Gianfranco Ravasi: Mia parte di eredità è il Signore (Salmo 16)

dal sito:

http://www.apostoline.it/riflessioni/salmi/Salmo16.htm

di  GIANFRANCO RAVASI

I SALMI:  CANTI SUI SENTIERI DI DIO

Mia parte di eredità è il Signore (Salmo 16)                                      

Più di una volta nel Salterio appare la testimonianza di un orante sacerdote, il quale canta le sue gioie e le sue difficoltà nel servire il Signore, i suoi slanci e le sue crisi. Una luminosa testimonianza è racchiusa nel Salmo 16 che si apre con un sì gioioso a Dio, espresso attraverso una splendida professione di fede: »Signore Dio, sei tu il mio bene, sopra di te non c’è nessuno! ». Poche righe più avanti il sacerdote si rivela come tale usando immagini caratteristiche nella Bibbia per descrivere la vocazione sacerdotale. Ma ascoltiamo il salmo nella sua parte fondamentale.

Il Signore è mia parte di eredità e mio calice:

nelle sue mani è la mia vita.

Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi,

è magnifica la mia eredità.

Benedico il Signore che mi ha dato consiglio;

anche di notte il mio cuore mi istruisce.

Io pongo sempre innanzi a me il Signore,

sta alla mia destra, non posso vacillare.

Di questo gioisce il mio cuore,

esulta la mia anima:

anche il mio corpo riposa al sicuro,

perché non abbandonerai la mia vita nel sepolcro,

né lascerai che il tuo santo veda la corruzione.

Mi indicherai il sentiero della vita,

gioia piena nella tua presenza,

dolcezza senza fine alla tua destra.
 

È noto che nella spartizione della terra promessa dopo la conquista i sacerdoti della tribù di Levi non ottennero un loro territorio specifico ma solo città di residenza. Infatti chi era consacrato al culto non doveva impastoiarsi nella politica e nelle strutture sociali, ma doveva riferire a Dio tutto il lavoro e la vita quotidiana delle altre tribù. La loro terra era il Signore stesso, e questo concretamente significava anche il diritto di usare delle decime offerte dalle tribù per il proprio sostentamento.

Il salmista attraverso cinque immagini esprime questa totalità di dedizione del sacerdote al suo Dio. Il Signore è per lui « parte di eredità », letteralmente in ebraico si ha « parte di un lotto »; il Signore per lui è il suo « calice », cioè il suo ospite, il suo familiare che lo accoglie e anche il suo destino ultimo (questi infatti sono i significati dell’immagine della coppa); il Signore è la « sorte » del sacerdote: il Signore è per lui un « luogo delizioso », è la terra più bella e più prospera, infinitamente più preziosa delle campagne ottenute dalle varie tribù; il Signore è per lui l’ »eredità » suprema, il bene più raro da tutelare e da trasmettere. S. Agostino nel suo Sermone 334 commenterà: « Il salmista non dice: O Dio, dammi un’eredità. Dice invece: Tutto ciò che tu puoi darmi fuori di te è vile. Sii tu stesso la mia eredità. Sei tu che io amo… Sperare Dio da Dio, essere colmato di Dio da Dio. Egli ti basta, fuori di lui niente ti può bastare ».

A questo punto il salmo ha una svolta. Il nostro sacerdote è convinto che l’intimità goduta con Dio durante il culto, la preghiera, la fede nell’esistenza terrena non può spegnersi con la morte. Nonostante le esitazioni della teologia dell’Antico Testamento, qui abbiamo una professione di fede nel destino glorioso del fedele. Sembra quasi che il salmista anticipi la speranza che pervade il cristiano il quale ha ascoltato le parole di Gesù: « Io vado a prepararvi un posto. Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io  » (Giovanni 14,2-3).

Tre sono i simboli usati dall’orante per esprimere la sua fiducia nella comunione piena con Dio. Il primo è quello del sepolcro a cui ineluttabilmente sono destinati tutti gli uomini per iniziare un’esistenza larvale e spettrale. La speranza del poeta è, invece, quella di essere da Dio strappato dal baratro del nulla e della morte.

Si aprirebbe allora davanti al fedele il secondo simbolo, quello del cammino della vita: questo sentiero è quello della giustizia che il saggio già percorre durante la sua esistenza terrena, la cui meta è solo Dio stesso, il giusto per eccellenza. Il terzo simbolo rappresenta il volto (« la presenza ») e la destra di Dio mentre accolgono il giusto.

« Vedere il volto » di Dio significava accedere al tempio per l’intimità della preghiera, e « stare alla sua destra » significava essere da lui tutelati e protetti contro il male e il nemico. Il salmista canta ora l’ingresso nel tempio celeste là dove il nemico per eccellenza, la morte, non ha nessuna cittadinanza. « Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli sarà il Dio – con – loro. Non ci sarà più la morte né lutto né lamento né affanno » (Apocalisse 21,3-4).

La vocazione religiosa è, quindi, scelta d’amore e di vita e diventa un segno di immortalità per tutti coloro che credono e amano Dio. Come scriveva nel suo romanzo I demoni F. Dostoevskij: « la mia immortalità è indispensabile, perché Dio non vorrà commettere un’iniquità e spegnere del tutto il fuoco di amore dopo che questo si è acceso per lui nel mio cuore. E che cosa c’è di più eterno dell’amore? L’amore è superiore all’esistenza, è il coronamento dell’esistenza, e come è possibile che l’esistenza non gli sia sottomessa? Se ho cominciato ad amarlo e mi sono rallegrato del suo amore, è possibile che lui spenga me e la mia gioia e ci converta in zero? Se c’è Dio, anch’io sono immortale ».

                                                                 
 GIANFRANCO RAVASI

(da SE VUOI) 

Publié dans : CAR. GIANFRANCO RAVASI, salmi |le 2 novembre, 2009 |Pas de Commentaires »

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