Archive pour le 1 novembre, 2009

Corso di Buono, La resurrezione dei fanciulli morti (1284)

Corso di Buono, La resurrezione dei fanciulli morti (1284)  dans immagini sacre sanlorenzo_corsodibuono2

CHIESE DI MONTELUPO – PRIORIA DI SAL LORENZO
Affreschi di «Corso di Buono»
Corso di Buono, La resurrezione dei fanciulli morti (1284)

http://www.upmontelupo.it/chiese/sanlorenzo_corsodibuono.htm
 

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David Maria Turoldo Gianfranco Ravasi: Salmo 130: Dall’Abisso

dal sito:

http://www.atma-o-jibon.org/italiano6/salmi_tu_ra130.htm

David Maria Turoldo  Gianfranco Ravasi

Salmo 130 (129)
DALL’ABISSO

No, non c’è notte da Innominato che non possa essere squarciata da una preghiera. Perché anche il disperato spera; anche il suicida spera. Pure la morte spera; e può essa stessa comporsi in un estremo De profundis. Anche il fiotto del sangue è un inaudito gemito. Anche chi grida a te da luoghi troppo profondi e ti dice di non ascoltar la tua voce, ti prega. E pure chi ti maledice, Dio, a suo modo ti innalza il suo De profundis assurdo. E, presente o assente che tu sia, sempre incombi dall’altro polo dell’abisso: ora muto come una lapide; ora tenero come una madre, gioioso di sentire pietà. Tu pure commosso e avvilito per questo infinito dolore del mondo; commosso per le tante vite infelici, colpevoli o innocenti che siano. 

1 Dall’abisso a te grido, o Signore,

2 Signore ascolta la mia voce:
alla mia voce che ti implora
amoroso accosta le orecchie tue.

3 Se tu guardi alle colpe, Signore,
potrà qualcuno resistere, o Dio?

4 Ma presso di te è il perdono
che ci irradia del tuo timore.

5 lo spero, Signore,
l’anima mia spera,
nella tua parola confido.

6 L’ anima mia è tesa al Signore
più che le sentinelle verso l’aurora,
più che le sentinelle verso il mattino.

7 Attenda Israele il Signore,
perché presso il Signore è la grazia,
e grande è presso di lui la redenzione !

8 Da tutte le sue colpe
egli redimerà il suo Israele.

Le 52 parole ebraiche del De profundis sono state ripetute, tradotte, commentate forse più di ogni altro salmo. Ed anche se spesso ridotta al rango di canto funebre, questa supplica resta uno splendido inno alla gioia del perdono. Questo grido che sale dai luoghi abissali del male nascosto nel cuore umano penetra i cieli e dalla colpa conduce alla grazia, dal peccato alla redenzione, dalla notte alla luce. Vorremmo solo fare due osservazioni su questa pagina così celebre e così nitida. La prima riguarda il v. 4. Il timore di Dio nasce per il salmi sta non dal giudizio ma dal perdono, proprio come suggerisce Paolo: «È la bontà di Dio che ti deve spingere alla conversione» (Romani 2,4). Il gesto del perdono deve incutere dolore per un amore offeso; più che la collera di Dio deve generare timore e dolore il suo amore disarmante. È più amaro colpire un padre che un sovrano inesorabile.
Il secondo dato che vogliamo sottolineare è racchiuso nell’immagine del v. 6. L ‘attesa del perdono è il sospiro di tutto l’essere così come le sentinelle spiano il primo filo di luce dell’aurora che segna la fine delle paure notturne. Nella trepidazione c’è anche la certezza che il sole sempre spunterà col suo carico di luce e di vita. Ma il vocabolo «sentinelle» indica anche più genericamente «coloro che vegliano», forse anche i sacerdoti che nel Tempio attendono il giorno per poter presiedere – forse anche una sola volta in vita a causa del loro numero elevato – il culto d’Israele. Un’attesa santa e gioiosa dell’amore di Dio verso la sua creatura.

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Papa Benedetto, commento al Salmo 111, 1-6 (2 novembre 2005)

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2005/documents/hf_ben-xvi_aud_20051102_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 2 novembre 2005

Salmo 111, 1-6
Beatitudine dell’uomo giusto
Secondi Vespri – Domenica 4a settimana

1. Dopo aver celebrato ieri la solenne festa di tutti i Santi del cielo, quest’oggi facciamo memoria di tutti i fedeli defunti. La liturgia ci invita a pregare per i nostri cari scomparsi, volgendo il pensiero al mistero della morte, comune eredità di tutti gli uomini.

Illuminati dalla fede, guardiamo all’enigma umano della morte con serenità e speranza. Secondo la Scrittura, infatti, essa più che una fine, è una nuova nascita, è il passaggio obbligato attraverso il quale possono raggiungere la vita in pienezza coloro che modellano la loro esistenza terrena secondo le indicazioni della Parola di Dio.

Il salmo 111, composizione di taglio sapienziale, ci presenta la figura di questi giusti, i quali temono il Signore, ne riconoscono la trascendenza e aderiscono con fiducia e amore alla sua volontà in attesa di incontrarlo dopo la morte.

A questi fedeli è riservata una « beatitudine »: «Beato l’uomo che teme il Signore» (v. 1). Il Salmista precisa subito in che cosa consista tale timore: esso si manifesta nella docilità ai comandamenti di Dio. È proclamato beato colui che «trova grande gioia» nell’osservare i comandamenti, trovando in essi gioia e pace.

2. La docilità a Dio è, quindi, radice di speranza e di armonia interiore ed esteriore. L’osservanza della legge morale è sorgente di profonda pace della coscienza. Anzi, secondo la visione biblica della «retribuzione», sul giusto si stende il manto della benedizione divina, che imprime stabilità e successo alle sue opere e a quelle dei suoi discendenti: «Potente sulla terra sarà la sua stirpe, la discendenza dei giusti sarà benedetta. Onore e ricchezza nella sua casa» (vv. 2-3; cfr v. 9). Certo, a questa visione ottimistica si oppongono le osservazioni amare del giusto Giobbe, che sperimenta il mistero del dolore, si sente ingiustamente punito e sottoposto a prove apparentemente insensate. Bisognerà, quindi, leggere questo Salmo nel contesto globale della Rivelazione, che abbraccia la realtà della vita umana in tutti i suoi aspetti.

Tuttavia rimane valida la fiducia che il Salmista vuole trasmettere e far sperimentare a chi ha scelto di seguire la via di una condotta moralmente ineccepibile, contro ogni alternativa di illusorio successo ottenuto attraverso l’ingiustizia e l’immoralità.

3. Il cuore di questa fedeltà alla Parola divina consiste in una scelta fondamentale, cioè la carità verso i poveri e i bisognosi: «Felice l’uomo pietoso che dà in prestito… Egli dona largamente ai poveri» (vv. 5.9). Il fedele è, dunque, generoso; rispettando la norma biblica, egli concede prestiti ai fratelli in necessità, senza interesse (cfr Dt 15,7-11) e senza cadere nell’infamia dell’usura che annienta la vita dei miseri.

Il giusto, raccogliendo il monito costante dei profeti, si schiera dalla parte degli emarginati, e li sostiene con aiuti abbondanti. «Egli dona largamente ai poveri», si dice nel versetto 9, esprimendo così un’estrema generosità, completamente disinteressata.

4. Il Salmo 111, accanto al ritratto dell’uomo fedele e caritatevole, «buono, misericordioso e giusto», presenta in finale, in un solo versetto (cfr v. 10), anche il profilo del malvagio. Questo individuo assiste al successo della persona giusta rodendosi di rabbia e di invidia. È il tormento di chi ha una cattiva coscienza, a differenza dell’uomo generoso che ha «saldo» e «sicuro il suo cuore» (vv. 7-8).

Noi fissiamo il nostro sguardo sul volto sereno dell’uomo fedele che «dona largamente ai poveri» e ci affidiamo per la nostra riflessione conclusiva alle parole di Clemente Alessandrino che, commentando l’invito di Gesù a procurarsi amici con la disonesta ricchezza (cfr Lc 16,9), nel suo scritto intitolato Quale ricco si salverà, osserva: con questa affermazione Gesù «dichiara ingiusto per natura ogni possesso che uno possiede per se stesso come bene proprio e non lo pone in comune per coloro che ne hanno bisogno; ma dichiara altresì che da questa ingiustizia è possibile compiere un’opera giusta e salutare, dando riposo a qualcuno di quei piccoli che hanno una dimora eterna presso il Padre (cfr Mt 10,42; 18,10)» (31,6: Collana di Testi Patristici, CXLVIII, Roma 1999, pp. 56-57).

E, rivolgendosi al lettore, Clemente avverte: «Guarda in primo luogo che egli non ti ha comandato di farti pregare né di aspettare di essere supplicato, ma di cercare tu stesso quelli che sono ben degni di essere ascoltati, in quanto sono discepoli del Salvatore» (31,7: ibidem, p. 57).

Poi, ricorrendo a un altro testo biblico, commenta: «È dunque bello il detto dell’apostolo: « Dio ama chi dona con gioia » (2Cor 9,7), chi gode nel donare e non semina scarsamente, per non raccogliere allo stesso modo, ma condivide senza rammarichi e distinzioni e dolore, e questo è autentico far del bene» (31,8: ibidem).

Nel giorno della commemorazione dei defunti, come ho detto inizialmente, siamo tutti chiamati a confrontarci con l’enigma della morte e quindi con la questione di come vivere bene, come trovare la felicità. E questo Salmo risponde:  felice l’uomo che dona; felice l’uomo che non utilizza la vita per se stesso, ma dona; felice l’uomo che è misericordioso, buono e giusto; felice l’uomo che vive nell’amore di Dio e del prossimo. Così viviamo bene e così non dobbiamo aver paura della morte, perché siamo nella felicità che viene da Dio e che dura sempre.

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2 novembre – Commemorazione di tutti i fedeli defunti

dal sito:

http://www.santiebeati.it/dettaglio/20550

2 novembre – Commemorazione di tutti i fedeli defunti  
 

Fino a quando il Signore Gesù verrà nella gloria, e distrutta la morte gli saranno sottomesse tutte le cose, alcuni suoi discepoli sono pellegrini sulla terra, altri che sono passati da questa vita stanno purificandosi, altri infine godono della gloria contemplando Dio. Tutti però comunichiamo nella stessa carità di Dio. L’unione quindi di coloro che sono in cammino con i fratelli morti non è minimamente spezzata, anzi è conservata dalla comunione dei beni spirituali. La Chiesa fin dai primi tempi ha coltivato con grande pietà la la memoria dei defunti e ha offerto per loro i suoi suffragi. Nei riti funebri la chiesa celebra con fede il mistero pasquale, nella certezza che quanti sono diventati con il Battesimo membri del Cristo crocifisso e risorto, attraverso la morte, passano con lui alla vita senza fine. Si iniziò a celebrare la Commemorazione di tutti i fedeli defunti, anche a Roma, dal sec. XIV. (Mess. Rom.)

Martirologio Romano: Commemorazione di tutti i fedeli defunti, nella quale la santa Madre Chiesa, già sollecita nel celebrare con le dovute lodi tutti i suoi figli che si allietano in cielo, si dà cura di intercedere presso Dio per le anime di tutti coloro che ci hanno preceduti nel segno della fede e si sono addormentati nella speranza della resurrezione e per tutti coloro di cui, dall’inizio del mondo, solo Dio ha conosciuto la fede, perché purificati da ogni macchia di peccato, entrati nella comunione della vita celeste, godano della visione della beatitudine eterna.

Ascolta da RadioVaticana:
   Ascolta da RadioRai:
  
 

A quanti sono morti « nel segno della fede » la Chiesa riserva un posto importante nella liturgia: vi è il ricordo quotidiano nella Messa, con il « memento » dei morti, e nell’Ufficio divino con la breve preghiera « Fidelium animae », e vi è soprattutto la celebrazione odierna nella quale ogni sacerdote può celebrare tre Messe in suffragio delle anime dei defunti. La commemorazione dei defunti, dovuta all’iniziativa dell’abate di Cluny, S. Odilone, nel 998, non era del tutto nuova nella Chiesa, poiché, ovunque si celebrava la festa di tutti i Santi, il giorno successivo era dedicato alla memoria di tutti i defunti. Ma il fatto che un migliaio di monasteri benedettini dipendessero da Cluny ha favorito l’ampio diffondersi della commemorazione in molte parti dell’Europa settentrionale. Poi anche a Roma, nel 1311, venne sancita ufficialmente la memoria dei defunti.
Il privilegio delle tre Messe al 2 novembre, accordato alla sola Spagna nel 1748, fu esteso alla Chiesa universale da Benedetto XV nel 1915. Si è voluta così sottolineare una grande verità, che ha il suo fondamento nella Rivelazione: l’esistenza della Chiesa della purificazione, posta in uno stato intermedio tra la Chiesa trionfante e quella militante. Stato intermedio ma temporaneo, « dove l’umano spirito si purga e di salire al ciel diventa degno », secondo l’efficace immagine dantesca. Nella prima lettera ai Corinti S. Paolo usa l’immagine di un edificio in costruzione.

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Scopo della commemorazione di tuttii defunti in passato era quello disuffragare i morti; di qui le Messe, la novena,l’ottavario, le preghiere al cimitero.Questo scopo naturalmente rimane;ma oggi ne avvertiamo un altro altrettantourgente: creare nel corso dell’announ’occasione per pensare religiosamente,cioè con fede e speranza, allapropria morte. Spezzare la congiura delsilenzio riguardo a essa.
Quando nasce un uomo, diceva sant’Agostino,si possono fare tutte le ipotesi:forse sarà bello, forse sarà brutto;forse sarà ricco, forse sarà povero, forsevivrà a lungo, forse no. Ma di nessunosi dice: forse morirà, forse non morirà.Questa è l’unica cosa assolutamentecerta della vita. Quando sentiamo chequalcuno è malato di idropisia (al tempodel santo, questa era la malattia incurabile),diciamo: « Poveretto, devemorire; è condannato, non c’è rimedio! ». Ma non dovremmo, aggiunge, direla stessa cosa di ogni uomo che nasce: »Poveretto, deve morire, non c’è rimedio »? Un poeta spagnolo dell’Ottocento,Gustavo Bécquer, paragona la vitaumana all’onda che il vento spingesul mare e che avanza vorticosamentesenza sapere su quale spiaggia andrà ainfrangersi; a una candela prossima aesaurirsi, che brilla in cerchi tremolanti,ignorando quale di essi per ultimobrillerà; e conclude: « Così sono io chemi aggiro per il mondo, senza pensare,da dove vengo, né dove i miei passi micondurranno ».

Questa percezione mesta, a voltetragica, della morte è comune a tutti,credenti e non, ma la fede cristiana hauna parola nuova e risolutiva, che oggidovrebbe risuonare nella Chiesa enei cuori, una cosa semplice e grandiosa:che la morte c’è, che è il più grandedei nostri problemi, ma che Cristo havinto la morte! La morte non è più lastessa di prima, un fatto decisivo è intervenuto.Essa ha perso il suo pungiglione,come un serpente il cui velenoè capace solo di addormentare la vittimaper qualche ora, ma non di ucciderla. »La morte è stata ingoiata per la vittoria.Dov’è, o morte, la tua vittoria?Dov’è, o morte, il tuo pungiglione? »(1Cor 15,55).
Il cristianesimo non si fa strada nellecoscienze con la paura della morte, macon la morte di Cristo. Gesù è venuto aliberare gli uomini dalla paura dellamorte (cfr. Eb 12,14), non ad accrescerla.Ai cristiani angustiati per la morte dialcuni cari, san Paolo scriveva: « Fratelli,non vogliamo lasciarvi nell’ignoranzacirca quelli che sono morti, perché noncontinuiate ad affliggervi come gli altriche non hanno speranza. Noi crediamoinfatti che Gesù è morto e risuscitato;così anche quelli che sono morti, Dio liradunerà per mezzo di Gesù insiemecon lui… Confortatevi, dunque, a vicendacon queste parole » (1Tes 4,13ss).
Ma come ha vinto la morte Gesù?Non evitandola o ricacciandola indietro,come un nemico da sbaragliare. Masubendola, assaporandone tutta l’amarezza.Non abbiamo davvero un sommosacerdote che non sappia compatirela nostra paura della morte! Tre voltenei vangeli si legge che Gesù pianse e,di queste, due furono per un morto. NelGetsemani egli ha provato, come noi,“paura e angoscia” di fronte alla morte.

Che cosa è successo, una volta cheGesù ha varcato la soglia della morte?L’uomo mortale nascondeva dentro disé il Verbo di Dio, che non può morire.Una breccia è stata aperta per sempre attraversoil muro della morte. Grazie aCristo, la morte non è più un muro davantial quale tutto si infrange; è un passaggio,cioè una Pasqua. È una specie di“ponte dei sospiri”, attraverso il quale sientra nella vita vera, quella che non conoscela morte. Confortiamoci a vicenda,anche noi, con queste parole.

Autore: Domenico Agasso 

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buona notte e buona festa di Tutti i Santi

buona notte e buona festa di Tutti i Santi dans immagini buon...notte, giorno birds_of_paradise_and_ming_beauty

http://www.eastwestplanners.com/list36-5-28_Singapore-Seat-in-Coach.aspx

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Beato Jan Ruysbroeck: Con tutti i santi

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20091101

Tutti i Santi, solennità : Mt 5,1-12
Meditazione del giorno
Beato Jan Ruysbroeck (1293-1381), canonico regolare
I sette gradi dell’amore

Con tutti i santi

      Nella vita eterna contempleremo con gli occhi dell’intelligenza la gloria di Dio, di tutti gli angeli e di tutti i santi, la ricompensa e la gloria di ognuno in particolare, e in tutti i modi possibili. L’ultimo giorno, al momento del giudizio di Dio, quando risusciteremo con i nostri corpi gloriosi per la potenza del nostro Signore, questi corpi risplenderanno come la neve, più brillanti del sole, trasparenti come il cristallo… Cristo, nostro cantore e maestro del coro, con voce trionfante e soave intonerà un cantico eterno, a lode e gloria del Padre suo celeste. Noi tutti canteremo lo stesso cantico con uno spirito felice e una voce chiara, eternamente e incessantemente. La gloria della nostra anima e la sua felicità si rifletteranno sui nostri sensi e attraverseranno le nostre membra; ci contempleremo vicendevolmente attraverso i nostri occhi glorificati; ascolteremo, diremo e canteremo la lode del nostro Signore con voci che non verrano mai meno.

      Cristo ci servirà; ci mostrerà il suo volto luminoso e il suo corpo glorioso con i segni della fedeltà e dell’amore. Guarderemo anche tutti i corpi gloriosi con tutti i segni dell’amore con i quali hanno servito Dio fin dal principio del mondo… I nostri cuori viventi si infiammeranno di un amore ardente per Dio e per tutti i santi…

      Cristo, nella sua natura umana, condurrà il coro di destra, perché questa è la natura più nobile e sublime che Dio abbia fatto. A questo coro appartengono tutti coloro nei quali vive e che vivono in lui. L’altro coro è quello degli angeli; benché essi siano di natura più elevata, noi uomini abbiamo ricevuto molto di più, in Gesù Cristo, con il quale siamo una sola cosa. Lui stesso sarà il sommo pontefice in mezzo al coro degli angeli e degli uomini, davanti al trono della sovrana maestà di Dio. E offrirà e rinnoverà, davanti al Padre suo celeste, Dio onnipotente, tutte le offerte che furono presentate dagli angeli e dagli uomini; queste si rinnoveranno incessantemente, e continueranno per sempre nella gloria di Dio.

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 1 novembre, 2009 |Pas de commentaires »

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