore di Fairfield, ed ancora al Dr. Samuele Pisar per avermi presentato con tanta premura e riguardo.

Desidero infine ringraziare tutti voi per la generosità con cui mi avete assegnato il Premio « Nostra Aetate », associandomi con il Rabbino Rene Samuel Sirat, che sento vicino con molta stima ed amicizia. La sua presenza qui aggiunge valore all’onorificenza che voi mi conferite. La vostra scelta mi commuove più di quanto voi possiate immaginare. Possa l’Onnipotente benedire i vostri sforzi e il vostro lavoro.

Se un tale evento può avere luogo qui, negli Stati Uniti, deve esserci una ragione. Tutti voi siete consci  delle particolari condizioni che la storia e la cultura americana hanno offerto alle relazioni tra Cristiani ed Ebrei, di fronte all’Europa ed alle sue tragedie. Secondo il mio parere, attualmente voi siete molto più liberi dei Cristiani ed Ebrei del vecchio continente, dove ancora sono aperte le ferite passate, [1] e potete trarre vantaggio da tutto quello che è stato approfondito e realizzato ovunque nel mondo, in Europa come in Israele.

Il prossimo anno non mancherò di invitare i cattolici di Parigi ad unirsi alla Comunità ebraica in preghiera per yom-shoà, la commemorazione del giorno della shoà indetta  per il 13 aprile 1999; 27 Nissan 5759 in spirito di penitenza e con atto di fede nel Signore dei morti e dei viventi. Forse quello che sarà fatto a Parigi potrà essere fatto altrove e in particolare a New York?

Potrei provare a far un passo in più con voi interrogandomi circa il futuro dei rapporti tra gli Ebrei e i Cristiani? Naturalmente non posso cancellare dal mio cuore e dalla mia mente tutte le sofferenze che le persecuzioni hanno stampato nella mente e nel cuore degli ebrei. Ciò nonostante io mi sforzerò di indagare circa i rapporti e gli incontri, e persino circa talune convergenze contraddittorie tra coscienza Ebraica e Cristiana durante gli ultimi due millenni. Per un tale chiarimento, è necessario aprire un nuovo dialogo che non riprodurrà soltanto le controversie dei secoli passati.

Nuovi rapporti tra Cristiani ed Ebrei?

È passato mezzo secolo dalla fine della seconda guerra mondiale e dalla creazione dello Stato di Israele. Mentre ci stiamo avvicinando al terzo millennio dell’era cristiana, una nuova era è cominciata nella storia dell’umanità. Le relazioni tra Ebrei e non Ebrei sono cambiate profondamente nel corso degli ultimi 50 anni. In primo luogo geograficamente. La maggior parte degli Ebrei che hanno vissuto – in certi casi per più di venti secoli – in zone che sono diventate paesi islamici, sono ritornati in Israele o emigrati in paesi con una cultura occidentale per lo più cristiana.

Inoltre, molti ebrei sopravvissuti hanno lasciato l’Europa e l’ex Unione Sovietica e molti lo stanno ancora facendo. Un risultato di tutti questi movimenti di popolazioni, che sono cominciati alla fine del XIX secolo, è che al giorno d’oggi nessuna nazione, nemmeno Israele, ha un numero maggiore di Ebrei di quelli residenti negli Stati Uniti. La Francia è l’unica nazione europea dove si è mantenuto e ricostituito un gruppo ebraico di ampiezza paragonabile, grazie all’immigrazione sefardita dal Nord Africa.

Questi movimenti geografici corrispondono ad altrettanti spostamenti culturali e spirituali ed altresì a nuovi tipi di rapporti tra Ebrei e Cristiani. Probabilmente gli europei non sono completamente consapevoli dell’importante lavoro di confronto attualmente in corso in Francia. La maggior parte di loro ancora non è a conoscenza dell’incontro americano tra la cultura ebraica e quella cristiana. Questa simbiosi è in parte posteriore ai precedenti centri culturali che resero famosi luoghi come Praga, Varsavia, Vilnius, Vienna, Berlino, così come parecchie città universitarie tedesche, senza dimenticare Parigi e Londra. L’America, dunque, dà il benvenuto alle voci yiddish che venivano dagli shtetl della Polonia, della Russia ed altri Stati dell’Europa dell’est prima della shoà e delle purghe staliniane.

Un approfondimento storico culturale comprendente il periodo fine XVIII /fine XX secolo non potrebbe non  illustrare il ruolo esercitato dagli Ebrei e da fonti ebraiche nella cultura della modernità occidentale e dovrebbe, altresì, dar particolare rilievo al rinnovo dei rapporti tra Ebrei e Cristiani a partire dal 1948, specialmente negli Stati Uniti e più ancora qui a New York, tenendo anche conto che oggi, mentre sono riconosciuti gli Ebrei che vivono tra i Cristiani Occidentali, il giovane Stato d’Israele è circondato da nazioni Musulmane.

Il radicale cambiamento della concreta condizione della realtà ebraica è contemporaneo a molte diverse trasformazioni: l’aggiornamento per la Chiesa Cattolica voluto dal Concilio Vaticano II, che l’ha invitata ad andare oltre l’esclusivismo delle vecchie culture Europee. Infatti le catene dei determinismi nel sentire nazionale e politico degli stati, saldatesi lungo i secoli, hanno contenuto troppo a lungo il suo dinamismo spirituale entro i limiti dei punti di riferimento europei.

I tremendi cambiamenti economici e politici che si sono determinati oggi hanno prodotto un orizzonte esperienziale in cui si delineano entrambi i due « eventi » che ho evocati: l’evoluzione della condizione Ebrea ed il rinnovamento della Chiesa Cattolica. [2]

Si sta compiendo un momento cruciale nella storia dell’umanità. Dopotutto, i cattolici obbediscono alle parole di Gesù che spiega il comandamento non uccidere:  » E così se stai per presentare il tuo sacrificio all’altare ed improvvisamente ricordi che tuo fratello nutre risentimento verso di te, lascia il tuo dono davanti all’altare. Prima va a far pace con tuo fratello, poi ritorna ad offrire il tuo sacrificio » (Matteo 5, 23-24). Queste parole del vangelo non tengono in nessuna considerazione quello che tu pensi di te stesso o le ragioni per le quali tu vorresti giustificarti o protestare la tua innocenza. Esse riconoscono semplicemente le offese dell’altro – in questo caso di tuo fratello – così come egli le ha subite.

Nella relazione Cristiani ed Ebrei, i primi hanno aperto i loro occhi e le loro orecchie ai dolori a alle ferite degli Ebrei. Accettano di essere ritenuti responsabili e sono d’accordo nel sostenere quel peso senza scaricarlo su altri. Non hanno cercato di dichiararsi innocenti. E se non hanno richiesto il perdono alla vittima, [2/bis] è perché sono consapevoli che soltanto Dio li può assolvere, come recita il Vangelo di Matteo (9,4). Egli ricorda che solo Dio sa ciò che c’è nel cuore umano e che Egli è il giudice supremo: Gesù inoltre dice (Matteo 7,1) « Non giudicare » (cioè non sostituirti a Dio) « e non sarai giudicato » (il che vuol dire Dio non ti giudicherà). Nel nome della verità i Cristiani chiedono agli Ebrei di partecipare al loro esame di coscienza. Nella Dichiarazione di Pentimento dei vescovi di Francia tenuta a Drancy il 30 settembre 1997, noi non vogliamo ancora insistere sul ruolo avuto da numerosi cattolici nel salvare gli Ebrei di Francia. Tuttavia questo costituisce anche una nota rilevata da Serge Klarsfeld: se parecchi Ebrei francesi [2/ter] sopravvissero ciò si deve, anche se non solamente, ai Cristiani ed in particolar modo al clero. Taluni hanno biasimato la Dichiarazione di Drancy per non aver enfatizzato questo aspetto storico. Ma come avremmo allora potuto evitare di cedere alla tentazione, anche se inconscia, di giustificare noi stessi?

Allorché le autorità di Yad Vashem istituirono il riconoscimento di « Giusto tra le Nazioni », intesero, a nome della popolazione ebraica, manifestare interesse per la verità. Mediante un libro e un film anche Marek Halter ha voluto ricordare queste opere di giustizia. E non è anche questo l’intendimento di « La società francese per render onore al Giusto tra le Nazioni » che fu recentemente ideata da Jean Kahn, presidente del Concistoro Centrale di Francia? Il 2 novembre 1997 questa organizzazione ha inaugurato a Thonon-les-Bains « il Riconoscimento del Giusto ». Nel corso dell’evento si è svolta una celebrazione per perpetuare la memoria di quegli uomini e donne che rischiarono la loro vita per salvare migliaia di Ebrei dalla deportazione e dalla morte. In questa occasione, inviai il seguente messaggio ai partecipanti:

I giusti restano nascosti. Ciò accadde anche quando tra il 1940 ed il 1944 il loro coraggio salvò un migliaio di Ebrei dai campi di sterminio. Oggi parecchi rimangono nascosti, sconosciuti o ignorati: alcuni di loro sono per sempre dimenticati. Ma la loro luce risplende agli occhi di Dio e riscalda i cuori ai sopravvissuti che sono in grado di ricordare. Io ricordo bene coloro che mi fornirono documenti falsi. Io ricordo bene coloro che mi aiutarono a passare la linea di demarcazione [3]

Ricordo bene coloro che mi avvertirono che avrei presto potuto essere arrestato. Ricordo bene coloro che mi ospitarono senza chiedermi nulla. Ricordo bene coloro cui mi affidai e che mai mi tradirono. Ricordo bene quello che fecero per me in quei tempi di desolazione. Tuttavia non riesco a ricordare i loro nomi e talvolta persino le loro facce. Sarei capace di riconoscerli se fossero ancora vivi?

Siamo commossi dalla lista di coloro cui è stato assegnato il titolo di « Giusto tra le Nazioni ». E non siamo meno commossi quando pensiamo a tutta quella gente che non potremo nemmeno ringraziare. Perpetuare il loro ricordo è un dovere della nostra generazione verso la prossima. Perché il Giusto ci prova che il meglio, e non soltanto il peggio, può nascere dal cuore dell’uomo.

Tali atti di riconoscenza scambievole ci consentono di interrogarci con maggiore serenità circa la rinascita incessante della violenza contro Israele, prima dall’antico e pagano anti-Giudaismo, poi dall’anti-Giudaismo Cristiano con le sue tragiche conseguenze nel Medioevo e nella moderna Europa, fino al neo-pagano antisemitismo dell’età contemporanea.

Sarebbe un’illusione pensare che predicare la tolleranza e persino educare a ciò sia sufficiente per sradicare la incomprensione e il rifiuto. Tuttavia, noi dobbiamo identificare insieme la causa di tanta crudele tensione. La distanza che ancora ci divide, che non può essere eliminata soltanto dalla umana determinazione, ci chiede di prendere la decisione di comprenderci ed amarci l’un l’altro. 

Publié dans:Jean_marie Lustiger |on 5 novembre, 2009 |Pas de commentaires »

Il Crocifisso e San Francesco: questo è il rapporto del Patrono d’Italia con il crocifisso (ci chiederanno di cambiare Patrono?)

dal sito:

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20001117_tom-da-celano_it.html

Il Crocifisso di S. Damiano

10. « Era già del tutto mutato nel cuore e prossimo a divenirlo anche nel corpo, quando, un giorno, passò accanto alla chiesa di San Damiano, quasi in rovina e abbandonata da tutti. Condotto dallo Spirito, entra a pregare, si prostra supplice e devoto davanti al Crocifisso e, toccato in modo straordinario dalla grazia divina, si ritrova totalmente cambiato. Mentre egli è così profondamente commosso, all’improvviso – cosa da sempre inaudita! (Gv 9,32) – l’immagine di Cristo crocifisso, dal dipinto gli parla, movendo le labbra. «Francesco, – gli dice chiamandolo per nome (Cfr Is 40,26) – va’, ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina». Francesco è tremante e pieno di stupore, e quasi perde i sensi a queste parole. Ma subito si dispone ad obbedire e si concentra tutto su questo invito. Ma, a dir vero, poiché neppure lui riuscì mai ad esprimere la ineffabile trasformazione che percepì in se stesso, conviene anche a noi coprirla con un velo di silenzio.
Da quel momento si fissò nella sua anima santa la compassione del Crocifisso e, come si può piamente ritenere, le venerande stimmate della Passione, quantunque non ancora nella carne, gli si impressero profondamente nel cuore.

11. Cosa meravigliosa, mai udita! chi non è colpito da meraviglia? E chi, o quando mai ha udito qualcosa di simile? Nessuno potrà dubitare che Francesco, prossimo a tornare alla sua patria, sia apparso realmente crocifisso, visto che con nuovo e incredibile miracolo Cristo gli ha parlato dal legno della Croce, quando – almeno all’esterno – non aveva ancora del tutto rinunciato al mondo! Da quel momento, appena gli giunsero le parole del Diletto, il suo animo venne meno (Cfr. Ct 5,6). Più tardi, l’amore del cuore si rese palese mediante le piaghe del corpo. Inoltre, da allora, non riesce più a trattenere le lacrime e piange anche ad alta voce la passione di Cristo, che gli sta sempre davanti agli occhi. Riempie di gemiti le vie, rifiutando di essere consolato al ricordo delle piaghe di Cristo. Incontrò un giorno, un suo intimo amico, ed avendogli manifestato la causa del dolore, subito anche questi proruppe in lacrime amare.

Intanto si prese cura di quella immagine, e si accinse, con ogni diligenza, ad eseguirne il comando. Subito offrì denaro ad un sacerdote, perché provvedesse una lampada e l’olio, e la sacra immagine non rimanesse priva, neppure per un istante, dell’onore, doveroso, di un lume. Poi, si dedicò con impegno al resto, lavorando con intenso zelo a riparare la chiesa. Perché, quantunque il comando del Signore si riferisse alla Chiesa acquistata da Cristo col proprio sangue (At 20,28), non volle di colpo giungere alla perfezione dell’opera, ma passare a grado a grado dalla carne allo spirito. »

Tommaso da Celano, Vita seconda di San Francesco d’Assisi, nn. 593-594 

Preghiera:

O Dio, che hai impresso nel cuore e nel corpo di San Francesco i segni della tua passione e sei apparso a lui nella sofferenza della croce chiedendo il suo aiuto, trasforma anche noi nel profondo perché diventiamo sempre più simili al Signore Gesù e, conformandoci alla sua croce, annunciamo a tutti la gioia della resurrezione. Rinnova, Padre buono, la tua Chiesa, perché sia testimone del tuo amore fino agli estremi confini della terra, Te lo chiediamo per Gesù Cristo, Tuo Figlio, che è Dio e vive e regna con Te nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Si sveglia l’Europa cristiana: reazioni alla sentenza sul crocefisso

voglio dire qualcosa prima di postare questo articolo, questa – purtroppo – non è politica, ma indica il pericolo di un’estremo degrado morale nella identità dell’Europa oltre che dell’Italia, dal sito:

http://www.zenit.org/article-20178?l=italian

Si sveglia l’Europa cristiana: reazioni alla sentenza sul crocefisso

Viene così negato un simbolo della storia e della cultura italiana

di Antonio Gaspari

ROMA, mercoledì, 4 novembre 2009 (ZENIT.org).- La sentenza con cui la Corte Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo chiede la rimozione del crocefisso nelle aule scolastiche italiane ha scatenato una indignazione popolare.
Il caso è stato sollevato dalla signora Soile Lautsi, cittadina italiana originaria della Finlandia la quale nel 2002 chiese di togliere i crocefissi dall’aula dell’Istituto statale « Vittorino da Feltre » di Abano Terme, frequentato dai suoi due figli.

La direzione della scuola le comunicò che i crocefissi sarebbero restati al loro posto.  La signora Lautsi iniziò una battaglia legale denunciando la scuola al Tar del Veneto, poi presso la Corte Costituzionale, davanti al Consiglio di Stato ed alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo.

In tutti i gradi di giudizio in Italia le autorità giudiziarie italiane risposero che i crocefissi dovevano restare al loro posto perchè, ha scritto tra l’altro il Consiglio di Stato “in Italia, il crocifisso è atto ad esprimere, l’origine religiosa dei valori di tolleranza, di rispetto reciproco, di valorizzazione della persona, di affermazione dei suoi diritti, di riguardo alla sua libertà, di autonomia della coscienza morale nei confronti dell’autorità, di solidarietà umana, di rifiuto di ogni discriminazione, che connotano la civiltà italiana”.

Ora la Corte Europea sostiene che i crocefissi dovranno essere rimossi dalle aule delle scuole italiane perchè tale presenza costituisce « una violazione dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni » e una violazione alla « libertà di religione degli alunni ».

La sentenza emessa dal tribunale europeo, la prima in assoluto in materia di esposizione dei simboli religiosi nelle aule scolastiche, ha anche previsto che il governo italiano dovrà pagare alla donna un risarcimento di cinquemila euro per danni morali.

Mentre « il governo ha già presentato ricorso contro la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo », in Italia, sulla rete e nei mezzi di comunicazione di massa si sta assistendo ad una vera e propria rivolta popolare in difesa del crocefisso.

Francesco Belletti, presidente del Forum nazionale delle associazioni familiari. ha affermato che il crocefisso è “il riconoscimento delle propria identità, e quindi delle radici cristiane della società italiana ed europea” che parla nel nostro Paese di una stragrande maggioranza degli studenti e delle famiglie che scelgono l’insegnamento della religione cattolica.

Stefano Aviani Barbacci, presidente del Movimento per la Vita di Viterbo, intervistato da ZENIT ha ricordato che “i crocifissi si trovano sui muri delle aule italiane fin dai tempi di Cavour” e la sentenza di Stasburgo “contraddice e sovverte i precedenti pronunciamenti del Tar del Veneto e del Consiglio di Stato che avevano invece riconosciuto nel crocefisso un simbolo della storia e della cultura italiana, un richiamo a quei principi di eguaglianza, libertà, tolleranza e laicità che proprio nel cristianesimo trovano il loro fondamento storico e che hanno impregnato di sé tradizioni, modi di vivere e cultura del popolo italiano ».

Il dott. Aviani rileva lo scarto gravissimo tra “l’Unione Europea dei trattati e delle regole e l’Europa della nostra storia, della nostra fede, della nostra cultura. Le due cose sempre meno coincidono ed il rischio è che la prima serva a seppellire la seconda”.

“Il rischio – ha sottolineato il presidente del MpV di Viterbo – è che la UE sia consapevolmente utilizzata da alcune elite economiche e culturali per demolire un’identità cristiana che l’organocrazia dirigista e tecnocratica che guida il continente reputa ormai un intralcio da rimuovere se non addirittura uno scandalo non più tollerabile”.

Secondo Massimo Introvigne del Cesnur la sentenza Lautsi c. Italie della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo “segna il passaggio della cristianofobia dalla fase indiretta a una diretta”.

“Non ci si limita più a colpire il cristianesimo attraverso l’invenzione di ‘nuovi diritti’ che, proclamando il loro normale insegnamento morale, le Chiese e comunità cristiane non potranno non violare, ma si attacca la fede cristiana al suo cuore, la croce”, ha sottolineato.

Osserva Introvigne che ove tornasse in Finlandia, la signora Lautsi dovrebbe chiedere al suo Paese natale di cambiare la bandiera nazionale, dove come è noto figura una croce, questo per capire che “la croce a scuola o sulla bandiera non è uno strumento di proselitismo religioso ma il simbolo di una storia plurisecolare”.

Innumerevoli le reazioni dei Vescovi, monsignor Elio Tinti, Vescovo di Carpi, si è detto sconcertato perchè la sentenza di Strasburgo esprime una errata concezione di laicità dello Stato.

“Il rischio reale è che – ha sottolineato -, non riconoscendo il senso autentico ed universale del crocifisso, si diventi ‘insignificanti’, perdendo in umanità. Così si va smarrendo il significato delle nostre radici, i valori che ci uniscono nel presente e le ragioni di speranza per costruire il futuro”.

I sondaggi effettuati da quasi tutti i quotidiani mostrano che tra il 75 e l’80 per cento degli interpellati rifiuta la sentenza di Strasburgo e vuole il crocefisso nelle aule scolastiche.

Publié dans:Crocifisso (il) |on 5 novembre, 2009 |Pas de commentaires »

Il Cardinal Bertone: togliere il crocifisso, una vera perdita

voglio dire qualcosa prima di postare questo articolo, questa – purtroppo – non è politica, ma indica il pericolo di un’estremo degrado morale nella identità dell’Europa oltre che dell’Italia, dal sito:

http://www.zenit.org/article-20184?l=italian

Il Cardinal Bertone: togliere il crocifisso, una vera perdita

Commento alla sentenza della Corte di Strasburgo

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 4 novembre 2009 (ZENIT.org).- “Questa Europa del terzo millennio ci lascia solo le zucche delle feste recentemente ripetute e ci toglie i simboli più cari”. Lo ha affermato il Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato vaticano, in un commento pubblicato da “L’Osservatore Romano” sulla sentenza della Corte di Strasburgo sul crocifisso nelle aule scolastiche.

“Questa è veramente una perdita – ha aggiunto –. Dobbiamo cercare con tutte le forze di conservare i segni della nostra fede per chi crede e per chi non crede”.

Dopo aver espresso “apprezzamento” per l’iniziativa del Governo italiano, che ha annunciato il ricorso contro la decisione dei giudici europei, il porporato ha ricordato che il crocifisso “è simbolo di amore universale, non di esclusione ma di accoglienza”.

“Mi domando se questa sentenza sia un segno di ragionevolezza oppure no”, ha osservato.

Dal canto suo monsignor Aldo Giordano, Osservatore Permanente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa, ha commentato la vicenda alla “Radio Vaticana” affermando che si riscontra “un certo atteggiamento ideologico” e “nel nome di certe idee si vuole forzare la realtà o si vogliono imporre delle cose alla realtà”.

“Io credo invece che l’Europa abbia estremamente bisogno di un rispetto delle realtà dei popoli, delle tradizioni”, ha dichiarato. “Se noi continuiamo a corrodere l’identità, cominciamo a non avere più visione per il futuro”.

“Invece di un’Europa che sia al servizio delle persone, al servizio dei popoli, al servizio dell’identità e quindi sappia prendere l’identità, metterla in una comunione dove le identità siano valorizzate, sembra invece che abbiamo paura delle identità, abbiamo paura delle tradizioni”, ha aggiunto.

A suo avviso, la sentenza della Corte europea usa “una concezione di laicità in senso esclusivista: cioè, una laicità che tenda ad escludere, quindi una laicità che crea spazio vuoto”.

Al posto di una laicità di questo tipo, che è “pericolosa” e “non attira”, c’è bisogno di “una laicità che crea spazio per tutti i contributi positivi, per il sociale, per l’uomo, per affrontare i grossi problemi dell’umanità”, ha dichiarato monsignor Giordano.

In questo senso, la sentenza “non esprime ciò che la gente in Europa comincia veramente a sentire e a voler vivere e che qualche Nazione comincia già a percepire”.

“Mi sembra che siamo rimasti un po’ nel vecchio, nel sorpassato”, ha concluso.

Publié dans:Crocifisso (il) |on 5 novembre, 2009 |Pas de commentaires »

PUERI CANTORES SACRE' ... |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31