Narrazione del martirio delle sante Felicità e Perpetua : « Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell’uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio »
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Sabato della XXVIII settimana del Tempo Ordinario : Lc 12,8-12
Meditazione del giorno
Narrazione del martirio delle sante Felicità e Perpetua (3o secolo)
§ 2-3
« Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell’uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio »
Avevano arrestato alcuni giovani catecumeni: Revocatus e Felicità, tutti e due schiavi, Saturninus e Secundulus; insieme con loro c’era Vibia Perpetua. Lei era di nobile nascita, aveva ricevuto una educazione brillante e fatto un felice matrimonio. Perpetua aveva ancora il padre e la madre, due fratelli – uno era anch’egli catecumeno – e un bambino non ancora svezzato. Aveva circa ventidue anni. Lei stessa ha raccontato tutta la storia del suo martirio. Eccola, scritta di suo pugno e secondo le sue impressioni:
“Eravamo ancora con le nostre guardie, quando già mio padre cercava di convincermi. Nella sua tenerezza, si sforzava di far vacillare la mia fede.
- Padre, gli dissi, vedi questo vaso qui per terra, questo orcio o quest’altra cosa?
- Lo vedo, disse mio padre.
- Si può forse dargli altro nome di quello che porta? gli dissi.
- No, rispose
- Ebbene, neanch’io posso darmi un nome altro del mio vero nome: sono cristiana.
Mio padre è stato esasperato da questa parola, si è avventato su di me per strapparmi gli occhi. Si è accontentato di maltrattarmi, poi è andato, vinto, con gli argomenti del demonio. Durante parecchi giorni, non ho rivisto mio padre; ne ho reso grazie a Dio; questa assenza è stata per me un sollievo. Proprio durante questo breve lasso di tempo, siamo stati battezzati. Lo Spirito Santo mi ha ispirato di non chiedere nulla all’acqua santa altro se non la forza di resistere fisicamente.
Qualche giorno dopo, siamo stati trasferiti nel carcere di Cartagine. Ne sono stata spaventata: mai ero stata in tali tenebre… Riconfortavo mio fratello, raccomandandogli mio figlio. Soffrivo al vedere i miei soffrire per causa mia. Durante lunghi giorni, sono stata tormentata da queste inquietudini. Sono riuscita finalmente ad ottenere che mio figlio dimorasse con me in prigione. Subito egli ha ricuperato forze e sono stata liberata dalla pena e dalle preoccupazioni che mi aveva causate. Di colpo, il carcere è diventato per me un palazzo, e mi trovavo lì meglio che in qualsiasi altro posto.”
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