Archive pour septembre, 2009

Mont Saint Michel : Tra sabbia e mare…

dal sito:

http://www.instoria.it/home/mont_saint_michel.htm

MONT SAINT MICHEL

Tra sabbia e mare…

di Matteo Liberti

Il piccolo isolotto granitico di Mont Saint Michel sorge sulla costa nord della Francia, appena oltre il confine che dalla Bretagna porta in Normandia, in una radura sabbiosa che si allunga per oltre un chilometro verso l’oceano.
è questa l’unica formazione rocciosa all’interno dell’ampia baia di Saint Malo.
 
Qui venne eretta, in onore di San Michele Arcangelo, un’abbazia oggi simbolo dell’intera isola e meta prediletta del turismo internazionale. La sua bellezza architettonica, unita alla suggestione della baia e delle sue maree quotidiane (tra le più estese d’Europa), fanno infatti di Mont Saint Michel il luogo maggiormente frequentato della Normandia e della Francia.
 
Fu il vescovo di Avranches, sant’Aubert che consacrò la prima chiesa di Mont Saint Michel.
Era il 709 d.C., e tradizione vuole che la decisione fu figlia di tre sogni che il vescovo fece, e nei quali ebbe chiare direttive da parte dell’arcangelo Michele: costruire una chiesa su quella specie di monte marino.
 
A corroborar la legenda di Mont Saint Michel, va sottolineato che la suggestione estetica delle sue maree, la distesa immensa di acqua e sabbia che la contorna, sono anche elementi, da sempre, di forte difficoltà per qualsiasi opera d’ingegneria.

Furono in tanti, nei secoli, che tentarono di raggiungere l’isola rocciosa durante i periodi di bassa marea, ma spesso senza altro risultato che non fosse la morte, causata dall’arrivo di improvvise ondate o, più semplicemente dall’impasto di sabbie mobili che caratterizzano la zona.
 
In ogni caso, tre secoli dopo l’iniziativa del vescovo, nel 966, giungerà a Mont Saint Michel una comunità di benedettini che inizieranno la costruzione dell’abbazia.
 
I lavori si protrarranno per quasi otto secoli, con continuo perfezionamento (ed ingrandimento) di quella che venne, già nel XIII secolo, considerata una vera e propria Meraviglia, La Merveille, riassumente in se più stili contemporaneamente, dall’arte romana a quella gotica.
 
La chiesa preromanica di Mont Saint Michel risale all’anno mille, mentre nel XII secolo furono ampliati gli edifici conventuali posti ad ovest e a sud. Infine, sempre nel XII secolo, un’importante donazione del re francese Filippo Augusto diede il via alla costruzione del complesso in stile gotico.

La rocca divenne in epoca medievale un importante centro spirituale e tra i principali luoghi di pellegrinaggio d’Occidente.
 
La guerra dei Cent’Anni (XIV e XV secolo) rese poi urgente la protezione dell’abbazia. Ciò avvenne attraverso la costruzione di un complesso di edifici militari.
 
Durante la Rivoluzione francese e poi ancora sotto Napoleone, l’abbazia venne convertita a prigione, per essere poi, nel 1874, affidata alla Soprintendenza alla Belle Arti.
Nell’occasione del suo millenario, una comunità monastica tornò sull’isola a rinsaldare la sua storia di centro spirituale.

In questo stesso periodo Mont Saint Michel fu oggetto di importanti interventi di restauro (iniziati già nel XIX secolo).
 
Oltre all’abbazia sono innumerevoli le strutture presenti nell’isola classificate come rilevanti monumenti storici, mentre l’intero sito fa parte, dal 1979, del Patrimonio mondiale dell’umanità dell’UNESCO.
 
Nel 1987 l’ultimo intervento di rilievo: la posa di una gigantesca statua di San Michele sulla guglia del campanile, ennesimo sforzo di costruzione verticale laddove lo spazio è limitato dal mare.
 
Il villaggio che è sorto intorno all’abbazia coltiva oggi una vocazione prettamente turistica, divenuto nel tempo uno dei simboli dell’intera nazione francese, forse simbolo anche (al pari della Tour Eiffel) eccessivamente sfruttato, particolarmente dal lato commerciale.

Tutto ciò è stato anche facilitato dalla costruzione, avvenuta alla metà del XIX secolo, di un diga che permette all’unica strada di accesso alla rocca di non venire invasa dalla marea (che però si ferma solo a pochi centimetri da questa, ben coprendo tutta la zona attorno alla strada, parcheggi compresi).
 
La Piramide dell’arcangelo, come viene chiamata dagli autoctoni, resta in ogni caso, ancora oggi, una meravigliosa fusione tra opera umana e opera della natura.

Publié dans:SANTUARI |on 15 septembre, 2009 |Pas de commentaires »

Viaggio nel cattolicesimo di Francia: Se tutto diventa semplice come una preghiera

dal sito:

http://www.30giorni.it/it/articolo.asp?id=20397

VIAGGIO NEL CATTOLICESIMO DI FRANCIA

Se tutto diventa semplice come una preghiera

Parigi, Lione, Rennes, Ars. Viaggio nel cattolicesimo di Francia 

di Gianni Valente  
 
      Un vento gelido da neve toglie il respiro anche ai ragazzini più scapestrati, quelli che si ostinano a solcare a bordo dei loro skate la piazza davanti a Saint-Denis. Gli ultimi turisti, rimboccandosi sciarpe e paletot, si allontanano in fretta dalla cattedrale-museo che raccoglie le spoglie dei re di Francia: signori si chiude, stop alle visite lungo il percorso guidato che tra le navate racconta mille anni di storia della Francia cristiana, quando le dinastie di diritto divino si succedevano alla guida del regno, sotto la protezione del santo. Era stato lui a salvare l’anima di Dagoberto dall’inferno. E tutti i re credevano che fosse proprio Denis a conservare in buona salute loro e le loro famiglie. Per secoli, hanno fatto dell’abbazia uno dei centri pulsanti dell’Occidente cristiano. Lì sono stati consacrati, e lì hanno voluto che fossero conservati i propri resti. Pipino il Breve si era formato alla scuola monastica di Saint-Denis. Lì ha preso l’orifiamma san Luigi, prima di partire per le crociate, lì Giovanna d’Arco ha portato come ex voto le armi con cui aveva liberato Orléans. Il complesso monastico, coperto di privilegi da Carlo Magno e dai suoi successori, godeva dell’indipendenza dall’arcivescovo di Parigi. Le sue terre libere, estese a perdita d’occhio, richiamavano i mercanti, i contadini, gli artigiani. Adesso, sulle stesse terre, sorgono i quartieri più irrequieti della banlieue parigina. Quelli che nel 2005 si infiammarono coi roghi notturni di auto, nella rivolta sociale più estesa e preoccupante avvenuta di recente in un Paese occidentale. In quel lembo di Francia appena a nord di Parigi, i cristiani sono anche in senso strettamente anagrafico una minoranza, superati per numero dagli immigrati e dai francesi dell’Umma di Muhammad.
      «La Fede» fa dire a Dio Charles Péguy nel suo Mistero dei Santi innocenti «è una chiesa, è una cattedrale radicata nel suolo di Francia… Ma senza Speranza, tutto questo non sarebbe che un cimitero». La Cattedrale deserta sembra un’immensa reliquia pronta a calarsi, con tutta la sua storia, nella notte fredda che s’appressa. Ma poi arriva Pierre, che ha la pelle scura e si mette davanti all’altare a sussurrare le Ave Maria del suo rosario. In ginocchio, proprio come la statua del re che dietro a lui si intravvede appena, nel buio della navata. («Tutte le prosternazioni del mondo», dice Dio secondo Péguy, «non valgono il bell’inginocchiarsi diritto di un uomo libero… Quando San Luigi cade sulle lastre del pavimento della Sainte-Chapelle, di Notre-Dame, è un uomo che cade in ginocchio, non è un cencio, non è uno straccio, un tremante schiavo d’Oriente»). Dopo di lui, ne arrivano altri: dieci, venti, cento. Rapidi e silenziosi segni di croce, qualche preghiera prima della messa della sera celebrata da padre Jean Baptiste, il vietnamita. Molti sono immigrati “neri” della banlieue. Sono pochi, ma ci sono. E nessuno li ha “mobilitati”. Vengono da soli. Individualità senza mandato. 
 
      Parigi dopo Lustiger
     
      Dicono: in Francia è tutto finito. La Chiesa è in stato di decomposizione, il cristianesimo è in via d’estinzione. Accigliati intellettuali cattolici lo hanno scritto anche prima che arrivasse il Papa, lo scorso settembre. Eppure, se la domenica entri nella chiesa dei Lazzaristi, dove è deposto anche il corpo di san Vincenzo de’ Paoli, trovi centinaia di persone che si mettono in fila per la comunione e molti salgono le scale per andare a pregare davanti al santo che “passò facendo il bene”, come recita l’iscrizione latina dell’arco sopra l’altare. La vicina cappella di Notre-Dame de la Médaille miraculeuse, tenuta dalle suore di San Vincenzo, è chiusa per restauri fino ad aprile. Quando la riapriranno, ricomincerà il flusso silenzioso di pellegrini e penitenti che anima senza sosta i marciapiedi di rue du Bac. Perfino a Saint-Ignace, su rue de Sèvres – altare al centro e sedie disposte tutt’intorno, in pieno allineamento coi cliché stilistici postconciliari – le dotte liturgie eucaristiche dei gesuiti registrano a ogni messa centinaia di fedeli. «A Parigi continuano a essere inaugurate nuove parrocchie: almeno dieci, intra moenia, negli ultimi anni», spiega don William Jean, parroco della Basilica di Saint-Séverin, avviluppata dai vicoli e dai ristoranti per turisti del Quartiere Latino. Lui tratteggia soddisfatto il profilo della sua chiesa tutt’altro che deserta: 1.500 fedeli alle messe domenicali, con tanto di musica sacra barocca; ambiente intellettuale medio-alto, almeno cinquanta parrocchiani che vengono a messa tutti i giorni. E ogni giorno, dalle 5 alle 7 di sera, in chiesa c’è qualche prete per confessare, «e viene sempre gente, di tutti i tipi, compresi i sans-papiers che lavorano nei ristoranti qui vicino». A Saint-Séverin ci sono stati i prodromi della riforma liturgica conciliare, con le prime messe in francese celebrate ad experimentum già nel 1954; a Saint-Séverin sono stati accolti i parrocchiani “fuggitivi” di Saint-Nicolas, quando nel 1977 quella chiesa “sorella” (insieme facevano parrocchia) fu presa manu militari dai tradizionalisti lefebvriani. Ci furono scontri fisici, qualcuno finì all’ospedale. «Temevo che la revoca del decreto di scomunica qui da noi potesse riaprire vecchie ferite e far riesplodere i contrasti. Invece», rassicura don William, «tanti parrocchiani hanno accolto bene le decisioni del Papa. Mi ripetono che per loro, adesso, il dialogo e la riconciliazione sono possibili». Ma è nelle grandi parrocchie popolari e delle aree suburbane degli arrondissement periferici gonfi di immigrati, che il dominicano Jean-Miguel Garrigues – osservatore lucido e non conformista delle vicende ecclesiali francesi – vede le cose più interessanti: «C’è un popolo che ha una fede molto semplice e spesso rimane fuori anche dalle organizzazioni parrocchiali: frequenta i luoghi di pellegrinaggio, s’innamora dei santi francesi, entra in chiesa per una preghiera, ma poi magari non partecipa alle messe e non ascolta le omelie, le trova troppo complicate. Forse la Chiesa francese negli ultimi decenni ha sacrificato questo cristianesimo popolare, quando tutti cercavano il “cristianesimo adulto”. Ma oggi tanta di questa gente viene dalla mondializzazione. Sono tanti, aumentano, e anche quando diventano francesi conservano la loro sensibilità particolare. Questo, col tempo, avrà conseguenze».
      Come ogni sera, davanti alla parrocchia degli oratoriani, vicino al Beaubourg, i miserabili di Parigi si mettono in fila per prendere la loro Soupe Saint-Eustache. Centinaia, clochard e ubriaconi, ma non solo. Anche gruppi di giovani immigrati, vecchiette, famiglie intere. E con la crisi – dicono i volontari – l’aumento dei pasti distribuiti s’è già notato. Aria di neve. La punta della Tour è avvolta dalle nuvole basse. Sulla Senna passano i battelli col sale. «La Carità», scrive Péguy, «è un ospedale, un ricovero che raccoglie tutte le miserie del mondo».  
 
      Soluzioni provvisorie
     
      L’immensa, strabiliante storia cristiana della Francia è punteggiata di ripartenze. Proprio come succedeva nei Perdoni di Bretagna, le feste popolari che fino a qualche decennio fa costellavano le campagne dell’estremo Occidente francese, tra maggio e settembre, quando almeno una volta all’anno tutti quelli che volevano – ed erano sempre tanti: villani e signori, marinai e massaie, colti e ignoranti – si ritrovavano nella cappella più vicina, si confessavano dal prete e poi si perdonavano a vicenda anche le offese e i malanimi reciproci in cui erano inciampati nel tempo trascorso. Le diocesi bretoni erano uscite anch’esse stremate dalla deforestazione forzata della memoria cristiana seguita alla Rivoluzione. Ma poi, la “civilizzazione parrocchiale” di Bretagna era rifiorita più robusta di prima, imbevuta della devozione al Cuore di Gesù e a quello di Maria, pieni di bontà e misericordia per i peccatori, come ricordava sempre il santo bretone Luigi Grignon de Montfort. Fino alla metà del secolo scorso, era stato tutto un fare: parole e opere, missioni quaresimali per risvegliare i cuori intiepiditi e settimane sociali per non perdere contatto con le masse contadine. Congressi mariani e benedizioni del mare. Seminari, chiese e scuole cattoliche tirate su con uno slancio potenziato dal senso di rivalsa nei confronti dello Stato “patrigno”, che con la Legge di separazione del 1905 aveva tagliato ogni finanziamento alle attività ecclesiali e messo le mani sui beni ecclesiastici. Fino a quando, nel volgere di pochi lustri, tutto è sembrato evaporare. Eppure, in Francia prima che altrove, già tra le due guerre si erano accorti che le antiche terre cristiane d’Europa erano tornate a essere terra di missione. E già dalla metà del secolo scorso, tutte le esperienze ecclesiali – dall’Action catholique, a Jeunesse ouvrière Chrétienne (Joc), fino ai preti operai – erano segnate dal tentativo – generoso, almeno come movenza iniziale – di testimoniare Cristo dentro un mondo in subbuglio.
      Oggi, la traiettoria della grande mutazione anche in Bretagna si misura con dati numerici da vertigine. La regione di Léon e Quimper la chiamavano la Terre des prêtres, la terra dei preti. Ancora negli anni Sessanta, le diocesi di Bretagna ne avevano più di mille, e altri mille sacerdoti bretoni erano sparsi per la Francia e per tutto il mondo, nelle terre di missione. Oggi, il clero di Bretagna conta in tutto 307 sacerdoti, in maggioranza ultrasessantenni, e con una media di cinque seminaristi per diocesi. Anche qui, come in tutta la Francia, accorpamenti di parrocchie, affidate a parroci “itineranti” che dividono tempo ed energie tra le diverse comunità parrocchiali.
      Al seminario Saint-Yves di Rennes il rettore Gérard Le Stang occupa una postazione privilegiata per cogliere col suo sguardo lucido cose antiche e cose nuove. Non minimizza né censura quello che è andato storto, il naufragio delle buone intenzioni, gli effetti di quell’«amnesia collettiva» («per certi versi rimane un mistero») che in pochi anni ha reso orpelli del passato i vecchi slogan in bretone che fondevano insieme Feiz ha Breiz, Fede e Bretagna. Ma registra pacatamente e senza trionfalismi anche ciò che si muove con discrezione nella trama ordinaria delle circostanze date. Fatti imprevedibili che proprio nascendo in terra arida mostrano con più evidenza un tratto gratuito e germinale. Parla dei preti più anziani, «cresciuti seguendo il modello un po’ cerebrale vedere-giudicare-agire dei movimenti di Azione cattolica, che negli anni Settanta si sentivano l’avanguardia del nuovo, e adesso vengono cambiati dalla fede semplice degli immigrati che si ritrovano come parrocchiani». Racconta di cappelle deserte, in quartieri invecchiati, che improvvisamente si ritrovano a organizzare corsi di catechismo per decine di giovani adulti che chiedono il battesimo». Di «giornate del perdono» che riprendono piede nelle parrocchie, sul modello degli antichi Perdoni, «dopo che per lungo tempo il sacramento della confessione era quasi sparito dall’orizzonte». E soprattutto, cerca di figurarsi il futuro guardando i ragazzi del suo seminario. Se nel secolo scorso le legioni di preti bretoni erano per la gran parte figli di contadini, adesso i 34 seminaristi di Saint-Yves sono un’immagine del nuovo mosaico francese: ex comunisti accanto a membri delle nuove comunità carismatiche; giovani che hanno ritrovato la fede riscoprendo i tradizionali pellegrinaggi ai 7 duomi di Bretagna, accanto ad haitiani e vietnamiti che diverranno parroci nei paesini da dove un tempo partivano i missionari francesi per raggiungere le terre d’Oltremare; gente che viene da solide famiglie cattoliche tradizionali, accanto ai figli dei divorziati o di quelli che da tempo hanno voltato le spalle alla Chiesa, e soffrono come una disgrazia la circostanza di ritrovarsi un figlio prete. «In molti di loro», nota il rettore Le Stang, «c’è un bisogno quasi fisico di rimanere semplici. Essere e dirsi cristiani è già un miracolo, non serve inventarsi altro. Avvertono una consonanza istintiva con tutto ciò che è elementarmente Chiesa, con la condizione descritta negli Atti degli Apostoli. Se pensano al loro futuro, non si immaginano come leader omaggiati di superparrocchie. Hanno l’attesa interiore di fare cose semplici: preghiere, messe, sacramenti, insegnare la fede degli apostoli. Seppur da preti “itineranti”, non vogliono che la loro dedizione si perda in umanesimo vago e lontano». Anche la scelta del Papa di revocare la scomunica ai vescovi lefebvriani, accolta altrove con perplessità e polemiche, non ha turbato i ragazzi che a Rennes si preparano a diventar preti. «Per loro», racconta il rettore, «il desiderio di unità del Papa è una cosa buona. E comunque la vedono come la fine di una vicenda passata, che non li tocca più di tanto. Non considerano il Concilio Vaticano II come l’evento centrale della loro vita cristiana. Nella Chiesa di dopo il Concilio ci sono nati e cresciuti, e non considerano tutta la storia di prima come uno scheletro da nascondere nell’armadio…». Di là, nella cucina del refettorio, Tanguy, Jean e gli altri ragazzi di cui parla padre Gérard lavano e asciugano in fretta piatti e posate del pranzo. Prima di sparpagliarsi per le parrocchie di Rennes, come ogni sabato pomeriggio. 
 

Miraggi che svaniscono
 
      Nel 1948 i sacerdoti francesi erano più di 42mila. Nel 2007 erano scesi a meno di ventimila, con età media superiore ai 60 anni. Nel 1996 i seminaristi in tutta la Francia erano ancora 1.050, oggi sono 741. I nuovi ingressi in seminario hanno raggiunto il dato più basso (116) nel 2002, quando nella Chiesa universale era passata da poco l’onda euforizzante del Grande Giubileo; nel 2008 sono stati 139. Nel 2007, 50 diocesi di Francia non hanno registrato alcuna ordinazione sacerdotale, e in 24 diocesi ce n’è stata una sola.
      C’è chi ha accolto questo décalage numerico come una chance per camminare “verso un nuovo volto della Chiesa”. Così s’intitolano i libri in cui l’arcivescovo Albert Rouet e i suoi collaboratori celebrano il “modello Poitiers”: quello sperimentato da 12 anni nella diocesi di sant’Ilario, tutto votato alla «organizzazione di comunità locali» in cui «i laici prendono larga parte» e «il prete non appare più come un agente centralizzatore, ma come una sorgente di fiducia». Un piano di lavoro ispirato dalla condivisibile constatazione di come oggi, in Francia, appaia più evidente la vecchia massima di Tertulliano secondo cui «cristiani non si nasce, si diventa», e la fede – come nota il vicario episcopale Jean-Paul Russeil – «non è dell’ordine di un possesso scontato, di un vantaggio acquisito». Ma questa presa d’atto delle circostanze date, invece di suggerire una semplificazione liberante, soluzioni elastiche e provvisorie favorite dai tempi di penuria, sembra complicarsi in un dedalo di nuove competenze da distribuire tra le squadre di laici «professionalizzati»: équipes e Consigli pastorali, settori, squadre di animatori, elezioni di rappresentanti, dove la vita dei cristiani appare comunque il termine di un darsi da fare, un’occupazione per cultori della materia. Questione di tecnica, di ingegneria genetica applicata ai metodi pastorali, per selezionare nuove nomenclature laiche e democratiche al posto di quelle verticistico-clericali. Un’impostazione che non manca di suscitare voci critiche: «Affrontano la crisi delle vocazioni sacerdotali seguendo criteri solo razionali e funzionali, e rischiano di peccare contro la speranza: è il Signore che costruisce la Chiesa, non noi coi nostri programmi», osserva Marc Aillet, giovane vescovo di Bayonne. Intanto in Francia anche un altro cliché sembra destinato a eclissarsi: quello inaugurato a metà degli anni Ottanta, secondo cui l’unica risposta efficace al deserto della decristianizzazione erano i nuovi movimenti e le nuove comunità. «Piccole isole di Chiesa perfetta, e tutt’intorno il cristianesimo se ne va, sparisce», taglia corto Gérard Le Stang. Mentre il domenicano Garrigues nota che le nuove comunità «rimangono una parte minima della Chiesa»; dice di provare insofferenza per «gli annunci ripetuti di periodiche primavere ecclesiali affidati alle avanguardie militanti» che hanno cadenzato gli ultimi decenni, o per una certa retorica della Nuova Evangelizzazione che è degradata in «gusto per il sensazionale e lo spettacolare», o in «sfruttamento delle tecniche di pressione mondana per condizionare i fedeli». Fino a constatare che «è la formazione rigida e tradizionalista di prima del Concilio ad aver prodotto i preti contestatori del ’68, e adesso lo stesso bilanciere oscilla in senso opposto, ispirando nuovi conformismi, in un’atmosfera che mi fa venire in mente la sfilata felliniana di cardinali e prelati nel film intitolato Roma». Anche i vescovi più aperti verso le nuove comunità declinano con sobrietà le proprie simpatie: «Nella Chiesa», dice monsignor Aillet, «ogni carisma può trovare il suo posto. I movimenti e le nuove comunità sono una risposta transitoria, che può dare il suo apporto alle parrocchie dove si raduna ordinariamente il popolo di Dio». Concorda Guy-Marie Bagnard, vescovo di Belley-Ars: «Non è che i movimenti non servano. Ma se oggi in Francia venisse meno tutto quello che succede ordinariamente, senza rumore, nelle parrocchie, sparirebbe il cristianesimo».  
 
      Senza inventarsi niente
     
      Ars non è un posto per adunate. Poche case immerse nella campagna rilassata, le carmelitane, il convento delle clarisse, la strada che curva intorno alla chiesa del Curato Jean-Marie Vianney, il santo patrono dei parroci. E lì dentro c’è quasi sempre qualcuno. Ci si va da soli, a piccoli gruppi, a comitive. Un flusso continuo e discreto. Quasi mezzo milione di pellegrini all’anno, «ogni anno un po’ di più, e, tra loro, i sacerdoti sono più di ottomila», aggiunge padre Jean-Philippe Nault, giovane rettore del santuario. Un aumento registrato negli ultimi tempi, dopo che per lustri su san Giovanni Maria Vianney sembrava caduto l’oblio. Negli anni Ottanta è nata la Société Jean-Marie Vianney: preti che non vogliono avere alcuna spiritualità particolare, se non quella che viene dalla propria ordinazione sacerdotale, per la salvezza delle anime. E quest’anno, giubileo per i 150 anni della morte del santo, il “programma” è sempre lo stesso. Senza orario, ci si può confessare e dir messa, «posare il peso dei propri peccati e assaporare un sorso di misericordia. A qualsiasi ora, dalle sei e mezza di mattina fino a sera». Fra poco apriranno una cappella per l’adorazione perpetua del Santissimo Sacramento. Lo ha chiesto la gente del villaggio. Dieci anni fa – confida padre Nault – non lo si poteva immaginare.
      Quando era arrivato Jean-Marie, febbraio del 1818, la Chiesa di Francia usciva dalle rovine della Rivoluzione. La parrocchia di Ars era come una terra desolata. «E lui fece solo quello che ogni prete, ordinariamente, può fare: preghiera, catechismo, confessare, celebrare l’eucaristia, aiutare i piccoli e i poveri», ripete il vescovo Bagnard. «Nel minuscolo buco in cui era stato rinchiuso perché incapace», scrive René Laurentin, «egli ha fatto accorrere le folle su scala nazionale. Senza volerlo egli ha fondato un centro di pellegrinaggio». Anche oggi, non c’è bisogno di organizzare niente. Vengono da soli. «È un santo povero», ripete padre Nault, «e incontrare un povero non fa paura. Come Teresina. Come Bernadette. Loro ci dicono: se tu sei povero, io lo sono più di te. Siamo poveri insieme, davanti al Signore. Tu prega per me, e io per te».
      «Se il buon Dio avesse trovato un sacerdote più miserabile di me», ripeteva il Curato d’Ars, «è a lui che sarebbero accadute tutte queste cose meravigliose». Forse anche il mondo, in Francia come altrove, ha nostalgia di una Chiesa così. Che non pretende di dettar legge, non si lamenta dei tempi cattivi. Lascia solo che si affacci all’orizzonte l’attesa del miracolo. «Ce ne han dette tante, o Regina degli apostoli. Abbiamo perso il gusto per i discorsi. Non abbiamo più altari se non i vostri. Non sappiamo nient’altro che una preghiera semplice» (Charles Péguy).

Publié dans:cattolicesimo in Francia |on 15 septembre, 2009 |Pas de commentaires »

buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno Dahlia_Jescot_Lingold_MikMak

Dahlia Jescot Lingold

http://toptropicals.com/html/toptropicals/catalog/photo_db/D.htm

Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 14 septembre, 2009 |Pas de commentaires »

Papa Benedetto XVI, Omelia per la Veglia pasquale: «Si consegnò volontariamente alla morte e, risorgendo, distrusse la morte e rinnovò la vita. » (Preghiera eucaristica IV)

du site:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090914

Esaltazione della santa Croce, festa : Jn 3,13-17
Meditazione del giorno
Papa Benedetto XVI
Omelia per la Veglia pasquale, 07/04/2007 © copyright Libreria Editrice Vaticana.

«Si consegnò volontariamente alla morte e, risorgendo, distrusse la morte e rinnovò la vita. » (Preghiera eucaristica IV)

Nel Credo professiamo circa il cammino di Cristo: «Discese agli inferi»… La liturgia applica alla discesa di Gesù nella notte della morte la parola del Salmo 23: «Sollevate, porte, i vostri frontali, alzatevi, porte antiche!» La porta della morte è chiusa, nessuno può tornare indietro da lì. Non c’è una chiave per questa porta ferrea. Cristo, però, ne possiede la chiave. La sua Croce spalanca le porte della morte, le porte irrevocabili. Esse ora non sono più invalicabili. La sua Croce, la radicalità del suo amore è la chiave che apre questa porta. L’amore di Colui che, essendo Dio, si è fatto uomo per poter morire – questo amore ha la forza per aprire la porta. Questo amore è più forte della morte.

Le icone pasquali della Chiesa orientale mostrano come Cristo entra nel mondo dei morti. Il suo vestito è luce, perché Dio è luce. «La notte è chiara come il giorno, le tenebre sono come luce» (Sal 138[139],12). Gesù che entra nel mondo dei morti porta le stimmate: le sue ferite, i suoi patimenti sono diventati potenza, sono amore che vince la morte. Egli incontra Adamo e tutti gli uomini che aspettano nella notte della morte. Alla loro vista si crede addirittura di udire la preghiera di Giona: «Dal profondo degli inferi ho gridato, e tu hai ascoltato la mia voce» (Gn 2,3).

Il Figlio di Dio nell’incarnazione si è fatto una cosa sola con l’essere umano – con Adamo. Ma solo in quel momento, in cui compie l’atto estremo dell’amore discendendo nella notte della morte, Egli porta a compimento il cammino dell’incarnazione. Mediante il suo morire Egli prende per mano Adamo, tutti gli uomini in attesa e li porta alla luce.

La Trinità Santissima e la Croce Icona di A. Bongiorno

La Trinità Santissima e la Croce Icona di A. Bongiorno  dans immagini sacre sussidi0002
http://www.pddm.it/vita/vita_09/n_07/sussidi.htm

Publié dans:immagini sacre |on 13 septembre, 2009 |Pas de commentaires »

ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE – OMELIA

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/13601.html

ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE  – OMELIA

Omelia (14-09-2008) 
padre Paul Devreux

Oggi la festa dell’Esaltazione della Croce, nata nel 335 quando Costantino ed Elena inaugurarono la basilica che sta sul Golgota e sul Santo Sepolcro.

E’ importante domandarsi se io esalto la croce, perché è il segno che ne ho capito il significato e la salvezza che ne deriva; salvezza da un’immagine di Dio che non corrisponde a quella che Gesù è venuto a rivelarci, salvezza che comincia con la conoscenza di questo Dio.

Gesù dice che è disceso dal cielo e quindi può parlare e spiegare chi è questo Dio, e per farlo bisogna che sia innalzato sulla croce.Questo è un discorso scandaloso per i Giudei e stoltezza per i pagani dice San Paolo. Scandaloso perché consideravano che il segno della benedizione di Dio è lo stare bene in tutti i sensi, mentre l’andare in croce era segno di maledizione e abbandono di Dio; questa è una mentalità che abbiamo un poco ancora oggi, tanto è vero che ci scandalizziamo se un giovane o una persona da bene si ammala, muore o subisce un’ingiustizia qualsiasi. I pagani considerano che un re è uno che va elevato su un trono, è uno che ha potere. Finire in croce è tutto il contrario.

Come facciamo noi ad esaltare una situazione che per tutti è una disgrazia? Lo facciamo chiaramente alla luce della risurrezione che ci apre la prospettiva della vita eterna, ma per ottenere questo bastava che Gesù morisse di una qualsiasi morte naturale e risorgesse dopo qualche giorno. La morte in croce invece è necessaria per rivelarci un Dio che si lascia trattare così. La sua onnipotenza si rivela proprio in questa capacità di continuare ad amare l’uomo malgrado il fatto che l’uomo da sempre lo rifiuta, lo fraintende, dice male di lui e tende ad ucciderlo. Questo smonta ogni immagine di un Dio autoritario e da tenere buono con sacrifici, pratiche religiose, ecc.

Dio ama l’uomo perché è la sua creatura e se la voleva diversa la faceva diversa.

Capire questo apre il cuore e la mente alla scoperta di un Dio veramente grande, e io mi rendo conto che esaltare questa croce e non la mia bontà, i miei sacrifici, è il segno che sto intravedendo dalla croce, la totale gratuità di Dio nei miei confronti. 

14 settembre – Esaltazione della Santa Croce

dal sito:

http://www.santiebeati.it/dettaglio/21500

14 settembre – Esaltazione della Santa Croce  

La croce, già segno del più terribile fra i supplizi, è per il cristiano l’albero della vita, il talamo, il trono, l’altare della nuova alleanza. Dal Cristo, nuovo Adamo addormentato sulla croce, è scaturito il mirabile sacramento di tutta la Chiesa. La croce è il segno della signoria di Cristo su coloro che nel Battesimo sono configurati a lui nella morte e nella gloria. Nella tradizione dei Padri la croce è il segno del figlio dell’uomo che comparirà alla fine dei tempi. La festa dell’esaltazione della croce, che in Oriente è paragonata a quella della Pasqua, si collega con la dedicazione delle basiliche costantiniane costruite sul Golgota e sul sepolcro di Cristo. (Mess. Rom.)

Martirologio Romano: Festa della esaltazione della Santa Croce, che, il giorno dopo la dedicazione della basilica della Risurrezione eretta sul sepolcro di Cristo, viene esaltata e onorata come trofeo della sua vittoria pasquale e segno che apparirà in cielo ad annunciare a tutti la seconda venuta del Signore.

La festa in onore della Croce venne celebrata la prima volta nel 335, in occasione della “Crucem” sul Golgota, e quella dell’ »Anàstasis », cioè della Risurrezione. La dedicazione avvenne il 13 dicembre. Col termine di « esaltazione », che traduce il greco hypsòsis, la festa passò anche in Occidente, e a partire dal secolo VII, essa voleva commemorare il recupero della preziosa reliquia fatto dall’imperatore Eraclio nel 628. Della Croce trafugata quattordici anni prima dal re persiano Cosroe Parviz, durante la conquista della Città santa, si persero definitivamente le tracce nel 1187, quando venne tolta al vescovo di Betlem che l’aveva portata nella battaglia di Hattin.
La celebrazione odierna assume un significato ben più alto del leggendario ritrovamento da parte della pia madre dell’imperatore Costantino, Elena. La glorificazione di Cristo passa attraverso il supplizio della croce e l’antitesi sofferenza-glorificazione diventa fondamentale nella storia della Redenzione: Cristo, incarnato nella sua realtà concreta umano-divina, si sottomette volontariamente all’umiliante condizione di schiavo (la croce, dal latino « crux », cioè tormento, era riservata agli schiavi) e l’infamante supplizio viene tramutato in gloria imperitura. Così la croce diventa il simbolo e il compendio della religione cristiana.
La stessa evangelizzazione, operata dagli apostoli, è la semplice presentazione di « Cristo crocifisso ». Il cristiano, accettando questa verità, « è crocifisso con Cristo », cioè deve portare quotidianamente la propria croce, sopportando ingiurie e sofferenze, come Cristo, gravato dal peso del « patibulum » (il braccio trasversale della croce, che il condannato portava sulle spalle fino al luogo del supplizio dov’era conficcato stabilmente il palo verticale), fu costretto a esporsi agli insulti della gente sulla via che conduceva al Golgota. Le sofferenze che riproducono nel corpo mistico della Chiesa lo stato di morte di Cristo, sono un contributo alla redenzione degli uomini, e assicurano la partecipazione alla gloria del Risorto.

Autore: Piero Bargellini

Publié dans:feste del Signore |on 13 septembre, 2009 |Pas de commentaires »

buona notte

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Santa Teresa Benedetta della Croce [Edith Stein]: « Prenda la sua croce, e mi segua »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090913

XXIV Domenica del Tempo Ordinario – Anno B : Mc 8,27-35
Meditazione del giorno
Santa Teresa Benedetta della Croce [Edith Stein] (1891-1942), carmelitana, martire, compatrona dell’Europa
L’Espiazione mistica / Amore della Croce, 24/11/1934


« Prenda la sua croce, e mi segua »

L’unione con Cristo è la nostra beatitudine e l’approfondimento della nostra unione con lui ci rende felici in questo mondo. L’amore della croce, quindi, non è per nulla in contraddizione con la nostra gioia di essere figli di Dio. Aiutare a portare la croce di Cristo procura una gioia forte e pura a coloro che vi sono chiamati e possono farlo; coloro che partecipano in questo modo all’edificazione del Regno di Dio sono veramente i figli di Dio. Allo stesso modo, la predilezione per la via crucis non significa che si debba provare riluttanza vedendo finire il Venerdì santo e compiersi l’opera della Redenzione. Solo dei riscattati, dei figli della grazia, possono veramente portare la croce di Cristo; è soltanto dall’unione con il Capo divino che la sofferenza umana riceve la propria forza redentrice.

Soffrire e essere beati nella sofferenza, stare in piedi sulla terra, camminare sulle vie polverose e sassose di questa terra pur sedendo con Cristo alla destra del Padre (cfr Col 3,1), ridere e piangere con i figli di questo mondo senza smettere di cantare lode al Signore con i cori angelici, ecco la vita del cristiano; finché non sorgerà l’aurora dell’eternità.

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 13 septembre, 2009 |Pas de commentaires »

RAFFAELLO THE PROPHET ISAIAH

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RAFFAELLO THE PROPHET ISAIAH

L’AFFRESCO SI TROVA NELLA CHIESA DI SANT’AGOSTINO A ROMA, DOVE SI TROVA ANCHE LA TOMBA DI SANTA MONICA MADRE DI SANT’AGOSTINO;

http://www.artbible.net/1T/Isa0000_Portrait_misc/pages/16%20RAFFAELLO%20THE%20PROPHET%20ISAIAH.htm

Publié dans:immagini sacre |on 12 septembre, 2009 |Pas de commentaires »
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